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    I tirannosauri vivevano in gruppo?

    Titus ritiene inoltre che il sito possa rappresentare la prova che i tirannosauri agivano insieme come predatori di gruppo. “Ora ci troviamo di fronte al fatto che questi predatori terrestri giganti collaboravano fra di loro in modo molto più simile a ciò che avviene in un branco di lupi o di leoni, una scoperta sconcertante”, aggiunge Titus.Tuttavia, come fanno notare il paleontologo e altri esperti, è raro che gli attuali predatori caccino realmente in branco. E i comportamenti sociali tra i predatori variano dalla minima tolleranza necessaria nei confronti di un altro individuo agli attacchi di gruppo coordinati.

    I nuovi fossili non sono il primo esempio di tirannosauri scoperti nello stesso luogo ma una ricostruzione meticolosa della storia geologica della zona offre prove evidenti del fatto che sono morti in gruppo. La domanda a cui è ancora difficile dare risposta è cosa stessero facendo insieme.

    Rainbows and Unicorns Quarry

    Il sito, che risale a 75 milioni di anni fa ed è soprannominato Rainbows and Unicorns Quarry (cava degli arcobaleni e degli unicorni, NdT) dai colleghi di Titus, per via degli straordinari resti rinvenuti, è il primo di questo tipo nel sud degli Stati Uniti. Tuttavia è ben lungi dall’essere l’unico a suggerire che i tirannosauri si radunassero in gruppi. Un giacimento di ossa ad Alberta, in Canada, contiene i corpi di 12-14 Albertosauri che apparentemente si trovavano insieme quando avvenne un’inondazione. In Montana, un’area grande all’incirca come metà di un campo da tennis contiene i resti di almeno tre Daspletosaurus. Anche il sito in Sud Dakota dove è stato ritrovato il famoso fossile di T-Rex chiamato Sue conteneva i resti di altri esemplari di T-Rex.

    Anche le tracce fossili sono coerenti con questa teoria: nel 2014 gli scienziati hanno annunciato che alcune rocce nella Columbia Britannica conservavano impronte di tre tirannosauri che camminavano nella stessa direzione a poca distanza di tempo uno dall’altro o forse addirittura contemporaneamente. I ricercatori sostenevano che gli indizi rinvenuti nel sito potevano indicare un comportamento sociale e suggerivano anche il nome collettivo da usare per descrivere un gruppo di tirannosauri: un “terrore”.

    Il nuovo studio sul gruppo di Teratofonei ha riesaminato attentamente i sedimenti all’interno e attorno alle ossa. Il team ipotizza che i tirannosauri siano morti insieme a causa di un’inondazione stagionale quindi le loro carcasse siano state trascinate in un lago a bassa quota e sepolte in un fango finissimo che si è infiltrato fin nelle più piccole fessure esposte delle ossa.

    Successivamente il lago si è prosciugato e, in seguito, un fiume nelle vicinanze ha modificato il suo corso scorrendo sul sito dove i tirannosauri erano stati sepolti. Il flusso dell’acqua ha mescolato e disarticolato gli scheletri sotterrando nuovamente le ossa alla rinfusa nella sabbia dove, infine, sono state trovate dal team di Titus.

    I sedimenti del sito, inoltre, contengono frammenti di carbone e ciò significa che all’incirca nel periodo in cui i resti dei dinosauri erano stati nuovamente seppelliti, in quel luogo era divampato un incendio boschivo.

    I tirannosauri come animali sociali

    Alla luce dei molteplici indizi sulla possibilità che i tirannosauri talvolta vivessero gli uni accanto agli altri, i ricercatori hanno iniziato ad analizzare i parenti dei dinosauri per formulare ipotesi su ciò che questi animali potrebbero aver fatto insieme.

    Thomas Carr, paleontologo presso il Carthage College di Kenosha, in Wisconsin, che non era coinvolto nel nuovo studio, afferma che trovare più indizi di un comportamento sociale dei dinosauri non è necessariamente una sorpresa. I dinosauri estinti appartengono a un gruppo più grande detto arcosauri di cui fanno parte animali sociali come i moderni uccelli, gli alligatori e i coccodrilli. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: i vaccini stanno bloccando la diffusione del virus

    I nuovi dati dei CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitensi) mostrano che i soggetti vaccinati possono sì contrarre l’infezione da COVID-19 ma tali casi sono estremamente rari.Secondo i report ricevuti fino al 14 aprile dai CDC sono state oltre 5.000 le persone completamente vaccinate che hanno sviluppato l’infezione da COVID-19. La metà circa di questi casi (il 45%) erano persone di età uguale o superiore ai 60 anni. Il 7% dei soggetti con infezioni breakthrough – ovvero infezioni che si verificano dopo la completa vaccinazione — sono stati ospedalizzati e l’1% sono morti.

    Con oltre 85 milioni di persone completamente vaccinate contro il COVID-19 negli Stati Uniti, i CDC sono stati cauti nel redigere le linee guida su cosa le persone completamente vaccinate possono fare in sicurezza. La diffusione di tali linee guida è stata graduale in quanto gli esperti hanno aspettato i dati sull’efficacia dei vaccini anti COVID-19, non solo nel prevenire la malattia, ma anche sulle probabilità dei soggetti vaccinati di sviluppare l’infezione — asintomatica — e trasmettere inconsapevolmente il virus agli altri.

    La distinzione è importante perché molte persone non realizzano che i vaccini principalmente prevengono la malattia ma non necessariamente l’infezione. Questo significa che non tutti i vaccini impediscono ai soggetti vaccinati di trasmettere l’agente patogeno agli altri.

    “L’obiettivo ultimo della ricerca che sta dietro i vaccini è sempre impedire che le persone vengano contagiate ma è estremamente difficile ottenere quel risultato” afferma Jason Kindrachuk, professore assistente di virologia presso l’Università di Manitoba di Winnipeg, in Canada. L’obiettivo ultimo si identifica nell’immunità sterilizzante che protegge completamente i soggetti dalla malattia impedendo al contempo al microbo di penetrare nelle cellule.

    Ora, quattro mesi dopo che la Food and Drug Administration americana ha autorizzato i primi vaccini contro il COVID-19, i CDC hanno dati sufficienti per indicare che i vaccini riducono sostanzialmente le infezioni e quindi riducono anche la possibilità dei soggetti vaccinati di diffondere il virus contagiando altri.

    Come funziona la protezione dei vaccini?

    I vaccini simulano l’infezione nell’organismo attivando l’azione di difesa del sistema immunitario che ricorderà cosa fare se si troverà ad affrontare nuovamente lo stesso patogeno in futuro, spiega Juliet Morrison, professoressa assistente di microbiologia presso l’Università della California a Riverside.

    Dopo essere stati contagiati da un’infezione, “nel nostro organismo rimangono in circolo dei globuli bianchi, in particolare cellule T e B, che ricordano l’infezione che è stata combattuta in modo da rispondere prontamente a un nuovo attacco dello stesso patogeno, moltiplicandosi”, afferma. Le cellule B producono anticorpi che si legano ai virus in circolo e alle cellule infette mentre le cellule T “sostanzialmente attaccano le cellule infette riempiendole di tossine che le inducono al suicidio”.

    Il vaccino induce la stessa memoria immunitaria dell’infezione così che se il soggetto entra in contatto con il virus, il sistema immunitario si attiva subito producendo cellule T, B e anticorpi.

    “Questo ci consente di combattere l’infezione senza nemmeno manifestare i sintomi”, afferma Morrison.

    L’aspetto fondamentale, tuttavia, è che il soggetto ha l’infezione. Ovvero, il virus è penetrato nelle cellule e ha iniziato a replicarsi, solo che il sistema immunitario ha vinto la battaglia prima ancora che il virus o il sistema immunitario stesso potessero danneggiare i tessuti — in altre parole prima che la malattia si sviluppasse, spiega Kindrachuk.

    Le infezioni asintomatiche possono trasmettere il virus

    Se il virus penetra nelle cellule e inizia a replicarsi ma non causa la malattia, si tratta di un’infezione asintomatica. Nel caso delle infezioni presintomatiche, invece, il soggetto sviluppa i sintomi ed è particolarmente contagioso nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi, afferma Natalie Dean, professoressa assistente di biostatistica presso l’Università della Florida a Gainesville.

    “Sappiamo dai dati di tracciamento dei contatti non relativi ai vaccini che i soggetti che non hanno mai sviluppato i sintomi tendono a essere meno contagiosi”, afferma Dean.

    Morrison aggiunge che i soggetti asintomatici probabilmente hanno un’eccellente risposta immunitaria iniziale che rallenta la capacità di replicarsi del virus “ma non è sufficiente a impedire del tutto la replicazione virale”, “ecco perché questi soggetti possono comunque trasmettere il virus pur non manifestando alcun sintomo”.

    A supporto di questa teoria c’è il fatto che la gravità della malattia data dal coronavirus tende a essere correlata alla quantità di virus presente nell’organismo – ovvero alla cosiddetta carica virale – afferma Kindrachuk. Le prime ricerche hanno mostrato che le persone con carica virale minore trasmettono meno virus, il che a sua volta suggerisce che le infezioni asintomatiche siano meno contagiose di quelle sintomatiche. Ma “meno” non significa “zero”: i soggetti affetti da infezione asintomatica hanno comunque il virus in fase replicante nell’organismo e possono contagiare altre persone.

    Quando i vaccini sono stati autorizzati, gli esperti non sapevano ancora se la vaccinazione avrebbe impedito completamente le infezioni o se i soggetti vaccinati avrebbero potuto comunque sviluppare un’infezione asintomatica ma contagiosa.

    Perché gli studi clinici non hanno tracciato le infezioni? 

    Gli studi clinici che hanno testato i vaccini di Moderna, Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson hanno misurato la capacità di ogni vaccino di impedire forme gravi della malattia non la capacità di bloccare la trasmissione del virus.

    “Francamente la trasmissione non era la preoccupazione principale quando sono state condotte le sperimentazioni”, afferma Kindrachuk, “la priorità era fare in modo che le persone non si ammalassero”.

    Con migliaia di ospedalizzazioni e di decessi ogni giorno, il primo obiettivo era stabilire se il vaccino potesse impedire le forme gravi della malattia e la morte. I ricercatori erano consapevoli che fosse importante anche misurare l’efficacia del vaccino in termini di inibizione dell’infezione asintomatica, ma verificare anche questo aspetto sarebbe stato difficoltoso e dispendioso, spiega Dean, così i ricercatori hanno tracciato solo le infezioni sintomatiche. Questo approccio ha lasciato senza risposta il quesito per cui un soggetto vaccinato senza sintomi potrebbe comunque avere un’infezione asintomatica.

    “Sono state sollevate delle domande sulle probabilità legate alla presenza e contagiosità del virus”, afferma Dean.

    Anche una minima quantità di virus in un soggetto vaccinato potrebbe presentare un rischio per gli altri.

    “Non sappiamo precisamente quale sia la dose in grado di contagiare, ovvero a quanto virus è necessario essere esposti per sviluppare l’infezione”, afferma Kindrachuk, “inoltre non si tratta della quantità di virus che si riceve in una singola esposizione ma di quanto se ne accumula nell’arco di minuti o di ore di esposizione”.

    Primi dati promettenti

    I produttori dei vaccini non hanno tracciato le infezioni per tutti i partecipanti alla sperimentazione di fase III ma hanno comunque raccolto alcuni dati. Moderna ha testato tutti i partecipanti in occasione della somministrazione della seconda dose e ha riportato a dicembre che nel gruppo dei soggetti vaccinati si sono verificate meno infezioni asintomatiche rispetto al gruppo placebo, dopo la prima dose. Anche Johnson & Johnson ha riportato dati di quasi 3.000 partecipanti agli studi di fase III che sono stati testati due mesi dopo la vaccinazione per verificare la presenza di anticorpi di nuove infezioni successive al vaccino. Quei dati preliminari hanno indicato una riduzione del 74% nelle infezioni asintomatiche.

    Questi rilevamenti hanno suggerito che i vaccini sono stati efficaci nel prevenire le infezioni. Quegli sviluppi sono stati seguiti da tre prestampe — non ancora sottoposte a revisione — che suggeriscono notizie ancora migliori. Una ha rilevato che i soggetti vaccinati con una dose del vaccino Pfizer-BioNTech avevano cariche virali fino a 20 volte inferiori di quelle dei soggetti contagiati non vaccinati.

    Le altre due, una della Mayo Clinic e una del Regno Unito, includevano oltre 85.000 operatori sanitari periodicamente testati che hanno ricevuto la dose completa del vaccino Pfizer-BioNTech. Il vaccino ha ridotto le infezioni dall’85% all’89%. Tutte queste evidenze sottolineano la capacità di tutti e tre i vaccini di impedire l’infezione nella maggior parte dei soggetti vaccinati.

    Comincia a emergere un consenso

    Altri dati sono stati raccolti a marzo da numerosi altri studi sui vaccini a mRNA. Uno su 9.109 operatori sanitari in Israele ha rilevato un calo del 75% nelle infezioni dopo due dosi del vaccino Pfizer-BioNTech. Un altro ha rivelato che la carica virale si è ridotta di quattro volte nei soggetti che hanno ricevuto una dose di vaccino e poi hanno sviluppato un’infezione.

    Tra gli oltre 39.000 soggetti esaminati presso la Mayo Clinic, il rischio di infezione risultava del 72% inferiore 10 giorni dopo la prima dose di un vaccino a mRNA e dell’80% inferiore dopo entrambe le dosi. La rivista New England Journal of Medicine ha pubblicato ricerche che indicano una riduzione nelle infezioni tra il personale sanitario completamente vaccinato presso lo University of Texas Southwestern Medical Center, il Hadassah Hebrew University Medical Center di Gerusalemme e l’Università della California a Los Angeles e San Diego.

    Il risultato più convincente, secondo Dean, è stato quello di uno studio di inizio aprile del CDC su 3.950 operatori sanitari che sono stati testati settimanalmente per tre mesi dopo aver ricevuto entrambe le dosi di uno dei due vaccini a mRNA. La completa vaccinazione ha ridotto le infezioni — indipendentemente dai sintomi — del 90% e una sola dose ha ridotto le infezioni dell’80%.

    E poi, ci sono i risultati che vediamo intorno a noi, continua Kindrachuk.

    “Abbiamo assistito a una sensibile riduzione dei casi di trasmissione nel Paese”, afferma. “Questo indica non solo che i vaccini ci proteggono dalle forme gravi della malattia ma anche che determinano una riduzione dei contagi”.

    Nel complesso, le prove mostrano che la completa vaccinazione con i vaccini a mRNA riduce il rischio di infezione di almeno la metà dopo la prima dose e del 75-90% due settimane dopo la seconda dose. Sul vaccino Johnson & Johnson la ricerca effettuata è minore, ma i dati della sperimentazione indicano una probabile riduzione delle infezioni superiore al 70%. I vaccini dunque da un lato impediscono gran parte delle infezioni e contemporaneamente bloccano la contagiosità della maggior parte dei soggetti vaccinati.

    In Italia il Comitato tecnico scientifico ha raccomandato di estendere l’intervallo tra le due dosi di vaccini a Rna messaggero. La proposta è di effettuare il secondo richiamo di Pfizer e Moderna dopo 42 giorni dalla prima somministrazione ma chi ha già prenotato la seconda dose la farà comunque nella data prevista.

    Le varianti

    Ora l’attenzione è rivolta a come le varianti cambieranno le regole del gioco, continua Kindrachuk. Diversi studi inglesi e israeliani sono stati svolti sul vaccino Pfizer-BioNTech quando era predominante la variante B.1.1.7.

    “I vaccini sembrano reggere bene contro le varianti ma sappiamo anche che queste tendono a essere più contagiose”, afferma Kindrachuk, e la maggiore contagiosità potrebbe significare che è sufficiente una dose inferiore per contrarre l’infezione.

    Siccome i vaccini non bloccano il 100% delle infezioni, è possibile che i soggetti vaccinati che sviluppano un’infezione asintomatica dalla variante siano più contagiosi di quanto sarebbero stati prima, con il ceppo dominante all’inizio della pandemia.

    Inoltre non sono disponibili molti dati sui vaccini Moderna e Johnson & Johnson contro le infezioni da B.1.1.7, e praticamente non ci sono dati sulle infezioni dalle altre due varianti pericolose, la B.1.351 del Sudafrica e la P.1 del Brasile, entrambe le quali hanno mostrato una certa abilità nell’eludere gli anticorpi contro altre varianti del virus COVID-19.

    Gli scienziati stanno studiando anche le modalità di replicazione delle varianti.

    “Se presentano alti livelli di replicazione, questo potrebbe comportare una maggiore diffusione virale e maggiori opportunità di contagio”, afferma Morrison.

    Le prospettive sono comunque positive

    Nonostante le incertezze poste dalle varianti, il quadro generale attualmente è piuttosto rassicurante, sostiene Dean.

    “Questi vaccini hanno decisamente superato le aspettative sotto molti aspetti e il fatto che la loro efficacia sia stata provata non solo nel proteggere dalla malattia ma anche nell’impedire la trasmissione del virus dai soggetti vaccinati agli altri, è un risultato molto importante”, afferma. “Non c’è una sicurezza del 100%, ma credo che alla gente sia chiaro il valore e l’entità della protezione offerta dalla vaccinazione; sono risultati che possono influire sensibilmente su quello che si decide di voler fare”.

    Ma questo non significa che possiamo abbandonare le cautele, aggiunge Morrison.

    “Chi si è vaccinato può supporre di essere protetto contro le forme gravi della malattia e molto probabilmente in gran parte anche dal contagio, ma data la presenza e la diffusione delle varianti e dato che non siamo ancora nemmeno vicini all’immunità di gregge, dobbiamo continuare a prendere le opportune precauzioni” afferma Morrison.

    Non usare la mascherina nell’interazione con altre persone vaccinate può essere ammissibile, ma Morrison concorda con la raccomandazione dei CDC che consiglia ai soggetti vaccinati di limitare gli incontri senza mascherina e senza distanziamento sociale ai familiari non vaccinati che non siano soggetti a rischio. Le infezioni registrate quotidianamente sono ancora molte, e mantenere tali limitazioni riduce ulteriormente le probabilità per i soggetti vaccinati di essere contagiati e poi spargere il virus ad altri.

    “La vera preoccupazione sono le persone non vaccinate con cui si viene a contatto”, aggiunge. “Anche se il potenziale di trasmissione è basso, non è uguale a zero”. Allo stesso modo, una persona vaccinata infetta ha una minore probabilità — ma comunque una certa probabilità c’è — di contagiare altri soggetti non vaccinati o che presentano condizioni mediche o seguono terapie immunosoppressive.

    Più aumentano le vaccinazioni, più si riduce per tutti il rischio di contagio, afferma Dean.

    “Penso ai contagi che ancora si verificano nella mia comunità”, afferma Dean, “stiamo cominciando a vedere l’impatto dei vaccini a livello della popolazione e ogni singola persona vaccinata in più ci fa sentire più sicuri e più vicini al momento in cui potremo tornare a stare insieme in sicurezza”. LEGGI TUTTO

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    Chernobyl: le conseguenze sui bambini nati dai sopravvissuti al disastro

    Morton e i suoi colleghi hanno studiato campioni di tessuto di 440 ucraini che avevano ricevuto una diagnosi di cancro alla tiroide di cui 359 erano stati esposti alle radiazioni di Chernobyl. La maggior parte di loro erano donne che avevano vissuto a Kiev, capitale dell’Ucraina, durante il disastro di Chernobyl ed erano giovani al momento dell’esposizione, con un’età media di circa 7 anni, e 28 anni all’epoca della diagnosi di cancro.Il team di Morton, inoltre, disponeva di molte informazioni sulla quantità di radiazioni assorbite dalla tiroide di quegli individui. Per 53 dei partecipanti allo studio, già nel 1986 i ricercatori avevano misurato direttamente i livelli di radioattività della tiroide. Altri erano stati intervistati per sapere dove vivevano e cosa avevano mangiato nei giorni dell’incidente di Chernobyl permettendo così ai ricercatori di stimare la quantità di radiazioni che potevano aver assorbito.

    “Con questo studio abbiamo collegato per la prima volta immagini molecolari su larga scala a dati sull’esposizione molto dettagliati”, prosegue Morton.

    Analizzando i dati, Morton e i suoi colleghi hanno notato chiari segni degli effetti delle radiazioni sul DNA. All’aumentare della dose di radiazioni di un individuo aumentano anche le probabilità che le cellule della sua tiroide presentino un tipo di mutazione detto DSB (dall’inglese Double-Strand Break, ovvero la rottura del doppio filamento del DNA). I ricercatori, inoltre hanno scoperto che tanto più giovane era l’individuo al momento dell’esposizione alle radiazioni, tanto più marcate diventavano le alterazioni. Ad esempio, con una dose più elevata era più probabile che al DNA dei tumori mancassero piccole sezioni.

    Il team di Morton, inoltre, ha notato un eccesso di eventi di cosiddetta “fusione genica”: mutazioni in cui i filamenti del DNA erano colpiti da rotture complete e mentre la cellula provava a riparare il danno venivano ricongiunti i pezzi sbagliati. Questo tipo di mutazioni può verificarsi anche nei casi “spontanei” di carcinoma alla tiroide ma in genere sono più rari.

    “Per usare una metafora, potremmo dire che le radiazioni hanno truccato il mazzo”, spiega Chanock, direttore di divisione del National Cancer Institute. Tuttavia il fallout non ha aggiunto carte nuove a quel mazzo. Sebbene Morton e i suoi colleghi abbiano fatto ricerche estremamente approfondite, non hanno trovato una “firma” caratteristica delle radiazioni nel modo in cui le cellule tumorali hanno espresso i loro geni o li hanno contrassegnati chimicamente.

    Se i tumori presentano una tale caratteristica deve essere presente solo nelle fasi iniziali del cancro, secondo Morton e Chanock. Quando si verificano le mutazioni chiave che provocano il cancro, questi geni prendono il sopravvento dal punto di vista biochimico cancellando qualsiasi traccia delle radiazioni come un’onda che distrugge un piccolo castello di sabbia. “È un tumore e al tumore non interessa la presenza di radiazioni precedenti”, spiega Chanock. “Ha una mente evolutiva propria, per così dire”.

    Ullrich aggiunge che i risultati dello studio supportano concretamente le idee precedenti degli scienziati su quanto le radiazioni aumentino il rischio di cancro. E prosegue: “Si tratta davvero del primo studio che è stato in grado di caratterizzare i tumori provocati dalle radiazioni in modo esauriente e dettagliato”.

    Gli studi sui sopravvissuti di Chernobyl devono continuare

    Gli studi devono informare gli scienziati sui rischi per la salute generale delle radiazioni ionizzanti specialmente tra le popolazioni colpite da disastri nucleari come gli abitanti evacuati dopo l’incidente alla centrale di Fukushima del 2011. Chanock ha espresso la speranza che i risultati rassicurino coloro che sono stati allontanati da Fukushima, che ha rilasciato un decimo delle radiazioni di Chernobyl, e che quindi in teoria dovrebbe determinare un rischio ancora inferiore di mutazioni ereditarie.

    Ma gli autori dello studio e gli esperti esterni concordano che è necessario proseguire con il lavoro specialmente per tracciare gli effetti delle radiazioni di Chernobyl sulla salute nei prossimi decenni.

    “Ci sono pochissimi studi sulle persone esposte alle radiazioni in giovane età per cui disponiamo dei dati di follow-up nel corso dell’età adulta”, spiega Eric Grant, collaboratore del responsabile della ricerca presso la Radiation Effects Research Foundation in Giappone. “I sopravvissuti alla bomba atomica sono uno di questi gruppi e quello di Chernobyl sarà un altro per cui verranno realizzate attività di follow-up continuative”.

    Evgenia Ostroumova, epidemiologa presso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione, in Francia, ha sottolineato che è necessario continuare a finanziare la ricerca su Chernobyl in particolare per scoprire di più sulle conseguenze sanitarie delle dosi ridotte di radiazioni, conseguenze che potranno emergere solo grazie a un impegno prolungato nel tempo.

    “Per ottenere una valutazione solida ed esaustiva degli effetti sanitari di Chernobyl e per non perdere informazioni scientifiche preziose, le parti interessate non possono agire singolarmente”, ha scritto l’epidemiologa in un’e-mail. “Dobbiamo consolidare i nostri sforzi e agire ora senza ulteriori ritardi”. LEGGI TUTTO

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    Francesco Barberini, l’aspirante ornitologo che ama la natura: “I dinosauri sono ancora tra noi”

    Come nasce la tua passione per l’ornitologia?La mia passione per gli uccelli nasce da bambino. Non l’ho ereditata dai miei genitori ma mi sono avvicinato a questo bellissimo mondo guardando il documentario “Il popolo migratore”. Mi reputo una persona davvero molto curiosa. Ho quindi deciso di continuare a coltivare questa passione.

    Da “aspirante ornitologo”, che cosa porti sempre con te?

    Prima di ogni cosa, la conoscenza, la voglia di sapere tante cose e il desiderio di raccontarle alle persone. Passando all’attrezzatura, porto sempre con me un binocolo, una guida, un taccuino per appuntare le specie che osservo e una macchina fotografica per scattare delle immagini.

    Che regole segui quando fai birdwatching?

    La regola più importante è rispettare la natura e gli uccelli. Il birdwatching è un’attività che si può fare ovunque, anche nei parchi urbani o in città. Ad esempio vicino casa, sono riuscito a osservare oltre cento specie di uccelli. Questo ci permette di capire la grande biodiversità che caratterizza il pianeta e l’importanza di proteggere la natura. Se osserviamo specie particolari e segnaliamo avvistamenti importanti, possiamo essere davvero utili.

    Quante specie di uccelli hai avvistato e quale è la tua preferita?

    Ne ho avvistate molte. In Italia si possono osservare oltre 400 specie di uccelli. Viaggiare apre la mente ma la pandemia di coronavirus ci sta insegnando a rivalutare il territorio che abbiamo più vicino a noi: piccole aree di natura dove possiamo incontrare tantissima biodiversità. Per quanto riguarda la mia specie preferita, è senza dubbio il Fetonte. Sono uccelli marini che abitano nelle zone tropicali e hanno una lunga coda. Sono riuscito a osservarli alle Isole Seychelles. LEGGI TUTTO