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    De' Longhi: lascia l'ad Garavaglia per motivi personali e il titolo crolla

    Milano – L’ad di De’ Longhi, Massimo Garavaglia, nominato nel maggio 2020 in mezzo alla pandemia, ha rassegnato le sue dimissioni “per motivi personali”. Garavaglia era il secondo manager a cui la famiglia delegava la guida. Il primo era stato Stefano Beraldo, che ha portato a termine l’Ipo e agevolato la transizione tra padre e […] LEGGI TUTTO

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    Gas, prezzi in forte rialzo alla vigilia del Comitato tecnico sul piano italiano

    MILANO – Il gas è sempre l’osservato speciale dei mercati internazionali e avvia la settimana in forte rialzo sulla piazza di Amsterdam: i contratti futures sul mese di luglio salgono di oltre sette punti percentuali, dopo avere sfiorato quota 130 euro all’hub olandese Ttf, per poi trattare in area 127 euro al megawattora.

    Anche oggi, emerge intanto dalla piattaform atecnica del Ge, Gazprom consegnerà volumi di gas minori di quanto chiesto da Eni. Proprio il Cane a sei zampe è stato protagonista di un intenso lavoro sul fronte energetico, nel fine settimana. L’Eni guidata da Claudio Descalzi ha infatti annunciato un importante accordo in Qatar: “Eni è pronta – ha detto il capo azienda – a lavorare con QatarEnergy” sul progetto North Field East “per contribuire positivamente ad aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento di gas a livello mondiale”. QatarEnergy deterrà una quota del 75% e Eni il restante 25%. Il progetto, ha spiegato Eni, consentirà di aumentare la capacità di esportazione di Gnl del Qatar dagli attuali 77 Mtpa a 110. L’accordo, la cui negoziazione è stata avviata nel 2019, ha la durata di 27 anni e rafforza in modo importante la presenza di Eni in Medio Oriente: il Qatar ha riserve di gas naturali tra le più grandi al mondo. L’obiettivo è però di in produzione entro la fine del 2025. Serve, nel frattempo, anche una strategia di breve periodo per tappare eventuali buchi dalle forniture russe.

    Il clima geopolitico internazionale resta comunque assai teso. In Germania il governo punta sul carbone e sulla banca pubblica Kfw per affrontare l’emergenza e aumentare gli stoccaggi. “Il fatto è che si tratta di una sorta di braccio di ferro, con Vladimir Putin che ha il braccio più lungo. Ma questo non significa che non si possa avere il braccio più forte esercitando la forza”, ha dichiarato il ministro tedesco dell’Economia e del Clima Robert Habeck a Zdf heute journal riferendosi all’emergenza gas. “La situazione tesa e i prezzi elevati sono una diretta conseguenza della guerra di Putin contro l’Ucraina – le sue parole riportate dal Guardian – Non c’è errore. La strategia di Putin serve per turbarci, aumentare i prezzi e dividerci. Non lo permetteremo. Ci difendiamo in modo risoluto, preciso e ponderato”, ha aggiunto. Sempre dal ministero dell’Economia tedesco, per bocca del portavoce Stephan Gabriel, è stato però chiarito che la Germania punta ancora a chiudere le sue centrali a carbone entro il 2030, nonostante la recente decisione di tornare ad utilizzare maggiormente le centrali elettriche alimentate con quel combustibile, visto il taglio delle forniture di gas russo legato alla crisi energetica provocata dall’invasione dell’Ucraina. “La data di uscita del carbone del 2030 non è affatto in dubbio. E’ più importante che mai che venga realizzata nel 2030”, ha detto il portavoce.

    Anche in Italia il governo punta ad accelerare sulle riserve: ora gli stoccaggi sono pieni fino al 54%, ma si punta ad arrivare all’80-90% entro l’estate. Il piano italiano sarà sul tavolo del governo domani: il Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale, istituito al ministero della Transizione Ecologica, discuterà anche della possibilità di innalzare l’attuale stato di preallarme ad “allarme”. Subito dopo, mercoledì, il ministro Roberto Cingolani valuterà la situazione con il Comitato e le società fornitrici di gas. Fonti di governo fanno però sapere che l’Italia sta valutando il peso dei nuovi afflussi di gas provenienti da fornitori alternativi a Gazprom e potrebbe non esserci alcuna decisione questa settimana se innalzare o meno il livello di allerta. Non necessariamente, dunque, agli incontri programmati seguirà una decisione.

    La questione è centrale anche per la Commissione europea che è al lavoro per esplorare con i partner internazionali la possibilità di introdurre un tetto temporaneo al prezzo del gas per fare fronte al caro energia. L’indicazione, confermata da un portavoce Ue, rafforza l’impegno di Bruxelles dopo il mandato ricevuto tre settimane fa dai capi di Stato e di governo Ue. Nelle conclusioni del vertice del 30 e 31 maggio i leader avevano invitato Bruxelles a muoversi in ambito internazionale per valutare, ove opportuno, la fattibilità della misura.

    A testimonianza della complessità del quadro, in giornata sono emersi altri dati energetici sui quali le cancellerie riflettono: la Russia ha scalzato l’Arabia Saudita diventando il principale fornitore di petrolio della Cina a dispetto delle sanzioni di Usa e alleati a carico di Mosca per l’aggressione dell’Ucraina. Le raffinerie di Pechino stanno ricevendo le forniture petrolifere russe con un forte sconto sui prezzi, spingendo l’import del Paese del 55% annuo a maggio. Gli acquisti di petrolio russo, comprese le forniture attraverso l’oleodotto della Siberia orientale, del Pacifico e le spedizioni marittime, hanno totalizzato quasi 8,42 milioni di tonnellate, secondo i dati diffusi oggi dall’Amministrazione generale delle Dogane cinesi. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 20 giugno. Mercati incerti alla ripartenza. Il Bitcoin fatica a tenere quota 20mila dollari

    MILANO – Ore 10. Ripartenza cauta per i listini, con la preoccupazione per le strette monetarie delle Banche centrali e il raffreddamento delle economie che pende sull’umore degli investitori. Dopo le prime battute, Milano – su cui pesa un effetto da -0,29% dovuto allo stacco delle cedole – sale dello 0,28%, mentre Parigi è invariata, Francoforte sale dello 0,25% e Londra dello 0,2 per cento. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi risale sopra 190 punti, dopo esser giunto a 196,9 punti. Il decennale italiano rende poco più del 3,6%.

    Come rimarca Bloomberg, l’indice Msci Asia che sintetizza l’andamento dei mercati orientali ha messo insieme la più lunga striscia di sedute negative dal febbraio 2020, quando esplose il Covid 19. A fine giornata i listini orientali registrano andamenti contrastanti: Tokyo ha ceduto lo 0,74%, Taiwan l’1,75%, Seul il 2,04% e Sidney lo 0,64%. In controtendenza Hong Kong (+0,2%) e Shanghai (+0,7%), ancora aperte insieme a Mumbai (+0,39%). I listini restano oggi senza il riferimento di Wall Street, chiusa per il ‘Juneteenth holiday’, che commemora la liberazione degli schiavi afroamericani. Gli investitori attendono indicazioni sulle prossime mosse della Fed da parte del presidente Jerome Powell, che verrà audito mercoledì prossimo al Senato e giovedì alla Camera. Restano i timori che la stretta monetaria della banca centrale americana possa mandare in recessione l’economia globale.

    Nft, ho comprato un gattino. Brutto affare

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    Flavio Bini

    Grafica di Paula Simonetti

    Corrado Moretti e Paola Cipriani

    19 Giugno 2022

    Per quel che riguarda Piazza Affari si registra la forchetta di prezzo per l’Ipo di Industrie De Nora, la società dell’idrogeno verde: si tratta di un range 13,5-16,5 euro, per una valorizzazione che va da 2,7 a 3,28 miliardi circa. Aggiornamento anche da Engineering che ha sottoscritto “gli accordi definitivi e vincolanti” per l’acquisto di 58.287.622 azioni ordinarie pari al 43,209% del capitale sociale di Be al prezzo unitario (tenendo conto del dividendo approvato dall’assemblea in misura pari a 0,03 euro per azione) – di 3,45 euro per azione. Il closing dell’operazione, annunciata lo scorso febbraio alla firma di una lettera di intenti, è previsto entro il 31 dicembre: comporterà per Enginering l’obbligo di promuovere un’opa obbligatoria totalitaria sulle residue azioni di Be finalizzata al delisting nel caso in cui venisse a detenere una partecipazione superiore al 90%.

    L’euro apre stabile sopra quota 1,05 dollari nonostante il presidente francese Emmanuel Macron abbia perso la maggioranza assoluta nel Parlamento francese. La moneta unica passa di mano a 1,0523 dollari e a 141,99 yen. Dollaro/yen a 134,94. Lo divisa giapponese resta sotto pressione, vicino ai minimi di 24 anni dopo che venerdì la Banca del Giappone ha confermato la sua politica ultra-accomodante. Lo yuan cinese, invece, è salito ai massimi di una settimana rispetto al dollaro, sostenuto dalla decisione di Pechino di mantenere invariati i tassi di prestito di riferimento per evitare ulteriori divergenze nella politica monetaria rispetto alle altre economie. Il tasso di riferimento per i prestiti a un anno (Lpr) è stato mantenuto al 3,70% e il tasso a cinque anni è rimasto invariato al 4,45%.

    Continua la fase difficile per il Bitcoin e il resto delle criptovalute, sempre più ancorate a doppio filo all’andamento degli asset più rischiosi e quindi esposte alle strette monetarie da parte della Fed. La principale delle attività digitali oscilla sull’importante soglia dei 20mila dollari, cercando di difenderla con i denti e dopo un fine settimana di estrema volatilità che lo ha visto perdere il 15% nella seduta di sabato per poi risalire del 16% l’indomani. Nella mattina di lunedì, scivola sotto la soglia fatidica. La preoccupazione di alcuni osservatori è che una rottura decisa della soglia di 20mila dollari farebbe scattare altre vendite obbligate da chi si era posizionato “allo scoperto”, mettendo ulteriore benzina nel motore dei ribassi che quest’anno ha già portato a una perdita vicina al 60% per il Bitcoin. Non è un caso, nota l’agenzia finanziaria, che l’indice della volatilità attesa a tre mesi sia ai massimi del 2022.

    Tra le materie prime, i prezzi del petrolio viaggiano in lieve calo sui mercati asiatici. Le preoccupazioni per il rallentamento della crescita economica globale e della domanda di carburante hanno compensato infatti i timori per l’aumento delle scorte che avevano spinto al rialzo le quotazioni. Il greggio statunitense West Texas Intermediate arretra dello 0,17% a 109,37 dollari al barile mentre il Brent del mare del Nord cede lo 0,02% a 113,10 dollari al barile. LEGGI TUTTO

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    Nft, ho comprato un gattino. Brutto affare

    BOOGIE non è stato decisamente un buon investimento. E dire che aveva tutte la carte in regola per essere un gatto modello: quattro zampe, sguardo vispo, muove persino la coda e si gira ripetutamente su sé stesso con una discreta eleganza. Tutte le carte in regola tranne una: non essere un gatto vero. Boogie, all’anagrafe 30326357981 (…), è un Nft. Uno dei milioni che popolano un mondo tanto ricco quanto misterioso, quello dei Non Fungible Token. Un universo fatto di oggetti digitali unici e irripetibili e di certificati che ne attestano la loro autenticità. Perché questo, in estrema sintesi, sono gli Nft. Un mercato che alla fine del primo trimestre dell’anno ha sfiorato quota 17 miliardi di dollari di scambi e che ha sedotto milioni di giovani e giovanissimi, con il rischio di alimentare una nuova gigantesca e pericolosa bolla, resa ancora più fragile dalla tempesta che si sta abbattendo sulle criptovalute.  LEGGI TUTTO

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    Inflazione e tassi, i mercati in attesa dei messaggi di Powell e della Lagarde, al via il collocamento del Btp Italia

    MILANO – Si preannuncia una settimana impegnativa sul fronte dei mercati dopo le turbolenze degli scorsi giorni legate alle mosse delle Banche centrali. Grande attesa anche per l’annuale Relazione della Consob, ma anche su quello delle grande aziendi, con il nuovo piano industriale di Mps, e il cda di Generali che dovrebbe risolvere il rebus della governance.

    Gli investitori attendono indicazioni sulle prossime mosse della Fed da parte del presidente Jerome Powell, che verrà audito mercoledì al Senato e giovedì alla Camera: il banchiere centrale americano potrà correggere il tiro o confermare quello che è uscito dal meeting della settimana scorsa, quando su inflazione e tassi è stato più ‘falco’ che mai. Ma i riflettori sono puntati anche sulla Bce, che rilascerà il Bollettino mensile (sempre giovedì) con le nuove stime economiche mentre la presidente Christine Lagarde verrà ascoltata lunedì dalla Commissione affari economici dell’Europarlamento: il mercato attende di conoscere nel dettaglio lo scudo anti-spread che secondo quanto riferiscono fonti europee potrebbe arrivare entro il 27 giugno, data entro cui si terrà il Forum della Banca centrale europea di Sintra, in Portogallo.

    Secondo alcune indiscrezioni che circolano in ambienti finanziari, potrebbe valere 500 miliardi di euro. Tutto resta ancora piuttosto nebuloso, anche se analisti ed esperti immaginano che il piano dovrebbe consentire di acquistare le obbligazioni per gli Stati con il maggiore debito. Potrebbero anche esserci dei vincoli per i Paesi beneficiari. Il condizionale, comunque, resta d’obbligo.

    Altro appuntamento in agenda è quello che riguarda gli indici Pmi manifatturiero e servizi degli Usa e delle principali economie europee, previsti per giovedì e che anticiperanno i trend economici di giugno. Da segnalare, infine,  lunedì la chiusura di Wall Street per la celebrazione dello Juneteenth e l’inizio del collocamento del Btp Italia (fino a giovedì).

    Lunedì 20 Giugno-Cina: tasso prime rate, giugno. Ore 3,15.-Germania: prezzi alla produzione, maggio. Ore 8,00.-Europa: il presidente della Bce Christine Lagarde viene ascoltata alla Commissione affari economici dell’Europarlamento-Italia: inizia il collocamento del Btp Italia, che prosegue fino a  giovedì-Usa: Wall Street resta chiusa per la celebrazione dello Juneteenth

    Martedì 21 giugno-Roma: Relazione annuale della Consob, con il consueto Discorso del presidente Paolo Savona ai mercati-Italia: si tiene il Comitato nomine di Generali, alla viglia del consiglio, per decidere la sostituzione del consigliere dimissionario Francesco Gaetano Caltagirone-Usa: è atteso il dato delle vendite delle case esistenti di maggio, dove il consensus è di un calo del 3,7% dopo il -2,4% registrato ad aprile. Ore 16.00

    Mercoledì 22 giugno-Inghilterra: viene annunciato il dato dell’inflazione di maggio, attesa in aumento al 9,2%, dal 9% di aprile-Italia: Cda di Generali, con all’ordine del giorno, tra le altre cose anche la sostituzione del consigliere Caltagirone, e la formazione dei comitati endoconsiliari-Usa: il presidente delle Fed Jerome Powell viene audito dal Senato Usa-Europa: c’è attesa per il dato della fiducia dei consumatori giugno: ore 16.00

    Giovedì 23 giugno-Giappone: sarà annunciato il dato dell’indice Pmi manifatturiero e servizi giugno. Ore 2,30-Francia: c’è attesa per l’indice Pmi manifatturiero e dei servizi di servizi giugno. Ore 9.30-Germania: sarà annunciato l’indice Pmi manifatturiero e  dei servizi di giugno ore 9,30-Inghilterra: c’è attesa per l’indice Pmi manifatturiero e dei servizi di servizi giugno- Europa: anche il Vecchio continente comunica l’indice Pmi manifatturiero di giugno- Usa: giornata di grandi annunci dal fronte macro: nuove richieste sussidi, l’indice Pmi manifatturiero e dei servizi di giugno,  i dati su scorte e produzione di greggio e l’indice manifatturiero di giugno della Fed di Kansas City. Audizione del presidente della Fed alla Camera-Europa-:viene diffuso il bollettino economico  della Bce-Italia: dopo mesi di studio, sia alza il velo sul Piano industriale 2022-2026 di Mps-Italia: a Rapallo si tiene il Convegno Giovani imprenditori di Confindustria e che vedrà protagonisti i big dell’economia e della politica.

    Venerdì 24 giugno-Giappone: sarà annunciato il dato sull’inflazione  di maggio, attesa stabile al 2,5%-Germania: comunica l’indice Ifo sulle aspettative delle imprese di giugno, atteso in crescita all’87,1% dal precedente 86,9%-Usa verrà annunciato il dato sulle nuove case mese su mese di maggio atteso in crescita dello 0,7% rispetto ad aprile (-16,7%) LEGGI TUTTO

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    Filorussi, criminali, hacktivisti: sul web siamo tutti nel mirino

    Nel cyber spazio una guerra allargata ben oltre la Russia e l’Ucraina già è esplosa. Si confrontano Stati, gruppi di criminali o cosiddetti “hacktivisti” che operano spinti da un’ideologia o dall’appartenenza ad uno schieramento. “Mai come in queste settimane, e nei prossimi mesi e anni, sarà importante rendersi conto della necessità di una scelta politica forte e possibilmente univoca a livello europeo. Mai come ora sarà importante usare al meglio le risorse del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza”, scrive Gabriele Faggioli, presidente dell’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica (Clusit) commentando gli ultimi dati relativi alla sicurezza informatica nel nostro Paese.

    Vedremo come risponderà nei fatti l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), istituita dal Governo ad agosto di un anno fa e guidata da Roberto Baldoni. Deve recuperare parecchio terreno rispetto ad altre nazioni europee, potendo contare sui 623 milioni di euro già previsti dal Pnrr. Tutto dipenderà però da come verranno impiegati, ovvero quali “tecnologie e competenze”, come le ha chiamate lo stesso Baldoni, saranno scelte per attuare le 82 misure previste per proteggere gli ambiti vitali e le infrastrutture del Paese.

    Perché siamo appunto in guerra, ma non certo da oggi. Ogni stagione che passa è “la peggiore di sempre” in fatto di minacce digitali secondo gli esperti. Insomma, si tratta di un allarme costante che ha il sapore della quotidianità inevitabile: in un mondo che ha quasi in ogni aspetto un suo doppio digitale il fatto che ci siano tanti vantaggi ma anche dei pericoli è ovvio. Tutti ricordiamo il blocco dei servizi della Regione Lazio ad agosto del 2021 o ancora le minacce all’Italia arrivate più di recente dai gruppi filorussi Killnet e Legion che però, a differenza del primo caso, di danni ne hanno fatti molto pochi dimostrando capacità tecniche di livello quasi amatoriale.

    Le sfide italiane

    “Fossero quelle le vere sfide che l’Italia dovrà affrontare potremmo dormire sonni tranquilli”, racconta da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, Andrea Zapparoli Manzoni, a capo della Crowdfense e membro del direttivo Clusit. “Bisognerebbe iniziare a fare un po’ di chiarezza, anche perché questo è un mondo che si è evoluto molto negli ultimi anni e oggi come oggi governi e aziende che hanno in mano tecnologie davvero pericolose si contano sulle dita di un paio di mani”. Ad alti livelli è una guerra che pochi sanno e possono combattere. Manzoni e i suoi si occupano di trovare e vendere falle nei sistemi operativi, in particolare quelli per smartphone e per pc, da iOs ad Android fino a Windows. Nel mercato delle vulnerabilità “zero-day”, le falle ancora non note, si guadagna molto ed è forse il settore più avanzato nel campo del cyber spionaggio. Si tratta di bachi che le agenzie governative usano per sorvegliare persone considerate pericolose. In passato, basti pensare al caso del programma spia Pegasus della israeliana Nso sul quale il Parlamento europeo ha aperto una sua inchiesta o a quello della concorrente e conterranea Saito (ex Candiru), era molto più semplice introdursi nei telefoni e carpire informazioni su larga scala. Parliamo della capacità di leggere i messaggi, scaricare le fotografie, scorrere l’elenco delle chiamate, accedere ai dati relativi alla geolocalizzazione, carpire le parole chiave utilizzate. C’è chi vendeva questi strumenti al miglior offerente senza andare troppo per il sottile. Nel 2017 Philippe Langlois, a capo dell’azienda francese specializzata in sicurezza informatica P1 Security, aveva stimato che nel mondo ci fossero circa 200 compagnie che operavano nella compravendita di falle. Bisogna tenere presente che quelle davvero sfruttabili senza compromettere in qualche modo il funzionamento del dispositivo, cosa che farebbe insospettire la persona sorvegliata, sono meno del 10 per cento per ogni versione di sistema operativo lanciata sul mercato. E vengono regolarmente tappate con gli aggiornamenti periodici rendendo difficile le operazioni di lunga durata. Fino a ieri, a seconda dei casi, ognuna poteva anche valere due o tre milioni di dollari.

    Negli ultimi tempi i colossi della tecnologia, anche a seguito dello scandalo legato alla Nso finita nella lista nera degli Stati Uniti, hanno iniziato a dedicare molte risorse alla sicurezza decimando i cacciatori di bachi. Rispetto a tre o quattro anni fa è un campionato nel quale giocano poche aziende di altissimo livello che si rivolgono a quella manciata di clienti governativi in grado di pagare decine se non centinaia di milioni di dollari e dotati di gruppi di intervento con capacità tecniche non comuni. “Ormai non si tratta più di una sola falla, bensì di catene con funzioni diverse legate fra loro che permettono di estrarre tutti i contenuti che servono”, spiega Zapparoli Manzoni. “Mantenerle aperte è un’opera complessa e costosa, così come la stessa analisi dei dati sottratti. Per questo sono operazioni mirate che vengono messe in piedi con parsimonia”. Una curiosità: nell’utilizzo di una singola falla conta anche la nazionalità di chi l’ha trovata. Se è ucraino, ad esempio, può aver deciso di venderla chiedendo che non finisca in mano russe. E viceversa.

    Le infiltrazioni in aziende

    Gli altri cacciatori, quelli che appena poco tempo fa avevano campo aperto su smartphone e pc ma che ora non hanno i mezzi per giocare in serie A, si stanno riciclando nella ricerca di bachi nel settore dell’Internet delle cose: router, tv e telecamere connesse, dispositivi per la casa smart. Mercato molto meno ricco, eppure ancora poco protetto, che viene sfruttato per le ricognizioni ambientali. Siamo ad un livello di sofisticazione minore, lo stesso che appartiene alle gang di criminali informatiche che operano a fini di lucro come è accaduto con l’attacco alla Regione Lazio. Nel corso del tempo questi gruppi si sono specializzati in ambiti differenti, a volte formando dei veri e propri agglomerati che collaborano fra loro, mantenendo alta la loro pericolosità. Non si tratta più di spionaggio ma di infiltrazione in sistemi vitali di aziende e pubblica amministrazione per infettarli spesso con un ransomware, tipologia di virus che limita l’accesso a dati e funzioni, così da richiedere un riscatto (ransom, in inglese) per rimuovere il blocco. Quella della criminalità in termini quantitativi è la minaccia maggiore: rappresenta l’86 per cento dei cyber attacchi in Italia, in crescita rispetto all’81 del 2020. Tra gli attacchi gravi conosciuti, l’11 per cento è invece riferibile ad attività di spionaggio e il due a campagne di vera e propria guerra informatica. I criminali non colpiscono più in maniera indifferenziata obiettivi molteplici come accadeva in passato. Proprio in virtù di una maggiore specializzazione, mirano a bersagli ben precisi e fra questi ci sono siti governativi, sanità, istruzione. Si punta a singoli manager e dipendenti per avere le credenziali per accedere alle reti interne. Basta commettere la leggerezza di aprire un file da una mail che sembra innocua o un link e il danno è fatto. Insomma, spesso ad aprire le porte è una disattenzione più che una tecnologia.

    “Con l’invasione dell’Ucraina sono tornati anche gli hacktivisti, coloro che operano sul Web conducendo azioni spinti dall’appartenenza ad uno schieramento e non per guadagnare soldi”, racconta Marco Ramilli, fondatore della Yoroi di Bologna, una delle aziende di cybersicurezza migliori in Italia. “Non sono particolarmente abili sul piano tecnico, hanno meno mezzi dei cyber criminali di alto livello. E poi a volte si limitano a fare clamore, come i filorussi Killnet e Legion, ottenendo comunque un risultato. Ora il pericolo è che questi gruppi stringano alleanze con il cybercrimine facendo un salto di qualità”. In una vita sempre più connessa, anche a seguito dell’emergenza sanitaria, la sicurezza informatica è fondamentale per le persone, per le imprese e per il Paese. Ed è una sicurezza che deve sapersi evolvere rapidamente usando tecnologie e personale che vengano dall’Unione europea. Su un aspetto però Ramilli a ragione insiste: bisogna sempre ricordarsi che la guerra cibernetica è nulla rispetto a quella combattuta sul campo. Se il mondo avesse solo a che fare con le minacce informatiche sarebbe il segno che siamo ad un ottimo punto. LEGGI TUTTO

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    Gas, Eni entra nel più grande progetto al mondo di Gnl. Descalzi: “Accordo in Qatar pietra miliare”

    MILANO – Continua la strategia di diversificazione dell’Eni, nella geografia dei partner in giro per il mondo, alla ricerca di alternative alle forniture russe. E mentre anche oggi viene confermato che Gazprom consegnerà volumi di gas in linea con i giorni scorsi (circa il 50% del livello abituale) Eni annuncia l’ingresso nel più grande progetto al mondo di gas naturale liquefatto (Gnl) in Qatar.

    La società italiana è stata infatti selezionata da QatarEnergy come nuovo partner internazionale per l’espansione del progetto North Field East, nel paese del Golfo. Il Ministro di Stato per gli Affari Energetici, presidente e amministratore delegato di QatarEnergy, Saad Sherida Al-Kaabi, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato oggi, nel corso di una cerimonia ufficiale, l’accordo di partnership per la creazione della nuova joint venture. QatarEnergy deterrà una quota del 75% e Eni il restante 25%.

    Gas: accordo con il Qatar per sostituire in Europa le forniture russe

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    Luca Pagni

    12 Giugno 2022

    Il progetto Nfe, spiega Eni, consentirà di aumentare la capacità di esportazione di Gnl del Qatar dagli attuali 77 MTPA a 110 MTPA. Con un investimento di 28,75 miliardi di dollari, Nfe dovrebbe entrare in produzione entro la fine del 2025 e impiegherà tecnologie e processi all’avanguardia per minimizzare l’impronta carbonica complessiva, tra cui la cattura e lo stoccaggio della CO2.

    L’accordo, che segna il completamento di un processo competitivo iniziato nel 2019, ha una durata di 27 anni. Si tratta di una mossa strategica per Eni – sottolinea una nota della società – che rafforza la propria presenza in Medio Oriente ottenendo l’accesso a un produttore di Gnl leader a livello globale, con riserve di gas naturale tra le più grandi al mondo. Questa collaborazione rappresenta inoltre una tappa significativa nella strategia di diversificazione dell’azienda, che amplia il proprio portafoglio di fonti energetiche più pulite e affidabili.

    “Siamo onorati e lieti di essere stati scelti come partner nel progetto di espansione North Field East. Come nuovi arrivati in questo progetto di Gnl di rilevanza globale, sentiamo il privilegio e la responsabilità di essere un partner strategico di riferimento per lo Stato del Qatar”, ha commentato l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, nel suo intervento durante la cerimonia nell’ambito della nuova partnership per il progetto North Field East in Qatar.

    “Questo accordo è una significativa pietra miliare per Eni e si inserisce nel nostro obiettivo di diversificazione verso fonti energetiche più pulite e affidabili, in linea con la nostra strategia di decarbonizzazione. Eni – ha concluso – è pronta a lavorare con QatarEnergy su questo progetto per contribuire positivamente ad aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento di gas a livello mondiale”. Non solo, l’amministratore delegato del Cane a sei zampe ha sottolineato come la “partnership strategica ci potrà dare un aiuto ulteriore, in terminini di maggiori disponibilità di gas sul mercato”. LEGGI TUTTO

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    Le strane penali delle società di autonoleggio: 50 euro a chi prende una multa stradale

    Multati due volte. La prima volta dalla polizia stradale, poi anche dalla società di noleggio. Succede ai clienti di sei compagnie: Autovia, B-Rent, Europcar Italia, Locautorent, Sicily by car e Sixt. Tutte sono finite nel mirino dell’Antitrust per aver inserito una o più clausole vessatorie nei confronti dei propri clienti. A conti fatti, le penali introdotte dalle compagnie rischiano di essere più elevate della stessa multa stradale.

    Cambiano gli importi e alcune parole ma, nei fatti, le clausole sono quasi identiche nonostante siano state scritte dagli uffici legali di sei società differenti. C’è chi le chiama “spese di gestione”, “spese amministrative” e chi, con maggior sincerità, “penale”: nel contratto infatti le società di noleggio prevedono che, in caso di infrazione al codice stradale, il cliente debba pagare sia la multa (al Comune che l’ha notificata) sia la gabella alla compagnia. Quanto? Dipende: 

    Autovia chiede 60 euro Iva compresa;
    B-Rent e Sicily by car 50 euro con Iva;
    Europcar distingue persino il tipo di infrazione: 56 per mancato pedaggio autostradale, 45 euro per le infrazioni al Codice della strada, e in entrambi i casi bisogna anche aggiungere l’Iva al 22%;
    Locautorent chiede 40 euro (cui va aggiunta l’Iva);
    Sixt impone il pagamento di 31,97 euro più Iva.

    Nei contratti di noleggio è sempre previsto che eventuali multe commesse dal cliente, nel periodo in cui ha guidato l’auto, debbano essere pagate dal cliente stesso. Le compagnie di noleggio giustificano la “tassa” in vari modi. Ad esempio in alcuni casi, la società deve effettivamente scrivere una comunicazione ufficiale al Comune, per chiedere di notificare la multa al cliente, il che comporta un aggravio di costi. Poi però, ad esempio B-Rent scrive che i 50 euro sono dovuti “in ogni caso, per ogni atto che venga recapitato al locatore”.

    Localautorent ed Europcar fanno rientrare il costo nella categoria “penali”. Secondo le due società la “multa extra” ha l’obiettivo di “scoraggiare il conducente dal tenere uno stile di guida non conforme alle norme vigenti, che può mettere in pericolo l’incolumità propria, dei passeggeri o di terzi”: un potere dissuasivo che però già esercita la multa stradale.

    Curioso anche il caso di Sicily by car, che pretende i 50 euro (più Iva) solo in caso di “omesso tempestivo pagamento” della multa. Insomma: o il cliente paga subito la multa stradale, o deve rassegnarsi alla penale. Ma tra more ed eventuali cartelle esattoriali, le conseguenze di una multa non pagata in realtà sono tutte a carico del cliente, non della compagnia di noleggio: ogni ambiguità è stata eliminata dal decreto Infrastrutture del 2021, che obbliga appunto il cliente a pagare, senza coinvolgere l’agenzia nel caso in cui l’automobilista si rifiuti di farlo o sia irreperibile. Sixt invece motiva la richiesta dei 32 euro più Iva con i costi di gestione “in relazione alle richieste trasmesse dalle autorità o da terzi per l’accertamento dei reati amministrativi”.

    Tutte argomentazioni spazzate via dall’Antitrust. Secondo l’autorità infatti queste clausole sono “ingiustificate” oltre che “di importo manifestamente eccessivo” considerato che le società di noleggio, quando arriva una multa, devono semplicemente comunicare al Comune o alla polizia stradale i dati del cliente che guidava l’auto al momento dell’infrazione. Un’operazione semplice e dai costi molto ridotti, se non nulli quando viene fatta con una semplice Pec.

    Le clausole, sostiene il garante, sono vessatorie perché, come più volte ribadito anche dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, tra compagnia di noleggio e consumatore, è quest’ultimo a trovarsi in una posizione di inferiorità, dovendo “aderire alle condizioni predisposte dal professionista senza poter incidere sul contenuto delle stesse”. Senza contare che le compagnie hanno in mano i dati della nostra carta di credito e, quindi, possono addebitare la penale in tutta facilità.  LEGGI TUTTO