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    Responsabili veri, non mercenari per un nuovo, possibile governo

    (Ansa)

    Un nuovo governo è diventato cupo sinonimo di un mercato di parlamentari. Che tutto richiama, tranne l’aria fresca della assenza di vincolo di mandato dei parlamentari, in nome di una reale sovranità popolare

    14 gennaio 2021

    3′ di lettura
    Ancora non si sa se l’ennesima crisi di governo extraparlamentare prenderà la strada desueta verso una delle camere, per verificare se ci potrà essere un nuovo esecutivo. O se la legislatura si chiuderà, lasciando gli italiani soli nella tempesta della pandemia e dei suoi derivati:un numero di decessi quotidiani pari ad un terremoto di grandi dimensioni, la povertà, quella vera, che avanza implacabile, un deserto nel mondo del lavoro, di chi lo presta e di chi lo crea. E altri danni forse meno materiali, dalle conseguenze non valutabili.
    Tutto ciò se non si riuscirà, come detto, a formare uno straccio di governo: come lo sono stati, rispetto ai nostri canoni costituzionali, i due governi che hanno trascinato stancamente e senza meta questa legislatura nata priva di vita e tenuta in piedi artificialmente. Un nuovo governo: che in un paese in cui tutto quanto dovrebbe essere parlamentare non lo è più, è diventato cupo sinonimo di un mercato di parlamentari. Che tutto richiama, tranne l’aria fresca della assenza di vincolo di mandato dei parlamentari, in nome di una reale sovranità popolare; di una costituzione bella a leggersi, se tornasse ad essere interpretata con rispetto e dignità dai protagonisti del tempo.
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    Onore e disciplina, le parole della Costituzione. Tutto quanto spetta alle camere è oramai una parodia, la caricatura delle norme limpide, non equivocabile che fanno ancora bella mostra di sé nella nostra Costituzione, che vengono studiate nelle università quasi fossero ancora frammenti di vita vissuta e da vivere nelle due camere: ma che parlamentari in veste di governanti (nemmeno sempre parlamentari, come la pratica insegna), e in veste di capipartito hanno sequestrato al nostro parlamento. Forse oggi, di queste funzioni anchilosate, ne verrà riproposta una, il possibile parto di un nuovo governo: sapendo che sordide prassi recenti lo hanno trasformato in materiale per le aule di giustizia, e in vergogna istituzionale.
    Ma è davvero scontato che debba essere così, che un nuovo esecutivo che dovesse nascere da questa voragine di irresponsabilità lo debba a manipoli di uomini politicamente prezzolati, se non altro nella possibilità di sopravvivere a se stessi? In quella carta costituzionale recitata e dimenticata, vi è ancora un articolo, l’articolo 94, che ricorda a chiare lettere che i governi nascono in parlamento sulla base di una “mozione motivata”: quali non sono da tempo, almeno sostanzialmente, le mozioni senz’anima che giustificano la fiducia ad esecutivi nati in corso di legislatura. È davvero difficile, se non impossibile, dare un senso, un briciolo almeno di missione e di passione ad un governo che veda la luce in un momento così buio non solo per la nostra politica, ma diversi per sistemi democratici in sempre maggiore difficoltà? Quasi una tendenza, autolesionismo puro. Non solo democrazie borderline con le dittature, scivolate o in via di scivolamento verso la distruzione dei diritti individuali e collettivi, verso la concentrazione del potere in un’unica mano: come è successo irrimediabilmente in Turchia, come sta succedendo forse rimediabilmente in Brasile, in Venezuela, come sembra poter succedere in pezzi di questa stessa Europa, incapace di pretendere dai propri associati quantomeno il rispetto di minime regole democratiche? Senza parlare degli Stati Uniti, e della paura giustificata che un evento come il giuramento di un nuovo presidente si trasformi in una prova di colpo di Stato programmato prima dell’esito del voto. Cruento o non cruento, non cambia molto.
    Proviamo ad immaginarla, togliendo un primo strato di ruggine al nostro parlamento, una possibile “mozione motivata”: che oltre a giustificare la nascita di un nuovo governo, possa mettere tutti i partiti davanti alle ambiguità di questo tratto di legislatura, incapace di dar vita, se non a maggioranze coese, ad accordi minimi, a relazioni civili almeno tra occasionali compagni. A un briciolo di valori comuni tra tutti. Accanto al nucleo obbligato di tutto quanto concerna, direttamente o indirettamente, la protezione del paese e dei suoi cittadini dalla pandemia, proponendo due impegni solenni, in pochissime parole. Una cartina di tornasole. LEGGI TUTTO

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    Conte prende tempo. Zingaretti: Iv inaffidabile per qualsiasi scenario. Da Di Maio appello ai «costruttori»

    crisi di governo

    Il premier Giuseppe Conte è al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella. Zingaretti mette le mani avanti: «Impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista. Il centrodestra attacca: «Conte venga subito a riferire in Aula»

    Crisi di governo, Renzi: non c’è un solo nome per Palazzo Chigi

    Il premier Giuseppe Conte è al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella. Zingaretti mette le mani avanti: «Impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista. Il centrodestra attacca: «Conte venga subito a riferire in Aula»

    14 gennaio 2021

    3′ di lettura
    Ventiquattro ore per far decantare lo schiaffo di Matteo Renzi, dopo le dimissioni delle ministre di Iv, per permettere ai partiti di maggioranza di ragionare sul da farsi. Il premier Giuseppe Conte è al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella. E sembra orientato a non dimettersi e ad andare in Parlamento con un discorso che faccia un appello largo alla responsabilità. Lì lo chiama oggi il presidente della Camera Roberto Fico, che accoglie la richiesta delle opposizioni e chiosa: «Quest’aula non è e non può essere indifferente a quanto sta succedendo». Il M5s fa quadrato attorno a Conte ed esclude l’epilogo del voto. Il Pd vede invece il rischio concreto che la crisi finisca con il voto anticipato a giugno. Il Colle è stato chiaro: no a soluzioni “raccogliticce”. Alle 20 è convocato un nuovo cdm per lo scostamento di bilancio che il premier – pronto all’interim delle due ex ministre IV – dovrà poi portare in Parlamento conquistando tempo.

    Bonetti: discutere uso Mes dirimente per stare in maggioranza

    Nel frattempo Iv tiene aperta la porta del dialogo. «La maggioranza c’è quando sostiene un progetto di governo. Abbiamo ritenuto di uscire e di dare le dimissioni in modo inedito, perché pochi lasciano le poltrone, per ricostruire un progetto di governo per il Paese che sia utile e realizzabile» ha detto la ministra dimissionaria per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti a Radio 24. E ancora: «Le mie dimissioni sono lo spazio perchè questo tavolo per riprogettare il Paese, sempre rimandato, finalmente si apra. Non si può più rimandare, proprio perchè siamo in crisi bisogna agire, il tema non è Conte ma la risposta politica». Tra le condizoni poste, quella del Mes: «Per noi l’utilizzo del Mes è dirimente per il Paese ed è dirimente per restare in maggioranza che ci siano le condizioni politiche sulla base delle quali l’utilizzo del Mes viene almeno discusso».
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    GLI EQUILIBRI AL SENATO
    La maggioranza e l’opposizione al Conte II: il peso dei partiti a Palazzo Madama. (*) Binetti, Saccone, De Poli

    Da Di Maio appello ai costruttori, «con Renzi strade ora divise»

    Ma per il M5s la corda si è rotta ed è impossibile la permanenza dei renziani in maggioranza. Piena fiducia nel presidente Conte e nessuna possibilità di riavviare un confronto con Matteo Renzi. Questi i due punti sono emersi in modo netto nel corso della riunione tra il capo politico del Movimento 5 Stelle Vito Crimi e la delegazione M5s di governo. «Mentre il Paese attraversa uno dei momenti più bui della sua storia, ieri Matteo Renzi ha scelto di ritirare i suoi ministri aprendo l’ennesima crisi di governo. L’Italia rischia così di essere macchiata in modo indelebile da un gesto che considero irresponsabile e che, come avevo anticipato, divide definitivamente le nostre strade» ha scritto Luigi Di Maio in un post su Fb. Di qui l’appello a «tutti i costruttori europei che, come questo Governo, in Parlamento nutrono la volontà di dare all’Italia la sua opportunità di ripresa e di riscatto»

    Zingaretti: Iv inaffidabile per qualsiasi scenario

    In casa dem si media. Ma non si nasconde la forte preoccupazione. In un quadro quanto mai confuso. Da un lato, si ragiona, i cosiddetti responsabili non ci sono, la maggioranza dopo lo strappo con Renzi non esiste più, quindi è reale il rischio di elezioni a giugno. Il tutto mentre il segretario Nicola Zingaretti, nel suo intervento alla riunione dell’ufficio politico del Pd, definisce «impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista». E avverte: «C’è un dato che non può essere cancellato dalle nostre analisi. Ed è a questo punto l’inaffidabilità politica di Italia Viva. Che è un dato presente e che io credo, e questo dovremmo tenerlo in considerazione, comunque, per come avvenuto mina la stabilità in qualsiasi scenario». Contemporaneamente il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, chiarisce: «Come gruppo dei democratici vogliamo che la crisi venga parlamentarizzata e che ci siano le comunicazioni in aula». E il ministro della Cultura Dario Franceschini incalza: «Siamo in un sistema parlamentare in cui le maggioranze di governo si cercano in Parlamento, apertamente, alla luce del sole e senza vergognarsene. E così sarà anche questa volta»
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    Le opzioni sul tavolo per Conte

    Una decisione su come affrontare la crisi aperta da Iv Conte – se dimettersi per aprire il tentativo di un nuovo governo o andare in Parlamento a verificare la sua maggioranza – la deve mettere sul tavolo già nelle prossime ore, anche perché è lo stesso presidente Mattarella ad averlo invitato ad una soluzione della crisi in tempi brevi. Se sceglierà davvero lo showdown in Parlamento l’obiettivo potrebbe essere ottenere il sì da una maggioranza larga e solida, con un appello ampio a sostenere il lavoro del governo. Il Movimento sembra più compatto che mai sull’”avvocato del popolo”. E anche chi, in teoria, avrebbe aperto ad una soluzione con un premier Dem (come Dario Franceschini) pare esser tornato sui suoi passi. LEGGI TUTTO

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    Renzi: gli esponenti di Iv si sono dimessi dal governo

    esecutivo in bilico

    «La crisi politica non è aperta da Italia Viva, è aperta da mesi» ha detto in conferenza stampa alla Camera l’ex premier, che ha ribadito «fiducia incrollabile nel presidente della Repubblica e nel ruolo istituzionale che ricopre». Conte accetta le dimissioni delle ministre: «Mai sottratto a confronto ma terreno minato»

    Covid, Speranza: Governo prorogherà stato emergenza al 30 aprile

    «La crisi politica non è aperta da Italia Viva, è aperta da mesi» ha detto in conferenza stampa alla Camera l’ex premier, che ha ribadito «fiducia incrollabile nel presidente della Repubblica e nel ruolo istituzionale che ricopre». Conte accetta le dimissioni delle ministre: «Mai sottratto a confronto ma terreno minato»

    13 gennaio 2021

    6′ di lettura
    Il leader di Iv Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti dal governo. Finisce il governo Conte bis. Non è bastata l’apertura di Giuseppe Conte a un “patto di legislatura”. Renzi ha deciso di aprire una crisi, che deve essere ancora ufficialmente formalizzata, dagli sbocchi ignoti. «È molto più difficile lasciare una poltrona che aggrapparsi allo status quo» ha detto l’ex premier in conferenza stampa alla Camera, spiegando: «La crisi politica non è aperta da Italia Viva, è aperta da mesi». È stato creato «un vulnus nelle regole del gioco, delle regole democratiche». Poi ha ribadito «fiducia incrollabile nel presidente della Repubblica e nel ruolo istituzionale che ricopre». E sullo sbocco della crisi ha spiegato: «Non abbiamo pregiudiziali sul nome di Conte né sulle formule, l’unico paletto è che non andremo mai al Governo con le forze sovraniste e populiste della destra».

    Renzi: nessun veto su Conte ma possibili altri nomi

    Via libera dunque a un governo con la stessa maggioranza, ma anche all’ipotesi di un governo istituzionale, senza escludere di «andare all’opposizione». Ma se questa maggioranza fosse confermata, «non c’è un solo nome per Palazzo Chigi». Sul Recovery Plan Renzi ha parlato di «passi avanti importanti». Ma «resta un grande problema, perché non si prende il Mes? Mes vuol dire più fondi per la sanità, non prenderli per un motivo ideologico è inspiegabile, irresponsabile».
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    Conte accetta dimissioni ministre Iv, informato Colle

    Le dimissioni delle ministre di Iv «mi sono state comunicate attraverso una comunicazione via mail e che accetto. Naturalmente questa sera ho informato della situazione il Presidente Mattarella» ha detto il premier Giuseppe Conte aprendo il Cdm.

    Conte: «Grave responsabilità Iv, danno a Paese»

    «Purtroppo Iv si è assunta la grave responsabilità di aprire una crisi di governo – ha proseguito il Presidente del Consiglio -. Sono sinceramente rammaricato, e credo di potere interpretare anche i vostri pensieri, per il notevole danno che si sta producendo per il nostro Paese per una crisi di governo nel pieno di una pandemia e di una prova durissima che il Paese sta attraversando».
    «Ho provato fino all’ultimo minuto utile a evitare questo scenario – ha aggiunto – , e voi siete testimoni degli sforzi fatti in ogni sede, ad ogni livello di confronto. Ancora due giorni fa e oggi ho ribadito che avevo preparato un lista di priorità per un confronto da fare non appena approvato il Recovery, stasera le misure anticovid, la proroga dello stato di emergenza, domani lo scostamento di bilancio.Non ci siamo mai sottratti a un tavolo di confronto anche se oggettivamente diventa complicato un confronto quando il terreno è disseminato continuamente di mine difficilmente superabili». LEGGI TUTTO

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    L’azzardo di Renzi: più peso nel governo o piena agibilità politica al centro

    Prodi: Renzi ha lo stesso obiettivo di Bertinotti, rompere

    Dietro le mosse dell’ex premier il non decollo del suo partito, fermo attorno al 3%: contare di più o passare all’opposizione il bivio di IV

    13 gennaio 2021

    4′ di lettura
    In qualunque modo finirà nella prossime ore questa anomala crisi di governo – se con un Conte ter in extremis che recuperi Italia Viva, se con un governo Conte che va avanti grazie a un nuovo gruppo di responsabili senza Italia Viva o se con un altro premier – in molti si chiedono che cosa c’è dietro l’“azzardo” di Matteo Renzi, premier per tre anni e alla guida del Pd del 40% prima di tentare l’avventura con la formazione di un nuovo partito.

    Le critiche a Conte condivise dal Pd

    Perché è vero che molte delle critiche che Renzi ha rivolto nelle ultime settimane a Giuseppe Conte avevano un fondamento di verità ed erano condivise quasi al 100% dal Pd, dalla questione dell’attivazione del Mes per l’emergenza sanitaria che lo stesso segretario dem Nicola Zingaretti chiede con forza da mesi fino alle critiche, e dunque allo stop al Recovery arrivato l’8 dicembre scorso, sulla cabina di regia immaginata dal premier con sei supermanager sotto l’ombrello di Palazzo Chigi e slegati di fatto dal controllo politico del resto del governo e dei partiti che lo compongono. Ma è anche vero che per ottenere le “correzioni” chieste non era necessario arrivare fino allo strappo che si intravede con il ritiro della delegazione renziana dal governo e dunque l’apertura vera della crisi.
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    Conte e la mancata riconciliazione

    Di certo Conte non ha lavorato, né prima dell’8 dicembre né soprattutto dopo, a una riconciliazione e al riconoscimento politico di colui, ossia Renzi, che aveva permesso la nascita del Conte 2 ritirando il niet contro il M5S nell’estate del 2019. E questo è stato un errore: continuare come se Renzi con il suo gruppo parlamentare al Senato non esistesse ha contribuito a irrigidire il clima. Da parte sua Renzi, vedendosi recapitare la prima bozza del Recovery plan di notte, poco prima del Consiglio dei ministri, ha capito che senza alzare la voce si sarebbe condannato alla marginalità all’interno della coalizione di governo e all’esclusione dalla partita più importante dei prossimi 6 anni. Ossia quella della ricostruzione con l’utilizzo dei circa 200 miliardi di fondi Ue in arrivo da fine anno. «Se non posso incidere sui contenuti e sui progetti – è stato il suo ragionamento – chi me lo fa fare a restare dentro un governo che prende in continuazione decisioni che non condivido?».
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    Alla ricerca di visibilità

    Al fondo dell’agire di Renzi c’è una questione di visibilità e di agibilità politica. Italia Viva è nata subito dopo la formazione del Conte 2 (le ministre Bellanova e Bonetti sono entrate come quota Renzi ma nella delegazione del Pd) con l’ambizione di coprire l’area di centro riformista che non si riconosce né in Forza Italia schiacciata sulla Lega di Salvini né nel Pd a guida zingarettiana a suo modo di vedere schiacciato sul populismo di sinistra dei pentastellati. Ma il progetto politico, che ambiva alle due cifre, è fin qui sostanzialmente fallito. E Renzi si è convinto, a torto o a ragione, che i deludenti risultati raggiunti dalla sua lista alle scorse regionali (neanche nella sua Toscana ha superato il 4%) siano da attribuire alla sua permanenza in un governo bloccato dai veti di un M5s in eterna crisi di leadership sul quale non è mai riuscito veramente ad incidere.

    L’ipotesi Conte ter

    Da qui la decisione dell’“azzardo”, ossia la scelta di andare fino in fondo sulla strada del ritiro della delegazione se da Conte non fossero arrivati, e continueranno a non arrivare nelle prossime ore, segnali per la formazione di un governo nuovo, il Conte ter, fondato su un nuovo patto programmatico e su una compagine governativa profondamente rivisitata. Se riuscirà ad ottenere questo risultato in extremis Renzi otterrà un Conte fortemente ridimensionato nei suoi poteri e nella sua forza politica (e questo è un bene per lui perché un eventuale partito contiano sarebbe un concorrente elettorale nell’area di centro) e la possibilità di incidere non solo nel governo ma anche nella costruzione dell’alleanza che si presenterà alle prossime elezioni politiche presidiando l’area riformista di centro. LEGGI TUTTO

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    Conte nel fortino, tra ultimatum e trattative in extremis

    (Ansa)

    Oggi si capirà se il governo Conte 2 è morto, se può sopravvivere indenne anche all’uscita di Italia Viva o se invece può nascere un Conte ter con un programma aggiornato e una nuova squadra

    13 gennaio 2021

    4′ di lettura
    Giorno della verità o giorno della marmotta? Da qui alle 17.30, quando Matteo Renzi terrà l’annunciata conferenza stampa con le ministre Bellanova e Bonetti, si capirà se il governo Conte 2 è morto, se può sopravvivere indenne anche all’uscita di Italia Viva o se invece può nascere un Conte ter con la stessa maggioranza, ma un programma aggiornato e una nuova squadra.

    Le carte sono ancora coperte

    Al Consiglio dei ministri di ieri sera l’astensione delle ministre renziane sul Recovery Plan, motivata con il rifiuto di accedere alla linea di credito pandemica del Mes, è suonata come il preambolo di una decisione già presa. Ma nessuno, né Conte né Renzi, ha finora giocato a carte scoperte. Il premier ha continuato a negare di essere a caccia di responsabili al Senato per creare un proprio gruppo parlamentare, ma che i pontieri siano al lavoro è un fatto incontestabile.
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    Lo spiraglio e il pressing di Zingaretti

    L’ultimatum lanciato a Renzi martedì mattina – «Se si assumerà la responsabilità di una crisi di Governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo Esecutivo con il sostegno di Italia Viva» – ha avuto l’effetto di irritare molto anche il Pd di Nicola Zingaretti ed è suonato come una prova di forza, la conferma della convinzione del premier di avere i numeri per andare avanti comunque, con o senza Iv. Ma dietro quelle parole uno spiraglio c’è, a cui si aggrappano soprattutto i dem che da stamane – dal segretario Nicola Zingaretti al ministro degli Affari europei Vincenzo Amendola – non hanno fatto che richiamare al «dialogo» in nome «del buon senso, del bene comune e della buona politica».
    L’appello di Grillo al «patto tra partiti»Nel caos non poteva mancare un intervento di Beppe Grillo, definito ambiguo anche in casa Cinque Stelle. Il garante, finora defilatissimo sebbene sia stato sempre il principale sponsor di Conte, ha condiviso una lettera aperta del deputato Giorgio Trizzino che invoca un «patto tra partiti» di maggioranza e opposizione per «diventare costruttori». Trizzino è palermitano come il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e si ispira proprio alle parole del capo dello Stato che nel discorso di fine anno aveva detto: «Questo è il tempo dei costruttori». Il post ha come al solito suscitato interpretazioni e polemiche, perché qualcuno ci ha letto un invito a un governo di unità nazionale. In realtà i “pompieri” del Movimento tagliano corto: «Il pensiero di Grillo è chiaro: basta liti, questa maggioranza va salvata».

    La resistenza sulle dimissioni

    Al di là del pressing per evitare uno showdown, la domanda che tutti si pongono è una: l’arrocco quasi ostentato del premier è reale o è un bluff, l’ennesimo di questa strana crisi nel mezzo di una pandemia e di un dramma economico senza precedenti? Il punto sul quale il premier prova e proverà a resistere fino alla fine sono le dimissioni: non vuole rassegnarle, non si fida. Per questo l’ipotesi di un Conte ter è appesa a un filo sottile: la possibilità di trovare la quadra su una nuova lista di ministri nelle prossime ore per consentire al premier, se crisi deve essere, di salire al Colle con un’intesa solida già in tasca. LEGGI TUTTO

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    Palazzo Chigi: «Se Renzi si sfila, per Conte impossibile nuovo governo con Iv»

    stasera il cdm sul recovery plan

    Una volta dato il via libera al Recovery, che verrà trasmesso al Parlamento e alle parti sociali (va inviato entro metà febbraio a Bruxelles), Renzi potrebbe ritirare le ministre di Italia viva, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, che continua a dichiarare di essere pronta a dimettersi

    (ANSA)

    Una volta dato il via libera al Recovery, che verrà trasmesso al Parlamento e alle parti sociali (va inviato entro metà febbraio a Bruxelles), Renzi potrebbe ritirare le ministre di Italia viva, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, che continua a dichiarare di essere pronta a dimettersi

    12 gennaio 2021

    2′ di lettura
    Sono ore decisive per le sorti del governo Conte. Palazzo Chigi sferra la sua contromossa: se Renzi si sfila, un nuovo esecutivo con Iv è impossibile. Pronta la risposta del leader di Italia viva: “Chiediamo Mes non poltrone”. Intanto diversi esponenti cinquestelle – da Di Battista a Lezzi, dal ministro D’Incà al sottosegretario Fraccaro – appoggiano il contrattacco del premier. La crisi potrebbe avere inizio ufficialmente questa sera: alle 21.30 si terrà il consiglio dei ministri che approverà il Recovery plan, riveduto e corretto secondo i desiderata di Italia viva e inviato ai partiti di maggioranza ieri sera. Una volta dato il via libera al Recovery, che verrà trasmesso al Parlamento e alle parti sociali (va inviato entro metà febbraio a Bruxelles), Renzi potrebbe ritirare le ministre di Italia viva, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, che continua a dichiarare di essere pronta a dimettersi.

    Ipotesi crisi pilotata

    Giuseppe Conte manda segnali di arroccamento, ritirandosi dall’ipotesi di mediazione di una crisi pilotata con dimissioni “congelate” per arrivare in sicurezza a un nuovo governo, il Conte Ter, previo accordo pubblico e garantito dal Quirinale tra i partiti della maggioranza. È l’ipotesi di mediazione a cui ha lavorato negli ultimi giorni soprattutto il Pd e che ieri uno dei pontieri di questa snervante trattativa, il consigliere politico del segretario Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini, ha rilanciato pubblicamente. Altra strada è la sfida in aula: ovvero il tentativo di Conte presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia all’attuale governo, senza dimissioni. Ma la caccia ai “responsabili” non ha dato i frutti sperati e i numeri in Senato, tolti i senatori di Italia viva, non sarebbero sufficienti a sostenerlo.
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    Tentativi di accordo sulla nuova squadra

    Certo è che per tutta la giornata di ieri i pontieri hanno continuato a lavorare all’accordo sulla nuova squadra di governo. Tra le ipotesi di nuovo ingressi più accreditate ci sono quelle dei renziani Ettore Rosato al Viminale e di Raffaella Paita alle Infratture (in calo nelle ultime ore l’ingresso di Maria Elena Boschi, che non sembra essere disponibile). In caso di spacchettamento del suo ministero la democratica Paola De Micheli resterebbe ai Trasporti, altrimenti traslocherebbe al Lavoro al posto della pentastellato Nunzia Catalfo. Le caselle dell’Economia, degli Esteri della Difesa non dovrebbero essere toccate anche per andare incontro ai desideri del Capo dello Stato. Per quanto riguarda il Pd, il nuovo ingresso di peso sarebbe quello di Andrea Orlando come vicepremier o come sottosegretario alla Presidenza al posto di Riccardo Fraccaro. La quadra si chiuderebbe con la delega ai servizi segreti nelle mani dell’attuale ministra degli Interni Luciana Lamorgese e con la compensazione di un ministero di spesa per il M5s in caso di perdita del Lavoro. Il tutto, naturalmente, solo se nelle prossime ore il campo sarà sminato. LEGGI TUTTO

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    Swg: Meloni in corsa per insidiare il Pd

    sondaggio 7-11 gennaio

    Già da tempo Fdi ha insidiato il M5S, conquistando la terza posizione nella classifica delle intenzioni di voto redatta ogni settimana da Swg

    La leader di Fdi Giorgia Meloni (Ansa/Luca Zennaro)

    Già da tempo Fdi ha insidiato il M5S, conquistando la terza posizione nella classifica delle intenzioni di voto redatta ogni settimana da Swg

    12 gennaio 2021

    1′ di lettura
    Già da tempo il partito di Giorgia Meloni ha insidiato il M5S, conquistando la terza posizione nella classifica delle intenzioni di voto redatta ogni settimana da Swg. E ora, dopo la pausa natalizia, è lanciata per tentare di insidiare il secondo posto sul podio al Pd. Questa settimana, infatti, il sondaggio condotto nella settimana fra il 7 e l’11 gennaio, segna un meno uno per il Pd e un più 0,5% per Fratelli d’Italia. Con la Lega che perde lo 0,5%, il M5S che cresce dello 0,4%, come Azione e i Verdi. Ecco i dati della settimana.

    Lega sempre in testa, Meloni all’attacco del Pd

    La Lega nel sondaggio condotto sulle intenzioni di voto di 1.200 maggiorenni – metodo Cati-Cami-Cawi – incassa il 23,2%, in calo rispetto alla rilevazione del 21 dicembre dello 0,2 per cento. Perde un punto il Pd, al secondo posto con il 18,4 per cento. Terzo posto per Fdi con il 17,2% (+ 0,5% rispetto alla rilevazione del 21 dicembre). Quarto è il M5s che con il 14,7% guadagna lo 0,4 per cento. In calo Forza Italia, al 5,9%, che perde lo 0,4 per cento.
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    In crescita Azione e Verdi

    Cresce dello 0,4% Azione di Carlo Calenda, che si stabilizza al 4,1 per cento. Sinistra/Mdp è al 3,8% (+ 0,2%), mentre Italia viva di Matteo Renzi è al 2,9% (+ 0,1 per cento). In crescita i Verdi al 2,4% (+0,4%). Perdono lo 0,3% + Europa (al 2,1%) e lo 0,2% Cambiamo di Giovanni Toti (all’1 per cento). LEGGI TUTTO

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    Renzi alla Nato? Torna il miraggio degli incarichi all’estero

    LA CRISI DI GOVERNO

    La politica italiana tenta spesso di risolvere i problemi interni ricorrendo al risiko dei ruoli internazionali di prestigio. Altre volte la carta estera è usata per riparare offese o allontanare avversari

    Conte: Recovery plan domani sera in Cdm. Renzi: ci diano ascolto

    La politica italiana tenta spesso di risolvere i problemi interni ricorrendo al risiko dei ruoli internazionali di prestigio. Altre volte la carta estera è usata per riparare offese o allontanare avversari

    12 gennaio 2021

    3′ di lettura
    Vizio antico e mai completamente abbandonato quello della politica italiana che tenta di risolvere i problemi interni affidandosi al Risiko degli incarichi internazionali di prestigio. Ma si tratta, è bene dirlo, di tentativi che quasi mai vanno a buon fine per la pluralità dei soggetti coinvolti e per la complessità dei processi decisionali in organismi internazionali come Nazioni Unite, Nato e Unione europea dove vige la regola del consenso e i fattori in gioco sono nunerosi. Ci si riprova ora con il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

    Renzi: la Nato la decide Biden nel maggio 2022

    Per indurlo a più miti consigli e convincerlo a non aprire una crisi al buio è stata avanzata l’ipotesi di candidare Renzi alla segreteria generale della Nato come successore del norvegese Jens Stoltenberg. È stato lo stesso Renzi in questo caso a dovere spiegare che «La Nato la decide Biden e nel maggio 2022, per ora ha altri problemi. La Nato non è sul piatto».
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    Incarichi che sono interpretati spesso come “camera di compensazione” per riparare qualche vulnus subito o per allontanare dalla scena politica italiana qualche personalità scomoda o ingombrante.

    Candidature Ue di Letta osteggiate da Renzi e Cinquestelle

    Ma anche candidature bloccate nonostante il gradimento di altri Paesi solo perchè il candidato italiano apparteneva in quel momento a una forza politica di minoranza. E’ accaduto così che nel giugno del 2019 circolava il nome dell’ex premier Enrico Letta come presidente del Consiglio Ue per la nuova legislatura europea ma il Governo giallo-verde di allora rifiutò la candidatura con una dichiarazione dell’allora vicepremier Luigi Di Maio dal quale traspariva un po’ di confusione tra il ruolo di presidente del Consiglio Ue e quello di commissario italiano. «Tutta la mia solidarietà ad Enrico Letta – sostenne Di Maio – ma non lo proporremo come commissario Ue».
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    Già nel 2014 una analoga candidatura di Enrico Letta come presidente del Consiglio Ue pur essendo considerato il punto di mediazione ottimale tra Ppe e socialisti e inserito in una short-list fu bocciata proprio da Renzi che dopo il blitz dello «stai sereno» vedeva come una minaccia il doversi interfacciare a Bruxelles e negoziare i dossier italiani più sensibili proprio con il suo predecessore a Palazzo Chigi. LEGGI TUTTO