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    Il mistero del grande squalo bianco: alla ricerca degli squali giganti del Mediterraneo

    Il caso più macabro si verificò nel 1908 quando una femmina di squalo bianco di 4,5 metri di lunghezza fu catturata al largo di Capo San Croce nella Sicilia orientale con tre cadaveri umani nello stomaco. Ma anche se questa scena poteva apparire incriminante, di fatto si pensò che quei resti – di un uomo, una donna e un bambino – dovevano appartenere alle vittime del recente maremoto provocato dal terremoto di Messina e che non erano necessariamente vittime dello squalo. Inoltre, nella creatura furono rinvenuti anche i resti di un cane e una mucca.Nel complesso, il numero totale degli attacchi di squali nell’epoca moderna all’interno del Mediterraneo è decisamente modesto – in particolare se si considera il volume relativamente ridotto di acqua e il numero enorme di persone che lo sfruttano per motivi di divertimento o lavoro. Indipendentemente dalle condizioni degli squali in quell’area, quindi, è improbabile che l’uomo abbia molto da temere. Con un rapporto di oltre 100 milioni di squali uccisi dall’uomo rispetto a quattro uomini uccisi dagli squali ogni anno, (il 2020 ha visto un aumento di quest’ultimo dato fino a dieci, nessuno dei quali è avvenuto nel Mediterraneo) sono sempre gli squali a subire le conseguenze peggiori. Ma la presenza del più famigerato esemplare al largo delle coste italiane è pur sempre un pensiero da brivido anche se, nel complesso, non sappiamo molto su questa specie. E le nostre possibilità di incontrarlo saranno probabilmente sempre meno, così come sono in declino, secondo il parere degli esperti, le popolazioni di questo predatore così esigente proprio come quelle di molte altre specie nel Mediterraneo.

    “Senza dubbio, i grandi squali bianchi in passato erano molto più abbondanti nel Mediterraneo di quanto non lo siano ora”, spiega in un’e-mail Alessandro De Maddalena, Professore associato di Zoologia dei vertebrati presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ricercatore specializzato in squali e autore dello studio sui grandi squali bianchi del Mediterraneo intitolato Mediterranean Great White Sharks: A Comprehensive Study.

    “Questa situazione non riguarda solo gli squali bianchi ma esistono prove che indicano che anche molte altre specie di squali hanno sofferto un notevole declino negli ultimi 50 anni diventando infrequenti o rari a seguito dello sfruttamento eccessivo della pesca degli squali stessi o delle loro prede”.

    Tracciare la presenza degli squali è un’impresa difficile che presenta gli ostacoli tipici delle analisi quantitative che si basano su fonti qualitative. Per approfondire le ricerche per il suo libro, De Maddalena ha creato l’Italian Great White Shark Data Bank (Grande database italiano sullo squalo bianco), un progetto ancora in corso il cui obiettivo è catalogare tutti gli avvistamenti di squali nel Mediterraneo, dal Medioevo all’epoca attuale.

    In genere, in passato questi animali venivano avvistati da marinai, pescatori, sommozzatori, ricercatori e personale militare, ma erano presenti anche fonti collaterali da registri pubblici, come le taglie pagate per gli squali, i dipinti raffiguranti scontri o altre prove della loro presenza, come i segni di morso sulle carcasse di balena. Tutti questi dati venivano successivamente incrociati con la morfologia e il comportamento dello squalo per escludere eventuali errori di identificazione e integrati con i riscontri da altre fonti come il Global Shark Attack File (GSAF) di Princeton, New York. I casi registrati ad oggi nella banca dati hanno raggiunto quota 640 di cui, secondo De Maddalena, “80 sono dubbi”. LEGGI TUTTO

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    Un parassita controlla la mente dei cuccioli di iena (e li rende imprudenti)

    Questo a meno che le giovani iene non siano infette dal parassita Toxoplasma gondii. Secondo i molti dati raccolti negli ultimi decenni nella Riserva nazionale di Masai Mara in Kenya, questi sfortunati cuccioli si avvicinano di più ai leoni e le probabilità di essere uccisi da questi grandi felini sono quattro volte maggiori rispetto ai loro coetanei in salute.“Sono rimasta davvero sbalordita della grande differenza tra quanto si avvicinino effettivamente ai leoni i cuccioli infetti rispetto a quelli non infetti”, afferma Kay Holekamp, ecologa comportamentale dell’Università statale del Michigan e coautrice di un nuovo studio sul tema pubblicato su Nature Communications. “Rimango sempre sorpresa quando mi salta all’occhio qualcosa di incredibilmente chiaro”.

    Il Toxoplasma gondii è un parassita unicellulare che infetta almeno un terzo della popolazione umana mondiale. È noto per la capacità di manipolare gli organismi che lo ospitano, come ad esempio i topi, facendoli agire incautamente nei confronti di felini come i gatti domestici. Ma questa è la prima volta in cui sono stati scientificamente documentati gli stessi effetti nei grandi mammiferi selvatici.

    La ricerca mostra anche che questo parassita, generalmente non mortale e che può infettare diverse specie animali causando una malattia chiamata toxoplasmosi, gioca un ruolo più rilevante di quanto si pensasse nel comportamento degli animali selvatici.

    “Questo parassita non colpisce soltanto i gatti domestici e i topi loro prede ma è potenzialmente un fenomeno molto più diffuso”, afferma Holekamp, che dal 1988 si dedica allo studio delle iene.

    Il leone e la iena come il gatto e il topo

    Il parassita Toxoplasma gondii può infettare molte specie ospite tra cui roditori, uccelli e altri animali preda attraverso l’ingestione di carne o feci contaminate. Ma il parassita si può riprodurre solo nell’intestino dei felini. E questo può essere un obiettivo difficile da raggiungere: dopotutto perché una preda dovrebbe avvicinarsi al suo predatore?

    Nel corso di milioni di anni di evoluzione, questo lontano parente della malaria ha escogitato un bel trucchetto: i roditori affetti da toxoplasmosi trovano l’odore dell’urina dei gatti particolarmente allettante e questo può portarli vicino a un felino affamato.

    “Questo crea il vantaggio non solo di rimescolare il genoma del parassita ma anche di produrre spore stabili dal punto di vista ambientale che possono infettare molti altri ospiti”, scrive via e-mail il coautore dello studio Zach Laubach, borsista post dottorato presso l’Università del Colorado a Boulder.

    Poiché il parassita si riproduce nell’intestino dei leoni, e le iene sono note portatrici di Toxoplasma gondii, Laubach e Holekamp volevano capire se il parassita fosse causa di un comportamento diverso nelle iene ospite.

    I ricercatori si sono avvalsi dei dati raccolti dal multi-decennale Mara Hyena Project sulla localizzazione delle singole iene – inclusa la vicinanza ad altri animali – nonché sull’età, il sesso e i campioni di sangue dei cuccioli analizzati con lo scopo di comprendere se fossero stati infettati dal Toxoplasma gondii che rimane nell’organismo per tutta la vita.

    L’analisi di questi dati ha rivelato che un terzo dei cuccioli presi in esame erano stati esposti al Toxoplasma gondii così come il 71% degli esemplari giovani e l’80% degli adulti.

    I cuccioli non affetti dal parassita si tenevano a una distanza media di 91 metri dai leoni mentre quelli che invece presentavano anticorpi anti Toxoplasma gondii nel sangue si spingevano fino a 43 metri di media dai predatori: una distanza pericolosa. Questa differenza nel comportamento scompariva dopo l’anno di età dei cuccioli forse perché chi riusciva a sopravvivere imparava a non avvicinarsi troppo ai felini.

    Uno dei limiti dello studio, affermano Holekamp e Laubach, è che non è noto se i cuccioli di iena siano più audaci anche nei confronti di altri predatori, felini o altre specie: un aspetto che è già in fase di studio.

    “Punto di svolta”

    Questo studio “segna un punto di svolta”, afferma Stefanie Johnson, ricercatrice dell’Università del Colorado che studia l’impatto del parassita Toxoplasma gondii sull’uomo e che non è stata coinvolta in questa ricerca sulle iene. “Ci conferma che gli effetti della toxo sono piuttosto forti sul comportamento dei mammiferi”, inclusa forse anche la nostra specie. LEGGI TUTTO

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    Gli scimpanzé possono insegnarci a invecchiare in modo sano?

    Nel frattempo gli scimpanzé presso le strutture di ricerca biomedica statunitensi venivano considerati anziani dopo i 35 anni. Per anni su centinaia di scimpanzé in quattro strutture sono stati condotti esperimenti mirati alla prevenzione e alla cura di malattie umane. Quando questi animali in cattività hanno iniziato a sviluppare disturbi noti associati all’invecchiamento umano, come patologie cardiache e diabete, i ricercatori si sono meravigliati di quanto questi fossero simili a noi.Quando nel 2015 i National Institutes of Health (NIH, Istituti nazionali di sanità) hanno deciso di interrompere la ricerca invasiva sugli scimpanzé e hanno trasferito gli animali nei santuari degli Stati Uniti, in un rapporto è emerso che decine di esemplari, molti dei quali avevano molto meno di 60 anni, erano troppo deboli per muoversi. Ma gli esperimenti a cui erano stati sottoposti non potevano essere l’unica causa di quello stato.

    La ricerca condotta sugli scimpanzé in natura e nei santuari africani, dove gli animali hanno molto spazio per muoversi, mostra uno stato di salute migliore negli esemplari anziani rispetto ai loro coetanei nei laboratori. Questo ci offre delle chiare indicazioni su come prendersi cura degli scimpanzé ancora in cattività.

    Questi risultati suggeriscono inoltre che lo studio dei problemi di salute degli scimpanzé di laboratorio potrebbe non averci insegnato molto sul loro processo di invecchiamento naturale. Al contrario, il destino di questi scimpanzé in cattività malati potrebbe fornirci più informazioni in merito ai rischi dello stile di vita sempre più sedentario di molti esseri umani.

    Con il passare degli anni spesso le persone diventano meno attive seguendo la profezia che si autoavvera per cui è naturale che con il tempo il corpo si indebolisca e che le condizioni di salute quindi inevitabilmente peggiorino. Eppure gli scimpanzé selvatici come zia Rose, che doveva spostarsi per molti chilometri al giorno alla ricerca di cibo e non riceveva cure se malata o ferita, sembrano invecchiare meglio, secondo l’antropologa Melissa Emery Thompson dell’Università del Nuovo Messico, condirettrice del Kibale Chimpanzee Project.

    Anche studi condotti su individui di popolazioni di cacciatori-raccoglitori, molti dei quali rimangono estremamente attivi fino alla fine della propria vita, spesso mostrano un prolungamento dello stato di buona salute rispetto a chi invece “se la prende comoda” da una certa età in poi, afferma Emery Thompson. Ad esempio, la velocità di camminata tra gli appartenenti al gruppo etnico degli Hadza in Tanzania, che portano avanti le loro attività di foraggiamento per tutta la vita, non sembra diminuire in modo significativo con l’invecchiamento.

    “Non è l’attività fisica bensì l’inattività che ci indebolisce”, aggiunge.

    Il meglio dei due mondi

    Presso il Ngamba Island Chimpanzee Sanctuary in Uganda, gli scimpanzé confiscati ai bracconieri vivono in ampie zone recintate di foresta tropicale dove sono liberi di muoversi. Ogni anno i veterinari controllano il loro stato di salute sedando gli animali per creare le condizioni perfette per raccogliere dati sul loro processo di invecchiamento.

    “Sulla base di studi condotti su popolazioni in cattività, gli scienziati credevano che i livelli di colesterolo negli scimpanzé fossero molto elevati”, afferma l’antropologa Alexandra Rosati dell’Università del Michigan. Ma in uno studio recente Rosati e i suoi colleghi hanno scoperto che gli scimpanzé del santuario di Ngamba Island avevano un livello di colesterolo molto più basso rispetto agli scimpanzé di laboratorio.

    Allo stesso modo, altri marker di rischio cardiovascolare, come ad esempio il peso corporeo, erano più bassi negli scimpanzé di Ngamba Island, afferma Rosati. La spiegazione, aggiunge, potrebbe essere che questi ultimi hanno la possibilità di muoversi molto di più di quanto non possano fare gli scimpanzé nei laboratori e si nutrono anche di maggiori quantità di frutta e verdura (che in parte cresce spontaneamente nell’area del santuario) e di meno cibo per scimpanzé ricco di nutrienti che viene tipicamente fornito nei laboratori.

    Non è che gli scimpanzé non mostrino segni di invecchiamento, afferma Joshua Rukundo, ex responsabile veterinario e adesso direttore del santuario di Ngamba Island. L’infiammazione delle articolazioni è comune negli scimpanzé anziani, afferma. “Presentano spesso anche problemi dentali che gli creano difficoltà nella digestione del cibo fibroso. La conseguente mancanza di questi alimenti influisce sul sistema immunitario rendendoli vulnerabili alle malattie”.

    Ma Rukundo aggiunge che la maggior parte di questi sintomi può essere trattata. In questo senso, in merito a un sano invecchiamento, gli scimpanzé di Ngamba Island possono avere il meglio di entrambi i mondi: ampi spazi in cui potersi muovere come farebbero in libertà, e alcuni privilegi della vita in cattività, come cibo extra e cure mediche.

    Questo potrebbe essere di ispirazione per come prendersi cura al meglio degli scimpanzé di laboratorio adesso presenti nei santuari degli Stati Uniti così come delle scimmie e di molti altri animali presenti negli zoo. LEGGI TUTTO