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    Smartphone TCL Serie 20, quando la tecnologia è per tutti

    Il flagship della famiglia è il TCL 20Pro 5G. Dotato di display AMOLED curvo da 6,67 pollici, promette un’esperienza visiva coinvolgente ed immersiva grazie alla tecnologia NXTVISION 2.0 Intelligent Display di TCL, alimentata da Pixelworks: accuratezza dell’immagine e miglioramento visivo AI, questa tecnologia è in grado di riconoscere i diversi contenuti e scenari, regolando automaticamente colore, contrasto e nitidezza per una calibrazione più accurata. TCL 20Pro 5G ha quattro fotocamere posteriori, complete di sensore principale Sony IMX, tra cui un obiettivo ultra-wide, uno macro e uno di profondità. Infine, una fotocamera frontale da 32MP abilitata all’HDR completa il comparto fotografico. C’è la stabilizzazione ottica dell’immagine (OIS) e la funzionalità Backlight Selfie che bilancia le immagini in modo da migliorarne la luce. Il nuovo smartphone fornisce ben più di un giorno intero di batteria ed è dotato della tecnologia di ricarica veloce, oltre che wireless. E’ inoltre equipaggiato con 256GB e una capacità micro SD fino a 1TB. TCL 20Pro 5G è disponibile nei colori Marine Blue e Moondust Gray, a un prezzo consigliato di 549,90 euro.

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    Sorveglianza, digital divide e lavoro: il fronte “umano” del 5G

    Il 5G è stato accompagnato fin dall’inizio dalla promessa di grandi vantaggi per i cittadini, le aziende e le amministrazioni pubbliche, soprattutto in termini di sviluppo di servizi digitali più veloci ed efficienti. Come ogni tecnologia che si rispetti, l’avvento del 5G porta però con sé anche alcuni rischi derivanti da un suo uso improprio, intenzionale e non, che può avere impatti negativi sui diritti umani. Ma quali sono questi rischi? E qual è la responsabilità specifica che pesa sulle aziende che stanno guidando la transizione verso il 5G sotto questo punto di vista?

    Da queste domande ha preso le mosse il rapporto “5G Human Rights Assessment”, lo studio realizzato da Ericsson in collaborazione con l’organizzazione non-profit Shift, dedicato al legame tra la diffusione del 5G e il rispetto dei diritti umani. Il report, presentato in anteprima esclusiva da Repubblica, ha poco o nulla a che fare con i classici studi di mercato sulle reti di telecomunicazione del futuro. Gli analisti di Ericsson e Shift hanno infatti riunito i portatori di interesse legati al 5G, i cosiddetti stakeholder, e in particolare l’ecosistema della stessa Ericsson, attorno a cinque aree (attività proprie, fornitori, clienti, rapporti con i governi e impatto sociale). Obiettivo: mappare le principali aree di rischio in tema di diritti umani e sostenibilità per anticiparne le eventuali criticità.

    Dall’analisi delle cinque aree, valutate per impatto specifico, livello di impegno di Ericsson e azioni richieste per ridurre i rischi tramite ricerche, interviste e workshop, sono emersi diversi fronti degni di attenzione. Il primo e forse più importante è quello legato ai mezzi di sussistenza e alla trasformazione del lavoro: dato che la tecnologia 5G permetterà alle macchine di eseguire lavori sempre più specializzati e professionali, avverte il rapporto, in futuro potrebbero essere a rischio alcuni posti di lavori (non solo quelli manuali). Oltre a rendere superflui i ruoli attuali, questi sviluppi eserciteranno anche pressioni su imprese, governi e lavoratori affinché sviluppino nuove competenze. Occorre quindi agire in tempo per creare le professionalità di un futuro sempre più vicino.

    La trasformazione del lavoro è comunque in buona compagnia di altri fronti caldi, come i rischi per la salute e l’impatto sulle filiere. Le procedure di installazione delle reti 5G, spiegano gli analisti, possono creare situazioni di pericolo, specialmente se si lavora ad altezze elevate e a contatto con la corrente elettrica. Pertanto, è necessario conoscere le normative di settore e attuare tutte le direttive in termini di sicurezza per ridurre al minimo tali rischi. Per quel che riguarda le filiere, la produzione delle componenti hardware per i prodotti 5G sta aumentando la domanda di specifici minerali necessari alla lavorazione, la cui reperibilità può portare ad avere contatti commerciali con Paesi con profili di rischio più elevati o con Regioni in cui sono in corso dei conflitti.

    Un altro ambito rilevante è quello che chiama in causa il tandem privacy-sicurezza. La diffusione dell’Internet delle Cose continuerà a generare un costante incremento del flusso di dati, coinvolgendo enti governativi e statali che dovranno interfacciarsi con organi di sorveglianza e aziende private che utilizzano i dati personali per prevedere e monetizzare i comportamenti e le abitudini dei consumatori. Di pari passo, le infrastrutture critiche (ad esempio, acqua ed energia) saranno sempre più connesse e quindi più esposte agli attacchi informatici. La cybersecurity diventa quindi imprescindibile: il rischio di falle nella sicurezza di questi sistemi, infatti, può avere conseguenze potenzialmente dannose per le comunità e per i loro diritti umani.

    In questo contesto di necessaria ascesa dell’attenzione rientrano anche gli altri tre fronti emersi dallo studio. Si va dalla differenziazione della rete, ossia dalla necessità di prestare attenzione agli impatti potenzialmente negativi delle azioni intraprese da organizzazioni private o enti governativi, fino al tema della sorveglianza, particolarmente delicato perché si rischia che le autorità governative abbiano a disposizione strumenti discrezionali per “colpire” determinati gruppi o aree geografiche in maniera mirata. Infine, l’impatto sociale: l’implementazione non uniforme del 5G nelle diverse aree geografiche, mettono in guardia i curatori del rapporto, potrebbe generare un nuovo divario digitale o accentuarne uno già esistente. LEGGI TUTTO

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    Richard Stallman chiede scusa e la comunità del software libero lo riabbraccia

    Richard Stallman chiede scusa alla comunità del software libero. Accompagnata dalla dichiarazione della Free Software Foundation (FSF) che spiega la scelta di riammetterlo in consiglio, la lettera del padre fondatore del movimento del software libero inviata a Repubblica fa ammenda dei comportamenti passati ma senza rinunciare alla difesa del suo vecchio amico Marvin Minsky, il pioniere dell’Intelligenza Artificiale.

    Il mondo del software libero si divide sulle accuse al suo “guru” Richard Stallman

    di

    Arturo di Corinto

    02 Aprile 2021

    La lettera segue la feroce polemica che dall’agosto del 2019 ha diviso la comunità dei programmatori e degli imprenditori del software libero. Iniziata con la denuncia di una giovane studentessa afroasiatica per i comportamenti di Stallman definiti misogini e transfobici, la vicenda aveva suscitato grande clamore per l’accusa al guru del software libero di aver difeso Marvin Minsky accusato di stupro di una 17enne durante una festa organizzata dal miliardario Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini. Accusa mai provata a causa del fatto che la giovane donna, pur avendo dichiarato di essere stata indotta alla prostituzione con molti uomini, non ricordava il luogo e la data dell’incontro con Minsky. Stallman nella sua lettera di scuse adesso spiega: “Ho difeso il prof. Marvin Minsky in una mailing list del MIT dopo che qualcuno era saltato alla conclusione che fosse colpevole come Jeffrey Epstein. Con mia grande sorpresa, alcuni hanno pensato che il mio messaggio difendesse Epstein. Come ho dichiarato in precedenza, Epstein era uno stupratore seriale e gli stupratori vanno puniti. Mi auguro che le sue vittime e tutti quelli feriti da lui ricevano giustizia”.

    Caso Epstein, il guru del software libero Richard Stallman lascia il MIT

    17 Settembre 2019

    Entrata nella battaglia del #MeToo e del furore della Cancel Culture – la rimozione del ricordo degli autori di comportamenti violenti e discriminatori anche nel lontano passato -, la denuncia era stata fatta propria da un vasto numero di aziende e associazioni, come RedHat ed EFF, in seguito alla decisione del Consiglio della Free Software Foundation di riammetterlo nel board dopo un anno dalle sue volontarie dimissioni per le critiche ricevute. E con un effetto boomerang sulla stessa fondazione, creata da Stallman nel 1985 per promuovere il software libero contro il monopolio del software proprietario di Microsoft.

    Nella lettera Stallman riconosce gli errori fatti, il linguaggio sbagliato soprattutto con le donne, ma per la prima volta lo attribuisce a una difficoltà relazionale che lo accompagna da quando era adolescente, per effetto di quelli che anche il suo biografo, Sam Williams, nel libro Free as in Freedom del 2004, ricostruisce come disturbi dello spettro autistico e che in sostanza gli hanno sempre impedito di capire quei sottili segnali sociali che ci permettono di calibrare i nostri comportamenti verso gli altri.

    Tutti gli uomini (e le donne) di Tim Berners Lee

    di ARTURO DI CORINTO

    11 Marzo 2019

    È la stessa conclusione a cui è arrivato il suo amico-nemico Bruce Perens, il creatore della Open Source Definition insieme a Eric Raymond, autore de La Cattedrale e il Bazaar (1997), il più importante libro della cultura hacker. Perens, pochi giorni fa ha scritto: “Conosco bene Mr. Stallman e posso testimoniare che è odioso. A causa del suo handicap, ha una scarsissima percezione dei sentimenti altrui e delle reazioni che possono causare i suoi comportamenti, anche se sono fondati su un’etica personale di tipo talmudico”. Aggiungendo però che seppure abbia sbagliato la sua punizione non può durare per sempre e di comprendere perché la FSF ha deciso di riammetterlo dandogli la possibilità di dimostrare di essere cambiato.

    Non solo, per la prima volta Stallman riconosce pubblicamente questo handicap: “Qualche volta mi sono arrabbiato perché non avevo le competenze sociali per evitarlo. Alcuni riuscivano a gestire questo comportamento, altri ne rimanevano feriti. Mi scuso con ognuno di loro”. Stallman nella lettera prende le difese della Free Software Foundation “Per favore, criticate me, non la Free Software Foundation”, e spiega perché a volte ha perso la calma, soprattutto di fronte ad accuse in cui non si riconosce: “Le false accuse – reali o immaginarie, contro di me o contro di altri – soprattutto queste, mi fanno arrabbiare”. E aggiunge; “Non conoscevo bene Minsky, ma vederlo accusato ingiustamente mi ha indotto a difenderlo. L’avrei fatto per chiunque. La brutalità della polizia mi fa arrabbiare, ma quando i poliziotti continuano a mentire sulle loro vittime, quelle false accuse rappresentano per me un oltraggio ulteriore. Condanno il razzismo e il sessismo, incluse le loro forme sistemiche, così, se qualcuno dice che non lo faccio, questo mi fa stare male”. La sua lettera si conclude così: “Da tutto questo ho imparato come essere gentile verso le persone che sono state ferite. Nel futuro tutto ciò mi aiuterà a essere gentile con gli altri in diverse situazioni, che è quello che spero di fare”.

    Da parte sua il consiglio della Free Software Foundation nella dichiarazione a Repubblica recita così: “Abbiamo deciso di riammettere RMS (Richard Matthew Stallman, nda), perché ci manca la sua saggezza. Il suo acume storico, tecnico e legale relativamente al software libero non ha eguali. E ha una profonda sensibilità circa i modi in cui la tecnologia può contribuire al tema dei diritti umani […] Rimane il più eloquente filosofo e difensore della libertà nella programmazione”. E poi “RMS riconosce di aver fatto degli errori. Ne è sinceramente dispiaciuto e sa che la rabbia nei suoi confronti ha colpito in maniera negativa la missione della FSF. Per quanto il suo comportamento rimanga per alcuni problematico, la maggioranza del board ritiene che si sia moderato e crede che il suo contributo possa rafforzare il conseguimento della missione della FSF.”

    Per riportare Richard Stallman dentro la Fondazione due settimane fa è stata lanciata una petizione in 32 lingue a favore di Stallman, tradotta anche in “lombardo” e firmata da oltre 6000 programmatori e attivisti.

    LA LETTERA DI STALLMAN INTEGRALE

    #RMS si rivolge alla comunità del software libero

    Già nell’adolescenza sentivo che un velo opaco mi separava dai miei coetanei. Capivo le parole delle loro conversazioni ma non comprendevo perché dicevano quello che dicevano. Molto più tardi mi sono reso conto che non capivo i sottili segnali a cui le persone rispondevano.

    Crescendo ho scoperto che alcune persone reagivano male al mio comportamento, ma non capivo perché. Tendendo ad essere diretto e onesto nell’espressione di quello che penso, ho talvolta messo a disagio le persone e le ho offese –   soprattutto le donne. Non era una scelta: Non capivo il problema abbastanza bene da sapere quali altre scelte avevo.

    Qualche volta mi sono arrabbiato perché non avevo le competenze sociali per evitarlo. Alcuni riuscivano a gestire questo comportamento, altri ne rimanevano feriti. Mi scuso con ognuno di loro. Per favore, criticate me, non la Free Software Foundation.

    Di quando in quanto ho imparato qualcosa sulle relazioni umane e le competenze sociali, così negli anni ho trovato un modo migliore per gestire queste situazioni. Quando gli altri mi aiutano a capire un certo aspetto di cosa sia sbagliato e mi mostrano un modo per trattare meglio gli altri, imparo a comportarmi di conseguenza. Continuo e continuo a fare questo sforzo, e alla fine, miglioro.

    Qualcuno mi ha definito “stonato”, e ha ragione. Vista la mia difficoltà a capire i segnali sociali, questo mi succede. Per esempio, ho difeso il prof. Marvin Minsky in una mailing list del MIT dopo che qualcuno era saltato alla conclusione che fosse colpevole come Jeffrey Epstein. Con mia grande sorpresa, alcuni hanno pensato che il mio messaggio difendesse Epstein. Come ho dichiarato in precedenza, Epstein era uno stupratore seriale e gli stupratori vanno puniti. Mi auguro che le sue vittime e tutti quelli feriti da lui ricevano giustizia.

    Le false accuse – reali o immaginarie, contro di me o contro di altri – soprattutto queste, mi fanno arrabbiare.

    Non conoscevo bene Minsky, ma vederlo accusato ingiustamente mi ha indotto a difenderlo. L’avrei fatto per chiunque. La brutalità della polizia mi fa arrabbiare, ma quando i poliziotti mentono successivamente sulle loro vittime, quelle false accuse rappresentano per me un oltraggio ulteriore. Condanno il razzismo e il sessismo, incluse le loro forme sistemiche, così, se qualcuno dice che non lo faccio, questo mi fa stare male.

    Per me è stato giusto parlare dell’ingiustizia subita da Minsky, ma mi sono espresso in maniera stonata per non aver saputo riconoscere come sistematica l’ingiustizia che Epstein ha inflitto alle donne e il dolore che ha causato.

    Da tutto questo ho imparato come essere gentile verso le persone che sono state ferite. Nel futuro tutto ciò mi aiuterà a essere gentile con le persone in altre situazioni, che è quello che spero di fare.

    (Traduzione ADC) LEGGI TUTTO

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    Furto di dati da Facebook. Ecco cosa è finito online degli utenti italiani

    Peggio di noi solo l’Egitto. Nel furto di dati da Facebook scoperto a febbraio che ha riguardato 533 milioni di utenti, ora un’analisi della britannica Surfshark scende in dettaglio avendo frugato nel database e stabilisce la classifica dei Paesi più colpiti. Il nostro è al secondo posto con la conferma di 35,6 milioni di persone interessate, dopo l’Egitto con 45 milioni e prima degli Stati Uniti con 32,3 milioni.

    Ecco i database rubati a Facebook. Che cosa possono farne gli hacker

    di

    Arturo di Corinto

    15 Febbraio 2021

    Numeri rilevanti considerando che da noi stando ad Audiweb, le persone che frequentano la Rete sono circa 43 milioni e quelle che hanno un profilo su Facebook sono circa 35 milioni. Dunque, i dati di tutti o quasi sono finiti sul Web. “Siamo assolutamente certi di questi numeri”, confermano da Surfshark. “Sfortunatamente in certe nazioni come Egitto e Italia il furto ha toccato tutti”.  

    Il test

    Tutte le tracce che ho lasciato nel Web

    di JAIME D’ALESSANDRO

    11 Settembre 2019

    Dai 35.677.337 account italiani sono stati estratti 218 milioni di punti dati, il che significa che gli hacker, in media, si sono appropriati di almeno sei tipi di informazioni differenti per ogni utente. “Sebbene la preoccupazione più grande riguardi gli indirizzi email, non è questo l’aspetto che dovrebbe allarmare”, proseguono dalla Gran Bretagna. “Solo dell’1,23% dei profili italiani è stato esposto l’indirizzo di posta elettronica, al contrario dei numeri di telefono e all’identificativo di Facebook che sono stati sottratti a trecentosessanta gradi”. Assieme alla quasi totalità di nome e cognome (99%), genere (94%), luogo di residenza (54%) e, per una minoranza, datore di lavoro (32%) e data di nascita (2,6%).

    E così in teoria si potrebbe ora abbinare nomi e numeri di telefono con altre informazioni sensibili come la posizione o ancora l’occupazione o in quale stato di relazione ci si trova. Sfruttando poi queste informazioni per il “phishing” tramite messaggi sms: truffe operate da persone che possono cercare di impersonare i call center ufficiali di aziende e servizi ai quali si è inscritti per rubare denaro.

    Kaspersky: “Cyber guerra, ecco perché l’Europa rischia di perdere”

    di

    Jaime D’Alessandro

    30 Marzo 2021

    Su base globale il furto ha prodotto 2.8 miliardi di punti dati sui 533 milioni di account colpiti. Dell’89,01% degli utenti c’erano anche i numeri di telefono, la posizione nel 60,58% e il nome del datore di lavoro nel 18,30%. Medie quindi più basse di quelle italiane. Del resto i primi dieci Paesi costituiscono il 50% di tutti i casi di violazione e l’Italia, come dicevamo all’inizio, sarebbe nella parte alta della classifica. LEGGI TUTTO

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    Dreame T20 Mistral e Samsung Jet 75 Premium. Niente polvere sotto il tappeto . E niente cavi

    Anche l’aspirapolvere ormai è a batteria e senza più cavi. Pochi dubbi sulla comodità, così come sull’autonomia ancora limitata. Ma se non avete una reggia da centinaia di metri quadrati, sono più i vantaggi che gli svantaggi. Ha un buon rapporto tra caratteristiche e prezzo il T20 Mistral della cinese Dreame, che somiglia molto, se […] LEGGI TUTTO

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    Spazio, Ingenuity non decolla a Marte. La Nasa rimanda lo storico volo

    Il decollo dell’elicottero della Nasa su Marte, Ingenuity, il primo apparecchio dotato di motore a volare su un altro pianeta, è stato riprogrammato “per non prima del 14 aprile”. Lo ha reso noto la Nasa. Dopo il test riuscito nelle scorse ore, il decollo – paragonato all’impresa dei fratelli Wright, i pionieri dell’aviazione sulla Terra […] LEGGI TUTTO