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    Salgono i rendimenti dei titoli di Stato, Borse Ue in rosso. Asia al tappeto: Tokyo crolla del 4%

    MILANO – Ore 9:30. Giornata difficile per i mercati azionari: gli scambi in Europa partono in rosso e Milano segna un calo dello 0,95%, con Mps sospesa all’indomani del cda che ha approvato il progetto di bilancio in un’ottica di continuità aziendale nonostante le “incertezze rilevanti” che aleggiano sull’istituto senese. Mentre Londra cede l’1,2%, Parigi l’1,45% e Francoforte l’1,4%. Gli indici asiatici hanno registrato la peggior seduta dallo scorso marzo, con un vero e proprio tonfo per Tokyo che ha chiuso in calo del 3,99 per cento, in scia al rosso di ieri sera a Wall Street dove il Dow Jones ha perso l’1,8% e il Nasdaq il 3,5 per cento. I future americani indicano ancora una prospettiva debole per la Borsa Usa.
    In Asia, le vendite hanno riguardato soprattutto il comparto tecnologico: si è trattato di un vero e proprio sell-off, una corsa alla cessione di azioni, giunto però al culmine di un periodo di rialzi consistenti che avevano portato le azioni dell’area ai massimi di sempre. Oggi sono andate in rosso anche Hong Kong (-3,2%), Shanghai (-2,12%), Shenzhen (-1,79%), Seul (-2,8%).

    Inflazione: in Usa torna la paura, un’ombra sulla ripresa
    dal nostro corrispondente Federico Rampini 25 Febbraio 2021

    Dietro questa correzione di mercato c’è il movimento che da qualche seduta si sta alimentando nelle sale operative: la prospettiva di un ritorno dell’inflazione – motivato dalla ripresa economica unita alla campagna vaccinale e all’ampia disponibilità di liquidità sui mercati – sta spingendo all’insù i rendimenti dei titoli di Stato. I Treausury americani sono ad esempio arrivati fino all’1,6% e per alcuni tornano alla memoria le fasi del 2013 in cui la Federal Reserve suggerì un imminente restringimento del suo Quantitative easing generando un forte ribasso, proprio in Asia. Ma, in questo caso, il numero uno della banca centrale americana, Jerome Powell, ha assicurato nelle sue audizioni che l’inflazione non è ancora preoccupante e un ritiro prematuro degli stimoli non accadrà.

    Inflazione: i rendimenti in crescita attirano i “Bot people” ma sono un rischio per il debito pubblico
    di Raffaele Ricciardi 26 Febbraio 2021

    Intanto, il rialzo dei tassi obbligazionari ha funzionato da “miccia” per gli investitori che “erano alla ricerca di una ragione per avviare una correzione sul mercato azionario”, ha spiegato il responsabile della strategia sul mercato asiatico di JP Morgan AM, Tai Hui, alla Bloomberg. “Il settore tecnologico asiatico e tutti coloro che hanno sovraperformato potrebbero segnare una correzione più ampia”.
    Restano i dubbi, soprattutto nell’Eurozona, su quanto il rialzo dei prezzi sia consistente. Oggi, ad esempio, l’inflazione in Francia ha registrato una frenata a febbraio a -0,1% dopo essere aumentata dello 0,2% a gennaio e portandosi al +0,4% su base annuale dal +0,6%.
    Lo spread tra Btp e Bund tedesco apre in rialzo a 104 punti, dai 103 della chiusura di giovedì, con il rendimento del decennale italiano allo 0,78% sul mercato secondario.
    I movimenti delle obbligazioni hanno spaventato le azioni e premiato il dollaro Usa come rifugio sicuro. L’euro passa di mano a 1,2154 dollari e 129 yen e il dollaro schizza al top da sei mesi rispetto alla moneta giapponese: 106,18. La sterlina scende a 1,3930 sul dollaro.
    Tra gli effetti del rialzo dei rendimenti delle obbligazioni e del caro-dollaro c’è l’andamento dell’oro. Il bene rifugio per eccellenza scende ai minimi da 8 mesi: il prezzo dell’oro arretra dello 0,6% a 1.765,70 dollari l’oncia.  LEGGI TUTTO

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    La belga Solvay vuol lasciare la soda prodotta a Rosignano. La paura dei 430 operai

    MILANO – Solvay, multinazionale Belga che dal 1913 produce in riva al mare a Rosignano, in provincia di Livorno, soda da bucato, sta per «organizzare l’attività in una struttura legale separata, per rafforzare trasparenza e responsabilità, e aumentare la flessibilità strategica futura».

    Poiché il gruppo fa soda da 150 anni, e dal “processo Solvay” brevettato deriva il 90% della soda mondiale, è come se Ibm societarizzasse la produzione di computer. La notizia, sparsa tra i conti 2020 (chiusi con utile netto in calo del 42,5% a 618 milioni, e l’annuncio di 500 tagli ai dipendenti), inquieta i 430 dipendenti di Rosignano. Una volta erano 2.500, e intorno a loro Solvay costruì una parte del borgo che ne porta il nome. Ma produrre soda ha impatti ambientali: specie se scarichi i rifiuti a riva (e l’italiano è l’unico dei cinque impianti chimici di soda Solvay a non prevedere trattamenti per le scorie).

    Da anni ambientalisti e accademici criticano gli effetti su acque e litorale di 250 mila tonnellate l’anno di “solidi sospesi”, una polvere minerale che contiene metalli pesanti come mercurio, cadmio, cromo, nichel, e nel tempo ha tolto di mezzo la flora marina intorno, creando le “Spiagge bianche”, versione industriale dei Caraibi. Ma dove non potè il conflitto capitale-lavoro, potrebbero gli investimenti sostenibili basati sui criteri Esg (Ambiente, sociale, condotta). Solvay, se per il 30,8% è della famiglia fondatrice, è per il 69,2% degli investitori istituzionali, presenti anche in forza del suo impegno a ridurre gli effetti ambientali.

    Tra i primi 20 soci ci sono grandi nomi (Blackrock, StateStreet, Vanguard, Fidelity), che investono con fondi “Esg”. Tuttavia l’azionista critico Bluebell ha messo in scacco quella che ritiene una delle tante forme di “greenwashing” recenti. «L’annuncio è una chiara indicazione che Solvay sente di dover trovare una soluzione per l’impatto ambientale generato – dice Giuseppe Bivona, patron di Bluebell, che ha presentato un esposto alla procura di Livorno per fermare gli scarichi . Cedere l’attività trasferirebbe solo le responsabilità.

    Solvay si assuma la responsabilità di bonificare il danno ambientale e rendere la produzione eco-sostenibile». Bluebell ha una sola azione Solvay e dice di agire «per sensibilizzare l’opinione pubblica». Per mesi ha scritto all’azienda, ad alcuni fondi e a Msci, che ha dato a Solvay un rating Esg AAA. L’azienda ha più volte detto di rispettare tutte le norme e gli standard, Dal 2019, anzi, la nuova ad Ilham Kadri ha puntato forte sulla sostenibilità, lanciando la strategia decennale Solvay one planet. LEGGI TUTTO

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    Articolo 18, la Consulta smonta la Fornero. Riassunzione obbligatoria anche con licenziamento economici

    ROMA – Se il licenziamento per motivi economici risulta ingiusto, il lavoratore deve essere riassunto. La Corte Costituzionale dichiara illegittima l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori nella parte in cui dispone che il giudice “possa” e non “debba” disporre la reintegra. In pratica, l’art.18 torna alla versione pre-riforma Fornero (legge 92/2012). La riforma del 2012 aveva fortemente limitato il diritto di riassunzione del lavoratore licenziato ingiustamente, che è poi definitivamente scomparso con l’arrivo del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti (chi viene assunto secondo questa normativa ha solo diritto a un indennizzo nel caso di licenziamento ingiusto).
    Per cui un primo effetto della sentenza della Consulta, rileva il giuslavorista Giuseppe Merola, dello studio Pirola Pennuto Zei & Associati, è che “aumenta ancora di più la forbice tra chi è stato assunto prima e chi dopo l’entrata in vigore del Jobs Act”. E le aziende lamentano che la Corte Costituzionale “stia pian piano smantellando le riforme che hanno portato a una maggiore flessibilità nella gestione dei licenziamenti”.
    Di contro, per i lavoratori si apre nuovamente una forte opportunità di tutela: essere risarciti o essere riassunti nel caso di licenziamento ingiusto ovviamente non è la stessa cosa. Ma vale solamente per chi ha diritto all’applicazione dello Statuto dei Lavoratori, dunque chi è stato assunto con i vecchi contratti, o chi, godendo di una certa forza contrattuale, è riuscito anche in tempi recenti a farsi inserire la clausola di applicazione dell’art.18 nel contratto di assunzione.

    La Corte Costituzionale si è pronunciata in seguito a una questione sollevata dal Tribunale di Ravenna, e ha fatto riferimento all’art.3 della Costituzione (che stabilisce che tutti sono uguali davanti alla legge). Di conseguenza, ha dichiarato illegittimo “l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come modificato dalla cosiddetta legge Fornero (n. 92 del 2012), là dove prevede la facoltà e non il dovere del giudice di reintegrare il lavoratore arbitrariamente licenziato in mancanza di giustificato motivo oggettivo”. Per motivo oggettivo si intende motivo economico.
    La Corte ha ritenuto che sia irragionevole, in caso di insussistenza del fatto (se dunque si accerta che in realtà non esisteva il motivo economico alla base del licenziamento) “la disparità di trattamento tra il licenziamento economico e quello per giusta causa: in quest’ultima ipotesi è previsto l’obbligo della reintegra mentre nell’altra è lasciata alla discrezionalità del giudice la scelta tra la stessa reintegra e la corresponsione di un’indennità”.
    Adesso però appare ancora più stridente la disparità di trattamento tra chi una contratto ex art.18 e chi ha un contratto a tutele crescenti. In passato la Corte Costituzionale è intervenuta anche in questo senso, in particolare sui criteri che determinano l’indennizzo che l’azienda deve versare al lavoratore licenziato ingiustamente, stabilendo che non può solo essere ancorato all’anzianità di servizio (e dunque chi ha poca anzianità non può essere liquidato con poche mensilità).

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    Rider, non solo le maxi multe per la sicurezza. Le verifiche su fisco e contributi potrebbero mettere ko le piattaforme

    MILANO – La scossa della procura di Milano contro le aziende del food delivery –  con la maxi ammenda da 733 milioni di euro e la richiesta dei magistrati di procedere all’assunzione di oltre 60 mila rider – potrebbe essere solo l’inizio di un’offensiva che si muove su più fronti nei confronti delle piattaforme del settore.
    L”inchiesta di Milano si muove soprattutto sul tema delle condizioni di lavoro dei ciclofattorini, inquadrati come lavoratori autonomi in teoria (almeno nell’arco temporale dell’indagine), ma sottoposti nella realtà a una serie di vincoli tali da renderli ben inseriti nell’organizzazione del lavoro, benché privi delle tutele e garanzie di sicurezza che spettano ai lavoratori dipendenti. Ma sono anche altri i filoni su cui i magistrati milanesi stanno svolgendo le proprie indagini e il cui esito potrebbe assestare un colpo durissimo al settore.

    Autonomi o no? Con i rider ogni piattaforma segue la sua strada
    di Rosaria Amato 24 Febbraio 2021

    Il faro sul fisco
    Il primo, affidato alla Guardia di Finanza, riguarda le possibili violazioni fiscali commesse dalle società. Al momento tutte e quattro le aziende finite sotto i riflettori, Foodinho-Glovo, Uber Eats Italy, Deliveroo e Just Eat Italy, sono società italiane che versano le imposte al fisco italiano ma che dipendono tutte da società capogruppo estere. Come spiegato ieri dal procuratore Francesco Greco, la procura vuole verificare che le piattaforme non abbiano in realtà una stabile organizzazione “occulta” in Italia, sottraendo quindi all’Erario parte delle imposte dovute.
    Gli ultimi bilanci della società. Per Glovo zero tasse nel 2019
    Fino ad oggi il contributo dei giganti del food delivery in Italia è  stato relativamente modesto. Guardando ai bilanci 2019 –  gli ultimi disponibili ma che non contemplano l’esplosione delle consegne del 2020 legate alla pandemia – , Deliveroo ha versato 343.362 euro e Just Eat Italy 1.624.088 euro. Per Foodinho-Glovo, che registra nel 2019 una perdita di 12 milioni di euro, il contributo per l’erario in termini di imposta sul reddito di impresa è invece pari a zero. Di Uber Eats Italy, registrata in camera di commercio soltanto nell’ottobre 2019, non risultano bilanci depositati.
    I possibili mancati contributi a Inps e Inail
    Non c’è però soltanto il fisco sotto i riflettori. Nella propria articolata indagine i magistrati milanesi hanno coinvolto anche Inps e Inail per verificare il regolare versamento dei contributi dei lavoratori. L’ipotesi è che oltre al buco per il Fisco italiano ce ne sia un altro, di dimensioni considerevoli e superiori anche ai 733 milioni delle ammende complessive, per l’istituto di previdenza e per quello contro gli infortuni sul lavoro.
    Come si è arrivati alla maxi multa
    La maxi multa indicata dai magistrati  invece non ha direttamente a che fare con il volume di affari delle aziende in Italia, ma riflette invece quanto previsto per ciascuna contravvenzione come ammenda massima e in alcuni casi è stato poi parametrato questo dato al numero di lavoratori coinvolti, raggiungendo così l’ingente somma complessiva, richiesta – va ricordato – non alle aziende ma ai singoli datori di lavori coinvolti. I quali hanno ora 90 giorni di tempo per eseguirle le prescrizioni indicate, e soltanto a quel punto saranno ammessi al pagamento, nel complesso, dei 733 milioni che sono pari comunque a un quarto della sanzione massima prevista dalla legge. Diversamente, cioè in caso non vengano messe in  pratica le prescrizioni e assolto il pagamento nei tempi previsti, per i soggetti coinvolti scatta l’azione penale, cioè si apre la strada del processo. LEGGI TUTTO

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    Bonus energia automatico, sciolto il nodo privacy: al via da luglio

    Si avvicina a passo lento, ma adesso almeno c’è un termine preciso: il bonus energia verrà erogato in modo automatico a partire dal luglio 2021. Tra cinque mesi, dunque, verrà applicata una misura che i consumatori chiedono da anni: le famiglie a basso reddito non dovranno più chiedere ogni anno il bonus in Comune ma basterà compilare la Dsu, la dichiarazione sostitutiva unica per calcolare l’Isee. A quel punto saranno Inps e il Sistema informativo integrato – che contiene i dati di tutti i contatori del Paese – a vedersela: se il cliente ha diritto al bonus lo riceverà direttamente in bolletta nel caso dell’energia elettrica, o sul conto tramite bonifico nel caso del bonus gas. Lo ha fatto sapere Arera, l’autorità del settore energetico, che specifica: “Per chiarezza e trasparenza il cliente avrà modo di verificare in bolletta l’applicazione del bonus, perché il venditore dovrà mettere in evidenza tale voce”. La somma maturata da gennaio a luglio verrà liquidata nella prima bolletta utile. Il bonus sarà, quindi, retroattivo fino al primo gennaio 2021.
    Cos’è. Il bonus sociale è uno sconto annuale sulla bolletta che ammonta tra 130 e i 194 euro per la luce e può raggiungere i 314 euro per il gas nelle aree più fredde del Paese. Ne hanno diritto quasi 2,5 milioni di famiglie, in particolare:
    le famiglie con Isee non superiore a 8.265 euro;
    i nuclei con almeno 4 figli a carico e Isee non superiore ai 20.000 euro;
    i titolari di reddito o pensione di cittadinanza.
    Fino a oggi il bonus sociale è rimasto un grande incompiuto: ne usufruisce poco più di un avente diritto su tre. Questo per vari motivi: c’è chi si dimentica di fare domanda, chi proprio non conosce questa opportunità, ma molti consumatori si sono lasciati scoraggiare dalla burocrazia: dover fare domanda ogni anno in Comune non ha certo aiutato. Da adesso basterà presentare la Dsu, che è utile per usufruire anche di altri servizi pubblici in forma agevolata.

    Una lunga vicenda. Rendere automatico il bonus è la soluzione prospettata da anni. Già nel 2016 un’indagine dell’autorità Arera (allora Aeegsi) aveva evidenziato il problema dello scarso utilizzo del bonus. Dopo anni di pressioni da parte di associazioni e della stessa autorità, nel 2018 sembrava essere arrivato il momento: un emendamento alla legge di bilancio aveva introdotto l’automatismo, ma l’emendamento è stato poi ritirato e non più riproposto. Nel 2019 Arera aveva scritto sia al Parlamento che al governo chiedendo, ancora una volta, l‘automatismo. E a fine 2019, nel Dl Fisco, la decisione è stata finalmente presa: bonus direttamente in bolletta ma dal gennaio 2021. Tutto ok, quindi? Tutt’altro: il 7 gennaio il garante per la Privacy aveva congelato tutto dopo aver riscontrato un flusso di dati – tra Arera e Acquirente Unico – eccessivo e non necessario. Infatti oggi Arera spiega di “aver tenuto conto delle pertinenti osservazioni contenute nel parere del Garante”.

    “Non basta”, commenta Marco Vignola,  responsabile del settore energia dell’Unione nazionale consumatori: “Dato che non si è ancora pronti per far partire questo automatismo, serve un regime transitorio” prosegue Vignola. “Le famiglie sono rimaste nella terra di nessuno. Non possono più presentare domanda, dato che è previsto l’automatismo, ma il bonus arriverà solo a luglio. Ma 7 mesi sono troppi per chi ha un Isee di appena 8.265 euro. Per questo serve con urgenza un regime provvisorio in cui si possa tornare a presentare la richiesta presso i Comuni o i Caf, in attesa dell’assegnazione automatica in bolletta e, per chi già riceveva il bonus, sia prolungato oltre la scadenza dei 12 mesi, in modo che possa continuare a percepirlo, salvo conguaglio successivo” conclude Vignola. LEGGI TUTTO

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    Clausole vessatorie, nuova procedura Antitrust: “La Lazio non ha informato i suoi tifosi”

    I club di serie A continuano a essere al centro dell’attenzione di Antitrust, l’autorità per la concorrenza e il mercato. Dopo l’ondata di provvedimenti dello scorso novembre, quando aveva bollato come “vessatorie” alcune clausole degli abbonamenti di nove club che impedivano ai tifosi di essere risarciti per le partite giocate a porte chiuse, ora l’autorità ha di nuovo bacchettato la Lazio.
    La società biancoceleste faceva già parte dei nove club presi di mira a novembre: allora Antitrust aveva rilevato che due clausole erano scritte in modo da non riconoscere il rimborso del rateo di abbonamento non goduto, a causa delle partite giocate a porte chiuse per evitare la diffusione del contagio da Coronavirus. A chiusura di quel procedimento Antitrust aveva chiesto alla Lazio di pubblicare sul proprio sito, entro 30 giorni, un estratto di quella decisione per informare i tifosi. Cosa che, al 2 febbraio 2021, la Lazio non ha ancora fatto. In pratica il club biancoceleste continua a tenere i suoi abbonati all’oscuro di quali siano i loro diritti, in questo caso la restituzione di quella parte di abbonamento non goduto. Per questo motivo l’Antitrust ha avviato un procedimento che porterà a una sanzione fino a 50.000 euro. Pochi spiccioli per un club di calcio di questo livello. La vicenda però solleva, ancora una volta, il problema della scarsa trasparenza delle società nei confronti dei propri tifosi. 
    In un primo momento la Lazio non aveva informato i tifosi perché aspettava il pronunciamento del Tar regionale, al quale aveva chiesto la sospensione della delibera Antitrust. Il 15 gennaio 2021  il Tar ha rigettato la richiesta del club di Claudio Lotito, ma del fatto che le clausole dell’abbonamento erano ingiuste, sul sito continua a non esserci traccia.
    Una qualche forma di rimborso c’è stata, almeno agli abbonati che hanno fatto richiesta: un voucher spendibile in biglietti o parte del rinnovo dell’abbonamento per la stagione 2020-2021. Ma la possibilità di ricevere un rimborso in denaro non è prevista, come del resto per la quasi totalità dei club della massima serie.   
    Pochi giorni fa Antitrust ha sanzionato anche la piattaforma tv Sky per 2 milioni di euro: durante i mesi in cui il campionato 2019-2020 è stato sospeso, Sky non ha né rimodulato né rimborsato gli abbonamenti dei pacchetti che prevedevano la trasmissione della partite di Serie A.

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    Rottamazione ter, il 1° marzo i pagamenti delle rate scadute nel 2020

    Scadenza alle porte per il pagamento della rottamazione-ter. Lunedì 1° marzo dovranno infatti essere versate le rate scadute nel 2020 e rinviate dal Decreto Ristori.  Entro l’8 marzo, invece, scade il termine per la prima rata del 2021. Chi non versa perde i benefici del pagamento ridotto. Sul sito di Agenzia delle entrate-Riscossione le regole e le modalità di pagamento.

    La rate sospese
    Lunedì del 1° è l termine ultimo per pagare tutte le rate dovute nel 2020. La sospensione del pagamento era stata decisa nell’ambito del Decreto Ristori per coloro che erano in regola con i versamenti  del 2019. Per questi pagamenti non sono previsti i cinque giorni di tolleranza, per cui chi non versa entro lunedì prossimo decade dalla rottamazione. 
    Prima rata 2021 entro lunedì 8 marzo
    Il 1° marzo scade anche il termine per il versamento della prima rata  del 2021 contenuta nel piano dei pagamenti accordato. In questo caso, però,  la norma consente cinque giorni di tolleranza per pagare.  Dal momento che l’ultimo giorno utile cade di sabato, la scadenza slitta automaticamente al primo giorno lavorati vosuccessivo, ossia a lunedì 8 marzo.
    Come pagare
    L’importo è quello indicato nei bollettini contenuti nella Comunicazione delle somme dovute. Si  debbono utilizzare i bollettini corrispondenti ai pagamenti non effettuati nel 2020 e  il bollettino corrispondente alla prima scadenza del 2021.Si può pagare on line sul sito di Agenzia delle entrate-riscossione, sull’App EquiClick, tramite i servizi di home banking. E’ possibile scaricare i bollettini dal portale entrando nell’area riservata oppure richiedere una copia della Comunicazione dall’area pubblica senza necessità di pin e password.
    Nuova rateizzazione per chi è già decaduto dai benefici
    Chi è decaduto dalla rottamazione-ter per mancato, insufficiente o tardivo versamento delle somme scadute nel 2019, non può beneficiare del nuovo termine previsto per il pagamento delle rate del 2020. E’ possibile però richiedere la rateizzazione delle somme ancora dovute. La stessa possibilità è prevista anche per le rate non pagate delle precedenti rottamazioni (prima rottamazione e rottamazione-bis). La rateizzazione va richiesta direttamente on line dalla sezione dedicata del portale.
    https://www.agenziaentrateriscossione.gov.it/it/cittadini/Rateizzazione/ LEGGI TUTTO

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    Saipem in rosso per oltre 1 miliardo dopo le maxi-svalutazioni

    MILANO – Saipem ha chiuso l’esercizio 2020 con ricavi preliminari in calo a 7,34 miliardi, a fronte degli oltre 9 miliardi del 2019. E’ tornato il rosso, pari a 1,13 miliardi, dopo un utile di 12 milioni nel 2019 a seguito di oneri e svalutazioni per 868 milioni di euro.
    Il Gruppo ha totalizzato poi nuovi ordini per 8,65 miliardi, a fronte dei 17,63 miliardi del 2019, con un portafoglio residuo che però aumenta da 24,77 a 25,29 miliardi, incluso il portafoglio delle società non consolidate.
    “Al momento della ripresa economica Saipem sarà in una posizione privilegiata che le consentirà di concorrere da protagonista all’acquisizione dei nuovi progetti green e infrastrutturali”, ha affermato l’ad Stefano Cao sottolineando che “forti delle nostre credenziali, abbiamo avanzato proposte concrete all’interno dei piani di ripresa supportati dal Next Generation Eu”. Da tempo Saipem è impegnata nella transizione energetica e nella diversificazione e nel 2020 ha chiuso il 90% dei nuovi contratti slegati dal petrolio.
    I nuovi ordini di Saipem totalizzati nel 2020 sono pari a circa 1,2 volte i ricavi dell’anno, sottolinea il Gruppo, e sono per il 90% slegati dal petrolio, confermando l’interesse di Saipem per la decarbonizzazione, le energie alternative e la diversificazione della propria attività nel settore infrastrutturale e della mobilità sostenibile.
    Cao ha poi ricordato come il 2020 per il gruppo era partito con il “ritrovato ottimismo per i risultati del 2019, affermando con orgoglio di aver superato tutti gli obiettivi prefissati e tornando a un seppur simbolico dividendo”. “Dopo solo pochi giorni – ha proseguito – tutte le nostre persone venivano invitate a lavorare da remoto a causa dell’esplosione della pandemia da Covid19 che ha drammaticamente caratterizzato tutto il 2020 e, ancora oggi, affligge il Mondo”. E Saipem è stata “fra le prime aziende a farlo”.
    “Alla pandemia – ha detto Cao – Saipem ha reagito con prontezza ed efficacia, sia perché abituata ad affrontare emergenze e individuare pronte ed efficaci soluzioni alle stesse, sia perché, da tempo, attrezzata dal punto di vista organizzativo a gestire e comunicare le crisi”. “Questo – ha aggiunto – ci ha consentito, seppur con rallentamenti dovuti al rispetto delle norme di salute e sicurezza imposte a livello mondiale e alla conseguente crisi economica, di non interrompere le attività operative e, anzi, di apportare significativi miglioramenti ai processi aziendali, anche grazie alla digitalizzazione, e accelerare la spinta strategica verso la transizione ecologica e l’evoluzione energetica”.
    “In quest’ottica – ha argomentato il manager – proponiamo soluzioni per fronteggiare il cambiamento climatico, la richiesta di abbattimento dell’impronta carbonica, il mutamento di paradigma energetico e le necessità di mobilità sostenibile attraverso la realizzazione di hub energetici verdi offshore, di progetti di cattura e stoccaggio di Co2, di realizzazione di infrastrutture di produzione, stoccaggio e utilizzo di idrogeno”. “Siamo in grado di farlo da subito – ha concluso Cao – forti delle nostre tecnologie, dei nostri brevetti e, soprattutto, dell’esperienza che ci deriva dalle decine di progetti già realizzati in questi campi”. LEGGI TUTTO