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    I vaccini a mRNA riusciranno a curare il cancro?

    Dopo la rimozione chirurgica di parte della lingua e 35 linfonodi, Cassidy si è sottoposta a 35 sedute di radioterapia e contemporaneamente a tre cicli di chemioterapia. Dieci giorni dopo la fine del trattamento, Cassidy ha notato un nodulo simile a una biglia sulla clavicola. Il cancro era tornato e voleva vendicarsi: si era diffuso lungo tutto il collo fino ai polmoni. “A quel punto non avevo più possibilità perché gli altri trattamenti non avevano funzionato”, racconta Cassidy, che ora ha 38 anni e vive a Tucson, in Arizona. “Nell’estate del 2019 mi fu detto che il tumore era molto grave e che dovevo cominciare a prepararmi al peggio. Ho persino organizzato il mio funerale”.Una volta rimosso il tumore dalla clavicola, i medici le hanno detto che sarebbe stata idonea a partecipare a una sperimentazione clinica presso il Centro oncologico dell’Università dell’Arizona che stava testando un vaccino a mRNA (acido ribonucleico messaggero), una tecnologia simile a quella dei vaccini Pfizer e Moderna contro il COVID-19, in combinazione con un farmaco immunoterapico per trattare i tumori del colon-retto e di testa e collo. Mentre i vaccini anti COVID-19 sono preventivi, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapeutici e Cassidy non si è lasciata sfuggire l’opportunità di partecipare. “Ero nel posto giusto al momento giusto per quello studio clinico”, racconta.

    Quando si è cominciato a sentir parlare dei vaccini anti COVID-19 di Pfizer-BioNTech e Moderna, la tecnologia a mRNA sembrava fantascienza. Ma anche se l’approccio a mRNA sembra rivoluzionario, molto prima del COVID-19 i ricercatori avevano sviluppato vaccini a mRNA per combattere tumori, malattie autoimmuni come la sclerosi multipla e per proteggerci da altre malattie infettive, come il virus respiratorio sinciziale. “Non si tratta di una nuova scoperta: il COVID ci ha solo mostrato che i vaccini a mRNA possono essere una tecnologia efficace e sicura per milioni di persone”, afferma Daniel Anderson, leader nel campo della nanoterapeutica e dei biomateriali presso il MIT (Massachussetts Institute of Technology) e membro dell’Istituto Koch per la Ricerca Integrativa sul Cancro.

    Attualmente, gli studi clinici di fase uno e due stanno reclutando i partecipanti o valutando gli aspetti di efficacia, tollerabilità e sicurezza dei vaccini terapeutici a mRNA per trattare varie forme di cancro tra cui melanoma, carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumore gastrointestinale, cancro al seno, carcinoma ovarico e tumore del pancreas.

    “Uno degli aspetti formidabili di questa tecnologia è che può essere utilizzata indipendentemente dal tipo di tumore. Sia che si tratti di carcinoma mammario o polmonare, è sufficiente identificarne le mutazioni”, spiega Van Morris, medico e assistente di oncologia medica gastrointestinale presso l’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas a Houston che conduce uno studio clinico di fase due sull’uso dei vaccini a mRNA personalizzati nei pazienti affetti da tumore del colon-retto di stadio II o III. “Una delle caratteristiche più interessanti è l’adattabilità della tecnologia in base al tipo di cancro e alla sua biologia di base”.

    Nel corso di 27 settimane Cassidy ha ricevuto nove iniezioni di un vaccino a mRNA personalizzato oltre all’infusione per via endovenosa di un farmaco immunoterapico chiamato Pembrolizumab. Si è recata dal suo medico, la dottoressa Julie E. Bauman, vicedirettrice del Centro oncologico dell’Università dell’Arizona, prima ogni settimana, poi ogni tre settimane; si è inoltre sottoposta a TAC regolari. Dopo ciascuna iniezione, a Cassidy saliva la febbre e si sentiva distrutta, con affaticamento e dolori muscolari in tutto il corpo, per 24 ore. “Il mio sistema immunitario si stava davvero risvegliando ed era ciò che volevamo affinché potesse combattere il cancro”, spiega.

    Al termine del trattamento, nell’ottobre del 2020, le TAC di Cassidy parlavano chiaro: non c’erano più tracce del cancro nel suo corpo.

    Un messaggio in un ago

    In parole povere, “con il vaccino a mRNA per il cancro proviamo ad avvertire della presenza del tumore il sistema immunitario così che possa attaccarlo; in pratica si tratta di una specie di software biologico”, spiega John Cooke, medico e direttore del Center for RNA Therapeutics presso l’ospedale Huston Methodist. “I vaccini vengono sviluppati contro i tumori per cui non esiste una soluzione adatta al momento oppure nei casi in cui è probabile che sviluppino metastasi”.

    Alcuni vaccini a mRNA per il cancro adottano un approccio “pronto all’uso”: sono già pronti e progettati per prendere di mira le proteine target che compaiono sulla superficie di alcuni tipi di cancro. Il loro livello di efficacia al momento è ancora oggetto di studio ma alcuni esperti sollevano timori. “La domanda è: qual è l’obiettivo? È fondamentale sapere a cosa si mira affinché il vaccino sia efficace”, spiega David Braun, oncologo presso il Dana-Farber Cancer Institute e la Harvard Medical School, specializzato in immunoterapia. Dopo tutto, con il cancro non esiste un obiettivo universale come invece accade con la proteina spike del coronavirus e le mutazioni del DNA nelle cellule tumorali variano da un paziente all’altro.

    Ed è qui che entrano in campo i vaccini a mRNA personalizzati e sembrano essere più promettenti. Con l’approccio personalizzato, viene prelevato un campione di tessuto dal tumore del paziente e il suo DNA viene analizzato per identificare le mutazioni che distinguono le cellule tumorali da quelle normali e sane, spiega Bauman (che è anche primario di ematologia e oncologia presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona a Tucson). I computer confrontano i due campioni di DNA per identificare le mutazioni tipiche in un tumore quindi i risultati vengono usati per progettare una molecola di mRNA che verrà inclusa nel vaccino. Per questo passaggio sono necessarie da quattro a otto settimane, “è un tour de force tecnico riuscire a realizzare tutto questo”, aggiunge Robert A. Seder, responsabile della Sezione di Immunologia cellulare del Centro di ricerca sui vaccini presso l’Istituto nazionale delle Allergie e Malattie infettive.

    Dopo l’iniezione del vaccino a mRNA, l’RNA messaggero induce le cellule del paziente a produrre proteine associate alle specifiche mutazioni del tumore specifico. I frammenti di proteine tumorali che vengono creati dall’mRNA vengono quindi riconosciuti dal sistema immunitario del paziente, spiega Morris. In pratica, le istruzioni dell’mRNA preparano i linfociti T del sistema immunitario — globuli bianchi che ci aiutano a combattere i virus — a riconoscere fino a 20 mutazioni nelle cellule tumorali e ad attaccare solo quelle. Il sistema immunitario perlustra l’organismo per individuare e distruggere le cellule tumorali simili.

    “Una delle caratteristiche del cancro è che attiva dei segnali che indicano al sistema immunitario di spegnersi così il tumore non viene individuato”, spiega Anderson. “L’obiettivo del vaccino a mRNA è avvertire e preparare il sistema immunitario a individuare le caratteristiche delle cellule tumorali e ad attaccarle”.

    “I vaccini personalizzati contro il cancro risvegliano i linfociti T killer che riconoscono le cellule anomale e li inducono a uccidere le cellule del tumore”, spiega Bauman. “L’obiettivo è sfruttare il nostro sistema immunitario come arma per eliminare il cancro”.

    “Si tratta della quintessenza della medicina personalizzata”, aggiunge Morris. “È un approccio altamente personalizzato ed estremamente specifico, non un trattamento standard uguale per tutti”.

    Le sfide future

    Nonostante l’entusiasmo e le speranze per questo tipo di trattamento per il cancro è importante ricordare che “Siamo solo agli inizi e i risultati saranno diversi rispetto al successo immediato dei vaccini contro il COVID-19”, afferma Seder. Da un lato, i vaccini a mRNA per il cancro non diventeranno disponibili in tempi rapidissimi come è accaduto con i vaccini anti COVID-19 che hanno ottenuto l’autorizzazione per l’uso di emergenza; per i vaccini per il cancro si dovranno attendere anni di test e sperimentazioni cliniche.

    Uno dei motivi alla base delle differenze nelle tempistiche di sviluppo dei vaccini a mRNA contro il COVID-19 rispetto ai vaccini a mRNA per il cancro è l’obiettivo terapeutico. Gli attuali vaccini a mRNA sono previsti per prevenire la COVID-19: sono pensati per proteggere l’uomo dal virus fornendo un’anteprima della caratteristica proteina spike del coronavirus così, in caso di contatto con il virus, il sistema immunitario può combatterlo. Al contrario, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapie: vengono somministrati ai pazienti per addestrare il loro sistema immunitario a cercare e distruggere le cellule tumorali esistenti.

    Un’altra sfida dei vaccini a mRNA è stata capire come realizzare una nanoparticella in grado di trasportare in modo efficace l’RNA messaggero proprio dove è necessario: “Se viene lasciato senza protezione, l’RNA messaggero non può entrare nelle cellule e si degrada rapidamente quando viene inserito nel corpo”, spiega Anderson. “Possiamo proteggerlo e trasportarlo all’interno delle cellule incapsulandolo in una nanoparticella simil-lipidica”. In questo modo, le nanoparticelle sono in grado di eludere i meccanismi di eliminazione dell’organismo e di entrare nelle cellule giuste (attualmente, le nanoparticelle lipidiche sono il sistema di trasporto più comune utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per i vaccini a mRNA per il trattamento dei tumori).

    Anche con un sistema di trasporto ottimale, tuttavia, è improbabile che i vaccini a mRNA possano diventare la panacea di tutti i tipi di tumore. Ma si tratta di un altro strumento promettente per il trattamento dei tumori avanzati o incurabili. E i ricercatori stanno esplorando la possibilità di combinare i vaccini a mRNA con altri tipi di terapie basate sul sistema immunitario come gli inibitori dei checkpoint (che provocano una sorta di freno naturale del sistema immunitario affinché i linfociti T possano riconoscere e attaccare i tumori) oppure la terapia cellulare adottiva con linfociti T (in cui i linfociti T vengono raccolti dal sangue o dal tumore di un paziente, stimolati a crescere in laboratorio, quindi reinfusi nel paziente per aiutare l’organismo a riconoscere e distruggere le cellule tumorali).

    Attualmente sono pochi gli studi pubblicati relativi alle sperimentazioni sull’uomo con vaccini a mRNA per il cancro ma ci sono segni che fanno ben sperare. In uno studio di fase uno sull’uso di un vaccino a mRNA con un inibitore del checkpoint immunitario per il trattamento del tumore di testa e collo o del colon-retto, Bauman e i suoi colleghi hanno notato interessanti differenze: in 5 pazienti su 10 affetti da tumore di testa e collo, la terapia combinata ha ridotto le dimensioni dei tumori e due pazienti dopo il trattamento non avevano più tracce rilevabili del tumore; al contrario, i 17 pazienti con tumore del colon-retto non hanno risposto al trattamento combinato.

    “Con il tumore del colon-retto non è presente molta attività del sistema immunitario, le cellule tumorali sono più abili a nascondersi”, spiega Bauman. “In alcuni casi potrebbe non essere sufficiente mostrare al sistema immunitario le sembianze del tumore”. I linfociti T devono raggiungere il tumore ed eliminarlo e questo non è successo nel caso dei pazienti con tumore del colon-retto.

    Speranze all’orizzonte 

    Nel frattempo dagli studi sugli animali emergono risultati promettenti: in uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista scientifica Molecular Therapy, i ricercatori hanno realizzato un vaccino a mRNA da combinare con un anticorpo monoclonale (un anticorpo sintetico creato in laboratorio) per potenziare le proprietà antitumorali nel trattamento del tumore al seno triplo negativo notoriamente aggressivo e con un elevato tasso di metastasi e una prognosi infausta. Si è scoperto che i topi trattati con la terapia combinata presentavano una risposta immunitaria antitumorale notevolmente maggiore rispetto a quelli a cui era stato somministrato solo il vaccino o solo l’anticorpo monoclonale. E uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista scientifica ACS Nano ha rilevato che quando ai topi affetti da linfoma (tumore del sistema linfatico) è stato somministrato un vaccino a mRNA insieme a un farmaco inibitore del checkpoint, si verificava una notevole riduzione della crescita del tumore e nel 40% dei casi è stata riscontrata una regressione completa del tumore.

    Se verrà dimostrata l’efficacia dei vaccini a mRNA, medici e ricercatori sperano che con il tempo sarà possibile sviluppare vaccini per trattare certi tipi di tumori, prevenire le recidive e magari prevenire anche alcuni tipi di cancro negli individui geneticamente predisposti. “Ritengo che sarà un’altra freccia all’arco degli oncologi per dare maggiori speranze ai pazienti”, afferma Cooke. “E se la profilassi vaccinale si dimostrerà valida, sarà possibile trasformare il cancro in una malattia che si può prevenire”.

    Nel frattempo, Molly Cassidy è già una ferma sostenitrice delle potenzialità dei vaccini a mRNA nel trattamento delle forme aggressive di tumore. Al momento sta benissimo e si gode la vita da mamma casalinga con suo figlio di 3 anni, suo marito e i suoi figli acquisiti. “Il mio medico non arriva a dire che sono guarita ma è molto contenta della mia situazione in questo momento”, aggiunge Cassidy. “Questo trattamento mi ha salvato la vita e ringrazio i medici di tutto cuore”.

    Secondo alcuni esperti è plausibile che entro i prossimi cinque anni la FDA americana approvi un vaccino a mRNA contro il cancro. “Se un giorno saremo in grado di sfruttare la capacità del sistema immunitario di eliminare con precisione gli invasori come il cancro, quello sarà un giorno straordinario”, conclude Bauman. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: l’impatto finanziario della pandemia ha colpito più duramente le donne

    “Si tende a guardare la pandemia solo dal punto di vista sanitario”, afferma Zaidi, “nessuno ha pensato a quali sarebbero state le conseguenze nell’ambito dell’istruzione, della scuola e dell’assistenza all’infanzia”.Le prospettive e le conseguenti priorità da stabilire dopo la pandemia dipenderanno in gran parte da chi sarà al comando. Le unità operative per affrontare i problemi derivati dal COVID-19 hanno proliferato durante la crisi – ce ne sono 225 in 137 Paesi – ma le donne occupano solo un quarto dei loro posti. Più in generale, le donne costituiscono il 70% della forza lavoro in ambito di assistenza sanitaria ma ricoprono solo il 25% dei ruoli di dirigenza.

    Questo porta a grandi divari nelle conoscenze e nelle attività di cura, fondamentali nella vita di molte donne, ma che non vengono riconosciute ufficialmente come essenziali. I programmi per migliorare la salute delle donne, come la contraccezione, non sono stati considerati servizi essenziali durante i periodi di lockdown, afferma Zaidi. Il risultato? Si stima che circa 12 milioni di donne non abbiano potuto usufruire di metodi contraccettivi, il che ha portato a 1,4 milioni di gravidanze indesiderate.

    Gli effetti complessivi di perdita di posti di lavoro, mancata assistenza per l’infanzia e gravidanze non programmate sono alla base dell’aumento della povertà. Prima della pandemia, il tasso di povertà globale era in diminuzione del 2,5% mentre si stima che quest’anno aumenterà del 9%.

    Ma secondo i nuovi risultati è possibile invertire questa tendenza. Dati forniti dall’Eurasia Group indicano che fornire assistenza per l’infanzia alle donne aumenterebbe di 3 miliardi di dollari (circa 2,5 miliardi di euro) il prodotto interno lordo dell’economia globale (in termini di parità di potere di acquisto) e i programmi di trasferimento di denaro contante – piccole somme messe a disposizione per le donne che guadagnano meno di 2 dollari (circa 1,70 euro) al giorno – consentirebbero a 100 milioni di donne di uscire dallo stato di povertà.

    La Fondazione Bill & Melinda Gates si impegna a donare 2,1 miliardi di dollari (quasi 1,8 miliardi di euro) nei prossimi cinque anni a favore dell’emancipazione economica delle donne, di progetti di pianificazione sanitaria e familiare e dello sviluppo di cariche dirigenziali. “La povertà è sessista”, afferma Zaidi, le azioni mirate a risolvere il problema devono quindi tenere conto della differenza di genere. LEGGI TUTTO