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    Si comincia a costruire la nuova rete di radiotelescopi più grande del mondo

    Oggi, 5 dicembre, in Australia e in Sudafrica comincia ufficialmente la costruzione dello Square Kilometre Array, una nuova rete di radiotelescopi per lo studio dello Spazio che sarà la più grande del mondo. Il progetto della rete è nato nel 1993 da una collaborazione internazionale che oggi riunisce 15 paesi tra cui l’Italia. Quando sarà completata, nel 2028 secondo i programmi, permetterà di captare segnali radio cosmici provenienti da fonti distanti miliardi di anni luce dalla Terra, compresi quelli emessi nelle prime centinaia di milioni di anni successive al Big Bang.Lo Square Kilometre Array (SKA) sarà usato per indagare su alcune delle più grandi questioni aperte dell’astrofisica, come la storia dell’idrogeno, l’elemento più abbondante nell’Universo. Permetterà inoltre di studiare i cosiddetti lampi radio veloci (fast radio burst, FRB), impulsi radio ad alta energia della durata di pochi millesimi di secondo provenienti dallo Spazio, di cui non si conosce ancora l’origine. Potrà essere usato anche per ricevere eventuali segnali di vita extraterrestre.In generale i radiotelescopi sono grandi antenne che, a differenza dei classici telescopi ottici che permettono di osservare la luce visibile, utilizzano delle parabole per rilevare le onde radio, cioè radiazioni di frequenza molto più bassa, che sono emesse dalle cose che ci sono nello Spazio. Il loro utilizzo consente di osservare cose accadute molto tempo fa a distanze enormi, tali da richiedere alla luce viaggi di decine, centinaia e a volte migliaia di anni (le distanze nello Spazio si misurano per questo in anni luce). Dato che più sono grandi le parabole più precise possono essere le osservazioni, usando reti di radiotelescopi distribuiti in diverse parti della Terra si possono raccogliere più informazioni. È stata una rete di radiotelescopi, per esempio, a consentirci di ottenere la prima immagine del buco nero al centro della nostra galassia.Lo Square Kilometre Array (che vuol dire letteralmente “Matrice di un chilometro quadrato”) si chiamerà così perché complessivamente permetterà di raccogliere dati su una superficie ampia più di un chilometro quadrato. Non lo farà con un’unica immensa parabola, ma con una rete di centinaia di parabole di 15 metri di diametro, adatte a rilevare le radiazioni ad alta frequenza (fino a 25 gigahertz), e di migliaia di telescopi di tipo “aperture array”, che sono fatti di un gran numero di piccole antenne fisse al suolo, simili a piccoli abeti, più adatte per le medie e basse frequenze (da 50 megahertz).Queste piccole antenne sono peraltro state progettate dall’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) italiano, in collaborazione con le Università di Bologna, Firenze e Ferrara e l’Istituto di elettronica e di ingegneria dell’informazione e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IEIIT). Alcuni prototipi prodotti in Italia si trovano già nella regione di Murchison, nell’Australia Occidentale.Prototipi delle piccole antenne progettate in Italia visti da vicino, al Murchison Radio-astronomy Observatory in Australia Occidentale (ICRAR-Curtin)I telescopi saranno distribuiti seguendo schemi a spirale, non solo in Sudafrica e in Australia, dove sarà la maggior parte delle infrastrutture, ma anche in altri paesi africani. In particolare le parabole per le alte frequenze saranno costruite in Africa, principalmente nella regione sudafricana di Karoo, mentre le antenne per le basse frequenze verranno installate sia in Australia che in Africa, in aree dove si trovano già infrastrutture per l’astronomia. Inizialmente le parabole saranno poco meno di 200 e le antenne circa 131mila.I segnali radio ricevuti dai diversi radiotelescopi saranno combinati insieme da una rete di computer tenendo conto della distanza fisica tra i ricevitori e la differenza di tempo tra l’arrivo dei segnali a ciascuno di essi. In questo modo per gli astronomi sarà come avere a disposizione un radiotelescopio con una dimensione pari alla massima distanza tra i piccoli radiotelescopi della matrice.After 1.5 years of global procurement and construction activities around the world, today we enter a new era by officially marking the start of #SKAconstruction on site in Australia 🇦🇺 and South Africa 🇿🇦! Watch our film 🎥 pic.twitter.com/l7a2OrxebS— SKA Observatory (@SKAO) December 5, 2022Secondo le previsioni, la costruzione della rete di radiotelescopi costerà in tutto 2 miliardi di euro. Nel 2024 dovrebbe cominciare a lavorare una prima parte della rete, che nel 2028 sarà operativa con mezzo chilometro quadrato ricevente. Per completare il progetto si sta cercando la collaborazione di altri paesi che aiutino con i finanziamenti.– Leggi anche: Se gli extraterrestri esistono, perché non si fanno vivi? LEGGI TUTTO

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    Weekly Beasts

    Tra le foto degli animali fotografati nei giorni scorsi è arrivato l’inverno, con questa immagine di un macaco giapponese femmina sotto la neve con il suo cucciolo e altri macachi allo zoo del Minnesota; ma è arrivata pure l’attesa del Natale, con calendari e decorazioni negli zoo, che nel caso dello zoo di Berlino si mischiano a quelle per il quarto compleanno di Hertha, una femmina di orso polare. E poi un allocco, una volpe artica, leoni recuperati dall’Ucraina e il cane del primo ministro greco, tra gli altri..single-post-new article figure.split-gal-el .photo-container .arrow::after{content:’LE ALTRE FOTO’} #gallery-5{margin:auto}#gallery-5 .gallery-item{float:left;margin-top:10px;text-align:center;width:16%}#gallery-5
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    Perché andarci cauti sul nuovo farmaco contro l’Alzheimer

    Il lecanemab, un nuovo farmaco sperimentale contro il morbo di Alzheimer, ha fatto registrare risultati incoraggianti nel trattare la malattia, secondo gli attesi risultati di un test clinico da poco presentati da Eisai e Biogen, le due aziende che lo hanno sviluppato. Il farmaco sembra abbia rallentato l’evoluzione dei problemi cognitivi dei pazienti nelle prime fasi della malattia, ma ha anche comportato effetti avversi come accumulo di fluidi nel cervello ed emorragia cerebrale. I risultati sono stati comunicati con toni molto positivi dalle due aziende, ma numerosi esperti invitano alla cautela e ricordano che saranno necessari ulteriori approfondimenti sull’efficacia e la sicurezza del lecanemab.Attualmente i farmaci disponibili cercano di trattare i sintomi dell’Alzheimer, ma non sono molto efficaci contro la malattia, soprattutto nelle sue forme più avanzate. Per questo da tempo vari gruppi di ricerca sono al lavoro per provare a intervenire sulle cause della malattia – che non sono però ancora completamente chiare – per farla progredire più lentamente.Le ricerche si sono concentrate sulla betamiloide, una proteina che causa un accumulo di placche nei neuroni (le cellule del cervello) rendendoli via via meno reattivi e funzionali. Questa proteina è sospettata di essere una, se non la principale, causa dell’Alzheimer, ma tenerla sotto controllo è molto difficile e ci sono ancora dubbi sul suo ruolo nella malattia. I farmaci come il lecanemab non hanno quindi l’obiettivo di curare l’Alzheimer né di ridurre gli effetti che si sono ormai manifestati, per esempio con un perdita notevole delle capacità cognitive di una persona malata.Un rapporto sullo studio clinico del nuovo principio attivo è stato pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, con informazioni sui dati raccolti in 18 mesi di sperimentazione. Secondo gli autori, la somministrazione del farmaco ha comportato un «minore declino nelle misurazioni delle capacità cognitive e funzionali» rispetto ai partecipanti che avevano ricevuto un farmaco che non fa nulla (placebo).La sperimentazione ha riguardato 1.800 persone con sintomi lievi di Alzheimer, in modo da verificare l’efficacia del trattamento nelle prime fasi della malattia. Il gruppo di ricerca ha segnalato che i pazienti che avevano ricevuto il lecanemab avevano fatto rilevare un declino delle capacità cognitive del 27 per cento più lento rispetto ai pazienti con placebo; nella scala per valutare l’andamento delle capacità cognitive equivale a circa 0,45 punti su 18 complessivi.È la prima volta in cui una sperimentazione clinica con un farmaco contro la betamiloide indica un rallentamento del declino cognitivo: la riduzione è però poco marcata e di conseguenza medici ed esperti si chiedono se possa essere sufficiente per essere notata dai pazienti e dai loro cari. La differenza rispetto al placebo non è inoltre molto significativa, di conseguenza ci si chiede se trattamenti di questo tipo, che possono costare decine di migliaia di dollari, portino a benefici significativi dal punto di vista clinico.Nella valutazione dei benefici del farmaco deve essere inoltre compresa un’analisi del rischio di eventuali effetti avversi. Nel rapporto da poco pubblicato sono segnalati sei decessi tra le 898 persone che avevano ricevuto il lecanemab e sette morti tra i pazienti che invece avevano ricevuto un placebo. Nessun decesso è stato considerato riconducibile alla somministrazione del lecanemab o a episodi di emorragia o edema cerebrale, che può verificarsi con i farmaci che intervengono sulla betamiloide.Negli ultimi mesi tra gli addetti ai lavori si era però parlato molto del lecanemab in seguito alla notizia della morte di due pazienti per edema ed emorragia cerebrale. Entrambi i decessi erano avvenuti al di fuori del periodo di 18 mesi della sperimentazione clinica e per questo non sono inseriti nel rapporto da poco pubblicato. Non è inoltre noto se le persone coinvolte avessero assunto il farmaco vero e proprio o il placebo durante la sperimentazione, anche se allo scadere dei 18 mesi avevano entrambe scelto di ricevere il farmaco vero e proprio, partecipando a un’estensione dello studio clinico (una pratica che si fa spesso per raccogliere maggiori dati sulla efficacia e la sicurezza di un trattamento).Una delle due persone decedute era un uomo ultra ottantenne che assumeva da tempo anticoagulanti per fluidificare il sangue per tenere sotto controllo alcuni problemi cardiaci. Prima della morte si era infortunato in seguito a varie cadute e aveva avuto un attacco ischemico transitorio (TIA, un ictus di intensità e durata modesta) poco prima di morire. L’altra paziente era una donna di 65 anni che aveva avuto un ictus trattato con anticoagulanti, prima di avere una forte emorragia cerebrale che ne aveva poi causato la morte. Secondo l’autopsia, il lecanemab aveva probabilmente indebolito alcuni vasi sanguigni che non avevano poi retto alla terapia anticoagulante.Eisai aveva diffuso un comunicato citando alcune analisi condotte sulla storia clinica dei due pazienti, concludendo che le morti non potessero essere attribuite all’assunzione di lecanemab, conclusioni che sono state accolte con perplessità da vari esperti. Nel test clinico, il 13 per cento dei pazienti trattati con lecanemab aveva avuto edemi cerebrali lievi o moderati a seconda dei casi, rispetto al 2 per cento tra chi aveva assunto il placebo. Nella maggior parte dei casi gli edemi non avevano comunque portato a particolari sintomi e si erano risolti dopo qualche mese. L’emorragia cerebrale aveva invece interessato il 17 per cento dei pazienti, rispetto al 9 per cento di chi aveva ricevuto il placebo.Gli eventi avversi più gravi avevano interessato il 14 per cento dei pazienti con lecanemab e l’11 per cento nel gruppo del placebo. Poco meno del 7 per cento dei partecipanti alla sperimentazione con il farmaco vero e proprio aveva abbandonato il test a causa degli effetti avversi, circa il doppio rispetto ai pazienti cui era stato somministrato il placebo. Dopo l’infusione intravenosa, che viene effettuata ogni due settimane, alcuni pazienti avevano segnalato sintomi simili a quelli influenzali, diminuiti nel corso del trattamento con le infusioni successive.A inizio 2023 la Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale statunitense che si occupa di farmaci, dovrà decidere se concedere un percorso di approvazione accelerato per il lecanemab, in modo da renderlo disponibile velocemente ai pazienti. In questo caso Eisai e Biogen dovranno procedere con ulteriori test clinici per dimostrare i benefici del farmaco, in modo da ricevere le autorizzazioni necessarie.Il processo di approvazione potrebbe essere simile a quello dell’aducanumab (il cui nome commerciale è Aduhelm), approvato dalla FDA nel giugno del 2021 e che non ha portato ai risultati sperati. Già all’epoca l’approvazione era stata accompagnata da molti dubbi sulla sua efficacia e sulle stesse modalità con cui era stato approvato, nonostante la mancanza di elementi convincenti su efficacia e rischi. A un anno e mezzo dalla sua approvazione, l’aducanumab è poco impiegato e potrebbe finire nella lunga lista di farmaci sviluppati con enormi investimenti e che hanno poi portato a risultati deludenti.Le principali aziende farmaceutiche investono ogni anno l’equivalente di centinaia di milioni di euro per sviluppare e testare nuove molecole, alla ricerca dei candidati più promettenti per ottenere farmaci di nuova generazione efficaci contro l’Alzheimer. In 20 anni di ricerca, nonostante le numerose innovazioni e la disponibilità di nuove scoperte, non sono emersi farmaci che abbiano costituito un punto di svolta per tenere sotto controllo la malattia, che si manifesta solitamente dopo i 65 anni con sintomi precoci come l’incapacità di ricordare eventi recenti. I sintomi peggiorano con l’avanzare dell’età, con disorientamento, cambi d’umore repentini, depressione e una crescente difficoltà nel ricordare. LEGGI TUTTO

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    Weekly Beasts di sabato 26 novembre 2022

    Tra le foto di animali migliori di questa settimana ce ne sono due in particolare che hanno dietro una storia. La prima è quella di uno dei due tacchini che come ogni anno per la Festa del Ringraziamento vengono “graziati” dal presidente degli Stati Uniti: è una tradizione che è diventata ufficiale con George H.W. Bush e da allora si è svolta sempre (qui un ripasso della storia e una gallery di presidenti che “graziano” tacchini). La seconda è decisamente più triste e riguarda la morte di Tuan Tuan, uno di due panda che erano stati donati quattordici anni fa dalla Cina a Taiwan (un esempio della cosiddetta “diplomazia del panda”, la pratica del governo cinese di prestare panda agli zoo di paesi stranieri per avviare o migliorare le relazioni diplomatiche). Lo zoo di Taiwan sospettava che il panda, che aveva 18 anni e soffriva da mesi di crisi epilettiche, avesse un tumore al cervello. I veterinari hanno deciso di praticare l’eutanasia dopo aver constatato che le sue condizioni erano irreversibili e incompatibili con una qualità di vita accettabile..single-post-new article figure.split-gal-el .photo-container .arrow::after{content:’LE ALTRE FOTO’} #gallery-5{margin:auto}#gallery-5 .gallery-item{float:left;margin-top:10px;text-align:center;width:14%}#gallery-5
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    È difficile sapere dove finisce tutta la plastica

    Caricamento playerIn meno di un secolo dalla sua diffusione, la plastica è diventata uno dei materiali più diffusi e utilizzati al mondo. Pratica ed economica, ha cambiato il nostro rapporto con gli oggetti, rendendo normale e accettato il concetto di “usa e getta”, e ha aperto grandi opportunità nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali in moltissimi ambiti, da modi più efficienti per conservare il cibo ai dispositivi per curare le persone. Questi enormi benefici non sono stati però privi di costi e il più grande di tutti riguarda l’ambiente: la plastica è talmente diffusa e utilizzata da avere colonizzato praticamente qualsiasi ecosistema, diventando un problema sempre più grande e urgente da affrontare.Dopo decenni di promesse mancate e impegni non mantenuti da parte di numerosi governi e istituzioni, quel senso di urgenza potrebbe infine trasformarsi in un trattato internazionale vincolante per ridurre l’inquinamento che deriva dalla plastica. Alla fine di novembre in Uruguay si terrà la prima riunione del comitato intergovernativo delle Nazioni Unite che ha il compito di gestire i negoziati per definire i termini del trattato, dopo che lo scorso marzo 175 paesi avevano sottoscritto a Nairobi, in Kenya, un impegno per l’adozione di un documento internazionale sul tema. Dopo l’Uruguay ci saranno altri incontri nel corso del 2023, con l’obiettivo di completare il lavoro entro il 2024.Attraverso i negoziati, i governi dovranno formalizzare regole per rendere il più possibile tracciabile il ciclo della plastica, dalla provenienza delle materie prime per produrla, come il petrolio (compresi i pozzi da cui viene estratto), ai prodotti finiti e alla loro trasformazione in rifiuti. Ogni paese si dovrà inoltre impegnare a livello regionale, nazionale e internazionale con iniziative per prevenire l’inquinamento derivante dalla plastica ed eliminare quello ormai esistente. E di rifiuti plastici ce ne sono davvero tantissimi.Si stima che la quantità di plastica non riciclata prodotta tra il 1950 e il 2017 equivalga a oltre 9 miliardi di tonnellate: circa la metà è stata prodotta dall’inizio di questo secolo e meno di un terzo è ancora oggi in uso. Ciò che è diventato rifiuto è finito per l’80 per cento nelle discariche o disperso nell’ambiente, andando a inquinare il suolo, i corsi d’acqua e gli oceani. Agli attuali ritmi, la quantità di rifiuti di plastica potrebbe triplicare entro il 2060, mentre le emissioni di anidride carbonica derivanti dall’intero ciclo di vita della plastica potrebbero raddoppiare nei prossimi 40 anni, secondo le stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD).Rifiuti di plastica estratti dal fiume Citarum, in Indonesia (Ed Wray/Getty Images)Quando pensiamo ai rifiuti di plastica ci vengono in mente soprattutto le bottiglie per l’acqua e le bibite, i flaconi di saponi e detersivi o ancora gli involucri che proteggono gli alimenti confezionati. In realtà la plastica è presente in una quantità enorme di prodotti, dai cosmetici ai fertilizzanti passando per i detersivi stessi. Non esiste inoltre un solo tipo di plastica: dagli anni Cinquanta sono state sviluppate decine di molecole di vario tipo, con caratteristiche diverse e con uno specifico impatto sull’ambiente. Sappiamo che esistono, ma oggi non sappiamo di preciso dove vadano a finire tutte queste sostanze, e questo potrebbe essere un serio problema per definire con precisione gli scopi del nuovo trattato.Come hanno spiegato vari gruppi di ricerca al sito della rivista scientifica Nature, è sempre più importante sapere da dove arriva la plastica e dove va a finire. Per questo motivo negli ultimi anni sono aumentate le ricerche e gli studi scientifici per sviluppare nuovi sistemi per rilevare la presenza della plastica negli ecosistemi, che può essere presente in frammenti minuscoli e a noi invisibili, e per valutare se questa abbia effetti sulla salute degli esseri viventi, noi compresi.Uno dei rapporti più recenti e rilevanti sul tema è stato prodotto dalle Accademie nazionali delle scienze, dell’ingegneria e della medicina degli Stati Uniti (NASEM). Oltre a segnalare la necessità di organizzare strategie per ridurre la presenza di rifiuti plastici negli oceani, il rapporto indica le numerose lacune che ci sono ancora per analizzare completamente il ciclo della plastica e trovare soluzioni per renderla pienamente riciclabile. Il problema da risolvere con maggiore urgenza riguarda la mancanza di un sistema che sia scientificamente affidabile per tracciare e tenere sotto controllo la diffusione della plastica su scala globale.(David Silverman/Getty Images)Nella maggior parte dei paesi del mondo, chi produce plastica deve osservare vincoli nel momento della produzione, mentre non ha poi particolari responsabilità una volta che i suoi prodotti vengono venduti. Per la plastica usa e getta le responsabilità ricadono sui singoli consumatori, per esempio, ma non c’è modo di tracciare completamente il percorso che fa un involucro dalle materie prime con cui è stato realizzato alla discarica. La plastica è leggera e si degrada spesso in componenti molto piccole (microplastiche), che possono finire ovunque ed essere rilevate dai gruppi di ricerca, ma difficilmente si può risalire con precisione alla loro origine. E se non si sa da dove arrivano i polimeri trovati nel suolo o nell’acqua, diventa difficile intervenire sulla fonte che ha causato il problema.Per provare a migliorare le cose, anche in vista del trattato in lavorazione, le Nazioni Unite e altre istituzioni hanno prodotto alcune linee guida su come i gruppi di ricerca dovrebbero raccogliere i dati sulla plastica che analizzano e su come dovrebbero poi condividerli con il resto della comunità scientifica. Queste attività di armonizzazione coinvolgono università e centri di ricerca, che lavorano per creare set di dati che possano essere confrontati facilmente tra loro, in modo da identificare andamenti specifici e anomalie. Benché ci siano ancora numerose lacune, il confronto dei dati inizia a offrire qualche spunto, anche se è difficile risalire dall’inquinamento rilevato alle sue origini.Il rapporto di NASEM ha indicato come il ciclo produttivo della plastica sia poco trasparente e sia quindi necessario intervenire sulla mancanza di dati. Ci dovrebbe essere la stessa attenzione che si ha sui consumatori finali, che materialmente gettano la plastica quando ha esaurito il proprio scopo, anche su chi produce plastica, come ha ricordato a Nature Jenna Jambeck, autrice di un importante studio sui milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani: «Ci preoccupiamo molto quando questo materiale finisce nell’ambiente: è la cosa che ci indigna. Ma non ci occupiamo di ciò che avviene prima di questo punto. Se vuoi evitare che finisca nell’ambiente, dobbiamo occuparci di ciò che accade molto prima nella catena produttiva, e tenere traccia di quei dati».Ciò non significa naturalmente trascurare ciò che avviene a valle della produzione della plastica, quando entra nel ciclo dei rifiuti. Tra le risorse più importanti per i gruppi di ricerca ci sono i dati forniti dal sistema Comtrade delle Nazioni Unite, anche se parziali e privi di dettagli su che cosa accada ai rifiuti di plastica nelle loro ultime fasi quando vengono distrutti, riciclati o venduti da un paese a un altro che si occupi del loro smaltimento.Per lungo tempo la Cina era stata tra i più grandi paesi importatori di rifiuti di plastica, al punto da raccogliere circa il 45 per cento di tutti quelli prodotti nel mondo tra il 1992 e il 2018. In quell’anno decise di cambiare politica, fermando le importazioni di quei rifiuti che finirono quindi verso altri paesi sempre asiatici, compresi Indonesia e India. La diaspora di questi rifiuti ha fatto sì che diventasse ancora più difficile tracciare gli spostamenti dei rifiuti di plastica e che il crimine organizzato intensificasse i propri sforzi per approfittarne. Nel 2019 si rese quindi necessario aggiungere i rifiuti di plastica alla lista dei rifiuti pericolosi della Convenzione di Basilea sulle esportazioni di rifiuti, uno dei trattati internazionali più importanti su queste pratiche, che non è però stato mai sottoscritto dagli Stati Uniti, uno dei più grandi produttori di rifiuti di plastica del pianeta.Molti paesi del Sudest asiatico e dell’Africa ricevono grandi quantità di rifiuti di plastica, sia attraverso percorsi legali per smaltire i rifiuti di altri paesi sia attraverso attività gestite dal crimine organizzato, senza avere effettivamente gli spazi e le risorse per smaltirli in sicurezza e a basso impatto per l’ambiente. I paesi coinvolti sono gli stessi che subiscono già normalmente la presenza di grandi quantità di rifiuti, che arrivano per esempio sulle loro coste dopo che la plastica ha viaggiato per migliaia di chilometri galleggiando nell’oceano.Rifiuti di plastica sulla riva del lago Uru Uru in Bolivia (Gaston Brito Miserocchi/Getty Images)Per ridurre il problema si stanno sperimentando sistemi GPS da applicare ai container che trasportano i rifiuti di plastica, in modo da assicurarsi che siano trasportati senza violare le leggi e i trattati internazionali. Altre soluzioni riguardano l’impiego di sistemi satellitari per tracciare i movimenti delle navi e, per quanto riguarda i rifiuti dispersi negli oceani, gli spostamenti della plastica finita nell’ambiente. Le rilevazioni satellitari svolte dal consorzio Copernicus dell’Unione Europea, per esempio, possono aiutare a identificare le isole galleggianti di plastica che si formano sulla superficie degli oceani e che, debitamente tracciate, potrebbero aiutare a comprendere la loro provenienza.La necessità di definire più chiaramente questi aspetti in vista della preparazione del trattato internazionale dovrebbe favorire, nei prossimi anni, lo sviluppo di nuove tecnologie e risorse per tenere meglio traccia della plastica. Gli esperti ricordano però che il problema potrà essere risolto solo rivedendo l’intero ciclo di utilizzo della plastica, riducendo il più possibile la sua produzione e migliorando i sistemi di recupero dei rifiuti e di riciclo degli stessi. Per riuscirci è necessario un forte coinvolgimento delle aziende che utilizzano molta plastica e che finora non hanno brillato nel ridurre il loro impatto ambientale.All’inizio del 2018, centinaia di grandi aziende avevano sottoscritto il Global Commitment, un’iniziativa legata al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente con lo scopo di ridurre l’inquinamento da plastica. Tra i sottoscrittori c’erano società molto conosciute e che controllano tantissimi marchi come Nestlé, Mars, L’Oréal, SC Johnson, Coca-Cola e PepsiCo, che si erano impegnate a ridurre l’impiego di plastica vergine (quindi non derivante dal riciclo) e a concentrarsi nello sviluppo di confezioni e involucri riciclabili o compostabili.Secondo il rapporto di quest’anno sull’andamento del Global Commitment, molte aziende non hanno mantenuto gli impegni o non stanno procedendo verso i progressi sperati. Coca-Cola si era impegnata a ridurre del 20 per cento l’impiego di plastica non riciclata nel 2021 rispetto al 2019, ma ne ha usata il 3 per cento in più; Mars aveva promesso una riduzione del 25 per cento nell’impiego in generale di plastica, ma ne ha utilizzato l’11 per cento in più sempre negli stessi periodi di riferimento. Nel 2018 il 49 per cento degli involucri impiegati da Nestlé erano riciclabili, riutilizzabili o compostabili, mentre nel 2021 la percentuale è scesa al 45 per cento.Nel complesso il rapporto ha rilevato un aumento dell’1,7 per cento nell’impiego di plastica riciclabile, compostabile o riutilizzabile rispetto alla rilevazione precedente. Il progresso è comunque inferiore alle previsioni e la plastica mantiene dei limiti sulla quantità di volte che può essere riciclata, anche a seconda dei polimeri che la compongono. LEGGI TUTTO

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    L’ESA ha selezionato 17 nuovi astronauti e astronaute

    L’Agenzia spaziale europea (ESA) ha annunciato i 17 nuovi astronauti e astronaute che nei prossimi anni seguiranno la formazione per partecipare alle missioni spaziali, dopo una selezione durata quasi due anni. Tra le persone selezionate ci sono cinque astronauti di carriera, un astronauta con disabilità e undici riserve, compresi un italiano e un’italiana. È la prima selezione di persone per questi incarichi da 13 anni (avevano fatto domanda in 25mila) e l’annuncio era molto atteso, perché la nuova classe di astronauti e astronaute parteciperà a missioni importanti, comprese quelle per tornare sulla Luna.Le astronaute e gli astronauti di carriera faranno parte in maniera permanente dello staff dell’ESA, mentre le riserve saranno selezionate per specifiche attività in base alle esigenze. Alcune di loro nel corso del tempo potrebbero essere inoltre integrate nel Corpo astronauti permanente dell’agenzia.Gli astronauti e le astronaute di carriera sono: Sophie Adenot (Francia), Pablo Álvarez Fernández (Spagna), Rosemary Coogan (Regno Unito), Raphaël Liégeois (Belgio) e Marco Sieber (Svizzera). L’ESA ha inoltre selezionato il proprio primo “parastronauta”: John McFall, del Regno Unito. Parteciperà a specifici programmi legati allo studio delle opportunità per le persone disabili nell’esplorazione spaziale.Il presidente di @ASI_spazio Giorgio Saccoccia con le due riserve italiane del Corpo Astronauti Europeo Andrea Patassa e Anthea Comellini pic.twitter.com/kKpcZinb8j— Agenzia Spaziale ITA (@ASI_spazio) November 23, 2022Nella nuova classe selezionata dall’ESA non ci sono astronauti di carriera italiani, ma per l’Italia ci sono già Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano. Nella selezione per l’Italia sono rientrati come riserve Andrea Patassa e Anthea Comellini, nati rispettivamente nel 1991 e nel 1992. Insieme alle altre persone scelte dall’ESA, parteciperanno alla formazione nel Centro europeo per gli astronauti a Colonia, in Germania. L’addestramento durerà un anno per apprendere i rudimenti generali e sarà poi seguito dalla formazione per la Stazione spaziale internazionale (ISS). Ci saranno poi sessioni di addestramento specifiche in base alle missioni spaziali cui saranno assegnati. (ESA) LEGGI TUTTO

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    La fine del secondo intercalare

    In una riunione organizzata nella propria sede vicino a Parigi alla fine della scorsa settimana, la Conferenza generale dei pesi e delle misure (CGPM) ha stabilito che dal 2035 il tempo universale astronomico (UT1) basato sui movimenti della Terra potrà differire di oltre un secondo dal tempo coordinato universale (UTC), basato invece sulla più regolare scansione del tempo offerta dagli orologi atomici.Per evitare che ci fosse questo disallineamento, da cinquant’anni veniva aggiunto quando necessario un cosiddetto “secondo intercalare” per fare in modo che i due tempi tornassero a coincidere. La pratica negli ultimi anni era diventata però sempre più discussa, a causa delle numerose conseguenze pratiche e dei rischi legati all’aggiunta di un secondo tra sistemi sempre più connessi, e che dipendono gli uni dagli altri proprio in base all’ora che segnano. Dal 1972, erano via via emersi problemi pratici legati all’impossibilità di prevedere con precisione quando fosse necessario ricorrere al secondo intercalare.Il moto di rotazione della Terra non è regolare – a causa dell’influenza della Luna e di altri fattori – e ciò comporta che con il passare del tempo il nostro pianeta accumuli un certo ritardo, rispetto agli orologi atomici con i quali calcoliamo con maggiore precisione il trascorrere del tempo. Quando questi ritardi accumulati arrivavano a 0,9 secondi, la CGPM e altre organizzazioni internazionali che si occupano della gestione degli standard stabilivano un giorno in cui aggiungere un secondo, in modo da colmare la differenza tra i due modi di calcolare il trascorrere del tempo.Le cose si erano ulteriormente complicate negli ultimi anni, quando era diventato evidente che in alcune fasi la Terra in realtà accelera lievemente nel proprio moto di rotazione. Per la prima volta si era quindi posta l’eventualità di dover sottrarre un secondo intercalare, una pratica che avrebbe potuto portare a ulteriori confusioni, soprattutto nella gestione delle reti informatiche e di tutti i dispositivi che le utilizzano.Il tempo è infatti un riferimento essenziale per moltissime applicazioni e può essere sufficiente lo scarto di qualche frazione di secondo per portare a malfunzionamenti o errori imprevisti. Per questo tra i sostenitori della rinuncia al secondo intercalare in questi anni c’erano grandi società tecnologiche, come Meta (la holding che controlla Facebook) e Alphabet (che invece controlla Google). Rinunciando al secondo intercalare si dovrebbero ridurre i disallineamenti di alcune frazioni di secondo tra diverse organizzazioni, che procedevano agli aggiustamenti in momenti diversi.Il confronto all’interno della CGPM era durato a lungo, con contrasti e mancanza di posizioni comuni per risolvere il problema del secondo intercalare. Tra i paesi contrari, e che hanno mantenuto la propria posizione anche al momento del voto finale, c’era la Russia che chiedeva di rinviare la sospensione almeno al 2040, per avere tempo di risolvere alcuni problemi di compatibilità con GLONASS, il proprio sistema di navigazione satellitare.Più in generale, l’idea dietro la nuova decisione è di non creare più ricorrenti interruzioni nel flusso della scansione dello UTC. Questo potrà proseguire senza pause e senza discussioni su quando e come aggiungere un secondo.La decisione del 18 novembre scorso è arrivata con qualche stupore dagli stessi addetti ai lavori, che fino a pochi giorni prima ritenevano improbabile un accordo. La CGPM ha deciso che non sia aggiunto più un secondo intercalare almeno per un secolo, consentendo quindi a UT1 e UTC di arrivare a una differenza di circa un minuto. La scelta dovrà però essere discussa con altre organizzazioni internazionali che si occupano degli standard entro il 2026, valutando inoltre se mantenere come riferimento un minuto di differenza o se abbassare la soglia.L’Unione internazionale delle telecomunicazioni (UTI), che ha il compito di trasmettere il tempo universale, dovrà inoltre confermare la decisione. Nel 2015 l’UTI ha formalmente ceduto le prerogative sulle decisioni legate al secondo intercalare alla CGPM, ma potrebbe comunque sollevare qualche obiezione sui tempi di adozione del nuovo sistema previsti per il 2035. Il confronto è già stato avviato e secondo Felicitas Arias, ex responsabile dell’Ufficio internazionale dei pesi e delle misure, altra importante organizzazione per gli standard, non ci saranno obiezioni all’abbandono del secondo intercalare. LEGGI TUTTO

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    La COP27 non è finita benissimo

    A Sharm el-Sheikh, in Egitto, le delegazioni da ogni parte del mondo stanno lasciando la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP27), terminata domenica 20 novembre con quasi due giorni di ritardo rispetto al previsto, a causa del protrarsi delle trattative per approvare il documento finale dell’incontro. Dopo lunghe discussioni, è stato approvato un accordo per istituire un fondo di compensazione per i paesi in via di sviluppo più esposti agli effetti del cambiamento climatico, preservando l’obiettivo di non superare gli 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. I rappresentanti dei paesi più poveri hanno parlato di un’importante vittoria, quelli dei paesi più sviluppati hanno usato toni meno enfatici mal celando una certa delusione per gli impegni contenuti nel documento finale.CompensazioniLa COP27 era iniziata un paio di settimane fa con un invito del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, rivolto sia ai paesi sviluppati sia a quelli in via di sviluppo per evitare ulteriori divisioni e collaborare a un piano comune per contrastare il riscaldamento globale e mitigare i suoi effetti, ormai inevitabili e in parte già in corso. Nonostante le dichiarazioni di buoni intenti, fino da subito erano emersi forti contrasti sulla dibattuta istituzione di un fondo finanziato dai paesi ricchi per aiutare i paesi poveri, che spesso devono confrontarsi con eventi meteorologi estremi legati al cambiamento climatico, pur non essendo i principali responsabili delle emissioni di gas serra che rendono sempre più caldo il pianeta.Stati Uniti e Unione Europea erano inizialmente contrari al nuovo fondo, ritenendo che ci fosse già un numero sufficiente di strumenti di finanziamento tramite organizzazioni e istituzioni internazionali e nazionali. L’Unione Europea aveva cambiato il proprio approccio negli ultimi giorni della COP27, segnalando di essere disponibile a istituire il fondo a patto che contribuisse anche la Cina, ancora inquadrata come un paese in via di sviluppo, nonostante sia uno dei più grandi produttori di gas serra al mondo.Il cambiamento di approccio dell’Unione Europea aveva contribuito a sbloccare la situazione, portando infine all’istituzione del fondo di compensazione, ritenuto da molti commentatori il punto più rilevante del nuovo accordo sottoscritto dai paesi partecipanti alla COP27. Il denaro accumulato nel fondo potrà essere utilizzato per finanziare attività di gestione delle emergenze e messa in sicurezza dei territori nei paesi più poveri interessati da alluvioni, oppure da periodi di prolungata siccità.L’accordo è però vago su numerosi dettagli, a cominciare da quali dovranno essere i criteri che porteranno all’erogazione dei fondi. Non è inoltre chiaro come saranno raccolti i fondi e se ce ne saranno a sufficienza, considerato che in questi anni praticamente nessun paese sviluppato aveva mantenuto i propri impegni nel finanziamento di altre iniziative comuni, mirate più in generale a sostenere attività per ridurre gli effetti del cambiamento climatico.Secondo esperti e osservatori, l’accordo sul nuovo fondo è soprattutto importante per ristabilire un certo livello di fiducia tra i paesi in via di sviluppo e quelli più ricchi, dopo quasi tre anni di pandemia nei quali si erano accentuate le differenze e le disparità di trattamento, per esempio sulla gestione e la distribuzione dei vaccini contro il coronavirus. L’accordo dovrebbe consentire di risolvere attriti e malumori, riportando al centro del confronto le politiche per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare che la temperatura media globale continui ad aumentare.Su questi temi, cruciali per il futuro di tutti, i progressi alla COP27 di Sharm el-Sheikh non sono però stati molti.(AP Photo/Peter Dejong)Combustibili fossiliIl documento finale della COP27 non contiene grandi progressi nella riduzione dell’impiego dei combustibili fossili, rispetto per esempio al testo approvato alla COP26 dello scorso anno a Glasgow, in Scozia. Molti dei paesi economicamente più sviluppati volevano chiari riferimenti alla riduzione dei consumi di petrolio e gas naturale, oltre a quelli sul carbone già inseriti lo scorso anno (quando fallì il tentativo di inserire nell’accordo una riduzione a zero dei consumi di carbone).Il testo finale contiene invece solamente un riferimento alla necessità di ridurre le emissioni, ma senza specificare in modo molto dettaglio rispetto al consumo di quali combustibili fossili. La formulazione vaga potrebbe essere sfruttata da alcuni paesi per aumentare il consumo di gas naturale, per esempio, che inquina meno del carbone, ma che contribuisce comunque a immettere nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica.Il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, delegato alla COP27, ha detto di essere deluso dal documento finale: «Gli amici sono veramente amici solo se ti dicono cose che non vorresti sentire. Siamo nel decennio in cui o si fa qualcosa o siamo spacciati, ma ciò che abbiamo davanti a noi non è passo avanti sufficiente per le persone e il pianeta».Kochi, Kerala, India (AP Photo/R S Iyer, File)Temperatura media globaleLe delegazioni alla COP27 si sono nuovamente impegnate a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale. Con le attuali politiche adottate dai vari paesi, si stima che l’aumento della temperatura media globale sarà di 2,1-2,9 °C per questo secolo, sempre rispetto ai livelli preindustriali. Per rimanere al disotto degli 1,5 °C sarebbe necessario dimezzare le emissioni di gas serra entro questo decennio, un obiettivo improbabile se non impossibile da realizzare.Il documento prevede un impegno senza che siano forniti dettagli su come mantenerlo, come già avvenuto in passato con le altre conferenze sul clima. Ormai da anni gli scienziati segnalano come un aumento fino a 2 °C potrebbe avere effetti gravi per molti ecosistemi, con una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.Le ultime ricerche indicano che c’è un 50 per cento di probabilità di superare la soglia degli 1,5 °C nei prossimi cinque anni, seppure temporaneamente. Con gli attuali andamenti, il superamento potrebbe essere annuale a partire dall’inizio dei prossimi anni Trenta. L’attuale testo, che di fatto non introduce impegni concreti e più drastici sulla riduzione del consumo dei combustibili fossili, non è ritenuto sufficiente per evitare gli scenari più pessimistici.(AP Photo/Peter Dejong)Cosa succede oraSpesso le conferenze sul clima si concludono con un senso di pochi risultati ottenuti, ben al di sotto delle aspettative. L’impressione è che i partecipanti facciano spesso promesse che non vengono poi rispettate, o che i tempi di reazione non siano adeguati per affrontare l’emergenza climatica. Mettere d’accordo tutti i paesi del mondo su politiche per il medio-lungo termine non è semplice, anche se negli ultimi anni il senso di urgenza è aumentato, con azioni necessarie nel breve termine per evitare conseguenze disastrose per la sopravvivenza di milioni di persone.I prossimi mesi saranno importanti per verificare quanto sia credibile e attuabile l’accordo sul fondo per le compensazioni, mentre non ci si attendono molti progressi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Complice la guerra in Ucraina e la situazione economica internazionale, molti paesi hanno aumentato il consumo di combustibili fossili molto inquinanti, come il carbone, o stretto accordi decennali con nuovi fornitori di gas naturale che dovranno essere mantenuti. I maggiori costi delle materie prime e l’inflazione che sta interessando Europa e Stati Uniti potrebbero complicare i progressi nella produzione e nell’installazione di sistemi sostenibili per la produzione di energia elettrica.La COP28 dell’anno prossimo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, sarà una prima occasione per verificare l’implementazione del fondo di compensazione, ma anche per fare il punto sull’andamento delle emissioni di anidride carbonica. LEGGI TUTTO