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    Il mistero del passo di Dyatlov: la scienza può spiegare il tragico incidente?

    Ottenuto il codice, i due scienziati avevano ora bisogno di numeri realistici relativamente ai valori di forza e pressione che il corpo umano subisce quando è colpito da una valanga. In questo caso, le informazioni sono state recuperate dall’industria automobilistica.
    “Abbiamo scoperto che negli anni ‘70 General Motors (GM) si procurò 100 cadaveri” racconta Puzrin, “per simulare l’effetto dell’impatto sulla cassa toracica di diversi pesi a diverse velocità”, per vedere cosa sarebbe successo in caso di incidente automobilistico. Quei dati furono poi usati per calibrare l’efficacia delle cinture di sicurezza.
    Alcuni dei cadaveri usati per i test di GM erano stati dotati di supporti rigidi, mentre altri no: una variabile che si rivelò una casualità fortunata per Puzrin e Gaume. Ma torniamo sui pendii del Kholat Saykhl: gli escursionisti del gruppo avevano allestito i letti sugli sci; questo significa che la valanga, che li investì nel sonno, incontrò oggetti particolarmente rigidi, e significa anche quindi che gli esperimenti eseguiti sui cadaveri di GM negli anni ‘70 potevano essere usati per calibrare i modelli di impatto con notevole precisione.
    I modelli a computer dei ricercatori hanno dimostrato che il blocco di 5 metri di neve compressa avrebbe potuto facilmente, in quella particolare situazione, causare la frattura di costole e crani delle persone che stavano dormendo su supporti rigidi. Tali lesioni furono probabilmente gravi, ma non letali, quantomeno non subito, afferma Puzrin.
    Jordy Hendrikx, direttore dello Snow and Avalanche Lab (Laboratorio valanghe e neve, NdT) dell’Università statale del Montana che non è stato coinvolto nell’attuale ricerca, da tempo ipotizzava che una valanga fosse la causa più plausibile dell’incidente del Passo di Dyatlov, ma quello del Kholat Saykhl non era un terreno normalmente soggetto a valanghe. Hendrikx afferma che le simulazioni del team hanno invece ricreato le dinamiche di quella terribile notte in modo molto credibile.
    “La loro simulazione sembra assolutamente verosimile” afferma Hendrikx “è molto interessante vedere come i nuovi sviluppi della scienza relativamente allo studio delle valanghe possa gettare nuova luce su questo enigma storico”.
    È piuttosto sorprendente che una valanga di così ridotte dimensioni possa causare lesioni così gravi, afferma Jim McElwaine, esperto di rischi geologici presso la Durham University in Inghilterra, che non è stato coinvolto nello studio. Egli ipotizza il blocco di neve estremamente compatto per muoversi a una certa velocità e arrivare a causare tali effetti.
    Freddie Wilkinson, uno scalatore professionista e guida che non ha partecipato al lavoro, afferma che è più che plausibile che una lastra del genere, apparentemente innocua, possa invece causare gravi lesioni fisiche: “Ci sono lastre che arrivano ad essere estremamente dure, ed è assolutamente possibile che arrivino a causare ferite traumatiche di questa entità” afferma.
    “Sono assolutamente convinto che quella tragedia sia stata il risultato dei venti e della neve da questi depositata, e del fatto che degli escursionisti si accamparono a ridosso del pendio”, aggiunge Wilkinson “nella mia carriera di scalatore ho fatto più volte questo stesso errore”. Durante una spedizione in Antartide nel 2012 il team di Wilkinson montò le tende all’interno di un cerchio di pareti di neve appositamente realizzate dal team stesso in modo da deflettere il vento. Tornati al campo dopo tre giorni, trovarono due delle tende completamente sepolte.
    La valanga che sembra essersi verificata il 1 febbraio 1959 sul Kholat Saykhl è stato un evento incredibilmente raro. Ma anche gli eventi rari si verificano, ed è possibile che quell’evento si sia verificato in quel punto specifico, in quel momento esatto, proprio in quella notte d’inverno.
    La tempesta perfetta
    Su quello che accadde dopo la valanga si possono fare soltanto delle ipotesi, ma la teoria attualmente più condivisa e che gli escursionisti abbiano tagliato la tenda, ormai sepolta dalla neve, per uscire, scappando in preda al panico e cercando temporaneamente rifugio tra gli alberi, a circa un chilometro e mezzo di distanza più a valle. Tre di loro erano gravemente feriti, ma tutti sono stati trovati fuori dalla tenda, quindi è probabile che chi era in condizioni migliori abbia portato fuori i feriti, nel tentativo di salvarli. “Questa è una storia di coraggio e di amicizia” afferma Puzrin.
    La maggior parte dei nove escursionisti che persero la vita sul Kholat Saykhl morirono per ipotermia, mentre per alcuni è possibile che la morte sia sopraggiunta per le gravi ferite. Il fatto che alcuni membri del team siano stati trovati svestiti rimane enigmatico (lo spogliamento paradossale potrebbe essere una spiegazione), così come le relazioni in cui si riporta che su alcuni dei corpi sono state trovate tracce di radioattività (che potrebbero derivare dal torio presente nelle lampade da campeggio). La mancanza di occhi e lingua in alcune vittime potrebbe essere il semplice risultato dell’azione di animali necrofagi, ma anche questa rimane una questione aperta.
    Questo nuovo studio non cerca di spiegare tutto ciò che accadde nel 1959, e probabilmente il caso del Passo di Dyatlov non si chiuderà mai del tutto, afferma Gaume. Questo studio offre semplicemente un resoconto plausibile degli eventi che portarono alla tragica morte degli escursionisti sul Kholat Saykhl.
    E questo ha la sua importanza, non ultimo perché il mistero che avvolge questa tragedia rimane una grande sofferenza per i parenti delle vittime. In Russia è stato detto anche che questi escursionisti si sono esposti stupidamente a rischi non necessari, che alla fine li hanno uccisi. “Questo in qualche modo sporca la loro memoria” afferma Puzrin, il cui studio mostra che questa inusuale valanga avrebbe sorpreso anche scalatori professionisti con molta più esperienza. I membri del team di Dyatlov, continua Puzrin, erano molto competenti e non avrebbero mai sottovalutato il pericolo che comporta accamparsi su un pendio scosceso.
    Gaume teme tuttavia che la spiegazione da loro fornita sia troppo lineare per essere accettata dall’opinione pubblica. “Le persone non vogliono credere che sia stata una valanga”, afferma “è una spiegazione troppo normale”. Questo inesorabile scetticismo, unito alla natura enigmatica dell’incidente del Passo di Dyatlov, manterranno in vita le teorie complottiste ancora per molto tempo.
    “Per me questa è una storia molto potente, profonda e toccante, perché si tratta di un gruppo di ragazzi partiti per esplorare la natura che non hanno potuto fare ritorno” afferma Wilkinson.
    “Tragedie misteriose come questa sono perfette per dare adito a ipotesi inverosimili perché non sapremo mai con certezza cosa accadde”. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: dopo il vaccino cosa potremo fare in sicurezza?

    Inoltre ci sono ancora molte incognite riguardo all’efficacia dei vaccini contro nuove varianti che non sono ancora state scoperte.
    “Più il virus della COVID circola nella popolazione mondiale, maggiore è il potenziale di generazione di nuove varianti” afferma Leifer. “Non possiamo prevedere quando si presenterà una nuova variante contro la quale il vaccino potrebbe non essere efficace”.
    Il vaccino Novavax, che non è autorizzato all’uso, ha mostrato un notevole calo nell’efficacia — dall’89,3% al 49,4% — contro una variante originariamente rilevata in Sudafrica ma che poi si è diffusa a livello internazionale. Pfizer e Moderna stanno ancora testando l’efficacia dei loro vaccini contro una variante più contagiosa scoperta inizialmente nel Regno Unito.
    Le persone vaccinate devono continuare a indossare la mascherina nei luoghi pubblici?
    Gli esperti sono concordi nel raccomandare a tutti di continuare a indossare la mascherina, almeno per il momento. Oltre al fatto che non è possibile distinguere le persone vaccinate da quelle che non lo sono – un aspetto che potrebbe potenzialmente generare situazioni imbarazzanti e disorientanti – c’è l’aspetto per cui ogni persona può avere una reazione immunitaria differente al vaccino.
    “Su 100 persone vaccinate, ognuna avrà un livello diverso di risposta al vaccino: in alcuni casi il vaccino sarà sufficiente a proteggerle” afferma Leifer, ma non c’è modo di sapere quale tipo di risposta avrà il nostro organismo al vaccino, quindi indossare la mascherina ci fornisce comunque un ulteriore livello di protezione. Non ultima, è ancora aperta la questione di quante tra le persone vaccinate possono comunque trasmettere il virus.
    “Io considero il vaccino come una grossa “toppa” al problema, ma ne abbiamo a disposizione anche altre per proteggerci, afferma Swartzberg. “Il vaccino probabilmente è lo strumento più efficace” ma un altro strumento è la mascherina, e anche Swartzberg ritiene che non dovremmo smettere di indossarla.
    Sarà sicuro viaggiare una volta che sarò vaccinato?
    Per molti di noi sono ormai passati mesi o addirittura anni dall’ultima volta in cui abbiamo potuto incontrare familiari e amici di persona, ma ricevere il vaccino non significa automaticamente tornare a viaggiare in completa sicurezza.
    “Penso che a questo proposito conti molto lo stato d’animo di ognuno, ma è necessario che la gente sappia che al momento non possiamo prevedere quando sorgeranno nuove varianti del virus, dove si verificheranno e se la protezione del vaccino sarà efficace contro di esse” afferma Leifer, “il vaccino non è una sorta di scudo magico di protezione totale, non dobbiamo sentirci inattaccabili”.
    Swartzberg afferma che se da un lato probabilmente si sentirà più sicuro e tranquillo nel socializzare con piccoli gruppi di individui vaccinati, il tema dei viaggi è molto diverso: “Non si può sapere chi sono gli utenti dell’aeroporto o i passeggeri dell’aereo… quindi penso che passerà un bel po’ di tempo prima che mi senta sicuro nel pensare che negli aeroporti e sugli aerei la maggior parte delle persone saranno vaccinate”.
    Quanto tempo ci vorrà perché il numero di persone vaccinate sia sufficiente a tornare alla normalità?
    Il mondo “facile” del 2019 può sembrare un lontano ricordo, ma con le campagne vaccinali in atto, un prudente e graduale ritorno alla normalità – andare al ristorante, a scuola, passare una serata con gli amici – sembra sempre più a portata di mano.
    I ricercatori affermano che per ottenere l’immunità di gregge a livello nazionale è necessario che sia vaccinato il 75-80% della popolazione. Lungo la strada verso l’immunità di gregge ci saranno graduali segni di ritorno alla normalità. Swartzberg afferma che la diminuzione del numero di nuovi casi lo fa sentire più al sicuro, riducendo la probabilità di essere esposto al virus.
    “Io credo che ci sarà una sorta di fase di transizione verso la normalità pre-pandemica” afferma Moss. Il primo passo è ridurre i casi, le ospedalizzazioni e i decessi attraverso la vaccinazione, in modo da poter implementare in modo efficace il tracciamento dei contatti. “Il tracciamento dei contatti è una strategia che si è già provato a mettere in atto, ma finora il numero dei casi è stato così elevato in tutti gli Stati Uniti da renderlo impossibile” spiega.
    Leifer è fiduciosa del fatto che la campagna vaccinale potrà accelerare i tempi attraverso piani di produzione e distribuzione creativa. “Secondo me potremmo arrivare a buon punto entro la fine dell’estate, così che gli studenti potranno tornare a scuola” dichiara.
    Il vaccino non è una panacea, ma ci fornisce un modo per ridurre i rischi e poter riabbracciare presto i nostri cari.
    “Ormai sono passati 10 mesi da quando ho abbracciato l’ultima volta i miei figli e i miei nipoti” afferma Swartzberg, “e sta pian piano diventando un’esigenza sempre più impellente poterlo fare di nuovo”.  LEGGI TUTTO

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    Ecolocalizzazione: come funziona il sonar della natura?

    Onde sonore marine
    L’ecolocalizzazione è un meccanismo percettivo adatto all’oceano, dove la velocità di propagazione del suono è cinque volte più veloce rispetto all’aria.
    I delfini e altri odontoceti, come il beluga, ecolocalizzano attraverso un organo specifico composto da un denso osso concavo e da una sacca aerea (dorsal bursae), situato nella parte superiore della testa, vicino allo sfiatatoio.
    In questa parte della testa è presente un deposito adiposo chiamato melone che riduce l’impedenza acustica, o resistenza alle onde sonore, tra il corpo del delfino e l’acqua, rendendo il suono più chiaro, afferma Wu-Jung Lee, oceanografo senior presso l’Applied Physics Laboratory (Laboratorio di fisica applicata, NdT) dell’Università di Washington.
    Un ulteriore deposito adiposo, che si estende dalla mandibola inferiore fino all’orecchio del cetaceo, decodifica l’eco di ritorno dalla preda, identificandola ad esempio come un pesce o un calamaro.
    La focena, preda preferita delle orche, emette dei segnali di ecolocalizzazione ad alta frequenza estremamente veloci che i suoi predatori non riescono a udire e che le permettono di rimanere in incognito.
    Le emissioni sonore di ecolocalizzazione della maggior parte dei mammiferi marini hanno una frequenza troppo alta per essere udite dall’uomo, ad eccezione di capodogli, orche e alcune specie di delfini, aggiunge Lee.
    Orientarsi con il suono
    Oltre alla caccia e alla difesa personale, alcuni animali ricorrono all’ecolocalizzazione per orientarsi nel proprio habitat.
    Ad esempio, il serotino bruno, diffuso nel continente americano, utilizza il proprio sonar per farsi strada in ambienti rumorosi come le foreste in cui sono presenti molti altri suoni animali.
    Il delfino delle Amazzoni probabilmente usa l’ecolocalizzazione per muoversi tra i rami di alberi e altri ostacoli portati dalle piene stagionali, afferma Lee.
    La maggior parte degli esseri umani che ricorrono all’ecolocalizzazione sono ciechi o ipovedenti e usano questa capacità per riuscire a svolgere le proprie attività quotidiane. Emettono clic, con la lingua o con un oggetto, per esempio un bastone, e si orientano grazie agli echi di ritorno. Le scansioni del cervello di esseri umani che utilizzano questo sistema percettivo mostrano che la parte del cervello impiegata in questo processo è quella che generalmente elabora le informazioni visive.
    “Al cervello non piacciono gli spazi non sviluppati”, afferma Allen, quindi “è troppo dispendioso in termini metabolici mantenere” l’ecolocalizzazione in persone che non ne hanno bisogno.
    Nonostante questo, l’essere umano è straordinariamente adattivo, e la ricerca mostra che, con pazienza, possiamo imparare a usare l’ecolocalizzazione. LEGGI TUTTO