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    È difficile sapere dove finisce tutta la plastica

    Caricamento playerIn meno di un secolo dalla sua diffusione, la plastica è diventata uno dei materiali più diffusi e utilizzati al mondo. Pratica ed economica, ha cambiato il nostro rapporto con gli oggetti, rendendo normale e accettato il concetto di “usa e getta”, e ha aperto grandi opportunità nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali in moltissimi ambiti, da modi più efficienti per conservare il cibo ai dispositivi per curare le persone. Questi enormi benefici non sono stati però privi di costi e il più grande di tutti riguarda l’ambiente: la plastica è talmente diffusa e utilizzata da avere colonizzato praticamente qualsiasi ecosistema, diventando un problema sempre più grande e urgente da affrontare.Dopo decenni di promesse mancate e impegni non mantenuti da parte di numerosi governi e istituzioni, quel senso di urgenza potrebbe infine trasformarsi in un trattato internazionale vincolante per ridurre l’inquinamento che deriva dalla plastica. Alla fine di novembre in Uruguay si terrà la prima riunione del comitato intergovernativo delle Nazioni Unite che ha il compito di gestire i negoziati per definire i termini del trattato, dopo che lo scorso marzo 175 paesi avevano sottoscritto a Nairobi, in Kenya, un impegno per l’adozione di un documento internazionale sul tema. Dopo l’Uruguay ci saranno altri incontri nel corso del 2023, con l’obiettivo di completare il lavoro entro il 2024.Attraverso i negoziati, i governi dovranno formalizzare regole per rendere il più possibile tracciabile il ciclo della plastica, dalla provenienza delle materie prime per produrla, come il petrolio (compresi i pozzi da cui viene estratto), ai prodotti finiti e alla loro trasformazione in rifiuti. Ogni paese si dovrà inoltre impegnare a livello regionale, nazionale e internazionale con iniziative per prevenire l’inquinamento derivante dalla plastica ed eliminare quello ormai esistente. E di rifiuti plastici ce ne sono davvero tantissimi.Si stima che la quantità di plastica non riciclata prodotta tra il 1950 e il 2017 equivalga a oltre 9 miliardi di tonnellate: circa la metà è stata prodotta dall’inizio di questo secolo e meno di un terzo è ancora oggi in uso. Ciò che è diventato rifiuto è finito per l’80 per cento nelle discariche o disperso nell’ambiente, andando a inquinare il suolo, i corsi d’acqua e gli oceani. Agli attuali ritmi, la quantità di rifiuti di plastica potrebbe triplicare entro il 2060, mentre le emissioni di anidride carbonica derivanti dall’intero ciclo di vita della plastica potrebbero raddoppiare nei prossimi 40 anni, secondo le stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD).Rifiuti di plastica estratti dal fiume Citarum, in Indonesia (Ed Wray/Getty Images)Quando pensiamo ai rifiuti di plastica ci vengono in mente soprattutto le bottiglie per l’acqua e le bibite, i flaconi di saponi e detersivi o ancora gli involucri che proteggono gli alimenti confezionati. In realtà la plastica è presente in una quantità enorme di prodotti, dai cosmetici ai fertilizzanti passando per i detersivi stessi. Non esiste inoltre un solo tipo di plastica: dagli anni Cinquanta sono state sviluppate decine di molecole di vario tipo, con caratteristiche diverse e con uno specifico impatto sull’ambiente. Sappiamo che esistono, ma oggi non sappiamo di preciso dove vadano a finire tutte queste sostanze, e questo potrebbe essere un serio problema per definire con precisione gli scopi del nuovo trattato.Come hanno spiegato vari gruppi di ricerca al sito della rivista scientifica Nature, è sempre più importante sapere da dove arriva la plastica e dove va a finire. Per questo motivo negli ultimi anni sono aumentate le ricerche e gli studi scientifici per sviluppare nuovi sistemi per rilevare la presenza della plastica negli ecosistemi, che può essere presente in frammenti minuscoli e a noi invisibili, e per valutare se questa abbia effetti sulla salute degli esseri viventi, noi compresi.Uno dei rapporti più recenti e rilevanti sul tema è stato prodotto dalle Accademie nazionali delle scienze, dell’ingegneria e della medicina degli Stati Uniti (NASEM). Oltre a segnalare la necessità di organizzare strategie per ridurre la presenza di rifiuti plastici negli oceani, il rapporto indica le numerose lacune che ci sono ancora per analizzare completamente il ciclo della plastica e trovare soluzioni per renderla pienamente riciclabile. Il problema da risolvere con maggiore urgenza riguarda la mancanza di un sistema che sia scientificamente affidabile per tracciare e tenere sotto controllo la diffusione della plastica su scala globale.(David Silverman/Getty Images)Nella maggior parte dei paesi del mondo, chi produce plastica deve osservare vincoli nel momento della produzione, mentre non ha poi particolari responsabilità una volta che i suoi prodotti vengono venduti. Per la plastica usa e getta le responsabilità ricadono sui singoli consumatori, per esempio, ma non c’è modo di tracciare completamente il percorso che fa un involucro dalle materie prime con cui è stato realizzato alla discarica. La plastica è leggera e si degrada spesso in componenti molto piccole (microplastiche), che possono finire ovunque ed essere rilevate dai gruppi di ricerca, ma difficilmente si può risalire con precisione alla loro origine. E se non si sa da dove arrivano i polimeri trovati nel suolo o nell’acqua, diventa difficile intervenire sulla fonte che ha causato il problema.Per provare a migliorare le cose, anche in vista del trattato in lavorazione, le Nazioni Unite e altre istituzioni hanno prodotto alcune linee guida su come i gruppi di ricerca dovrebbero raccogliere i dati sulla plastica che analizzano e su come dovrebbero poi condividerli con il resto della comunità scientifica. Queste attività di armonizzazione coinvolgono università e centri di ricerca, che lavorano per creare set di dati che possano essere confrontati facilmente tra loro, in modo da identificare andamenti specifici e anomalie. Benché ci siano ancora numerose lacune, il confronto dei dati inizia a offrire qualche spunto, anche se è difficile risalire dall’inquinamento rilevato alle sue origini.Il rapporto di NASEM ha indicato come il ciclo produttivo della plastica sia poco trasparente e sia quindi necessario intervenire sulla mancanza di dati. Ci dovrebbe essere la stessa attenzione che si ha sui consumatori finali, che materialmente gettano la plastica quando ha esaurito il proprio scopo, anche su chi produce plastica, come ha ricordato a Nature Jenna Jambeck, autrice di un importante studio sui milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani: «Ci preoccupiamo molto quando questo materiale finisce nell’ambiente: è la cosa che ci indigna. Ma non ci occupiamo di ciò che avviene prima di questo punto. Se vuoi evitare che finisca nell’ambiente, dobbiamo occuparci di ciò che accade molto prima nella catena produttiva, e tenere traccia di quei dati».Ciò non significa naturalmente trascurare ciò che avviene a valle della produzione della plastica, quando entra nel ciclo dei rifiuti. Tra le risorse più importanti per i gruppi di ricerca ci sono i dati forniti dal sistema Comtrade delle Nazioni Unite, anche se parziali e privi di dettagli su che cosa accada ai rifiuti di plastica nelle loro ultime fasi quando vengono distrutti, riciclati o venduti da un paese a un altro che si occupi del loro smaltimento.Per lungo tempo la Cina era stata tra i più grandi paesi importatori di rifiuti di plastica, al punto da raccogliere circa il 45 per cento di tutti quelli prodotti nel mondo tra il 1992 e il 2018. In quell’anno decise di cambiare politica, fermando le importazioni di quei rifiuti che finirono quindi verso altri paesi sempre asiatici, compresi Indonesia e India. La diaspora di questi rifiuti ha fatto sì che diventasse ancora più difficile tracciare gli spostamenti dei rifiuti di plastica e che il crimine organizzato intensificasse i propri sforzi per approfittarne. Nel 2019 si rese quindi necessario aggiungere i rifiuti di plastica alla lista dei rifiuti pericolosi della Convenzione di Basilea sulle esportazioni di rifiuti, uno dei trattati internazionali più importanti su queste pratiche, che non è però stato mai sottoscritto dagli Stati Uniti, uno dei più grandi produttori di rifiuti di plastica del pianeta.Molti paesi del Sudest asiatico e dell’Africa ricevono grandi quantità di rifiuti di plastica, sia attraverso percorsi legali per smaltire i rifiuti di altri paesi sia attraverso attività gestite dal crimine organizzato, senza avere effettivamente gli spazi e le risorse per smaltirli in sicurezza e a basso impatto per l’ambiente. I paesi coinvolti sono gli stessi che subiscono già normalmente la presenza di grandi quantità di rifiuti, che arrivano per esempio sulle loro coste dopo che la plastica ha viaggiato per migliaia di chilometri galleggiando nell’oceano.Rifiuti di plastica sulla riva del lago Uru Uru in Bolivia (Gaston Brito Miserocchi/Getty Images)Per ridurre il problema si stanno sperimentando sistemi GPS da applicare ai container che trasportano i rifiuti di plastica, in modo da assicurarsi che siano trasportati senza violare le leggi e i trattati internazionali. Altre soluzioni riguardano l’impiego di sistemi satellitari per tracciare i movimenti delle navi e, per quanto riguarda i rifiuti dispersi negli oceani, gli spostamenti della plastica finita nell’ambiente. Le rilevazioni satellitari svolte dal consorzio Copernicus dell’Unione Europea, per esempio, possono aiutare a identificare le isole galleggianti di plastica che si formano sulla superficie degli oceani e che, debitamente tracciate, potrebbero aiutare a comprendere la loro provenienza.La necessità di definire più chiaramente questi aspetti in vista della preparazione del trattato internazionale dovrebbe favorire, nei prossimi anni, lo sviluppo di nuove tecnologie e risorse per tenere meglio traccia della plastica. Gli esperti ricordano però che il problema potrà essere risolto solo rivedendo l’intero ciclo di utilizzo della plastica, riducendo il più possibile la sua produzione e migliorando i sistemi di recupero dei rifiuti e di riciclo degli stessi. Per riuscirci è necessario un forte coinvolgimento delle aziende che utilizzano molta plastica e che finora non hanno brillato nel ridurre il loro impatto ambientale.All’inizio del 2018, centinaia di grandi aziende avevano sottoscritto il Global Commitment, un’iniziativa legata al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente con lo scopo di ridurre l’inquinamento da plastica. Tra i sottoscrittori c’erano società molto conosciute e che controllano tantissimi marchi come Nestlé, Mars, L’Oréal, SC Johnson, Coca-Cola e PepsiCo, che si erano impegnate a ridurre l’impiego di plastica vergine (quindi non derivante dal riciclo) e a concentrarsi nello sviluppo di confezioni e involucri riciclabili o compostabili.Secondo il rapporto di quest’anno sull’andamento del Global Commitment, molte aziende non hanno mantenuto gli impegni o non stanno procedendo verso i progressi sperati. Coca-Cola si era impegnata a ridurre del 20 per cento l’impiego di plastica non riciclata nel 2021 rispetto al 2019, ma ne ha usata il 3 per cento in più; Mars aveva promesso una riduzione del 25 per cento nell’impiego in generale di plastica, ma ne ha utilizzato l’11 per cento in più sempre negli stessi periodi di riferimento. Nel 2018 il 49 per cento degli involucri impiegati da Nestlé erano riciclabili, riutilizzabili o compostabili, mentre nel 2021 la percentuale è scesa al 45 per cento.Nel complesso il rapporto ha rilevato un aumento dell’1,7 per cento nell’impiego di plastica riciclabile, compostabile o riutilizzabile rispetto alla rilevazione precedente. Il progresso è comunque inferiore alle previsioni e la plastica mantiene dei limiti sulla quantità di volte che può essere riciclata, anche a seconda dei polimeri che la compongono. LEGGI TUTTO

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    La COP27 non è finita benissimo

    A Sharm el-Sheikh, in Egitto, le delegazioni da ogni parte del mondo stanno lasciando la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP27), terminata domenica 20 novembre con quasi due giorni di ritardo rispetto al previsto, a causa del protrarsi delle trattative per approvare il documento finale dell’incontro. Dopo lunghe discussioni, è stato approvato un accordo per istituire un fondo di compensazione per i paesi in via di sviluppo più esposti agli effetti del cambiamento climatico, preservando l’obiettivo di non superare gli 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. I rappresentanti dei paesi più poveri hanno parlato di un’importante vittoria, quelli dei paesi più sviluppati hanno usato toni meno enfatici mal celando una certa delusione per gli impegni contenuti nel documento finale.CompensazioniLa COP27 era iniziata un paio di settimane fa con un invito del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, rivolto sia ai paesi sviluppati sia a quelli in via di sviluppo per evitare ulteriori divisioni e collaborare a un piano comune per contrastare il riscaldamento globale e mitigare i suoi effetti, ormai inevitabili e in parte già in corso. Nonostante le dichiarazioni di buoni intenti, fino da subito erano emersi forti contrasti sulla dibattuta istituzione di un fondo finanziato dai paesi ricchi per aiutare i paesi poveri, che spesso devono confrontarsi con eventi meteorologi estremi legati al cambiamento climatico, pur non essendo i principali responsabili delle emissioni di gas serra che rendono sempre più caldo il pianeta.Stati Uniti e Unione Europea erano inizialmente contrari al nuovo fondo, ritenendo che ci fosse già un numero sufficiente di strumenti di finanziamento tramite organizzazioni e istituzioni internazionali e nazionali. L’Unione Europea aveva cambiato il proprio approccio negli ultimi giorni della COP27, segnalando di essere disponibile a istituire il fondo a patto che contribuisse anche la Cina, ancora inquadrata come un paese in via di sviluppo, nonostante sia uno dei più grandi produttori di gas serra al mondo.Il cambiamento di approccio dell’Unione Europea aveva contribuito a sbloccare la situazione, portando infine all’istituzione del fondo di compensazione, ritenuto da molti commentatori il punto più rilevante del nuovo accordo sottoscritto dai paesi partecipanti alla COP27. Il denaro accumulato nel fondo potrà essere utilizzato per finanziare attività di gestione delle emergenze e messa in sicurezza dei territori nei paesi più poveri interessati da alluvioni, oppure da periodi di prolungata siccità.L’accordo è però vago su numerosi dettagli, a cominciare da quali dovranno essere i criteri che porteranno all’erogazione dei fondi. Non è inoltre chiaro come saranno raccolti i fondi e se ce ne saranno a sufficienza, considerato che in questi anni praticamente nessun paese sviluppato aveva mantenuto i propri impegni nel finanziamento di altre iniziative comuni, mirate più in generale a sostenere attività per ridurre gli effetti del cambiamento climatico.Secondo esperti e osservatori, l’accordo sul nuovo fondo è soprattutto importante per ristabilire un certo livello di fiducia tra i paesi in via di sviluppo e quelli più ricchi, dopo quasi tre anni di pandemia nei quali si erano accentuate le differenze e le disparità di trattamento, per esempio sulla gestione e la distribuzione dei vaccini contro il coronavirus. L’accordo dovrebbe consentire di risolvere attriti e malumori, riportando al centro del confronto le politiche per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare che la temperatura media globale continui ad aumentare.Su questi temi, cruciali per il futuro di tutti, i progressi alla COP27 di Sharm el-Sheikh non sono però stati molti.(AP Photo/Peter Dejong)Combustibili fossiliIl documento finale della COP27 non contiene grandi progressi nella riduzione dell’impiego dei combustibili fossili, rispetto per esempio al testo approvato alla COP26 dello scorso anno a Glasgow, in Scozia. Molti dei paesi economicamente più sviluppati volevano chiari riferimenti alla riduzione dei consumi di petrolio e gas naturale, oltre a quelli sul carbone già inseriti lo scorso anno (quando fallì il tentativo di inserire nell’accordo una riduzione a zero dei consumi di carbone).Il testo finale contiene invece solamente un riferimento alla necessità di ridurre le emissioni, ma senza specificare in modo molto dettaglio rispetto al consumo di quali combustibili fossili. La formulazione vaga potrebbe essere sfruttata da alcuni paesi per aumentare il consumo di gas naturale, per esempio, che inquina meno del carbone, ma che contribuisce comunque a immettere nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica.Il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, delegato alla COP27, ha detto di essere deluso dal documento finale: «Gli amici sono veramente amici solo se ti dicono cose che non vorresti sentire. Siamo nel decennio in cui o si fa qualcosa o siamo spacciati, ma ciò che abbiamo davanti a noi non è passo avanti sufficiente per le persone e il pianeta».Kochi, Kerala, India (AP Photo/R S Iyer, File)Temperatura media globaleLe delegazioni alla COP27 si sono nuovamente impegnate a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale. Con le attuali politiche adottate dai vari paesi, si stima che l’aumento della temperatura media globale sarà di 2,1-2,9 °C per questo secolo, sempre rispetto ai livelli preindustriali. Per rimanere al disotto degli 1,5 °C sarebbe necessario dimezzare le emissioni di gas serra entro questo decennio, un obiettivo improbabile se non impossibile da realizzare.Il documento prevede un impegno senza che siano forniti dettagli su come mantenerlo, come già avvenuto in passato con le altre conferenze sul clima. Ormai da anni gli scienziati segnalano come un aumento fino a 2 °C potrebbe avere effetti gravi per molti ecosistemi, con una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.Le ultime ricerche indicano che c’è un 50 per cento di probabilità di superare la soglia degli 1,5 °C nei prossimi cinque anni, seppure temporaneamente. Con gli attuali andamenti, il superamento potrebbe essere annuale a partire dall’inizio dei prossimi anni Trenta. L’attuale testo, che di fatto non introduce impegni concreti e più drastici sulla riduzione del consumo dei combustibili fossili, non è ritenuto sufficiente per evitare gli scenari più pessimistici.(AP Photo/Peter Dejong)Cosa succede oraSpesso le conferenze sul clima si concludono con un senso di pochi risultati ottenuti, ben al di sotto delle aspettative. L’impressione è che i partecipanti facciano spesso promesse che non vengono poi rispettate, o che i tempi di reazione non siano adeguati per affrontare l’emergenza climatica. Mettere d’accordo tutti i paesi del mondo su politiche per il medio-lungo termine non è semplice, anche se negli ultimi anni il senso di urgenza è aumentato, con azioni necessarie nel breve termine per evitare conseguenze disastrose per la sopravvivenza di milioni di persone.I prossimi mesi saranno importanti per verificare quanto sia credibile e attuabile l’accordo sul fondo per le compensazioni, mentre non ci si attendono molti progressi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Complice la guerra in Ucraina e la situazione economica internazionale, molti paesi hanno aumentato il consumo di combustibili fossili molto inquinanti, come il carbone, o stretto accordi decennali con nuovi fornitori di gas naturale che dovranno essere mantenuti. I maggiori costi delle materie prime e l’inflazione che sta interessando Europa e Stati Uniti potrebbero complicare i progressi nella produzione e nell’installazione di sistemi sostenibili per la produzione di energia elettrica.La COP28 dell’anno prossimo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, sarà una prima occasione per verificare l’implementazione del fondo di compensazione, ma anche per fare il punto sull’andamento delle emissioni di anidride carbonica. LEGGI TUTTO

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    Alla COP27 si fatica a trovare un accordo

    Caricamento playerA Sharm el-Sheikh, in Egitto, si sta per concludere la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP27) e – come avviene sempre a ridosso della chiusura di eventi di questo tipo – le varie delegazioni sono in ritardo nella preparazione del documento condiviso tra i paesi partecipanti su come proseguire le attività per limitare il riscaldamento globale e mitigarne i danni. Per il secondo anno consecutivo, dopo la COP26 di Glasgow, in Scozia, c’è l’impressione tra gli osservatori che il documento finale non conterrà grandi sorprese e progressi, con il rischio di avere perso ulteriormente tempo prezioso per affrontare l’emergenza climatica, i cui effetti sono sempre più evidenti.Venerdì 18 novembre è formalmente l’ultimo giorno della COP27, ma come accaduto in passato i lavori proseguiranno almeno fino a sabato, prima di arrivare alla pubblicazione dei nuovi impegni. Il confronto si sta concentrando soprattutto su due argomenti: l’istituzione di un fondo compensativo per i paesi più poveri e che più subiscono gli effetti del cambiamento climatico; un impegno a ridurre sensibilmente l’impiego dei combustibili fossili oltre al carbone, in modo da immettere nell’atmosfera minori quantità di anidride carbonica e altri gas serra, principali responsabili del riscaldamento globale.Combustibili fossiliLo scorso anno la COP26 di Glasgow era iniziata con un certo ottimismo circa la possibilità di stabilire un piano chiaro e condiviso sull’eliminazione del carbone come fonte per produrre energia. Il carbone è tra i combustibili fossili più economici, ma è anche tra i più inquinanti soprattutto in rapporto alla sua resa.I paesi economicamente più sviluppati erano pressoché concordi sull’eliminazione del carbone, anche perché negli ultimi anni il suo impiego si era sensibilmente ridotto. I paesi in via di sviluppo più grandi e potenti, come Cina e India, erano invece contrari, perché ancora oggi utilizzano numerose centrali a carbone per produrre l’energia elettrica, soprattutto per alimentare le loro attività industriali. Durante le trattative si arrivò a una situazione di stallo e l’unica soluzione fu cambiare una formulazione nel documento finale, non parlando più di “eliminazione” ma di “riduzione” dei consumi di carbone.A complicare le cose nell’ultimo anno c’è stato l’aumento significativo del prezzo del gas naturale, che ha reso in alcuni casi necessario un maggior ricorso al carbone per produrre energia elettrica. Nonostante la temporaneità di questa situazione, l’aumento ha comunque un impatto sulle politiche energetiche e il passaggio all’impiego massiccio di fonti sostenibili.(Spencer Platt/Getty Images)Alla COP27 si è discusso di estendere il concetto di riduzione non solo al carbone, ma anche agli altri combustibili fossili come il petrolio e il gas naturale. In questo caso sono l’India e diversi altri paesi a chiedere l’estensione, mentre altri paesi sviluppati che dipendono ancora molto da gas e petrolio vorrebbero trovare formulazioni diverse. È probabile che per questo il documento finale non contenga riferimenti sui combustibili fossili molto diversi da quelli degli accordi finali della COP26.CompensazioniOltre ai combustibili fossili, l’argomento che ha portato a maggiori divisioni e attriti tra le delegazioni alla COP27 è quello dell’istituzione di un sistema di compensazioni economiche per i paesi più poveri maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico. La possibilità di istituire un fondo a questo scopo è discussa da vari decenni, ma finora non ha mai portato a qualcosa di concreto.I paesi più ricchi e sviluppati, cioè buona parte dell’Occidente, ritengono che un sistema di compensazioni potrebbe impegnarli per decenni se non per più di un secolo. L’idea è che siano infatti i paesi che più hanno inquinato finora a risarcire gli altri, che non potranno beneficiare delle medesime soluzioni inquinanti (e spesso più economiche di quelle sostenibili) per lo sviluppo delle loro attività produttive. Il fondo dovrebbe servire per finanziare le attività di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, come inondazioni, eventi atmosferici sempre più estremi o prolungati periodi di siccità, offrendo inoltre risorse per gestire la transizione energetica, cioè il passaggio a fonti di energia meno inquinanti.Gli Stati Uniti non sono a favore di un fondo vero e proprio: sostengono che siano più utili iniziative dirette di aiuto senza i vincoli che comporterebbe un’iniziativa collettiva, magari coordinata dalle Nazioni Unite. Il governo di Joe Biden ha in parte ammorbidito questa posizione, ma dalle trattative a Sharm el-Sheikh non sono emerse chiare dichiarazioni per un maggiore impegno.Conseguenze di un’alluvione a Sukkur, in Pakistan, nel 2010 (Daniel Berehulak/Getty Images)Dopo aver rimandato a lungo la questione, l’Unione Europea negli ultimi anni si è invece mostrata più aperta alla possibilità di istituire un fondo per gestire le compensazioni. La disponibilità è comunque vincolata alla partecipazione di altri grandi paesi all’iniziativa, a cominciare dalla Cina, uno dei più grandi produttori di anidride carbonica al mondo, proprio insieme a Stati Uniti e Unione Europea. Le richieste europee sono inoltre vincolate all’inserimento nel documento finale di chiari impegni sulla riduzione del consumo dei combustibili fossili e sul mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale.1,5 °CAlla COP27 si è discusso molto anche del limite degli 1,5 °C, stabilito nell’accordo di Parigi sette anni fa come scenario auspicabile e preferibile a quello di un aumento di 2 °C. Alla COP26 si era deciso di mantenere l’obiettivo tra gli impegni, con una dichiarazione che indicava come questo fosse «vivo, ma con un battito molto debole». All’inizio della conferenza di quest’anno, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, aveva utilizzato toni molto più allarmati e netti, dicendo che l’umanità è «su un’autostrada verso un inferno climatico con un piede sull’acceleratore».Molti esperti e osservatori ritengono che sia sempre più improbabile rispettare l’obiettivo di non superare gli 1,5 °C, considerato che il cambiamento climatico è ormai inevitabile e in corso. Al tempo stesso c’è la consapevolezza che qualsiasi iniziativa per ridurre il più possibile uno sforamento sia preziosa, visto che già solo un aumento di 2 °C avrebbe effetti molto gravi per molti ecosistemi, con una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.La bozza del documento finale della COP27 su cui si stanno confrontando le delegazioni nelle ultime ore della conferenza non contiene riferimenti molto diversi rispetto all’accordo di Parigi in cui si parlava della necessità di rimanere «ben al di sotto» dei 2 °C e di impegnarsi il più possibile per tenersi sotto gli 1,5 °C. Una eccessiva enfasi nel documento sui 2 °C potrebbe portare alcuni paesi ad allentare le proprie politiche per ridurre la produzione di gas serra, con un ulteriore rallentamento verso l’obiettivo della “neutralità carbonica” o “emissioni zero”, per cui per ogni tonnellata di CO2 o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta.Groenlandia, 2021 (Mario Tama/Getty Images)Nella bozza del documento ci sono riferimenti che fanno intendere che i paesi industrializzati dovrebbero raggiungere le emissioni zero entro il 2030, invece del 2050 come stabilito da qualche anno. Appare però improbabile che simili riferimenti rimangano anche nella versione finale, considerato che già la scadenza del 2050 è vista dagli analisti come estremamente ottimistica. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU, le emissioni globali di gas serra dovrebbero essere ridotte del 45 per cento nel 2030, rispetto ai livelli del 2010.I paesi più scettici sulla possibilità di mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto gli 1,5 °C sono India e Cina, entrambi con un forte impatto sulle politiche ambientali, anche per l’influenza che hanno su altri paesi. Già prima dell’inizio della COP27 molti esperti avevano espresso preoccupazioni su una possibile revisione degli obiettivi legati all’aumento della temperatura.CinaCome da diversi anni alle conferenze sul clima, la Cina è stata tra i paesi osservati con più attenzione alla COP27. Negli anni della forte contrapposizione con Donald Trump, quando era presidente, i rapporti con gli Stati Uniti erano peggiorati sensibilmente e di conseguenza era diventato più difficile trovare politiche comuni contro il riscaldamento globale. Ora con Joe Biden i rapporti hanno iniziato a migliorare, come si è visto nel recente incontro tra il presidente statunitense e quello cinese Xi Jinping, ma mancano ancora piani condivisi che possano fare da modello anche per altri paesi.La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente statunitense Joe Biden, prima del loro atteso incontro avvenuto oggi a Bali, in Indonesia, a margine del G20 (EPA/XINHUA /LI XUEREN)Da tempo gli Stati Uniti vorrebbero che la Cina non fosse più considerata un paese in via di sviluppo, e che può quindi contare su un trattamento di un certo tipo per quanto riguarda le emissioni, ma come un paese sostanzialmente sviluppato e con una forte economia. Secondo alcune previsioni, entro l’inizio dei prossimi anni Trenta la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti per quanto riguarda le emissioni complessive di anidride carbonica storicamente prodotte dai due paesi. Una ridefinizione della Cina si riallaccia alla possibilità che il paese dia maggiori contributi al fondo per le compensazioni, come chiesto anche dall’Unione Europea. LEGGI TUTTO

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    L’obiettivo degli 1,5 °C ha ancora senso?

    I capi di governo e le delegazioni che partecipano alla COP27, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima in corso da una settimana a Sherm El-Sheikh in Egitto, devono fare ancora una volta i conti con un numero che più di altri ha definito e condizionato le discussioni sul cambiamento climatico negli ultimi anni: 1,5. Indica il limite in °C entro il quale mantenere l’aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale per evitare gli effetti più gravi del riscaldamento globale, causato dalle attività umane e in particolare dall’emissione di gas serra come anidride carbonica (CO2) e metano.L’obiettivo di mantenersi sotto gli 1,5 °C è ancora oggi molto citato alla COP27, ma una quota crescente di esperti ritiene che sia ormai irrealistico e che sia arrivato il momento di accettare il fallimento, senza rassegnarsi e pensando a cosa fare per evitare ulteriori peggioramenti.La COP26 dello scorso anno a Glasgow si era conclusa con una dichiarazione che indicava metaforicamente come il limite degli 1,5 °C fosse «vivo, ma con un battito molto debole». All’inizio della conferenza di quest’anno i toni sono diventati ulteriormente pessimistici. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha detto che l’umanità è «su un’autostrada verso un inferno climatico con un piede sull’acceleratore». Secondo alcune previsioni, l’aumento di 1,5 °C sarà superato nei prossimi anni Trenta, forse solo temporaneamente, ma con conseguenze che potrebbero essere gravi.L’obiettivo degli 1,5 °CPer lungo tempo i paesi partecipanti alle conferenze internazionali sul clima dell’ONU, avviate una trentina di anni fa, non si erano impegnati a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di un certo limite: gli impegni, spesso generici e solo parzialmente mantenuti, erano per lo più dedicati all’adozione di misure per ridurre le emissioni di CO2. Mettere d’accordo tutti i partecipanti era difficile e solo dopo anni di mediazioni si arrivò alla COP21 di Parigi del 2015 con la proposta di impegnarsi a non superare una certa soglia di riscaldamento globale.La scelta di collocare un limite fu più politica che scientifica. La maggior parte dei paesi concordava su fissarlo a 2 °C, mentre alcuni paesi più esposti ai cambiamenti climatici, a cominciare dalle nazioni insulari a rischio per l’innalzamento dei mari, spingevano per un limite a 1,5 °C. Dopo due settimane di contrattazioni, il testo dell’accordo di Parigi fissava il limite a 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, ma al tempo stesso impegnava tutti i paesi a non superare un aumento di 1,5 °C. Considerato che qualsiasi frazione di grado in meno è auspicabile per ridurre gli effetti del riscaldamento globale, l’obiettivo condiviso degli accordi di Parigi divenne in breve tempo 1,5 °C.L’importanza di non superare gli 1,5 °C si rese ancora più evidente qualche anno dopo, quando nel 2018 un rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU mise a confronto quel limite con quello di 2 °C, per mostrare quali sarebbero state le differenze. Le analisi degli studi raccolti nel rapporto mostravano come mezzo grado in più fosse sufficiente a fare aumentare sensibilmente il rischio di eventi disastrosi, come inondazioni e prolungati periodi di siccità a livello regionale, con la devastazione di numerosi ecosistemi.Un aumento della temperatura media globale di 2 °C comporta una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.Tempo e obiettiviIl rapporto segnalava inoltre come ci fosse poco tempo per evitare l’aumento di 1,5 °C, indicando la necessità di arrivare al 2050 in una condizione di “neutralità carbonica” o “emissioni zero”, per cui per ogni tonnellata di CO2 o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta. In altre parole, non aggiungere gas serra nell’atmosfera oltre la quantità che si riesce a togliere.Le analisi sui differenti esiti tra un aumento di 1,5 o 2 °C e l’orizzonte temporale di circa 30 anni contribuirono a fissare un obiettivo comprensibile e tutto sommato facile da comunicare. Molte grandi aziende rilanciarono i propri progetti legati alle emissioni zero e i governi annunciarono nuovi piani, con traguardi intermedi e scadenze da rispettare fino al 2050. Qualche progresso ci fu e oggi siamo in una fase in cui i progressi verso la transizione energetica e la riduzione delle emissioni sono davvero notevoli, e in molti settori senza precedenti. Lo sforzo c’è, ma è inferiore al necessario come è diventato evidente alle conferenze sul clima degli ultimi anni.In un recente articolo l’Economist lo ha scritto chiaramente, riprendendo ciò che sostiene ormai un numero crescente di esperti, magari non sempre pubblicamente: «Sarebbe molto meglio ammettere che gli 1,5 °C sono morti. […] La maggior parte degli addetti ai lavori sa che è vero, quelli che non lo sanno dovrebbero saperlo. In pochi lo dicono in pubblico o alla stampa».Lo scorso aprile l’IPCC ha pubblicato un nuovo rapporto cui hanno lavorato centinaia di persone e basato su oltre 18mila studi e ricerche scientifiche, concludendo che il tempo per evitare gli scenari peggiori è quasi finito. Secondo il rapporto occorre invertire la tendenza delle emissioni di gas serra arrivando alla neutralità carbonica non oltre il 2025, per avere un 67 per cento di probabilità di mantenerci entro gli 1,5 °C. Il problema è che più ci spingiamo verso la scadenza, più drastico dovrà essere il taglio di miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Abbiamo un budget di CO2 da gestire, in pratica.The remaining carbon budget to limit global warming to 1.5°C, 1.7°C, 2°C is 380GtCO₂, 730GtCO₂, 1230GtCO₂, requiring net zero emissions with a linear decline in ~2040, ~2060, ~2080 assuming sufficient reductions in non-CO2 emissions.8/ pic.twitter.com/K4Gq6Gd4VA— Glen Peters (@Peters_Glen) November 11, 2022Improbabile o impossibileA oggi non abbiamo ancora invertito la tendenza e le emissioni di gas serra continuano ad aumentare, seppure a una velocità inferiore rispetto al passato, fatte le dovute proporzioni. Il limite degli 1,5 °C era stato concordato ritenendo plausibile l’impiego in breve tempo di tecnologie per sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera, in modo da avere “emissioni negative”. Quelle tecnologie sono ancora in fase di sperimentazione e di sviluppo e non è chiaro se saranno pronte a breve termine per un compito enorme come la rimozione di un miliardo di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera entro il 2030. I modelli di previsione dicono inoltre che per rimanere al di sotto degli 1,5 °C sarebbe necessario ridurre le emissioni di almeno il 43-45 per cento entro il 2030, uno scenario che viene ritenuto dagli esperti più impossibile che improbabile.Un’analisi diffusa dalle Nazioni Unite a fine ottobre ha segnalato come i nuovi sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica porterebbero al massimo a una riduzione dell’1 per cento entro il 2030, una percentuale assai distante dal 43-45 per cento. Con le attuali regole e politiche, la temperatura media globale sarà entro fine secolo di 2,8 °C superiore rispetto al periodo preindustriale. Se i governi mantenessero seriamente tutti gli impegni dell’accordo di Parigi e delle COP successive, gli obiettivi di zero emissioni e adottassero nuovi impegni, secondo l’ONU si potrebbe arrivare a 1,8 °C, ma per ammissione degli stessi autori dello studio questo scenario ora come ora non è credibile.Attualmente la temperatura media globale è di 1-1,3 °C al di sopra di quanto fosse in epoca preindustriale. Secondo le principali organizzazioni e istituzioni che si occupano di clima, c’è una probabilità del 48 per cento che la temperatura media globale sia più alta di 1,5 °C per almeno uno dei prossimi cinque anni. Tra gli esperti questa eventualità è sempre più condivisa, ma per chi si occupa di cambiamenti climatici un solo anno non è necessariamente significativo. Ciò che davvero conterà sarà quante volte supereremo il limite nei prossimi anni e per quanto tempo, in modo da avere una serie storica di qualche decennio solida a sufficienza.Uno studio da poco pubblicato da Global Carbon Project, un’organizzazione che si occupa di quantificare le emissioni di anidride carbonica prodotte dalle attività umane, ha calcolato che entro la fine di quest’anno saranno emessi 36,6 miliardi di tonnellate di CO2, con un aumento dell’1 per cento rispetto al 2021, anno in cui la quantità di emissioni era paragonabile a quelle del 2019. Secondo i calcoli di Global Carbon Project, a questi ritmi c’è un 50 per cento di probabilità che tra nove anni si superi il limite degli 1,5 °C.Soluzioni drastiche o rischioseLe prospettive sempre più pessimistiche rendono più contemplabili, almeno per alcuni, soluzioni ipotizzate da tempo per ridurre temporaneamente e in modo piuttosto drastico il riscaldamento globale, guadagnando tempo prezioso in attesa di avere sistemi per rimuovere i gas serra in eccesso. Una delle proposte più discusse riguarda la possibilità di immettere nell’atmosfera grandi quantità di sostanze in grado di aumentare la capacità del nostro pianeta di riflettere la luce solare, in modo che si riduca la quantità di energia che raggiunge la Terra.Un fenomeno simile avviene dopo grandi e violente eruzioni vulcaniche. Si ipotizza che fu proprio l’attività di alcuni vulcani in Islanda a causare la gelida estate del 536, specialmente in Europa e in Asia. Una nebbia molto fitta oscurò per mesi il Sole, tanto che in Cina nevicò in piena estate; le coltivazioni ebbero una scarsa resa e milioni di persone dovettero confrontarsi con gli effetti di una grave carestia. Secondo il medievalista Michael McCormic, fu «il peggior anno in cui essere in vita».Disperdere grandi quantità di sostanze chimiche nell’atmosfera non sarebbe comunque semplice non solo dal punto di vista tecnico, ma anche politico e di relazioni internazionali. Nell’atmosfera non ci sono confini e gli effetti della dispersione riguarderebbero molti paesi, non necessariamente d’accordo con l’adozione di pratiche di questo tipo. Per essere a pieno regime il sistema richiederebbe grandi flotte di aerei in grado di volare ad alta quota e di disperdere le sostanze riflettenti, senza contare le basi a terra per coordinare le loro attività e naturalmente i costi.Opzioni di questo tipo sono viste con diffidenza da chi si occupa di riscaldamento globale perché potrebbero mascherare ulteriori peggioramenti, riducendo la sensazione di urgenza nel ridurre le emissioni di anidride carbonica. Non sono inoltre noti gli effetti nel medio-lungo periodo di interventi di questo tipo nell’atmosfera, di conseguenza è difficile fare stime accurate sui rischi e più in generale sul rapporto tra costi e opportunità sia dal punto di vista economico sia da quello ambientale.SimboloNonostante risultati al di sotto delle aspettative e degli impegni assunti, l’obiettivo degli 1,5 °C in questi anni ha comunque avuto un ruolo molto importante nel motivare molte persone, anche per fare pressioni nei confronti dei governi. Per questo molti preferirebbero che si continuasse a mantenere il medesimo obiettivo, cercando di avvicinarsi il più possibile a quel risultato, anche nel caso in cui dovesse essere superato, come sembra ormai inevitabile. LEGGI TUTTO

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    Nel 2022 le emissioni di anidride carbonica dovute all’uso dei combustibili fossili aumenteranno rispetto al 2021

    È stato stimato che le emissioni globali di anidride carbonica (CO2) dovute all’uso dei combustibili fossili del 2022 saranno maggiori di quelle del 2021. Lo dice uno studio degli scienziati del Global Carbon Project, un’organizzazione che si occupa di quantificare le emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane, una delle principali cause del cambiamento climatico.Secondo lo studio, che contiene delle proiezioni basate sui dati raccolti finora, nel 2022 complessivamente saranno emesse 36,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (36,6 GtCO2) per l’uso di carbone, petrolio e gas naturale. È l’1 per cento in più rispetto al 2021, anno in cui questo tipo di emissioni aveva pareggiato quelle del 2019, l’anno precedente alla pandemia da coronavirus. In particolare, sono aumentate le emissioni legate all’uso del petrolio, probabilmente per via della ripresa del traffico aereo, ma anche quelle legate al carbone. Prendendo alcune parti del mondo singolarmente, le emissioni caleranno dello 0,9 per cento in Cina e dello 0,8 per cento in Europa. Aumenteranno invece negli Stati Uniti (+1,5 per cento) e in India (+6 per cento).Se continueremo a emettere anidride carbonica in questo modo, c’è un 50 per cento di probabilità che tra nove anni avremo raggiunto l’aumento di 1,5 °C di temperatura globale media rispetto al periodo pre-industriale – l’obiettivo più ambizioso fissato dall’accordo di Parigi del 2015 era non arrivarci mai – secondo il Global Carbon Project.Dato che vengono prodotte emissioni di CO2 anche in altri modi, principalmente attraverso la deforestazione, il Global Carbon Project ha stimato che in totale le emissioni di questo gas dovute alle attività umane nell’intero 2022 saranno pari a 40,6 miliardi di tonnellate. È una quantità molto vicina alle 40,9 GtCO2 del 2019, l’anno in cui le emissioni di anidride carbonica sono state maggiori finora.La concentrazione di CO2 nell’atmosfera raggiungerà una media di 417,2 parti per milione (ppm) alla fine dell’anno. Nel 1750, all’inizio dell’era industriale, era di 278 ppm. L’anidride carbonica non è comunque l’unico gas serra: hanno un rilevante impatto sul clima anche le emissioni di metano e di protossido d’azoto. Un gruppo di poliziotti osserva un attivista ambientalista che ha legato un cartellone con la scritta “Just stop oil”, “Basta al petrolio”, sopra alla M25, l’autostrada che circonda Londra, il 10 novembre 2022 (Leon Neal/Getty Images) LEGGI TUTTO

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    L’ottobre del 2022 è stato il secondo più caldo dal 1800 in Italia

    L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha diffuso un’analisi preliminare delle temperature registrate in Italia durante il mese di ottobre 2022: risulta che l’ottobre appena concluso sia stato il secondo più caldo dal 1800. I primi dati suggerivano già che fosse stato un ottobre particolarmente caldo, ma finora non c’era un confronto preciso con le serie storiche.Per il solo Nord Italia è stato invece il più caldo in assoluto: rispetto alla media delle temperature registrate a ottobre nel periodo 1991-2020, la media di questo ottobre è stata superiore di 3,18 °C. Se si prende in considerazione l’intero paese rispetto al periodo 1991-2020 è invece superiore di 2,08 °C.Grafico che mostra quanto si siano discostate le temperature medie dell’ottobre 2022 rispetto alle medie del periodo 1991-2020 in Italia (ISAC-CNR)Se si considerano, invece delle temperature medie, quelle massime, l’ottobre del 2022 è quello in cui si sono registrate quelle più alte in tutto il paese.Grafico che mostra quanto si siano discostate le temperature massime dell’ottobre 2022 rispetto alle massime mediate nel periodo 1991-2020 in Italia (ISAC-CNR) (ISAC-CNR) LEGGI TUTTO

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    Ottobre è stato un altro mese eccezionalmente caldo

    Caricamento playerOttobre è stato un mese straordinariamente caldo. Per avere i dati completi analizzati dal Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) bisognerà aspettare ancora qualche giorno, ma intanto si può già concludere che per l’Italia sia stato uno degli ottobri più caldi mai osservati da quando si raccolgono dati meteorologici, ovvero dalla fine dell’Ottocento. Una prima analisi realizzata dal ricercatore del CNR Lorenzo Arcidiaco mostra che, nel corso di un anno in generale più caldo rispetto alla media del periodo 1981-2010, la temperatura media delle prime tre settimane del mese è stata più alta di 2,8 °C.Le anomalie di temperatura dei primi mesi del 2022 rispetto alle medie relative al periodo 1981-2010, per l’Italia; il grafico è stato realizzato utilizzando i dati della collaborazione scientifica europea Copernicus (Lorenzo Arcidiaco)Anche in altri paesi europei questo ottobre è stato eccezionalmente caldo e per alcuni sono già stati fatti i confronti con le temperature medie degli ultimi decenni.Météo-France, il servizio nazionale meteorologico francese, ha detto che è stato l’ottobre più caldo dal 1945, con una temperatura media di 17,2 °C, cioè di 3,5 gradi in più rispetto alla media. In alcune città del paese sono stati registrati record di temperatura: a Figari, nel sud della Corsica, c’erano 32,5 °C il 23 ottobre; a Bordeaux, nell’ovest del paese, sono stati registrati 30 °C il 16 del mese.Le temperature medie registrate in Francia nel mese di ottobre 2022; la linea più chiara indica la temperatura media giornaliera nel periodo 1991-2020 (Météo-France)MeteoSvizzera, l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia svizzero, ha dati più antichi e ha potuto dire che è stato l’ottobre più caldo dal 1864: la temperatura mensile media sull’intero territorio del paese è stata di 3,7 gradi superiore rispetto alla norma nel periodo tra il 1991 e il 2020. Anche in Svizzera poi sono stati registrati alcuni record di temperatura, come i 23,6 °C misurati il 29 ottobre a 1.133 metri di altitudine sull’Hörnli, vicino a Zermatt, e i 21,9 °C misurati lo stesso giorno a 1.404 metri di altitudine sul Napf, al confine tra i cantoni di Berna e Lucerna.La temperatura media di ottobre in Svizzera dal 1864: il pallino rosso indica la media nazionale di ottobre del 2022 (10,4 °C); la linea verde tratteggiata la norma del periodo 1991-2020 (6,7 °C), la linea rossa è una media mobile su un periodo di 20 anni (MeteoSvizzera)Da questi dati e da questi grafici è peraltro evidente una cosa particolarmente singolare, sottolineata anche da Giulio Betti, meteorologo del CNR: «In alcune zone d’Europa si sono raggiunti record di temperatura per ottobre gli ultimi giorni del mese: è un fatto del tutto anomalo perché di solito a ottobre le temperature più alte si registrano ovviamente all’inizio del mese, quando il soleggiamento è maggiore e siamo più vicini all’estate».Anche prima di ottobre, sia in Italia che in altri paesi europei, il 2022 si era dimostrato un anno di condizioni meteorologiche eccezionali: era cominciato con una prolungata carenza di pioggia che aveva determinato la siccità ed era proseguito con una estesa ondata di calore estiva che aveva particolarmente favorito gli incendi.«È l’anno perfetto per descrivere gli effetti del cambiamento climatico», ha commentato Betti, notando che per quanto anche il 2021, il 2020 e il 2019 fossero stati anni «estremi» dal punto di vista meteorologico per un motivo o per l’altro, in diverse zone del mondo, «il 2022 è riuscito a distinguersi», soprattutto nell’emisfero settentrionale.Per quanto riguarda le previsioni per le prossime settimane, ha spiegato Betti, «tra il 3 e il 6 novembre assisteremo al transito di una perturbazione che porterà piogge al Centro-Nord e successivamente al Sud». Queste precipitazioni potranno essere «significative», soprattutto nel nord del paese, e porteranno alle prime nevicate della stagione sulle Alpi. Tuttavia «questa perturbazione a oggi sembra essere un episodio»: successivamente, e fino a metà novembre, dovrebbe arrivare un’area di alta pressione atmosferica, quella che impedisce le precipitazioni.«Dopodiché auspichiamo tutti che ci sia una transizione a una fase più piovosa, anche perché se non piove e nevica ora la situazione della siccità diventerà davvero drammatica», ha concluso Betti. Ottobre infatti è stato caratterizzato anche da una rinnovata carenza di pioggia, in particolare nelle regioni settentrionali, e a oggi i livelli d’acqua dei grandi laghi (lago Maggiore, lago di Como, lago d’Iseo, lago d’Idro e lago di Garda) sono ancora molto al di sotto della norma. La siccità insomma non è finita.L’Italia e’ di nuovo tutta rossa!L’assenza di pioggia nelle ultime settimane, e le altissime temperature hanno riportato l’#Italia in condizioni di #siccita@Giulio_Firenze @LArcidiaco @DroughtCenter @CopernicusEU @eumetsat pic.twitter.com/Y5eAbnXNDD— Hydrology IRPI-CNR (@Hydrology_IRPI) October 29, 2022 LEGGI TUTTO