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    Grillo: «Mes inutile, meglio una patrimoniale per i super ricchi»

    il fondo salva stati che divide la maggioranza

    Il fondatore M5s in un post sul suo blog dal titolo “La Mes è finita”: «Far pagare l’Imu e l’Ici non versata sui beni immobili alla Chiesa»
    di Mariolina Sesto

    (AP)

    Il fondatore M5s in un post sul suo blog dal titolo “La Mes è finita”: «Far pagare l’Imu e l’Ici non versata sui beni immobili alla Chiesa»

    4 dicembre 2020

    3′ di lettura
    «Non starò qui ad elencare le mille ragioni che fanno del Mes uno strumento non solo inadatto ma anche del tutto inutile per far fronte alle esigenze del nostro Paese in un momento così delicato.A farlo, ogni qualvolta gli viene messo un microfono sotto al naso, ci ha già pensato il nostro Presidente del Consiglio Conte dicendo più e più volte che “disponiamo già di tantissime risorse (fondi strutturali, scostamenti di bilancio, Recovery Fund ecc..) e dobbiamo saperle spendere”. Dunque non è una questione di soldi, che sembrano esserci, ma come e dove usarli». Così Beppe Grillo, con un post sul suo blog dal titolo ‘La Mes è finita’ dice la sua sul tema più caldo che in questo momento agita la maggioranza di governo e che la metterà dinanzi al rischio crisi il 9 dicembre quando è in programma un voto in Parlamento sul tema.

    «Meglio una patrimoniale per i super ricchi»

    Invece di chiedere il Mes, è meglio “una patrimoniale ai super ricchi”. È una delle 2 proposte, insieme a quella di far pagare l’Imu e l’Ici non versata sui beni immobili alla Chiesa, che avanza sul suo blog Beppe Grillo criticando il Mes. «Da giorni – scrive Grillo – ormai rimbalza sui social come sui giornali l’ombra nefasta dell’avvento di una patrimoniale sui beni mobili e immobili degli italiani. La proposta presentata da Leu e Pd e subito bocciata dalla commissione Bilancio della Camera che l’ha definita “inammissibile” prevedeva un’aliquota progressiva minima dello 0,2% sui patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500 mila euro e fino a 1 milione di euro, per arrivare al 2% oltre i 50 milioni di euro. Ma, fortunatamente, non è passata e quindi capitolo chiuso.E se per una volta, invece che sovraccaricare di tasse la classe media che sta lentamente scomparendo, si procedesse a tassare soltanto i patrimoni degli italiani più ricchi? Nel nostro Paese, secondo l’ultimo rapporto sulla ricchezza globale del Credit Suisse, ci sono 2.774 cittadini con un patrimonio personale superiore a 50 milioni di euro; se sommati, i loro patrimoni, ammonterebbero addirittura a circa 280 miliardi”. Grillo allora si chiede: “Non sarebbe più equo, dunque, rivolgersi a loro piuttosto che al resto della popolazione già stremata da un anno tragico dal punto di vista finanziario, oltre che sanitario? Un contributo del 2% per i patrimoni che vanno dai 50 milioni di euro al miliardo genererebbe un’entrata per le casse dello Stato poco superiore ai 6 miliardi. Uno del 3% dato dai multimiliardari potrebbe fruttare circa 4 miliardi ulteriori”.
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    L’Imu e l’Ici non versata sui beni immobili della Chiesa

    “Una patrimoniale così concepita, significherebbe per le casse dello Stato un’entrata garantita di almeno 10 miliardi di euro per il primo anno, e di ulteriori 10 se la misura venisse confermata anche per il 2022”. Insieme alla richiesta di far pagare l’Imu e l’Ici non versata sui beni immobili alla Chiesa, si tratta per Grillo di “due proposte assolutamente praticabili, sacrosante e soprattutto non vincolanti (che non prevedono alcun tipo di indebitamento per l’Italia) che porterebbero un sacco di miliardi nelle casse dello Stato in poco tempo, semmai ce ne fosse bisogno. Se sommate, le due proposte, porterebbero nel biennio 2021/2022 all’incirca 25 miliardi di euro subito spendibili e liberi da vincoli di rientro”. “Incaponirsi – sostiene Grillo – sull’assurda discussione sui fondi del Mes, che vengono descritti come la panacea di tutti i mali, è una mera perdita di tempo ed energie. I soldi del meccanismo europeo, è giusto ricordare che (convenienti o meno) sempre debito sono. Un debito che ormai ammonta a oltre 150 miliardi e che, prima o poi, dovrà essere ripagato dalle vere vittime morali di tutta questa storia. I giovani e le nuove generazioni”. LEGGI TUTTO

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    Task force ridotta a 90 membri

    Serviziorecovery fund

    La soluzione di mediazione è il frutto della trattativa e dei malesseri espressi dal leader di Iv Matteo Renzi, ma anche dal M5S e dal Pd
    di Manuela Perrone

    (ANSA)

    La soluzione di mediazione è il frutto della trattativa e dei malesseri espressi dal leader di Iv Matteo Renzi, ma anche dal M5S e dal Pd

    3 dicembre 2020

    2′ di lettura
    Da 300 a 90, con un supervisore unico e sei manager, uno per ogni missione. Dopo le proteste dei partiti della maggioranza, e non solo, la maxi struttura tecnica per il monitoraggio dell’attuazione del Recovery Plan si avvia verso una cura dimagrante. Ma l’impianto resta quello proposto dal premier Giuseppe Conte ai capidelegazione di M5S, Pd, Iv e Leu nella riunione di sabato scorso: la scelta politica della selezione finale dei progetti spetterà al Ciae, il Comitato interministeriale degli Affari europei; il piano di attuazione e la vigilanza politica saranno compito del comitato esecutivo formato dal premier e dai due ministri di spesa maggiormente coinvolti, il dem Roberto Gualtieri (Economia) e il pentastellato Stefano Patuanelli (Sviluppo economico); la verifica del rispetto del cronoprogramma e i poteri sostitutivi in caso di inadempimenti saranno invece affidati alla task force tecnica, un’unità di missione in versione ridotta rispetto alla carica dei 300 ipotizzati all’inizio. Il ruolo specifico di informare la Commissione Ue è riconosciuto al ministro degli Affari europei, Vincenzo Amendola.
    La soluzione di mediazione è il frutto della trattativa di questi giorni e dei malesseri espressi non solo dal leader di Iv Matteo Renzi, ma anche dal M5S di Vito Crimi e Luigi Di Maio (quest’ultimo aveva invocato «una struttura più snella») e dal Pd di Nicola Zingaretti e Dario Franceschini. Al Nazareno devono fronteggiare sia i mal di pancia dei ministri che temono di essere scavalcati sia quelli dei parlamentari. Ieri, come anticipato dal Sole 24 Ore, il presidente dem della commissione Politiche Ue del Senato, Dario Stefano, ha scritto una lettera a Conte per denunciare il rischio che, con l’istituzione della cabina di regia, si realizzi «una reductio del ruolo e delle funzioni del Parlamento a semplice, sporadico uditorio». In sintesi: «Il coinvolgimento delle Camere non deve essere né timido né tanto meno intermittente».
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    Proprio al question time alla Camera, Amendola ieri ha ricordato come siano le linee guida europee a ritenere «indispensabile un meccanismo non ordinario di attuazione e gestione dei progetti» del Recovery Fund, che per l’Italia vale 209 miliardi e che richiede un complesso meccanismo di pianificazione e rendicontazione della spesa. Il ministro ha inoltre rassicurato sul «costante coinvolgimento del Parlamento». Promettendo il lavoro di selezione dei progetti è in dirittura finale: «nei prossimi giorni» saranno presentati alle Camere i primi risultati dell’interlocuzione informale avviata con Bruxelles il 15 ottobre. Poi «ci saranno un Consiglio dei ministri e un Ciae in cui analizzare gli aggiornamenti del piano». Piano sul quale è arrivato il nuovo monito del Commissario Ue Paolo Gentiloni, consegnato ai microfoni del Tg5: «Il Recovery Fund è un’occasione straordinaria per l’Italia, ma non è una finanziaria bis». LEGGI TUTTO

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    Mes, la fronda M5s esce allo scoperto: «No alla riforma, o bloccheremo ratifica alle Camere»

    lettera di 16 senatori e 42 deputati

    La lettera è stata inviata ai vertici del Movimento in vista del voto in Parlamento il 9 dicembre

    Gualtieri: ok a riforma Mes non implica la decisione di usarlo

    La lettera è stata inviata ai vertici del Movimento in vista del voto in Parlamento il 9 dicembre

    2 dicembre 2020

    2′ di lettura
    No alla riforma del Mes. È quanto hanno deciso di mettere nero su bianco 16 senatori e 42 deputati 5S in una lettera inviata ai vertici del Movimento in vista del voto in Parlamento il 9 dicembre. La lettera è indirizzata al capo politico del Movimento Vito Crimi, a Luigi Di Maio, al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e ai capigruppo pentastellati di Montecitorio e Palazzo Madama. Un segnale pericoloso, perché il 9 dicembre si voterà sulla riforma del Mes e la defezione dei 5 Stelle potrebbe mettere a serio rischio la tenuta della maggioranza e perfino del governo.

    «Rinviare gli aspetti più critici della riforma del Mes»

    Tra chi protesta ci sono Danilo Toninelli, Barbara Lezzi, Elio Lannutti e Mattia Crucioli. Dietro di loro c’è Alessandro Di Battista, che è stato chiaro nel bocciare la riforma: a suo avviso «conferma e peggiora uno strumento obsoleto e dannoso». Secondo i firmatari, è cambiato «il contesto macroeconomico legato alla pandemia Covid che rende ancora più inadeguato questo strumento». «Il nuovo contesto dovrebbe portarci a riaffermare, con maggiore forza e maggiori argomenti, quanto già ottenuto negli ultimi mesi: no alla riforma del Mes» scrivono i parlamentari M5S nella lettera inviata ai vertici, nella quale pur sottolineando di «non voler mettere a rischio la maggioranza» chiedono che nella risoluzione che sarò votata in Parlamento la riforma sia subordinata alla chiusura di tutti gli altri elementi (EDIS e NGEU) delle riforme economico-finanziarie europee in ossequio alla logica di pacchetto, o in subordine, a rinviare quantomeno gli aspetti più critici della riforma del Mes».
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    Ipotesi blocco ratifica Camere

    «In difetto – aggiungono – l’unico ulteriore passaggio che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle avrebbero per bloccare la riforma del MES sarebbe durante il voto di ratifica nelle due Camere». Di Mes si discuterà venerdì in un’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari di Camera e Senato del Movimento 5 Stelle. Intanto al termine dell’incontro tra il ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola e i capigruppo di maggioranza di Camera e Senato sulla riforma del Mes si è deciso che verrà elaborata una bozza di risoluzione che sarà messa a disposizione delle forze di maggioranza per condividerla, in vista del voto della riforma, in programma il 9 dicembre in Parlamento. LEGGI TUTTO

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    Mes, Berlusconi annuncia: «Non voteremo a favore della riforma»

    LA NOTA DELL’EX PREMIER

    Dopo il sostegno di Forza Italia al Governo in occasione del voto sullo scostamento di bilancio, nota dell’ex presidente del Consiglio: «La modifica del Meccanismo di Stabilità approvata dall’eurogruppo non è soddisfacente per l’Italia e non va neppure nella direzione proposta dal Parlamento europeo»

    Prove di disgelo, appello Berlusconi a Conte: “Lavoriamo insieme”

    Dopo il sostegno di Forza Italia al Governo in occasione del voto sullo scostamento di bilancio, nota dell’ex presidente del Consiglio: «La modifica del Meccanismo di Stabilità approvata dall’eurogruppo non è soddisfacente per l’Italia e non va neppure nella direzione proposta dal Parlamento europeo»

    1 dicembre 2020

    3′ di lettura
    L’appoggio al governo fornito da Forza Italia in occasione del voto in parlamento sullo scostamento di bilancio è stata una mossa dettata da quella particolare situazione, ma non sembra preludere a una strategia strutturata di sostegno esterno all’esecutivo.
    La sensazione emerge dalla lettura della nota con la quale il leader del partito Silvio Berlusconi ha chiarito che il 9 dicembre, giorno delle comunicazioni in aula al Senato del presidente del Consiglio Conte sulla riforma del Salva Stati vista del Consiglio europeo del 10 e dell’11 che dovrebbe approvarla, «non sosterremo in Parlamento la riforma del Mes perché non riteniamo che la modifica del Meccanismo di Stabilità approvata dall’eurogruppo sia soddisfacente per l’Italia e non va neppure nella direzione proposta dal Parlamento europeo». Insomma, con questa comunicazione Forza Italia annuncia una posizione comune alle altre due forze politiche del centrodestra, la Lega e Fratelli d’Italia.
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    Scoppia protesta gruppi Fi, capigruppo prendono tempo

    Una strategia che ha creato scompiglio nel partito. È scoppiata la protesta e il malessere dei parlamentari azzurri, spiazzati dalla scelta di Berlusconi di votare contro la riforma del Mes. Subito dopo la nota del Cavaliere, in linea con le tesi della Lega, le chat di Forza Italia sono esplose. In molti hanno ricordato come per mesi Fi si sia battuta a favore del Mes, tanti di loro fanno anche parte dell’intergruppo favorevole al Mes. Quindi hanno chiesto un chiarimento immediato alle due capigruppo, che però – a quanto si apprende – avrebbero deciso di rinviare un confronto. Tenerlo oggi avrebbe comportato il rischio di spaccare i gruppi.

    I due punti deboli

    «Due sono i motivi che principalmente ci preoccupano – ha messo ancora in evidenza la nota del leader azzurro -. Il primo: le decisioni sull’utilizzo del fondo verranno prese a maggioranza dagli Stati. Il che vuol dire che i soldi versati dall’Italia potranno essere utilizzati altrove anche contro la volontà italiana. Il secondo: il Fondo sarà europeo solo nella forma perché il Parlamento europeo non avrà alcun potere di controllo e la Commissione europea sarà chiamata a svolgere un ruolo puramente notarile».

    L’altolà di Salvini

    Un chiarimento che è giunto a stretto giro dopo che Matteo Salvini aveva lanciato un messaggio chiaro: parlando della riforma del Mes in una diretta Facebook, il leader del Carroccio aveva lanciato una sorta di “ultimatum”. «Chiunque in Parlamento approverà questo oltraggio e danno per l’Italia e le generazioni future – aveva detto -, si prende una grande responsabilità. Se lo fa la maggioranza, non mi stupisce. Se lo fa qualche membro dell’opposizione, finisce di essere compagno di strada della Lega, perché si ipoteca il futuro dei nostri figli per i prossimi 30 anni mettendolo in mano a qualche burocrate che sta a Bruxelles». LEGGI TUTTO

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    Berlusconi, negli ultimi giorni condizioni peggiorate. I medici: «Riposo assoluto a casa»

    L’EX PREMIER

    Il legale del leader di Forza Italia nell’udienza nell’aula della Fiera di Milano del processo Ruby ter: «Ulteriore forma di ingravescenza»

    Prove di disgelo, appello Berlusconi a Conte: “Lavoriamo insieme”

    Il legale del leader di Forza Italia nell’udienza nell’aula della Fiera di Milano del processo Ruby ter: «Ulteriore forma di ingravescenza»

    30 novembre 2020

    1′ di lettura
    Negli «ultimi giorni» le condizioni di salute del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, ricoverato a settembre per il Covid e poi guarito, hanno avuto «un’ulteriore forma di ingravescenza», cioè di peggioramento, rispetto ad «un iter di miglioramento» che si era avuto «in precedenza» e per questo i medici che lo seguono gli hanno consigliato «riposo assoluto domiciliare, di non muoversi e di non svolgere attività». Lo ha spiegato, producendo documenti medici, il suo legale, l’avvocato Federico Cecconi, nell’udienza nell’aula della Fiera di Milano del processo Ruby ter, senza chiedere comunque un rinvio per legittimo impedimento. Una situazione quella degli ultimi giorni, ha detto Cecconi, «legata ad un certo attivismo che gli era stato sconsigliato».

    Riposo per patologia cardiaca

    Nel fare riferimento al peggioramento delle condizioni di salute di Silvio Berlusconi il legale ha parlato in particolare di «fibrillazione atriale», ossia di una patologia cardiaca. Il legale ha depositato ai giudici della settima penale (presidente del collegio Marco Tremolada) una serie di documenti medici nel quale, come ha chiarito il difensore, sono contenuti «dati sensibili» sulle condizioni dell’ex presidente del Consiglio. Nel giugno del 2016, dopo una grave anomalia cardiaca, Berlusconi era stato sottoposto a un delicato intervento per la sostituzione della valvola aortica.
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    Dal Mes al decreto sicurezza, in parlamento raffica di voti a rischio per la maggioranza

    in parlamento

    Alla Camera è cominciata anche la partita decisiva sulla legge di bilancio mentre il Senato è alle prese con il pacchetto Ristori, che verrà completato con il decreto quater.
    di Andrea Gagliardi

    (ANSA)

    Alla Camera è cominciata anche la partita decisiva sulla legge di bilancio mentre il Senato è alle prese con il pacchetto Ristori, che verrà completato con il decreto quater.

    27 novembre 2020

    3′ di lettura
    Il voto unanime allo scostamento di bilancio, sulla scia dell’emergenza Covid, ha segnato uno spartiacque. Ma non è detto che gli effetti siano tutti positivi per l’esecutivo. L’avvicinarsi di maggioranza e opposizioni, infatti, sta alimentando le speranze di chi non ha ancora rinunciato all’idea di un governissimo, e sta innervosendo il M5S, costringendo il premier Giuseppe Conte ad una navigazione a vista. I nodi da sciogliere in Parlamento, con l’ombra di un rimpasto che torna a concretizzarsi, da qui alle prossime settimane non mancheranno. Lo scostamento è solo il primo, in ordine temporale, degli scogli che la maggioranza sarà chiamata a superare fino a fine anno. Alla Camera è cominciata la partita decisiva sulla legge di bilancio mentre il Senato è alle prese con il pacchetto Ristori, che verrà completato con il decreto quater.
    Per scongiurare l’esercizio provvisorio la manovra va approvata, come è noto, entro il 31 dicembre. Mentre il pacchetto di sostegni, indennizzi e proroghe fiscali deve assolutamente superare l’esame del Parlamento entro il 27 dicembre, data di scadenza del primo decreto Ristori, al quale si è già accodato il Dl bis ed è pronto ad agganciarsi nelle prossime ore il “ter”, che sarà poi seguito dal Dl quater.
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    Maggioranza al bivio sul Mes

    Ma prima c’è il bivio del Mes. Sulla riforma del fondo salva-Stati (con l’Ue che attende il sì dell’Italia in occasione del prossimo Ecofin del 30 novembre) la maggioranza resta divisa. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è atteso lunedì per un’informativa alle commissioni parlamentari. «La riforma del Mes – sarà il suo ragionamento, che lo vede in linea con Conte – punta a rafforzare ulteriormente quella che è una sorta di assicurazione per gli Stati e consentire di avere un altro pilastro dell’Unione bancaria, come il common backstop che l’Italia ha sempre visto come uno sviluppo positivo». Cosa ben distinta, è la richiesta dell’attivazione Mes “sanitario”, di cui non si parlerà all’Ecofin. Ma non è detto che basti ai pentastellati (da sempre contrari all’attivazione del Mes sanitario), tra i quali anche solo parlare della riforma crea tensione. Ma c’è una deadline oltre la quale il premier non può andare: il 9 dicembre, quando Conte riferirà in Parlamento sul vertice europeo del giorno dopo. Sarà un passaggio d’aula molto delicato. Perché la maggioranza, anche se nel modo più soft possibile, dovrà dare mandato al presidente del Consiglio di portare a Bruxelles il via libera alla riforma del Mes.
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    Incognita Forza Italia sul voto alla manovra

    Gli effetti del voto sullo scostamento vanno però oltre il Mes. Il Pd, a partire dal segretario Nicola Zingaretti, nega che si tratti di un primo passo verso un allargamento della maggioranza o addirittura un governissimo (senza Conte). Ma l’allargamento è un progetto che Matteo Renzi persegue apertamente e che alcuni dirigenti Dem non negano. Il prossimo step dovrebbe essere, nelle intenzioni dei ‘pontieri’, il sì di Forza Italia alla manovra. Una strada che non è detto Berlusconi scelga di perseguire, anche perché rischierebbe di spaccare i suoi gruppi,soprattutto al Senato.

    M5s diviso sul decreto sicurezza

    Nell’immediato, d’altro canto, la maggioranza è chiamata subito a un’altra prova di tenuta. Lo sarà sul voto di fiducia atteso alla Camera sul decreto sicurezza. Il provvedimento varato dal governo il 5 ottobre per ‘superare’ i cosiddetti decreti Salvini, rischia di essere un nuovo terreno di scontro. Il centrodestra è compatto nell’opporsi alle modifiche varate dal governo. Nel provvedimento di ottobre saltano le multe milionarie alle ong che fanno soccorsi in mare e si amplia il sistema di accoglienza, introducendo la protezione speciale al posto di quella umanitaria. Ma malumori serpeggiano anche nella maggioranza in casa M5s. Una parte del movimento non condivide la linea più morbida sul tema immigrazione. Si tratta di una ventina di deputati pentastellati che hanno cercato inutilmente di far approvare in Commissione Affari costituzionali della Camera alcuni emendamenti restrittivi, come quello che prevedeva che «in ogni Regione il numero di Centri permanenza e rimpatrio non può essere inferiore a uno». Un emendamento appoggiato dal centrodestra ma bocciato dalla maggioranza. Il decreto scade il 20 dicembre. E quando arriverà al Senato, dove la maggioranza ha numeri risicati, l’insofferenza di una parte dei Cinquestelle ne metterà ancora più a rischio l’approvazione. LEGGI TUTTO