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    Fca-Psa, fusione completata: da lunedì Stellantis in Borsa a Parigi e Milano

    MILANO – Il passaggio formale è fatto: una nota congiunta di Fiat Chrysler Automobiles e del gruppo Psa annuncia che la fusione tra Peugeot S.A. (il gruppo Psa) e la stessa Fca “è diventata effettiva in data odierna”.
    E’ l’ultima tessera “che aprirà la strada alla creazione di Stellantis N.V.”, il nome della nuova holding.

    Fca, il dividendo straordinario da 2,9 miliardi diventa incondizionato. Pagamento il 29 gennaio
    di Diego Longhin 13 Gennaio 2021

    Resta a questo punto da compiere il passaggio borsistico: ricorda la stessa nota che le “azioni ordinarie Stellantis inizieranno ad essere negoziate su Euronext di Parigi e sul Mercato Telematico Azionario di Milano lunedì 18 gennaio 2021 e sul New York Stock Exchange martedì 19 gennaio 2021”.
    In tutti e tre i mercati, il nuovo titolo sarà riconosciuto con il simbolo “STLA”.

    Con la fusione Fca-Psa il capitalismo europeo alla prova globale
    di Francesco Manacorda 03 Gennaio 2021

    A fusione ufficializzata, la holding Exor (cui fa capo il gruppo Gedi, che edita La Repubblica) ha precisato che detiene oggi 449.410.092 azioni ordinarie di Stellantis, che corrispondono al 14,4% sul capitale in circolazione. Dal punto di vista contabile, ai sensi del principio contabile internazionale IAS 28 – si legge nella nota – si ritiene che Exor eserciterà influenza notevole su Stellantis.

    Fca e Psa a nozze: i numeri del nuovo colosso europeo dell’auto da oltre 8 milioni di veicoli all’anno
    04 Gennaio 2021

    In seguito alla fusione – spiega la holding – Exor deconsoliderà le attività e le passività della ex Fca, in precedenza contabilizzati secondo il metodo di consolidamento integrale ‘linea per linea’ e valuterà l’investimento in Stellantis con il metodo del patrimonio netto ‘equity method’, con una valutazione iniziale al fair value e completamento del valore definitivo entro un anno dal perfezionamento della fusione. Gli effetti preliminari delle implicazioni contabili, che al momento non sono quantificabili, saranno riportati nella relazione finanziaria consolidata semestrale al 30 giugno 2021. Ulteriori dettagli saranno riportati nella sezione Eventi successivi della relazione finanziaria consolidata al 31 dicembre 2021.

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    Giganti digitali e clima: i primi due test su Biden

    Tutti pensano ancora a Trump, ma la prossima è la settimana in cui alla Casa Bianca entra Joe Biden. Per l’Europa finisce la lunga traversata nel deserto del populismo protezionista trumpiano, ma il punto di arrivo non coincide con quello di partenza, ovvero il clima di collaborazione dei tempi di Obama. Anzi, la nuova Casa Bianca non si è (ancora) premurata di far sapere che la prossima settimana finirà almeno la guerra delle tariffe, come i dazi punitivi di Trump sull’import di acciaio ed alluminio dall’Europa.
    Storicamente, i democratici sono, del resto, più protezionisti dei repubblicani e, anche se il clima sarà certamente più disteso, Biden ci penserà due volte prima di dispiacere agli operai del Michigan o agli agricoltori dell’Iowa. Tuttavia, Trump era rimasto solo a pensare che i rapporti economici fra gli Stati fossero determinati dai rispettivi scambi di merci. I veri nodi economici fra le due sponde dell’Atlantico sono altrove e le verifiche delle reciproca disponibilità al dialogo arriveranno presto. La novità della nuova era è che non mancano gli ottimisti.
    Il primo test del dopo-Trump saranno, infatti, le tasse sui giganti digitali, da Amazon a Apple. Nei giorni scorsi, i superstiti dell’amministrazione Trump hanno evitato di far scattare i dazi di ritorsione (25 per cento contro formaggi e alta moda) già preparati contro la Francia, colpevole di esigere imposte da aziende americane. Ma il grilletto resta puntato contro Parigi e le altre capitali – come Roma – che hanno deciso di tassare i profitti realizzati da Big Tech nei loro paesi.
    Come andrà a finire? Il problema di superare le vistose contraddizioni fra la nuova realtà dei servizi apolidi e immateriali e principi fiscali stabiliti all’epoca in cui i fatturati li facevano merci che fisicamente attraversavano le frontiere non appare facilmente aggirabile, neanche da una Casa Bianca attenta agli interessi americani. Per capire gli orientamenti e la filosofia internazionale di Biden, sarà decisivo capire se il terreno di confronto scelto sarà quello multilaterale e globale dell’Ocse (l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati e che ha già preparato alcune linee guida di intervento), quello bilaterale di un dialogo Usa-Europa, da imporre agli altri paesi, o quello istituzionale del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio sabotata a più riprese da Trump.
    L’altro nodo è un passaggio cruciale per la difesa del clima, come il tentativo di imporre ai paesi che esportano in Europa le regole sui diritti ad emettere anidride carbonica, cui già si sottopongono le imprese europee. A Bruxelles vorrebbero istituire già nel giro di un paio d’anni una “carbon adjustment border tax”, ovvero un dazio sulla quantità di CO2 contenuta sulle importazioni della Ue. La reclamano con forza le imprese europee, costretta a confrontarsi sul mercato con i prezzi di concorrenti che non devono pagare, nei loro paesi, il diritto ad emettere anidride carbonica. Il caso più vistoso è quello della siderurgia, dove agli indiani di Arcelor Mittal converrebbe, ad esempio, importare acciaio dall’India, piuttosto che produrlo all’Ilva di Taranto.
    Tecnicamente, tuttavia, la border tax è complicata da mettere in piedi, tanto più se Bruxelles, contemporaneamente, riuscisse nell’altro suo obiettivo: allargare il mercato delle emissioni dai settori attuali (acciaio, cemento, carta, vetro, energia) ad altri comparti come i trasporti. Difficile capire, da un prodotto che arriva da una lunga serie di forniture internazionali, come un’automobile, il contenuto in CO2 che gli ha lasciato la legislazione in materia di emissioni del paese dove è avvenuta la fase finale di produzione. Se border tax ci sarà, riguarderà dunque innanzitutto settori come cemento e acciaio, quelli toccati già oggi dalla legislazione europea e sarà quindi limitata nelle ambizioni, ai limiti del simbolico.
    I simboli, tuttavia, contano e, in questo caso, sono anche un’esca. Perché tutto cambierebbe se anche gli Usa di Biden istituissero un controllo della CO2, attraverso un mercato dei diritti alle emissioni, parallelo a quello europeo. La massa economica di questo blocco, difeso da analoghe border tax, sarebbe sufficiente a costringere gli altri concorrenti mondiali ad adeguarsi. LEGGI TUTTO

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    Aerei, nel 2020 della pandemia i passeggeri sono crollati del 60%: ritorno al 2003. Per le compagnie perdite a 370 miliardi

    MILANO – L’agenzia delle Nazioni unite per l’aviazione civile ha tratto le somme di questo anno tremendo per le compagnie aeree, atterrate letteralmente dalla pandemia del Covid: in pochi mesi è come se i cieli internazonali fossero ritornati indietro di quasi vent’anni, al 2003 per la precisione, a seguito di un “drammatico” calo del 60% dei passeggeri.
    L’Organizzazione dell’Aviazione Civile Internazionale (Icao) in una nota sottolinea come le prospettive a breve termine restino cupe. L’agenzia dell’Onu ha spiegato che il miliardo e 800 milioni di passeggeri dello scorso anno riporta il settore ai livelli del 2003, ben lontano dai quattro milioni e mezzo del 2019.

    “Il crollo della domanda proseguirà nel trimestre in corso e potrebbe anche aggravarsi”, avverte l’agenzia con sede a Montreal. Il crollo del numero dei passeggeri è stato del 50% sui voli nazionali ma del 74% sui voli internazionali. Le compagnie aeree hanno accumulato perdite per 370 miliardi di dollari. Ma non è tutto: gli aeroporti e i fornitori di servizi al volo hanno messo insieme altri 115 e 13 miliardi di dollari di perdite, rispettivamente.

    L’agenzia ripercorre l’escalation del congelamento dei voli, che ad aprile ha toccato il suo apice con il 92% di calo dei passeggeri rispetto ai livelli del 2019, sintesi di un -98% visto a livello di traffico internazionale e di una ‘migliore’ tenuta (-87%) a livello domestico. Il periodo estivo ha portato un po’ di ripartenza, ma è stato un fuoco di paglia: quando a settembre si è palesata la seconda ondata del contagio sono tornate le misure restrittive e il barometro dei cieli ha ripreso a segnare brutto tempo.

    Aerei, estate 2021: le low cost scommettono sulla Brexit. Meno posti in Italia e Germania
    di Lucio Cillis 14 Gennaio 2021

    Ci sono delle isole felici in questo scenario: il traffico domestico in Cina e Russia, ad esempio, è già tornato ai livelli pre-pandemici. Generalmente, il traffico domestico ha comunque tenuto meglio con un calo del 50% globale a fronte del -74% (1,3 miliardi di passeggeri in meno) per le tratte internazionali.

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    Bonus baby sitter rifiutato a mia moglie perché abbiamo diversa residenza anagrafica. E' giusto?

    Gentile lettore,
    la disciplina relativa al bonus baby-sitting è contenuta all’interno del DL 149/2020 (DL Ristori-bis) che ha modificato le precedenti disposizioni, ovvero il DL n. 34/2020, art. 72, che a sua volta ha modificato gli articoli 23 e 25 del D.L. n. 18/2020, convertito, con modificazioni, nella L. n. 27/2020.
    Tali disposizioni si riferiscono al nucleo famigliare. Le regole per la definizione del nucleo familiare ai fini ISEE, contenute nel DPCM n. 159/2013, stabiliscono che i genitori che hanno diversa residenza anagrafica fanno parte dello stesso nucleo familiare (articolo 3). Il comma 3 dello stesso articolo elenca una serie di casi in cui, viceversa, ciò non si verifica. Bisognerebbe, dunque, avere maggiori informazioni per poterle rispondere al caso specifico e poter valutare dettagliatamente le ragioni del rigetto della domanda.
    In ogni caso, l’INPS, nel paragrafo n. 3 della Circolare n. 44 del 24 marzo 2020, specifica che il beneficio in oggetto compete in linea generale ai “genitori” del minore. Pertanto, in ipotesi di genitori che non fanno parte dello stesso nucleo familiare si ritiene che il beneficio debba essere richiesto ed erogato in favore del soggetto che convive con il minore purché in possesso dei requisiti soggettivi richiesti. Per completezza si rimanda, inoltre, alla successiva circolare INPS, n. 73, del 17 giugno 2020.

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    Borse europee in calo, preoccupano i contagi: il piano Biden non basta a risollevare i mercati

    MILANO – Seduta tutta a segno negativo per le Borse europee. Il piano di stimoli all’economia da 1900 miliardi annunciato dal prossimo presidente Usa Joe Biden non basta a scuotere i mercati, ancora condizionati dai numeri preoccupanti della pandemia. Timori che si registrano soprattutto in Asia, e in Cina in particolare, dove i contagi sono tornati a crescere negli ultimi giorni dopo mesi di sostanziale stabilità. Sui listini Usa pesa poi la decisione d Washington di allungare la lista delle imprese accusate di avere legami con le forze armate cinesi, includendo tra queste anche il gigante tech Xiaomi, il cui titolo è precipitato alla Borsa di Hong Kong. Tra gli indici principali, in flessione anche Tokyo, che chiude a -0,62%.
    In Europa, tutti i listini si appensantiscono nel pomeriggio insieme a Wall Street. Milano chiude a 1,13%,. Londra perde lo 0,89%, Francoforte l’1,44% e Parigi l’1,22%. Alla conclusione degli scambi nel Vecchio Continente invece, il Dow Jones cede lo 0,4% e l’S&P lo 0,48%.
    Sulla sponda domestica continua a tenere banco la crisi di governo innescata dall’uscita dei rappresentati di Italia Viva dall’esecutivo. I mercati sembrano credere che il presidente del Consiglio Conte riesca a trovare una nuova maggioranza in parlamento, scongiurando così il ritorno al voto. Lo spread si ferma a 114  punti dai 119 punti delle chiusura di ieri, con il rendimento del titolo decennale italiano allo 0,62%. A mitigare possibili turbolenze secondo gli esperti è soprattutto l’azione della Banca Centrale Europea. “Senza la Bce lo spread sarebbe molto più ampio”, spiegano gli analisti di NatWest Markets a Bloomberg mentre per Citigroup lo spread Btp-Bund potrebbe schizzare a 200 punti base se si andasse alle elezioni e la Bce non aumentasse gli acquisti attraverso il suo piano pandemico. La crisi italiana – sottolinea Citigroup – ha “sorpreso i mercati”.
    Tra le valute, apertura stabile per l’euro. La moneta unica passa di mano a 1,2093 dollari e 125,60 yen., mente il cambio Dollaro/yen si posiziona a 103,87.
    I timori per l’aumento dei contagi su riflettono anche sul petrolio, le cui quotazioni sono in calo in mattinata: a New York il Light crude Wti cede del 2,03% a 52,48 dollari e il Brent cala del 2,23% a 55,16 dollari.In direzione opposta l’oro: il metallo prezioso avanza dello 0,8% a 1.854 dollari l’oncia. LEGGI TUTTO

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    Chi vince e chi perde con il nuovo Recovery plan. Più soldi a salute, inclusione e ricerca, meno a green e digitale. Salgono gli investimenti e scendono gli incentivi

    La bozza del piano nazionale per l’utilizzo dei fondi del NextGenerationEU approvata il 12 gennaio dal Consiglio dei Ministri è molto diversa dalla bozza che era circolata a dicembre 2020. Il documento precedente era stato criticato principalmente perché proponeva di istituire una gestione parallela rispetto ai ministeri per l’attuazione del piano. Tuttavia, i contenuti di questa bozza erano ancora vaghi, poiché erano definite soltanto le risorse destinate a ciascuna missione e componente (6 missioni con 17 sottocomponenti), ma, per ogni componente del piano, non erano state ancora stabilite le risorse destinate ai singoli progetti, che erano solo elencati e brevemente descritti.
    La nuova bozza – anche se non definitiva, in quanto suscettibile di cambiamenti da parte sia del governo sia della Commissione europea – è di gran lunga più dettagliata, in quanto contiene le somme destinate ad ogni progetto. È stato invece rimosso ogni riferimento alla governance del piano, lasciando la questione aperta. Anche il contenuto del piano è cambiato, per alcuni aspetti in modo considerevole, soprattutto se si tiene conto che è stato redatto dallo stesso governo e con lo stesso ammontare di risorse europee a disposizione.

    Altà velocità, banda larga, scuole: ecco come cambia il Recovery Fund
    di Roberto Petrini 11 Gennaio 2021

    Le differenze nelle priorità
    La prima differenza rispetto al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) di dicembre emerge nei paragrafi introduttivi, in cui sono discusse le priorità del piano. Nel precedente PNRR, il tema principale e ricorrente era l’andamento deludente della crescita economica italiana rispetto agli altri paesi avanzati negli ultimi decenni, un problema che il governo era intenzionato ad affrontare mettendo appunto in campo le risorse europee di NGEU. Nel nuovo piano, anche se ci sono ancora diversi riferimenti alla prolungata stagnazione dell’Italia, è dedicata molta più attenzione a quelle che vengono definite le grandi disuguaglianze del nostro paese: di età, di genere e territoriale. In particolare, per quanto riguarda il Mezzogiorno, ci sono ingenti risorse per progetti riguardanti soprattutto gli investimenti pubblici, come la costruzione e l’ammodernamento della rete ferroviaria.

    Le differenze nell’allocazione delle risorse
    Tra le due bozze vi sono grandi differenze anche circa la destinazione delle risorse (Tav. 1). La differenza più evidente è tra i valori totali dei due piani: mentre il vecchio PNRR ammontava a quasi 196 miliardi di interventi, quello attuale ammonterebbe a quasi 223, con una differenza del 14 per cento (27 miliardi). Il secondo importo sembrerebbe troppo elevato, in quanto le risorse NGEU che fanno capo all’Italia ammontano al più a 209 miliardi di euro. Le ragioni di questo aumento quantitativo del secondo piano sono molteplici, e non sempre chiare. La prima è che la vecchia bozza del PNRR riguardava soltanto una parte dei fondi NGEU spettanti all’Italia, ovvero la Recovery and Resilience Facility (RRF), che ammonta a circa 196 miliardi.[2]

    Tav. 1: Confronto delle bozze di PNRR

     

    NUOVO PNRR

    VECCHIO PNRR

    DIFFERENZA

     

    (miliardi)

    (miliardi)

    (miliardi)

    DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITA’ E CULTURA

    46,18

    48,7

    -2,52

    Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella P.A.

    11,4

    10,1

    1,3

    Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo

    26,7

    35,5

    -8,8

    Turismo e Cultura 4.0

    8

    3,1

    4,9

    RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA

    68,9

    74,3

    -5,4

    Impresa Verde ed Economia Circolare

    6,3

    6,3

    0

    Transizione energetica e mobilità locale sostenibile

    18,2

    18,5

    -0,3

    Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici

    29,3

    40,1

    -10,8

    Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica

    15,0

    9,4

    5,6

    INFRASTRUTTURE PER UNA MOBILITÀ SOSTENIBILE

    31,98

    27,2

    4,78

    Alta velocità ferroviaria e manutenzione stradale 4.0

    28,3

    23,6

    4,7

    Intermodalità e logistica integrata

    3,7

    4,1

    -0,4

    ISTRUZIONE E RICERCA

    28,49

    19,2

    9,29

    Potenziamento delle competenze e diritto allo studio

    16,7

    10,1

    6,6

    Dalla ricerca all’impresa

    11,8

    9,1

    2,7

    INCLUSIONE E COESIONE

    27,62

    17,1

    10,52

    Politiche per il Lavoro

    12,6

     

    12,6

    Parità di genere

     

    4,2

    -4,2

    Giovani e politiche del lavoro

    3,2

    -3,2

    Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore

    10,8

    5,9

    4,9

    Interventi speciali di coesione territoriale

    4,2

    3,8

    0,4

    SALUTE

    19,72

    9

    10,72

    Assistenza di prossimità e telemedicina

    7,9

    4,8

    3,1

    Innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria

    11,8

    4,2

    7,6

    TOTALE

    222,9

    195,5

    27,4

    Fonte: Elaborazione OCPI su dati bozze PNRR. Eventuali imprecisioni derivano da arrotondamenti.

    Il nuovo PNRR, invece, sarebbe finanziato sia con la RRF che con i fondi di ReactEU (un altro progetto NGEU, destinato per oltre 2/3 al Meridione), che ammontano a circa 14 miliardi, per un totale di quasi 210 miliardi. Per quanto riguarda i 13 miliardi mancanti, nel nuovo PNRR vengono fatti due chiarimenti. Primo, visto che una parte dei progetti sarà finanziato tramite collaborazioni con il settore privato, il loro effettivo costo per lo Stato potrebbe diminuire. Secondo, e forse più importante, poiché c’è il rischio che alcuni progetti vengano rigettati dalla Commissione europea, il piano ha un’eccedenza di progetti, di modo che, se alcuni non fossero approvati, siano subito disponibili alternative con cui spendere tutti i fondi messi a disposizione.[3] Detto questo, alla luce delle accese discussioni all’interno del governo sui contenuti del piano, questo aumento di oltre 27 miliardi a fronte di risorse europee invariate, appare come un tentativo di rispondere a quante più esigenze possibili.
    Oltre all’incremento dimensionale del piano, ingenti risorse sono state aggiunte e sottratte alle singole missioni e componenti. In generale alcune missioni hanno beneficiato di considerevoli aumenti: sanità (+10,7 miliardi), inclusione e coesione (+10,5) e istruzione e ricerca (+9,3). Di contro, le risorse per la transizione ecologica e per la digitalizzazione e l’innovazione sono leggermente diminuite. Le due componenti con un calo più marcato sono state quelle più grandi, cioè efficienza energetica e riqualificazione degli edifici (da 40,1 a 29,4 miliardi) e digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo (da 35,5 a 26,7 miliardi). In entrambi in casi, in base a quanto scritto nello stesso PNRR, sono stati ridotti gli incentivi per le imprese (digitalizzazione, innovazione e competitività) e per le famiglie (efficienza energetica e riqualificazione), che costituiscono la maggior parte di queste componenti.
    Gli incrementi hanno invece interessato soprattutto gli investimenti pubblici, sia centrali che locali. Per esempio, sono aumentate vistosamente le risorse per innovazione e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (+7,6 miliardi), turismo e cultura (+4,9 miliardi), istruzione (+10 miliardi) e tutela del territorio e delle risorse idriche (+5,6). Inoltre, sono stati leggermente incrementati i già consistenti investimenti nella rete ferroviaria, con un’individuazione specifica delle reti su cui intervenire, ovvero prevalentemente nel Meridione.[4]
     
    Gli investimenti pubblici e gli effetti del piano sulla crescita
    L’inversione di rotta a favore degli investimenti pubblici è lungamente motivata nell’analisi d’impatto del PNRR contenuta nella nuova bozza. Qui si sostiene che il moltiplicatore degli investimenti pubblici è maggiore di quello degli incentivi, ovvero che un euro di spesa pubblica destinato agli investimenti provoca un aumento del Pil maggiore rispetto a un euro speso per incentivi. Esiste abbondante evidenza empirica dell’elevato moltiplicatore di alcuni investimenti pubblici nel lungo periodo.[5] Tuttavia, l’elevato moltiplicatore richiede un’attuazione efficiente ed efficace degli investimenti e si manifesta nel lungo periodo, poiché gli investimenti pubblici, specialmente le “grandi opere”, richiedono diversi anni per essere progettati, realizzati e funzionanti a pieno regime. Per queste ragioni, gli incentivi, specialmente quelli che incoraggiano le imprese a innovare e rinnovare il proprio capitale produttivo (ad esempio Industria 4.0), sono relativamente efficienti in Italia, poiché non presentano i problemi di implementazione e tempistiche degli investimenti. Questo significa che destinare oltre il 70 per cento delle risorse agli investimenti diretti e solo il 21 per cento agli incentivi espone maggiormente l’Italia al rischio che il piano non riesca a utilizzare pienamente le risorse disponibili. Si ricorda infatti che le risorse della RRF dovranno essere impegnate entro il 2023 e spese entro il 2026.
    Le stime degli effetti del PNRR sul Pil sono state riviste al rialzo, proprio per effetto del maggior rilievo degli investimenti pubblici. L’ipotesi implicita è che tali investimenti possano essere progettati e realizzati nell’arco di pochissimi anni. Tra le due bozze, infatti, l’effetto del piano sul Pil cumulato al 2026 differisce di oltre 2 punti di Pil, nonostante entrambi i piani si appoggino sulla stessa dotazione di risorse europee e lo scenario base sia lo stesso (Tav. 2).

    Tav. 2: Stime dell’effetto del PNRR sul Pil
    (percentuale)

     

    2021

    2022

    2023

    2024

    2025

    2026

    Effetto del nuovo piano

    Annuale

    +0,5

    +0,7

    +1,5

    +1,8

    +2,5

    +3,0

    Cumulato, base=100

    100,5

    101,2

    102,8

    104,6

    107,2

    110,5

     
     
     
     
     
     
     

    Effetto del vecchio piano

     
     
     

    Annuale

    +0,3

    +0,5

    +1,3

    +1,7

    +2,0

    +2,3

    Cumulato, base=100

    100,3

    100,8

    102,1

    103,8

    105,9

    108,4

     
     
     
     
     
     
     

    Differenza cumulato

    +0,2

    +0,4

    +0,7

    +0,8

    +1,3

    +2,1

    Fonte: Elaborazioni OCPI su dati bozze PNRR. Eventuali imprecisioni derivano da arrotondamenti.

    Sotto il profilo tecnico, il miglioramento delle previsioni è ascrivibile al modello econometrico utilizzato per ottenere le stime della Tav. 2.[6] In sostanza, in questo modello tutti gli investimenti pubblici sono considerati come immediatamente produttivi e sono complementari a quelli privati. Quest’assunzione, ragionevole per il lungo periodo, presenta evidenti problemi per il breve e medio periodo, in cui i tempi e le inefficienze nella realizzazione degli investimenti pubblici possono costituire un ostacolo. Di conseguenza, nell’analisi d’impatto, il governo potrebbe aver sovrastimato quantomeno le tempistiche dell’effetto sul Pil della scelta di ri-orientare il piano verso gli investimenti, riducendo gli incentivi a imprese e famiglie, il cui effetto è invece quasi immediato.

    Il problema delle riforme
    È anche utile considerare cosa non è cambiato e sarebbe stato invece utile cambiare rispetto alla versione precedente del PNRR.
    In primis, il piano dichiara che è essenziale avere una amministrazione pubblica snella e moderna e destina ingenti risorse alla sua digitalizzazione; ma non dice nulla sulla fondamentale questione delle riforme organizzative, di gestione e di incentivi del personale che sono necessarie per orientare la nostra pubblica amministrazione verso la produzione di servizi migliori. Anche la semplificazione burocratica viene solo appena accennata.
    Per quanto riguarda le riforme della giustizia si riconosce che sono importanti, ma, come nella bozza precedente, il nuovo piano si limita a rilevare che al momento queste riforme sono “pendenti in Parlamento”, il che, come già è stato argomentato, non garantisce che la giustizia sarà adeguatamente riformata.[7]
    Infine, l’attenzione rivolta alla concorrenza è quasi nulla. Nel documento la parola “concorrenza” è menzionata solo 3 volte e non ispira alcuno degli progetti principali. Quindi, come nella versione passata, questi tre grandi nodi strutturali dell’economia italiana, anche se in parte riconosciuti come tali, rimangono in secondo piano.

    di Giampaolo Galli e Giulio Gottardo

    [2] Vedi il PNRR di dicembre, pag. 15. La RRF spettante all’Italia ammonta a 193 miliardi, tuttavia, questa cifra dipende (inversamente) dalla gravità della crisi economia e il governo prevedeva sarebbe salita a 196 miliardi.

    [3] Vedi bozza PNRR di gennaio, pag. 32.

    [4] Vedi bozza PNRR di gennaio, pagg. 105 – 107.

    [6] Il modello in questione è l’edizione 2018 del modello “QUEST III” elaborato per la Commissione Europea, vedi Varga J., Veld J., 2011, “A model-based analysis of the impact of Cohesion Policy expenditure 2000 – 06: Simulations with the QUEST III endogenous R&D model”, Economic Modelling, 28(1-2), pp. 647-663. LEGGI TUTTO

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    Autostrade si separa da Atlantia e guarda alla Borsa (e a Cdp)

    MILANO – Atlantia, via libera – ovviamente in forma telematica – per la scissione della preziosa controllata Autostrade per l’Italia (Aspi) titolare della concessioneper oltre 3mila chilometri di rete. Cosa hanno votato i soci? L’assemblea ha deciso che il 55% di Aspi sarà conferito in natura da Atlantia a una società di nuova costituzione – Autostrade concessioni e costruzioni, come la società fondata dall’Iri negli anni Cinquanta – mentre il restante 33% verrà assegnato agli attuali soci Atlantia (compresa quindi Edizione, della famiglia Benetton). All’assemblea dei soci ha partecipato il 72,2% del capitale, di cui il 99,7% ha votato a favore.
    Il processo di scissione, finalizzato all’uscita del gruppo Benetton (e di Atlantia) da Aspi procede quindi parallelamente all’offerta della cordata Cdp e fondi esteri, che dovrebbe completare la due diligence a fine mese. Ma nel frattempo Atlantia procede nel percorso ipotizzato, che dovrebbe portare l’88% di Aspi in Borsa, o comunque alla cessione. Non è detto però che il processo vada avanti – e si perfezioni – esattamente in questo modo. Il gruppo infatti ha chiarito che fino a quando la scissione non sarà perfezionata – e comunque non oltre il 31 luglio – il consiglio valuterà offerte alternative da parte di investitori (in prima fila Cdp, ma non solo). Se le ritenesse interessanti, il passaggio più ovvio sarebbe la convocazione di una nuova assemblea, che approvi la vendita agli investitori.
    Sotto certi aspetti, l’ok all’operazione potrebbe persino agevolare il processo di vendita a Cdp. A esempio dividendo Aspi in due blocchi, può essere più agevole per la Cassa comprare solo la quota del 55% o persino una parte di essa, e poi se crede portarla in Borsa. Con l’obiettivo di avere un esborso minore e, chissà, anche di procedere in solitaria invece che in cordata con Blackstone e Macquarie. Altra possibilità – che un po’ circola negli ambienti finanziari, non è chiaro con quanto fondamento – a Cdp potrebbe essere riservata una quota anche ridotta, intorno al 5-10%, ma con forti poteri di governance. Tali da tranquillizzare il concedente pubblico e allo stesso tempo limitare ancora di più l’esborso da parte di Cassa.
    Sempre che il soggetto dell’acquisizione sia Cdp: il pacchetto del 55% scisso da Atlantia è ufficialmente riservato a investitori e poi destinato alla quotazione. Ma il processo è appunto tecnicamente lungo, quindi passibile di aggiustamenti lungo il percorso. Una cosa è certa: sull’infinito processo di separazione della famiglia Benetton da Aspi, ora si è sopraggiunta anche la crisi politica. Fino a questo momento, continua infatti a mancare un tassello strategico: l’approvazione da parte del Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) del Pef, cioè del documento che fissa le tariffe, gli investimenti e quindi di fatto il valore di Aspi da qui al momento in cui finirà l’attuale concessione.
    Una tappa tecnica ma in realtà dalle forti implicazioni politiche, perché fissa il valore ultimo della società e rappresenta, insieme al definitivo accantonamento della procedura di revoca della concessione, il via libera per la nuova Aspi. La crisi politica di queste ore anche sotto questo punto di vista è un elemento di rallentamento. LEGGI TUTTO

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    A rischio la concessione per l’acqua di Roma: la sentenza entro gennaio

    Lo si potrebbe denominare, senza troppa fantasia, il remake di Davide contro Golia. È la storia di un’associazione locale e di un minuscolo Comune che hanno fatto ricorso contro Acea Ato 2 e Comune di Roma per annullare la concessione che fornirà a Roma l’acqua potabile fino al 2031 (a valere, in modo retroattivo, dal 2001). Se “Davide” dovesse vincere si scriverebbe un appendice a una vicenda già piuttosto lunga e travagliata: la concessione per sfruttare l’acqua della sorgente del Peschiera era scaduta nel 1996 e Roma non l’aveva mai rinnovata. Fino al 2019 con l’atto che ora è finito in tribunale. In quei 23 anni si è andati avanti in regime di proroga “di fatto”, senza alcun atto formale: una situazione di incertezza che ha condotto a una battaglia legale tra Roma e Rieti. 
    Il prossimo 20 gennaio il Tribunale delle acque pubbliche dovrà dirimere una controversia che, oltre agli aspetti formali ha anche, secondo i ricorrenti, forti implicazioni ambientali e di giustizia sociale. A portare Acea e Roma in tribunale sono il Comune di Casaprota, in provincia di Rieti (poco più di 700 abitanti) e l’associazione locale PosTribù. Attraverso i comuni della Sabina, nel Reatino, la provincia a nord-ovest di Roma, uno degli acquedotti più vasti d’Europa porta alla capitale solo acqua di sorgente, direttamente dalla montagna lungo un percorso al 90% sotterraneo con rischi minimi di contaminazione. Un tesoro che la maggior parte delle capitali europee invidia a Roma, ma che può essere sfruttato solo attraverso concessioni, come previsto dalla legge.
    “Le controparti continuano a parlare di ‘rinnovo’ di una concessione che era scaduta da oltre vent’anni. E nell’accordo è stata inglobata anche l’acqua di un’altra sorgente, Le Capore, per la quale la concessione non c’era mai stata prima d’ora” spiega Alessandro Iannelli, il legale che insieme a Claudio Giangiacomo sta portando avanti il ricorso. Iannelli, che è stato anche sindaco del comune di Torricella in Sabina, spiega che non è solo una questione di forma: “Riscrivere una concessione da capo significa anche verificare lo stato di salute delle sorgenti e aggiornare i dati relativi al fabbisogno d’acqua delle popolazioni interessate. Tutto questo non è stato fatto e per la sorgente Le Capore ciò è particolarmente grave”.
    Per questa sorgente, che alimenta il fiume Farfa, la concessione prevede che per dissetare Roma si possano prelevare da 4,7 a 5,5 metri cubi al secondo. Secondo PosTribù e Casaprota, però, la portata reale di questa sorgente è 3,2/4 metri cubi al secondo. “La legge prevede che si debba lasciare una quantità d’acqua sufficiente per consentire all’ecosistema locale di sopravvivere. Ma prelevando tutta l’acqua che c’è, questo sarà impossibile” continua Iannelli. Cosa significa lo spiegano dall’associazione PosTribù: “Il risultato sarà quello di prosciugare il fiume Farfa, che viene alimentato proprio da Le Capore, almeno nei mesi estivi. Già oggi, ogni estate, assistiamo a un preoccupante abbassamento del livello del fiume, anche in annate non troppo siccitose”. Avvenne anche nel 2017, quando Roma entrò in crisi idrica e fu costretta ad attingere anche al lago di Bracciano, il cui livello si abbassò di oltre un metro e mezzo.
    L’altra grande questione posta dai ricorrenti è quella dell’accesso all’acqua. “La prima concessione risale al 1926. Ebbene, quella firmata due anni fa garantisce ai comuni del Reatino la stessa quantità di acqua prevista all’epoca. Con la differenza che, nel frattempo, queste aree si sono popolate e il fabbisogno è aumentato” continua il legale Iannelli. In caso di emergenza idrica, spiega, “questi comuni non possono avere più acqua di quanta prevista dalla concessione, se non dietro il benestare di Acea e Regione. Ma se anche Roma dovesse entrare in emergenza, è molto probabile che la risposta sia ‘no’”. Detta in altri termini: ai cittadini della Sabina potrebbe essere frazionata l’acqua, pur di non interrompere il flusso verso Roma.
    “Nessuno mette in discussione il diritto di Roma a usare quell’acqua. Ma questo si può fare anche rispettando la legge ed evitando danni ambientali al territorio della Sabina, con conseguenze gravissime per tutti” conclude Iannelli. Acea, interpellata da Repubblica, ha preferito non rilasciare dichiarazioni almeno fino alla sentenza del 20 gennaio. LEGGI TUTTO