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    Il coronavirus può danneggiare i cinque sensi

    “Sentivo solo i suoni ad alto volume, e comunque con l’effetto della voce dell’insegnante di Charlie Brown”, racconta Goldsmith, ora 35enne, riferendosi ai rumori indefiniti tipici della maestra del famoso cartone.Inoltre Goldsmith sentiva un suono continuo nell’orecchio, che si è poi rivelato essere un acufene. Dopo essere completamente guarito dall’infezione ed essere tornato a casa a Bergenfield, nel New Jersey, l’analista di sicurezza informatica e padre di due figli è passato da un medico all’altro, cercando di risolvere i propri problemi uditivi. Ha provato diverse terapie farmacologiche, ma nessuna funzionava.

    Normalmente diamo per scontati i nostri sensi, finché non abbiamo problemi a uno di essi. E questa è una condizione che molte persone che hanno contratto il COVID-19 hanno scoperto, perdendo improvvisamente l’olfatto e il gusto. Più recentemente, tuttavia, è diventato evidente che l’infezione da COVID-19 può colpire anche vista, udito e tatto.

    Questo virus può influenzare tutti i sensi che abbiamo per percepire e interagire con il mondo, nel breve e nel lungo termine.

    Seppure non siano condizioni che mettono in pericolo la vita “è disarmante perdere uno dei sensi, specialmente nel modo improvviso in cui accade nel contesto di questa infezione”, afferma Jennifer Frontera, professoressa di neurologia presso la Scuola di Medicina Grossman dell’Università di New York (NYU). 

    Calo dell’udito 

    Proprio come Goldsmith, molte altre persone che sono guarite dal COVID-19 hanno continuato ad avere una qualche forma di ipoacusia. Nel numero di marzo della rivista International Journal of Audiology, i ricercatori hanno sottoposto a revisione delle pubblicazioni di studi di caso e altre relazioni sui sintomi del COVID-19, stimando che un calo dell’udito si è verificato nell’8% circa dei pazienti malati di COVID, mentre il 15% circa hanno sviluppato una forma di acufene.

    I meccanismi per cui questo accade non sono completamente chiari, ma gli esperti sospettano che la malattia potrebbe influenzare la tuba di Eustachio, che collega l’orecchio medio alla faringe. “Qualsiasi infezione virale può comportare una disfunzione della tuba di Eustachio, che può portare a un accumulo di liquidi nell’orecchio medio, e questo agisce da smorzatore meccanico sul timpano”, spiega Elias Michaelides, professore associato di otorinolaringoiatria presso il Rush University Medical Center di Chicago.

    Una volta che il soggetto è guarito dalla malattia, la tuba di Eustachio si svuota e l’udito torna alla normalità nella maggior parte dei casi, nonostante possano essere necessarie anche un paio di settimane, continua Michaelides. Nel frattempo, l’uso di un decongestionante orale e di uno spray nasale steroideo può aiutare ad accelerare il drenaggio, afferma.

    Ma se il virus danneggia i neuroni sensoriali dell’orecchio interno o della coclea, si può verificare un’improvvisa perdita dell’udito, che può anche essere permanente. Non è chiaro come si verifichi esattamente questo danneggiamento del nervo, anche se potrebbe avere a che fare con la capacità del COVID-19 di innescare una serie di effetti infiammatori in cascata e il danneggiamento dei piccoli vasi sanguigni.

    L’udito del suo orecchio sinistro non migliorava, nonostante fosse completamente guarito e nonostante le tante terapie seguite, quindi Goldsmith si rivolse a J. Thomas Roland Jr., direttore del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il centro medico NYU Langone Health. Roland gli disse che era un buon candidato per un impianto cocleare, un piccolo dispositivo elettronico che stimola direttamente il nervo uditivo e genera segnali che il cervello registra come suoni.

    “L’orecchio interno è un organo molto delicato e molto vulnerabile ai problemi microvascolari e alle infiammazioni, quindi non mi sorprende che gli ammalati di COVID abbiano avuto problemi di udito o di acufeni”, afferma Roland.

    A settembre 2020, Goldsmith si è sottoposto all’intervento chirurgico per l’impianto di un apparecchio cocleare nell’orecchio sinistro. E dice di aver notato subito un’enorme differenza. “Ora dall’orecchio sinistro ho un riconoscimento dell’80% delle singole parole, percentuale che aumenta nel caso di frasi intere”. E quando il dispositivo è acceso, il suo acufene scompare completamente. “Avrei preferito non averne bisogno”, afferma Goldsmith, “ma sono contento di avere avuto questa possibilità”.

    Vista annebbiata

    Altre persone che hanno avuto il COVID-19 hanno riportato problemi alla vista. Uno studio pubblicato l’anno scorso su BMJ Open Ophthalmology affermava che sensibilità alla luce, occhi irritati e vista annebbiata sono tra i più comuni disturbi della vista lamentati dai pazienti. E in uno studio svolto su 400 pazienti di COVID-19 che sono stati ricoverati, i ricercatori hanno rilevato che il 10% aveva problemi alla vista, incluse congiuntivite, alterazioni della vista e irritazione degli occhi.

    “C’è indubbiamente un carico virale negli occhi che provoca dei sintomi, ma ciò non significa che causi necessariamente patologie oculari di lunga durata”, afferma il coautore dello studio Shahzad I. Mian, professore di Oftalmologia e Scienze della vista presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Michigan.

    Eppure, alcuni medici stanno rilevando che il virus SARS-CoV-2 può aumentare il rischio di coaguli sanguigni in tutto l’organismo, compresi i vasi sanguigni della retina, dove possono causare vista appannata e anche un certo grado di perdita della vista, spiega Julia A. Haller, oftalmologo capo presso il Wills Eye Hospital di Philadelphia.

    Chi si accorge di qualche cambiamento nella vista che possa essere correlato al COVID-19 deve farsi visitare il prima possibile da un oftalmologo, affermano gli esperti. “A seconda dell’entità del danno arrecato, alcune forme di perdita della vista sono curabili con i farmaci”, afferma Haller.

    Formicolio e intorpidimento

    Anche il tatto potrebbe essere influenzato dall’infezione da COVID-19, in quanto la malattia ha dimostrato di poter causare anche sintomi neurologici persistenti.

    In uno studio pubblicato a maggio 2021, i ricercatori hanno esaminato 100 persone che non sono state ospedalizzate per il COVID-19 ma che avevano dei sintomi in corso. È stato rilevato che il 60% di loro riportava formicolio o intorpidimento, da sei a nove mesi dopo il primo manifestarsi della malattia. In alcuni casi questi sintomi erano diffusi in più parti del corpo, in altri invece localizzati e limitati a mani e piedi.

    Le dinamiche esatte che stanno dietro alla persistenza di certi sintomi non sono ancora del tutto chiare, ma molto probabilmente sono correlate all’infiammazione e all’infezione locali causate dal virus del COVID-19 nei nervi, spiega Igor Koralnik, professore di neurologia presso la Northwestern Feinberg School of Medicine e a capo del reparto di malattie da neuro-infezione e neurologia globale del Northwestern Memorial Hospital di Chicago.

    “Nella maggior parte dei casi [il formicolio e/o l’intorpidimento] col tempo scompaiono”, afferma, “ognuno ha i propri tempi”. E in alcuni casi, il formicolio e altri sintomi di neuropatia possono essere curati con farmaci come il gabapentin, usato per prevenire le crisi epilettiche e alleviare il dolore neuropatico.

    Perdita di olfatto e gusto

    Forse l’effetto più riconoscibile che il COVID-19 ha sui sensi è il doppio sintomo di perdita di olfatto e gusto. Elizabeth DeFranco, informatrice scientifica di Cleveland, Ohio, si è accorta di entrambi i cambiamenti sensoriali poco dopo aver sviluppato una forma lieve di infezione da COVID-19 a giugno 2020.

    “Stavo mangiando delle patatine condite con sale e aceto, e non sentivo alcun sapore”, racconta DeFranco, 58 anni. Poi si è accorta di non percepire nemmeno gli odori. Questa sua condizione persiste ancora oggi, nonostante ogni tanto senta una folata di qualcosa che sembra l’odore dell’erba appena tagliata.

    I casi di perdita di olfatto causata da infezione virale esistevano anche prima del COVID-19, ma la percentuale di persone affette da disfunzione o perdita olfattiva è molto più alta con questo virus rispetto ad altri tipi di infezioni, affermano gli esperti. Quando chi è stato contagiato con il COVID-19 perde l’olfatto – una condizione chiamata anosmia – lo perde su tutti i livelli, non in relazione a un solo tipo di odori.

    In generale, esistono due tipi principali di perdita dell’olfatto: l’anosmia conduttiva, che si verifica quando la congestione o l’ostruzione nasale impedisce alle molecole degli odori di attraversare la cavità nasale; e l’anosmia sensorineurale, che prevede il danneggiamento o la disfunzione dei neuroni olfattivi, che sembra essere ciò che accade nel caso del COVID-19.

    “Con il COVID-19, la maggior parte delle persone non presenta molti sintomi nasali, eppure la perdita dell’olfatto può essere piuttosto grave”, afferma Justin Turner, professore associato di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Vanderbilt University Medical Center e direttore del Vanderbilt Smell and Taste Center. “Crediamo che questo derivi dal danneggiamento delle cellule sustentacolari che si trovano nella parte alta del naso e sono particolarmente vulnerabili all’infezione causata dal virus”.

    Quando si guarisce dal COVID-19, le cellule rigenerative possono entrare in azione e generare nuovi neuroni funzionali, spiega Turner. Questo consente alla maggior parte delle persone di riacquistare il senso dell’olfatto da sei a otto settimane dopo l’infezione, ma purtroppo questo non capita proprio a tutti. A quel punto, il medico può prescrivere degli steroidi sistemici o topici e a volte terapie di ricondizionamento dell’olfatto, che prevedono l’esposizione ripetuta a oli essenziali di diverse profumazioni. È l’equivalente della fisioterapia, ma per l’olfatto.

    “Essenzialmente si tratta di esporre il sistema olfattivo a questi odori e aiutare il cervello a formare nuove connessioni”, spiega Turner. “Una volta che il danno [ai neuroni] è stato fatto, si fa appello alla capacità rigenerativa del sistema olfattivo per aiutare i soggetti a riacquisire l’olfatto”.

    La perdita del gusto solitamente va di pari passo alla perdita dell’olfatto, afferma Michael Benninger, professore e responsabile del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Cleveland Clinic Lerner College of Medicine.

    “Non si tratta però di soggetti che hanno veramente perso il gusto [a causa dell’infezione da COVID-19]. Quando le persone dicono di aver perso il senso del gusto, in realtà hanno un senso molto attenuato”, ovvero, è la loro capacità di distinguere tra diversi sapori che va persa. “Se il senso dell’olfatto ritorna, ritorna anche il gusto”, afferma Benninger.

    Da quando è guarita dal COVID-19, DeFranco ha provato varie strade, tra cui farmaci steroidei, antibiotici, crioterapia, terapia craniosacrale, integratori, rimedi omeopatici e l’allenamento olfattivo. Nessuna di queste ha risolto il problema. Così ha cercato di compensare queste limitazioni, per tutelare la propria sicurezza: ha installato degli ulteriori rilevatori di fumo in casa, perché in caso di formazione di fumo non se ne accorgerebbe. Butta tutti i cibi scaduti e spesso il suo vicino verifica ciò che ha in frigo per accertarsi che non ci sia del cibo andato a male.

    Ma la parte peggiore è questa: “È molto deprimente pensare che questa anosmia potrebbe durare per sempre. Non provo nessun piacere nel mangiare”, afferma. “Potrei non poter mai più apprezzare il sapore del vino o della cioccolata, o il profumo del barbecue o dei biscotti appena sfornati, o l’aria salmastra dell’oceano. È una condizione che non si può capire se non la si prova sulla propria pelle”. LEGGI TUTTO

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    La bellezza nascosta delle piante che alimentano il mondo

    Ma l’agricoltura moderna comporta un enorme costo in termini ambientali. Le colture come mais e soia spesso vengono coltivate in grandi terreni a monocoltura con fertilizzanti e pesticidi prodotti con combustibili fossili. Le pratiche di taglio e bruciatura (il cosiddetto debbio) possono decimare le foreste che stoccano il carbonio e immettere quantità eccessive di biossido di carbonio nell’atmosfera.L’aratura dei terreni distrugge le reti fungine che tengono unito il terriccio, disperdendo riserve d’acqua già ridotte dalla siccità e contribuendo all’erosione. E questi sono solo alcuni dei modi in cui i nostri sistemi alimentari sono legati al cambiamento climatico. Recenti stime valutano la quota complessiva delle emissioni di gas serra derivante dall’agricoltura a oltre il 30%.

    Per aiutare a mitigare questo problema, il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari, tenutosi in modalità virtuale il 23 settembre, ha evidenziato soluzioni sostenibili per l’agricoltura. L’obiettivo dell’evento: “Tutti gli abitanti di tutti i Paesi devono adoperarsi e collaborare al fine di trasformare il modo in cui il mondo produce, consuma e concepisce il cibo”.

    Nell’ambito di un’evoluzione verso un’agricoltura più sostenibile, sempre più produttori alimentari e investitori stanno adottando metodi avanzati e anche pratiche antiche, rientranti nella cosiddetta agricoltura rigenerativa. Queste pratiche — come ad esempio promuovere la diversità genetica delle piante e la piantagione di “colture di copertura”, che catturano l’azoto presente nell’atmosfera e lo stoccano nel suolo — possono contribuire a migliorare lo stato di salute del terreno e a restituire più carbonio alla terra.

    In qualità di insegnante, fotografo e amante della natura in ogni sua forma, mi piace esplorare gli affascinanti collegamenti tra le piante alimentari dalle quali dipendiamo, gli aspetti climatici che le minacciano e le relative possibili soluzioni. Usando un microscopio elettronico a scansione per scoprire i più piccoli dettagli, vado in cerca degli aspetti più emozionanti e sconosciuti per aiutare le persone a capire meglio le cause dell’attuale dissesto ecologico e incoraggiarle a invertirne la rotta. LEGGI TUTTO