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    Assegno unico, ecco come presentare l’Isee di marzo. Tutte le indicazioni e le cifre

    Per ricevere l’Assegno unico nel mese di marzo con delle maggiorazioni è necessario presentare il proprio Isee. In caso contrario si riceverà il pagamento minimo che ammonta a 57 euro. La data di scadenza per fornire il proprio Indicatore della Situazione Economica Equivalente è il 29 febbraio. Ecco cosa è importante includere.L’isee e le tempisticheÈ molto vicina la prima finestra di scadenze per non incorrere nella decurtazione del contributo per i figli a carico. È richiesta quindi la presentazione dell’Isee aggiornato entro la fine del mese di febbraio. Questo passaggio consentirà di ricevere il contributo che verrà calcolato secondo la singola situazione reddituale. È prevista una finestra supplementare per regolarizzarsi. Nel momento in cui la nuova Dichiarazione Sostitutiva Unica venga presentata entro e non oltre il 30 giugno 2024 gli importi che saranno già stati erogati per il 2024 verranno adeguati a partire dal mese di marzo 2024 con i rispettivi arretrati. Ricordiamo che l’Isee 2023 è scaduto a fine del mese di dicembre dello scorso anno. Coloro che beneficiano di prestazioni collegate al parametro appena citato devono quindi effettuare la comunicazione con i valori aggiornati al 2024.Il rinnovo automatico e le modificheDal 2023 è stata attivata la funzione che riguarda il rinnovo automatico della domanda per coloro che già beneficiano dell’assegno unico. La misura viene erogata a coloro che già ne beneficiano e non è necessaria una nuova domanda ma si devono comunicare all’Inps possibili variazioni attraverso la presentazione di una Dsu aggiornata. Al fine di modificare o aggiornare il proprio Isee è richiesta la compilazione di un format sul sito dell’Inps. Chi preferisce evitare di svolgere questo processo online può recarsi nelle sedi territoriali Inps o a un CAF convenzionato. Per svolgere la procedura online è necessario effettuare l’accesso tramite le proprie credenziali (SPID, CIE e CNS) e compilare la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu). Inoltre l’Inps consente di usare il modulo precompilato tramite “il servizio “Isee precompilato” che include i dati autodichiarati dall’utente e quelli già inseriti che sono stati forniti dall’Istituto e dall’Agenzia delle Entrate.Gli importiIn merito agli importi già dal mese di febbraio i beneficiari ricevono un importo maggiorato grazie alla rivalutazione. Le cifre partono da 57 euro per un solo figlio per coloro che hanno un Isee che va oltre i 45.574,96 (o non presenta l’Isee). Il massimo che si può ricevere ammonta a 199,4 euro per redditi fino a 17.090,61 euro. Di seguito gli importi che Il Messaggero ha riportato i quali vengono stabiliti in base all’Isee del beneficiario con le rispettive maggiorazioni. LEGGI TUTTO

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    Anticipo della pensione, non bastano più i 63 anni di età: le novità 2024

    Maglie un po’ più strette per l’Ape sociale, cioè per l’Anticipo della Pensione (l’acronimo Ape nasce da qui) per motivi sociali, cioè non legato alle quote e al genere. Questa settimana una circolare dell’Inps (la numero 35 del 2024) ha chiarito modalità e condizioni per poter accedere al beneficio, con quelle restrizioni che erano state disposte dall’ultima Legge di Bilancio. Il requisito anagrafico richiesto non sono più 63 anni di età, ma il compimento di 63 anni e 5 mesi.L’Ape sociale permette di ottenere un anticipo del proprio assegno previdenziale grazie a un provvedimento ponte che consiste in un assegno mensile (senza tredicesima) fino a 1500 euro mensili, che viene erogato a seguito della presentazione della domanda. Il beneficio viene corrisposto fino a quando si matura il diritto alla pensione di vecchiaia.Le categorie ammessePossono accedere all’Ape sociale le categorie di lavoratori più svantaggiati, tra i quali rientrano:- disoccupati (a condizione che abbiano avuto, nei 36 mesi precedenti la cessazione del rapporto, periodi di lavoro dipendente per almeno 18 mesi e che abbiano concluso integralmente la prestazione per la disoccupazione loro spettante e in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni;- addetti a mansioni usuranti (cioè lavoratori dipendenti, che al momento della decorrenza dell’indennità, siano in possesso di almeno 36 anni di anzianità contributiva e che abbiano svolto da almeno sette anni negli ultimi dieci ovvero almeno sei anni negli ultimi sette, una o più delle professioni definite “gravose” dall’allegato 3 della legge 234/2021: l’elenco è nutrito, va dagli insegnanti alle professioni socio-sanitarie, dagli operai di altoforni e simili, fino ai conduttori di mulini e impastatrici)- disabili (con invalidità civile riconosciuta almeno al 74%) con anzianità contributiva di 30 anni;- caregivers (cioè coloro che assistono, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità, ovvero un parente o un affine di secondo grado convivente qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 70 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti) che siano in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni. Ai fini del riconoscimento dell’indennità, i requisiti contributivi richiesti sono ridotti, per le donne, di 12 mesi per ogni figlio, nel limite massimo di due anni.Età anagrafica e cumuloLa novità più importante per l’Ape sociale 2024 riguarda il requisito anagrafico: l’Inps ha chiarito che il requisito anagrafico minimo, pari a 63 anni e cinque mesi, richiesto nel 2024 “è necessario anche per quelle persone che magari hanno perfezionato i requisiti in passato (quando erano sufficienti 63 anni), ma non hanno presentato domanda di verifica degli stessi e per chi è decaduto dall’indennità, ad esempio per superamento dei limiti di reddito compatibile”.Inoltre “a chi otterrà la certificazione dei requisiti nel 2024 si applicherà il divieto assoluto di svolgere attività di lavoro dipendente o autonomo oppure attività autonoma occasionale con relativo reddito, solo in quest’ultimo caso, superiore a 5mila euro annui”. Cambia, quindi, il regime di cumulabilità con altri redditi che, fino all’anno scorso consentiva ai percettori di Ape sociale di poter avere anche “redditi da lavoro dipendente o parasubordinato fino a 8mila euro annui” oppure “redditi di lavoro autonomo fino a 4.800 euro annui”. In buona sostanza le modifiche rispetto al 2023 riguardano, in particolare:- la proroga al 31 dicembre 2024, in presenza del requisito anagrafico di 63 anni e 5 mesi: le nuove disposizioni si applicano anche a coloro che, avendo maturato i requisiti per l’accesso al beneficio negli anni precedenti, non hanno presentato domanda di verifica, e ai soggetti decaduti dal beneficio che ripresentano domanda nel 2024;- il regime di incumulabilità con i redditi di lavoro: il titolare di Ape sociale, il cui accesso al beneficio viene certificato nel 2024, decade dall’indennità qualora svolga attività di lavoro dipendente o autonomo, o svolga lavoro autonomo occasionale con reddito superiore a 5.000 euro lordi annui. Le nuove disposizioni non si applicano a coloro che hanno ricevuto la certificazione per l’accesso al beneficio in anni precedenti;- i termini per il monitoraggio: la circolare illustra i termini per la presentazione della domanda di riconoscimento delle condizioni di accesso all’Ape sociale;- il finanziamento della misura è stato incrementato a partire dal 2024 fino al 2028. LEGGI TUTTO

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    Autogol della Bce, buco da 1,3 miliardi

    Boomerang? Autogol? Alla fine, quel che importa è che il conto delle ripetute strette monetarie è stato presentato anche alla Bce. Ed è un conto salato che va a macchiare una fedina contabile quasi immacolata, a causa di quella perdita di quasi 1,3 miliardi (1,266 per la precisione) iscritta nel bilancio 2023. Nella storia dell’Eurotower, il «rosso» era comparso una sola volta, vent’anni fa, ai tempi della presidenza Jean-Claude Trichet. Allora la colpa era stata attribuita all’euro forte; ora il colpevole è facilmente individuabile nei 450 punti di rialzo dei tassi che dal luglio del ’22 hanno determinato una netta sterzata della politica monetaria di Francoforte.Nulla di inaspettato, peraltro, visto che già lo scorso anno i conti si erano chiusi in pareggio solo grazie all’utilizzo degli accantonamenti. Un’opera di imbellettamento che questa volta non è stato possibile replicare nonostante la banca guidata da Christine Lagarde abbia dato fondo interamente alle proprie riserve, pari a 6,6 miliardi. Troppo elevata la spesa per interessi, ben 7,193 miliardi, per riuscire a colmare del tutto il buco e per poter erogare dividendi alle banche centrali dell’eurosistema. Quasi una beffa del destino nel momento in cui i singoli istituti di credito, gonfi di utili proprio grazie ai giri di vite al costo del denaro, si preparano a remunerare lautamente gli azionisti.Del resto, le scelte fatte hanno un costo perché poi si riverberano sotto il profilo contabile, come già dimostrato dalla Bundesbank e dalla Banca Nazionale Svizzera. E se ora la Bce si lecca in qualche modo le ferite per i colpi che si è inferta da sola, val la pena di spiegare il motivo di tali perdite. Per farlo, occorre risalire appunto agli oltre sette miliardi di spesa per interessi, quelle che tecnicamente si chiamano passività Target 2 e sono generate nel momento in cui Francoforte acquista titoli dalle altre banche centrali di Eurolandia.In seguito agli irrigidimenti monetari, questi interessi passivi sono saliti al 3,8% in media (dallo 0,6% del 2022) poiché sono agganciati al cosiddetto Mro, ovvero il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali; contestualmente, il rendimento dei titoli in pancia alla Bce è cresciuto, ma non abbastanza (a 3,4 miliardi, dagli 1,5 dell’anno prima) per pareggiare ameno i conti.Naturalmente, nulla cambia ai piani alti della Bce, dove con un comunicato si rassicura che le perdite subite non hanno «alcun impatto» sulla «capacità (della banca, ndr) di condurre una politica monetaria efficace». Nè, al momento, sembrano esserci le condizioni che renderebbero inevitabile un aumento di capitale.Il focus resta quindi concentrato sul processo disinflazionistico «più rapido del previsto», come si legge nei verbali dell’ultima riunione e come confermato ieri dall’Eurostat (in gennaio -0,4% mensile e +2,8% annuo nell’eurozona, +0,3% e +0,8% in Italia), ma non ancora sufficiente per abbandonare la postura rigida. Con un effetto collaterale: più a lungo sarà mantenuta, e più ne soffriranno i conti di Francoforte. Che per prima ammette di aspettarsi altre perdite nei prossimi anni, pur se inferiori a quelle del 2023. Anche se la scure calerà sui tassi, le macchie di rosso non saranno smacchiate tanto in fretta dai bilanci della Bce. LEGGI TUTTO

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    Pnrr, già spresi 41 miliardi a fondo perduto. La priorità ora è sbloccare i cantieri

    Nel 2023 sono stati utilizzati 21,1 miliardi di fondi Pnrr a fronte di una spesa complessiva di 45,6 miliardi. In pratica, lo stesso importo investito nei primi due anni di piano. Al di là delle polemiche politiche e della riorganizzazione della struttura di missione, è evidente che il governo Meloni si sia dato da fare per onorare gli impegni.Lo sforzo, tuttavia, non è sufficiente perché – a fronte dell’erogazione del 52% degli aiuti (in totale 191,5 miliardi) – ne è stata spesa meno della metà e se non si accelererà, il rischio è di dover restituire quanto non impiegato dei 41,5 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e dei 60,9 miliardi di prestiti. Un discorso che si può ampliare all’intera entità del Piano composto da 68,9 miliardi di grants e 122,6 miliardi di loans.In ogni caso, l’obiettivo del 30 giugno 2026 è molto impegnativo. A inizio anno il governo ha richiesto 10,6 miliardi di pagamento della quinta rata, mentre per quest’anno sono attese altre due rate da complessivi 28,8 miliardi. Il problema è che, nonostante due bandi su tre siano sostanzialmente aggiudicati, il 75% dei cantieri abbiano accumulato ritardi, un dato riscontrabile anche dal livello basso della spesa per tutto ciò che non rientri nella categoria degli incentivi. Ecco perché l’approvazione del quarto decreto Pnrr è più che mai fondamentale. Il provvedimento, fermo ai box di Palazzo Chigi) da qualche settimana è cruciale non solo per la rimodulazione dei 30 miliardi di euro da destinare a RepowerEu e dei 13 miliardi da recuperare per i Comuni, ma soprattutto per le innovazioni normative relativa alla possibilità di commissariare le opere in modo tale da far partire la spesa.Se si guardano i dati dei singoli ministeri, infatti, emerge che il ministero dell’Ambiente con 34,6 miliardi ha speso 14 miliardi (la cifra più alta), circa il 40%, in virtù del Superbonus e degli altri incentivi. Stesso discorso per il ministero delle Imprese con 19,6 miliardi destinati che ha utilizzato il 70% dei fondi (13,7 miliardi) grazie a Transizione 5.0. Sotto media il ministero dell’Istruzione (3 miliardi spesi su 17,5, 17%), il dicastero della Salute: (590 milioni su 15,6 miliardi, 3,8%) e il dipartimento della Trasformazione digitale (1,2 miliardi su 12,8, 9,3%). Si tratta di istituzioni alle quali è richiesto di far partire cantieri i più complessi dei quali sono quelli relativi alla posa della fibra ottica e delle antenne di trasmissione per i programmi «Italia 1 Giga» e «Italia 5G». Superare la burocrazie è fondamentale anche per il piano Alta velocità del ministero delle Infrastrutture (speso il 15,3% dei 39,7 miliardi destinati anche se i rendiconti potrebbero essere parzialmente incompleti). La malcelata speranza, in ogni caso, è che Bruxelles si convinca a posticipare la scadenza di giugno 2026 come già ipotizzato dalla Bce. LEGGI TUTTO

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    Il tribunale taglia le ali a Ita: deve risarcire due manager  

    Primi effetti a distanza dello scontro tra l’ex presidente Alfredo Altavilla e l’ex ad Fabio Lazzerini che ha tenuto per mesi Ita Airways sulla graticola. Il Tribunale del Lavoro di Roma ha reintegrato nei loro ruoli due manager che la compagnia aveva licenziato a fine 2022, nel periodo successivo alla decisione del cda di revocare le deleghe ad Altavilla per attribuirle all’amministratore delegato Lazzerini. I due manager avevano poi fatto ricorso, sostenendo di essere stati allontanati con un provvedimento ritorsivo e discriminatorio perché ritenuti vicini ad Altavilla con il quale Lazzerini aveva rapporti tesi. Da quanto si apprende dalla sentenza, nell’ambito del percorso di privatizzazione di Ita, Altavilla «si era mostrato più favorevole alla cordata Msc-Lufthansa» mentre Lazzerini preferiva la cordata del Consorzio guidato dal fondo Certares, in partnership con Airfrance-Klm e Delta Airlines. Da qui lo scontro che in poco tempo ha ribaltato le prospettive della compagnia.Il primo dei manager reintegrati è l’avvocato Filippo Corsi, che ricopriva la carica di responsabile degli Affari legali. La giudice Ida Cristina Pangia ha stabilito che Ita ora dovrà riconoscergli tutti gli stipendi e i contributi previdenziali arretrati, oltre alle cifre a cui avrebbe avuto diritto per gli incentivi aziendali, gli interessi e le spese. Corsi, il 23 ottobre 2022, era stato sospeso in via cautelare con una lettera a firma Lazzerini «al fine di verificare alcune informazioni recentemente acquisite dalla scrivente e potenzialmente impattanti sul vincolo fiduciario» senza però specificare nulla al dipendente e con la richiesta di consegnare il pc e tutti i beni aziendali, ad eccezione dell’auto. Il licenziamento è poi arrivato il 9 novembre successivo, essendo Corsi accusato dall’azienda di aver partecipato alla redazione di testi volti «a denigrare i ruoli di governance aziendale» e di aver operato con Altavilla per favorire Msc-Lufthansa. Accuse basate su informazioni che, a dire della società, sarebbero giunte in forma anonima al consiglio d’amministrazione. E che il giudice ha ritenuto essere di «provenienza illecita», in violazione della privacy di Corsi, aggiungendo come fosse «evidente che il licenziamento» fosse «dovuto alle dinamiche interne della società». Il giudice, oltre ad accogliere il ricorso, ha disposto la trasmissione degli «atti alla Procura della Repubblica di Roma».L’altro manager reintegrato (con risarcimento) è Davide D’Amico, responsabile delle relazioni esterne. Anche D’Amico, il 13 ottobre 2022, ha ricevuto una lettera da Lazzerini al fine di verificare alcune informazioni «impattanti sul vincolo fiduciario». Il licenziamento è poi arrivato il 28 ottobre, dopo una lettera di contestazione disciplinare con riferimento a uno scambio di mail «il cui contenuto appare essere», ha sostenuto Ita, «volto a denigrare ruoli di governance». Per l’azienda la prova delle accuse risiederebbe in uno scambio di mail con un giornalista per «pagare il servizio richiesto e ricevuto, cioè la pubblicazione dell’articolo scritto da lui». Mail dove si allude a un accordo, da 25mila euro, con la testata presso la quale operava il giornalista per garantirsi, a dire di Ita, «la pubblicazione di articoli atti a screditare l’amministratore delegato e direttore generale Lazzerini». Tutte informazioni attinte illecitamente, secondo il giudice, che ha quindi dichiarato la nullità del licenziamento. LEGGI TUTTO

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    Angelini lascia Mediobanca e Nagel riposiziona il patto: cosa cambia col ddl capitali

    Nuova defezione di soci storici dal patto di consultazione di Mediobanca attorno a cui sono riuniti gli azionisti che tradizionalmente sostengono il management. Dopo 23 anni lascia la famiglia Angelini, cui fa capo l’omonimo gruppo farmaceutico: era entrata in Mediobanca nel 2001 e ha venduto ai blocchi il suo 0,47% del capitale. La quota, tramite intermediari, è stata rilevata da Plt Holding, società riconducibile alla famiglia Tortora attiva nel settore delle energie rinnovabili. Nel patto, che ha subito aperto ai Tortora, è entrata anche Valsabbia Investimenti, gruppo siderurgico controllato dalle famiglie Brunori, Cerqui e Oliva, che con il suo 0,14% porta al 10,98% la partecipazione complessiva gestita nell’ambito dell’accordo. Appare evidente che si tratta di manovre di posizionamento, sia in entrata che in uscita, in vista degli effetti che il Ddl Capitali produrrà nell’ambito delle governance di società dove la “lista del cda“ rappresenta un elemento divisivo a causa dell’eccesso di potere del management. Come è appunto il caso di Mediobanca, guidata da Alberto Nagel.Intanto, proprio sui temi di cui si occupa il Ddl Capitali ieri è intervenuto il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. «In Intesa – ha detto il banchiere – abbiamo una governance molto solida, le scelte vengono fatte dagli azionisti che si dividono in due categorie: quelli stabili, che sono le fondazioni, che presentano una loro lista e gli altri, che sono sostanzialmente gli investitori istituzionali, che presentano un’altra lista. Gli investitori istituzionali hanno circa il 60% del capitale, le fondazioni non arrivano al 18%, però poi la lista presentata dalle fondazioni è la più votata e i due indicati personalmente, cioè il presidente e il vice presidente, prendono il 96% dei voti. «Questo la dice lunga – ha proseguito Gros-Pietro – sul fatto che la governance funziona e che gli investitori istituzionali apprezzano le scelte fatte dagli azionisti stabili, cioè dalle Fondazioni». E ancora: «Secondo me è l’equilibrio migliore, non c’è autoreferenzialità perché le scelte le fanno gli azionisti, ci sono azionisti stabili che si fanno apprezzare anche dagli altri e in un momento storico in cui si parla tanto di Esg, cioè di non limitarsi a massimizzare il profitto corrente ma di guardare alla sostenibilità futura, quegli azionisti stabili sono importanti e il fatto che le loro scelte siano condivise dagli altri vuol dire che la governance fino adesso è andata benissimo».Dichiarazioni, quelle del presidente di Intesa, che arrivano a dispetto di quanti affermano che la formulazione definitiva del Ddl Capitali non sia funzionale alla migliore governance societaria. «Si pensa che i grandi gruppi spostino all’estero la loro sede giudica per pagare meno tasse», aggiunge infine il banchiere, «ma non è così perché la sede fiscale rimane in Italia. Si spostano in altri sistemi giuridici che sono più moderni e più facilmente gestibili, veloci e amichevoli, l’Italia deve seguire questo esempio». LEGGI TUTTO

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    Tenaris macina superprofitti e il titolo vola in Piazza Affari  

    Tenaris ha chiuso il 2023 con risultati record e la Borsa ha premiato il titolo con un maxirialzo del 7,3 per cento. L’utile netto del gruppo che fa capo alla famiglia Rocca l’anno scorso si è attestato a 3,92 miliardi di dollari, in crescita del 53% annuo. Proposto un dividendo unitario di 0,6 dollari (per un importo complessivo di circa 700 milioni), contro gli 0,51 dollari del 2022. L’importo include l’acconto di 0,20 dollari già pagato a novembre. I ricavi sono aumentati del 26% a 14,87 miliardi, l’utile operativo è cresciuto del 46% a 4,32 miliardi, mentre l’ebitda margin è passato dal 31% al 32,7 percento. Tenaris «è arrivata a fine 2023 con una posizione di cassa molto solida» e «come fatto in passato, considereremo tutte le opportunità», ha detto l’amministratore delegato Paolo Rocca (in foto) durante la conference call. «Da un lato, dobbiamo continuare con gli investimenti organici, dall’altro lato, vediamo opportunità per crescere lungo la catena di valore». Tenaris, informa una nota, darà il via lunedì 26 febbraio alla seconda tranche da 300 milioni di dollari del programma di buy back da 1,2 miliardi. LEGGI TUTTO

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    ChatGpt e dazi fanno super ricca Nvidia: il colosso dei chip batte le attese

    Conti straordinari quelli di Nvidia, che mercoledì notte ha pubblicato la trimestrale spiazzando Wall Street. Il big americano dei chip grafici ha realizzato ricavi per 22,1 miliardi di dollari (+22% sul trimestre precedente) contro i 20,5 previsti dagli analisti e un utile netto di 12,3 miliardi (1,5 miliardi un anno fa).Non solo, nell’anno fiscale terminato a gennaio l’utile è esploso a 29,76 miliardi (+581%) superando tutte le previsioni; da record anche le vendite pari a 60,9 miliardi (+125,8%). Numeri forti per la società di Santa Clara, che mette nel mirino gli altri giganti della Silicon Valley, tanto che il trading desk di Goldman Sachs l’ha definita il «titolo più importante sul pianeta» con la terza capitalizzazione al mondo, vicina a 2mila miliardi. E c’è chi scommette che nel futuro prossimo possa avvenire il sorpasso su Apple e Microsoft, rispettivamente primo e secondo titolo del Nasdaq 100.Smentito così il pessimismo che aleggiava a Wall Street mercoledì pomeriggio, quando la quotazione di Nvidia era calata del 9% in attesa di un risultato più negativo. Valori recuperati ieri con un balzo di quasi il 15%. Il boom ha contagiato anche il listino italiano, dove hanno risaltato le azioni di StM (+3,2%). A spingere la crescita è l’euforia dei mercati per l’intelligenza artificiale, di cui l’azienda è leader nei componenti fondamentali per ChatGPT e Gemini, i sistemi di OpenAI e Google. La performance di Nvidia ha spento lo scetticismo di chi sospettava una bolla pronta a scoppiare. E a ribadirlo è anche il ceo della multinazionale tech fondata nel 1993 in California, Jensen Huang.«L’intelligenza artificiale generativa e il computing accelerato sono a un momento chiave», ha evidenziato Huang in un comunicato. «La domanda sta aumentando in tutto il mondo tra aziende, industrie e nazioni», ha aggiunto. Dietro al successo di Nvidia c’è dunque la versatilità dell’azienda, storica produttrice di schede grafiche per computer, e leader nello sviluppo di hardware per l’intelligenza artificiale. L’ascesa è resa più straordinaria dai dati sulle vendite, che mostrano un miglioramento ovunque. Dovendosi conformare alle restrizioni sull’export dei semiconduttori introdotte dal governo degli Usa, Nvidia ha bloccato l’export di alcuni chip ideati appositamente per la Cina. Gli acquisti oltre la Muraglia, che prima della stretta voluta da Washington rappresentavano il 19% dei data center globali, sono crollati sotto il 10%. Per non azzerare del tutto l’offerta, Nvidia è riuscita comunque a vendere prodotti inferiori e meno potenti a Pechino, senza incappare in violazioni. L’America conferma così la sua egemonia in campo tech e, grazie al protezionismo applicato non solo ai chip, riesce a mantenere il vantaggio nella guerra commerciale con la Cina. LEGGI TUTTO