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    Stop all'oro russo per mettere Putin all'angolo. Il piano di Biden per il G7

    SCHLOSS ELMAU – Bando alle importazioni di oro russo, più “una serie di passi concreti” per aumentare le sanzioni e il costo dell’invasione dell’Ucraina per Putin, a partire dall’energia. Iniziative congiunte per sbloccare la crisi del grano, e lancio di un piano di infrastrutture globale per contrastare la nuova “Via della Seta” cinese. Sono gli obiettivi principali del presidente Biden per la giornata inaugurale del G7, aperta da un bilaterale con il cancelliere tedesco Scholz e una sessione sull’economia globale, secondo fonti autorevoli della Casa Bianca che le hanno anticipate ai giornalisti durante un briefing tenuto stamattina. Nessun accenno, invece, alla notizia pubblicata dal New York Times, secondo cui dei commando della Nato sarebbero già in territorio ucraino, per aiutare i soldati di Kiev a ricevere ed usare le nuove armi con cui fermare l’avanzata russa.

    “L’oro – ha spiegato il funzionario americano – è la seconda fonte di ricavi per la Russia, dopo l’energia”. Quindi bloccare la sua vendita danneggia in maniera significativa gli sforzi fatti dal Cremlino per finanziare la sua aggressione dell’Ucraina. Oggi il bando verrà annunciato da Usa e Gran Bretagna, ma poi seguirà l’intero G7.

    (reuters) LEGGI TUTTO

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    Tante chiamate da numeri di cellulare che risultano inesistenti: come posso difendermi?

     Problemi col tuo operatore? Fai la tua domanda all’esperto: esperto.telefonia@repubblica.it È possibile tutto ciò perché ora per i call center (pirata) di telemarketing è facilissimo fare telefonate con numeri fittizi, creati via software VoIP. Con numeri creati al momento in automatico possono aggirare le liste di blocco che gli utenti possono avere attivato sul cellulare […] LEGGI TUTTO

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    Riscatto della laurea agevolato, ecco perché conviene ai quarantenni

    ROMA – Incentivare i giovani a studiare, anche con il riscatto gratuito degli anni di laurea. Lo propone il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, con l’intento di avvicinare i tempi della pensione che per la generazione post-1996 può arrivare a 70 anni. L’operazione costerebbe 4 miliardi, difficile che si concretizzi. Sia per l’uso di risorse pubbliche a favore di quanti – i laureati – più facilmente trovano lavori ben retribuiti e hanno carriere continue. Sia per l’impatto su tutti gli altri, a suon di ricorsi, che il riscatto l’hanno pagato e anche a caro prezzo.

    Esiste però dal 2019 una modalità “agevolata” che consente di riscattare ogni anno di laurea con un importo contributivo minimo di 5.360 euro. Bastano 16 mila euro per una laurea triennale, 22 mila euro per una quadriennale, quasi 27 mila euro per una quinquennale. Costi deducibili fino a dieci anni nella dichiarazione dei redditi. Tra 2019 e 2020 ne hanno usufruito oltre 42 mila persone. La misura non ha una scadenza, molti però lo ignorano. Ma conviene?

    “La risposta è: dipende”, dice Andrea Carbone, economista e ideatore di @smileconomy. “Solo chi ha iniziato a lavorare presto, laureandosi per tempo e trovando rapidamente un impiego con versamento di contributi può anticipare la pensione grazie al riscatto. Per chi ha iniziato tardi non serve”. Per i post-1996 c’è un’insidia in più. Chi si è laureato prima o a cavallo di quella data – anno in cui parte il calcolo contributivo della pensione (si prende in base a quanto versato) – rischia di andare in pensione paradossalmente dopo anziché prima. LEGGI TUTTO

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    Intesa Sanpaolo, la Bce dà il via libera al buyback da 3,4 miliardi di euro

    MILANO – Ci ha messo più di quattro mesi, ma la Banca centrale europea ha autorizzato Intesa Sanpaolo al riacquisto di azioni fino a 3,4 miliardi di euro, annunciato con il piano strategico di inizio febbraio e approvato dall’assemblea dell’istituto il 29 aprile. L’operazione restava soggetta al placet della vigilanza creditizia, che è appena arrivato, e Intesa Sanpaolo ha avviato il riacquisto, con un importo iniziale di 1,7 miliardi di euro.

    S&p: le banche italiane saranno tra le maggiori beneficiarie del rialzo dei tassi in Europa

    di

    Andrea Greco

    09 Giugno 2022

    Secondo una nota l’operazione “è finalizzata all’annullamento delle azioni per un esborso complessivo massimo di 3,4 miliardi e interessa fino a 2,61 milioni di titoli”. La prima delibera del cda di Intesa Sanpaolo riguarda “un programma iniziale per un esborso di 1,7 miliardi”, mentre è stata rinviata “a un momento successivo, entro l’approvazione dei risultati al 31 dicembre 2022, la decisione in merito all’esecuzione per il restante ammontare autorizzato”. Gli acquisti di questa prima tranche partiranno dal prossimo 4 luglio, per concludersi entro la fine di ottobre.

    Buyback, l’ottimismo di Unicredit

    Il buyback è uno strumento di ispirazione anglosassone, molto utilizzato a Wall Street e che aiuta a sostenere le quotazioni delle aziende oggetto dei riacquisti, incrementando al contempo la remunerazione per i loro azionisti. Per l’ad Carlo Messina, che nell’ultimo piano strategico di Intesa Sanpaolo ha confermato una storica e solida distribuzione agli azionisti del 70% del monte utili annuale, è una novità.

    La fine delle Popolari: così è scomparsa la banca di quartiere

    di

    Andrea Greco

    19 Marzo 2022

    La rivale Unicredit aveva annunciato un buyback lo scorso dicembre, nel nuovo piano strategico dell’ad Andrea Orcel, e ha in corso la prima tranche di riacquisti da 1,6 miliardi di euro, mentre un altro miliardo è subordinato alla situazione della banca in Russia. “Su questo commenteremo alla fine del secondo trimestre. Al momento stiamo ancora seguendo il piano e siamo ottimisti che raggiungeremo gli obiettivi e quindi potremo chiedere l’autorizzazione per distribuire l’altro miliardo”, ha detto giorni fa l’ad di UniCredit, Andrea Orcel, all’Italian ceo conference di Mediobanca.

    Banche Usa, 80 miliardi tra cedole e buyback

    I 6 miliardi di euro di riacquisti azionari per le due maggiori banche italiane sono una somma rilevante, ma impallidiscono davanti agli 80 miliardi, anche se di dollari, che gli azionisti dei colossi del credito statunitense si preparano a incassare tra cedole e buyback. Dopo il recente superamento, senza grossi ostacoli, degli stress test della Fed, stanno per aprirsi i forzieri e gli azionisti potranno portarci le carriole.

    “Le banche non hanno fatto riacquisti azionari durante il Covid, per cui l’ultimo ciclo di buyback sarà piuttosto elevato, per ridurre il capitale in eccesso – ha spiegato a Bloomberg Jason Goldberg, analista di Barclays che ha svolto i conteggi -. Siamo certo in un periodo di aumenatta incertezza economica, ma ciononostante diversi titoli nel settore rimangono attraenti”.

    Jp Morgan, la più grande e redditizia banca Usa, dovrebbe distribuire in tutto 19 miliardi, tra 13 in cedole e 6 in buyback. La tallona Bank of America con 8 miliardi di cedole e 7,5 in riacquisti, poi Wells Fargo con 5,3 miliardi in cedole e 10 in riacquisti, Morgan Stanley con 5,3 miliardi di cedole e 7,5 di riacquisti, Citi (4,1 miliardi cedole e 7,5 riacquisti), infine Goldman Sachs con 3 miliardi di cedole e 3 di riacquisti. LEGGI TUTTO

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    Ora il rublo forte è un problema per Putin. Ecco perché tagliare il gas serve al Cremlino per far galleggiare la sua economia isolata

    Ma come, noi ci torturiamo da mesi per sottrarre a Putin la gallina dalle uova d’oro dell’export di petrolio e gas con cui finanzia la guerra in Ucraina e lui strangola la gallina con le sue stesse mani, tagliando le forniture a Italia, Germania e a chi altro capita? E’ matto? Oppure è la prova che le sanzioni non funzionano? Invece no, è la prova che funzionano, anche se non nel modo che ci aspetteremmo. Lo dicono economisti assai qualificati e lo confermano indirettamente i dirigenti russi meno disponibili a far da grancassa al regime.

    Partiamo da un Putin sfrontato che, da San Pietroburgo, in questi giorni, proclama che la Russia se la cava benissimo, non rischia nessun isolamento, mentre è l’Europa a pagare il prezzo delle sanzioni, con il sottofondo: ve ne pentirete e tornerete all’ovile. Per sottolinearlo, taglia proprio quelle forniture di gas che, secondo l’Occidente, sono la sua cannella di ossigeno, quasi a dimostrare che se lo può permettere. D’altra parte, nelle ultime settimane, l’Asia – ovvero Cina e India – sembra aver sostituito perfettamente l’Europa come terminale per il greggio russo: a maggio, rispetto ad aprile, 554 mila barili al giorno in meno all’Europa e 503 mila in più a Pechino e Delhi. Per il gas cambiare clienti non è altrettanto semplice, ma la Russia non sembra in ginocchio.

    In realtà, visto che Mosca ha smesso di fornire dati ufficiali, il panorama è abbastanza nebuloso. Il Pil, probabilmente, crollerà del 10 per cento, gli introiti fiscali (a parte petrolio e gas) sono caduti del 20 per cento, l’Iva del 50, l’inflazione viaggia appena sotto il 18 per cento. Elvira Nabiullina, governatrice della banca centrale, smentisce il trionfalismo di Putin: niente tornerà come prima, il vecchio modello di sviluppo è finito, bisogna ripensare l’economia russa. E la situazione sembra anche più fragile di come la governatrice la dipinge in pubblico.

    Eppure, Putin sembra deciso ad alzare ancora la posta dello scontro con l’Europa. Fatih Birol, il direttore della Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, pronostica che Putin finirà per tagliare completamente, prima dell’inverno, le forniture di gas all’Europa. Lo sberleffo finale a dimostrare che qualsiasi embargo è spuntato? Al contrario. Paradossalmente, il rilancio di Putin è la prova che le sanzioni funzionano. La illustrazione del paradosso è l’ascesa del rublo che, secondo questa tesi, anziché una prova di forza, è una dichiarazione di debolezza.

    Il rublo è tornato forte, perché – ragiona più di un economista – la Russia esporta, ma, per via delle sanzioni, non importa più. In marzo, ricostruiscono analisti occidentali, l’import russo è crollato alla metà della media del semestre settembre-febbraio, immediatamente precedente all’invasione dell’Ucraina. Ad aprile, sappiamo già che le importazioni da Germania, Giappone, Corea e Taiwan hanno subito un ulteriore taglio a doppia cifra. Il rublo si rafforza, perché la Russia incassa (da gas e petrolio) una montagna di valuta che, però, per il momento, non riesce a spendere (in tutto il resto) a causa delle sanzioni. Dunque, i dati di aprile, con il crollo dell’import dai paesi più forti nell’high-tech, raccontano, al contrario di quanto dice Putin, il progressivo isolamento dell’economia russa e la chiusura dei suoi orizzonti.

    Lo squilibrio, testimoniato dal rublo, però, dice di più. Secondo il ministro dell’Industria, Denis Manturov, l’export di metalli russi è profittevole, finché la quotazione del rublo è almeno a 70 sul dollaro: attualmente è molto più alta, a 54. Ecco perché Herman Gref, il boss della Sberbank, la più importante banca russa, e consigliere di lunga data di Putin definisce l’export russo “veleno” e indica nelle importazioni, invece, la cura. La teoria economica, del resto, recita: le esportazioni, alla fine, valgono solo nella misura in cui ti consentono di importare ciò che ti serve.

    Il Cremlino, insomma, taglierebbe il gas a Germania e Italia, perché vuole incassare meno e far galleggiare, con un rublo più debole, il resto dell’economia. E’ una teoria controintuitiva, ma in economia succede. E questa è sponsorizzata da uno, come Paul Krugman, che ha vinto il Nobel proprio occupandosi di economia internazionale. LEGGI TUTTO

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    L'America di Biden contro le sigarette elettroniche. Colpo a Juul per disincentivare i giovani, ma un tribunale (per ora) la salva

    MILANO – L’America di Biden lancia la sua lotta al fumo a cominciare dalle sigarette elettroniche che negli anni scorsi si sono guadagnate una nuova fetta di mercato tra i giovani. La Food and drug administration (Fda), ovvero l’Autorità statunitense sui farmaci e gli alimenti, ha annunciato la decisione di vietare la vendita negli Stati Uniti delle sigarette elettroniche di Juul Laab, leader del settore e società controllata al 35% dal colosso mondiale del tabacco Altria (ex Philips Morris).

    Juul ha annunciato ricorso contro la decisione e intanto è riuscita a spuntare una sospensiva: i giudici della corte d’appello di Washington hanno bloccato temporaneamente la decisione della Food and Drug Administration di vietare la vendita delle sigarette elettroniche e altri prodotti Juul. L’azienda aveva annunciato che avrebbe chiesto una sospensione prima di procedere con il ricorso. Per la Fda la startup, che ha contribuito a rendere popolari le sigarette elettroniche con i suoi vaporizzatori a forma di Usb e le ricariche di nicotina dal gusto fruttato, non ha fornito dati sufficienti sui suoi prodotti per valutare i “potenziali rischi tossicologici”. La corte d’appello non è entrata nel merito ma ha stabilito che serve più tempo per esaminare il caso.

    Juul si opponre anche perché gli Stati uniti rappresentano uno dei mercati principali per il gruppo: un’area in cui è leader dal 2017 (quando aveva un quota del 72% del mercato). Già due anni fa le autorità erano intervenute a bloccare alcuni gusti di Juul, come il mango, a causa delle mancate rassicurazioni sui processi chimici con cui venivano realizzati, lasciando in commercio solo mentolo e tabacco.

    Da anni le aziende che producono sigarette elettroniche per il mercato americano, senza avere ottenuto ufficialmente un’autorizzazione, sono in lotta con il governo e la Fda, che nel frattempo, oltre a Juul, ha già vietato un milione di prodotti.

    Tra il 2017 e il 2019 il consumo di e-cigaret tra gli studenti dei licei Usa è cresciuto del 27,5 per cento, per poi calare all’11,3 nel 2021 con il Covid, anche grazie a una sensibilizzazione da parte delle autorità. Con l’amministrazione Biden, la campagna per contrastare il fumo si è rafforzata, al punto che l’agenzia federale ha presentato adesso un piano che fissa un livello massimo di nicotina nelle sigarette e in altri prodotti simili. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dei consumatori Usa.

    L’American Vapor Manufacturing Association, che rappresenta le industrie del settore, ha già promesso battaglia “in nome degli americani e del loro diritto a passare a formule più salutari”, pur continuando a fumare.

    Detto questo nel 2021 la Juul ha accettato di pagare 40 milioni di dollari di risarcimento allo Stato della North Carolina per aver promosso tra i minorenni l’uso della sigaretta elettronica e altri 22,5 milioni di dollari nello stato di Washington. E cause analoghe sono state avviate in un’altra dozzina di Stati.

    Juul resta il leader di un mercato come quello del vape, che secondo gli esperti nel 2020 aveva un fatturato aggregato negli Usa  di 9,38 miliardi di dollari. Secondo Goldman Sachs, anche a causa delle tante polemiche sul settore oggi la quota di Juul si sarebbe ridotta al 36%, una soglia che comunque conferma la sua forte leadership.

    Altria, colosso che possiede marchi come Malboro, aveva rilevato il 35% del gruppo nel 2018 con un investimento di 12,8 miliardi di dollari, quando era al massimo del suo fulgore, e prima che partissero una serie di inchieste da parte delle autorità. L’ex Philip Morris negli anni è stata costretta a svalutare la partecipazione, che a fine marzo valeva a bilancio un ottavo rispetto ai prezzi di carico, o 1, 6 miliardi di dollari. Non solo Juul e Altria sono state punite dalla Fda, anche Kravial Brands (e le sue Bidi Stick), Turning Point Brands (e le sue Solace), Imperial Brands (con le Myblu) e tutte hanno già annunciato, o addirittura presentato, ricorso contro l’Autorità Usa. LEGGI TUTTO

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    Accelera il flusso di gas verso gli stoccaggi italiani. E la Norvegia ne spedisce più della Russia

    MILANO – Aumenta l’afflusso di gas agli stoccaggi italiani, grazie al ruolo della Norvegia in grado di più compensare il calo dalla Russia.

    A due giorni dal decreto del governo che ha sollecitato gli operatori ad intensificare i loro sforzi per raggiungere l’obiettivo di arrivare a inizio autunno con un livello di riempimento di almeno l’80 per cento. Secondo le stime indicate da Snam per oggi, dei 218,88 milioni di metri cubi di metano in arrivo ben, 98,02 milioni sono destinati agli stoccaggi, pari a quasi il 45% del totale. Ieri erano 62 milioni su 203 in arrivo, più del doppio rispetto ai dati delle giornate precedenti, fermi sotto i 30 milioni. Una cifra, quest’ultima, che oggi viene dunque triplicata.

    La parte del leone degli stoccaggi come sempre spetta a Snam tramite la controllata Stogit (89,42 milioni di metri cubi). Seguono Edison Stoccaggio (7,42 milioni di metri cubi) e Ital Gas Storage (1,18 milioni di metri cubi). Quasi triplicate rispetto alla vigilia le esportazioni, salite da 9 a 29,742 milioni di metri cubi. La maggior parte di queste (17,98 milioni) viene effettuata attraverso il valico di Tarvisio.

    Nel puzzle di incastri per approvvigionarsi di gas, emerge poi che sono i flussi di gas naturale dal Nord Europa ad avere superato quelli in arrivo dalla Russia attraverso l’Austria, proprio a due giorni dal protocollo d’intesa siglato tra la Ue e la Norvegia per le forniture di gas a breve e lungo termine. Da Passo Gries (Verbania) sono previsti oggi 35,94 milioni di metri cubi contro i 35,32  in arrivo da Arnoldstein (Austria) via Tarvisio (Udine). Segue il Tap di Melendugno (Lecce), con 30,75 milioni di metri cubi in arrivo dall’Azerbaijan, molto vicino anch’esso al dato russo, mentre si conferma sul podio dei fornitori di gas natuale l’Algeria, con 68,58 milioni di metri cubi in transito da Mazara del Vallo (Trapani).

    Si delinea insomma sempre più chiaramente la strategia che lo stesso premier Mario Draghi aveva ricordato ieri, dopo il vertice Ue: “Ci stiamo preparando proprio in funzione di questo inverno, le misure che l’Italia sta pensando assicurano che non vi sia emergenza” gas “durante l’inverno”, ha indicato. E ancora: “Tutte le previsioni e gli studi che ho visto dicono che, grazie anche alla ricerca di altri fornitori, dal punto di vista dei volumi siamo in una buona posizione”.

    Mentre si registrano questi sviluppi sulla rete, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, torna sull’esito del vertice europeo che alla fine non ha dato seguito alla proposta del premier Draghi di tenere già a luglio un vertice straordinario su energia e gas. “Se in questo momento l’Ue sta parlando di un tetto massimo al prezzo del gas per abbassare il costo dell’energia alle famiglie e alle imprese è grazie al fatto che l’Italia l’ha proposto”, ha detto Di Maio. “Il tetto massimo al prezzo del gas è una battaglia dell’Italia, che continueremo a portare avanti. L’Ue non può sottovalutare l’impatto che sta avendo la guerra in Ucraina sui costi dell’energia e dobbiamo dirci con molta franchezza che mettere un tetto massimo al prezzo del gas significa anche non fornire risorse economiche a Putin per finanziare la guerra in Ucraina”.

    “Non nel mio porto”. La protesta di Piombino contro il rigassificatore

    di

    Ernesto Ferrara

    23 Giugno 2022

    Ancor più netto il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che dal convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo attacca: “E’ inspiegabile l’opposizione di alcuni Paesi europei in materia di price cap”. Ma guarda anche alle questioni di casa. Sul tema dell’energia “sono contento che a livello nazionale avete ricominciato a parlare di nucleare, ma questo è un tempo in cui non si possono più dire dei no, abbiamo rinunciato al nucleare, abbiamo rinunciato ai rigassificatori. Adesso che siamo in questa situazione di pericolo, anche di razionamento, non si può dire no a fare un rigassificatore temporaneo a Piombino ad esempio”. LEGGI TUTTO

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    Il lato buono dell'inflazione. Lo Stato (per ora) ci guadagna sul debito: tesoretto da 35 miliardi

    L’autore della nota è Salvatore Liaci

    L’aumento improvviso dell’inflazione può, nel breve periodo, aumentare le entrate dello stato rispetto alle spese primarie, con un miglioramento del saldo primario. Tuttavia, nel caso dell’attuale ondata inflazionistica questo non è avvenuto perché lo stato ha aumentato in modo significativo le spese primarie per compensare parzialmente famiglie e imprese per l’aumento dei prezzi delle materie prime. Anche così, l’inflazione inattesa sta migliorando i conti pubblici attraverso un altro canale: l’erosione del valore reale del debito pubblico in circolazione.[2] Un prestito contratto un anno fa per 100 viene rimborsato oggi a 100, ma a causa dell’inflazione i 100 rimborsati non valgono quanto i 100 inizialmente prestati: il risparmiatore ci perde e lo stato ci guadagna. Naturalmente, se all’emissione l’inflazione era prevista, il risparmiatore è compensato della perdita attraverso il pagamento di un tasso di interesse più elevato. Ma se l’inflazione è inattesa l’impatto è completo.

    L’impatto dell’inflazione sui conti pubblici dipende però anche dalla presenza di titoli di stato indicizzati all’inflazione. L’Italia emette i BTP Italia e i BTP€i che prevedono la rivalutazione indicizzata all’inflazione del capitale e delle cedole. In questo caso l’investitore è protetto dagli effetti dell’inflazione sul rendimento dell’investimento (anche se, a causa di ritardi nel meccanismo di indicizzazione, la protezione non è perfetta); specularmente, lo stato non ottiene alcun guadagno in termini reali.[3] A fine 2021, i BTP indicizzati pesavano però solo il 10,9 per cento dello stock di debito pubblico.

    L’erosione del valore reale del debito pubblico – la cosiddetta tassa da inflazione – è calcolata (ex-post) come il prodotto tra il tasso di inflazione e lo stock di debito pubblico all’inizio del periodo considerato (escludendo i titoli di stato indicizzati).[4]

    D’altra parte, gli investitori, incorporando le aspettative di inflazione, richiedono rendimenti nominali più alti. Ciò comporta che lo Stato debba rinnovare i titoli in scadenza, o emettere nuovo debito, a tassi di interesse più elevati; di conseguenza aumenta la spesa per interessi. Tuttavia, solo i titoli emessi per rinnovare il debito in scadenza e per finanziare il nuovo deficit vengono emessi al più alto livello dei tassi, mentre l’inflazione erode il valore di tutti i titoli (non indicizzati). Perciò, nel breve periodo l’aumento della spesa per interessi è piccolo e non compensa l’aumento della tassa da inflazione: in questo caso il rapporto debito/Pil si riduce. Con il passare del tempo e il progressivo rinnovo dei titoli a tassi di interesse che riflettono a pieno l’aumento dell’inflazione, l’effetto netto dell’inflazione sul rapporto debito/Pil tende a esaurirsi. Se poi, per ridurre l’inflazione, la BCE aumenta i tassi di interesse reali, l’effetto tende a invertirsi.

    Di seguito, quantifichiamo l’impatto dell’aumento del tasso di inflazione e dei tassi di interesse sulla tassa di inflazione e sulla spesa per interessi, rispetto al quadro macroeconomico nella NADEF di settembre (Tav. 1 e 2). Nella NADEF era previsto un tasso di inflazione (la variazione del deflatore del Pil, ossia l’inflazione che conta per il rapporto debito/Pil) dell’1,6 per cento per il 2022 e il tasso di interesse sui titoli decennali era dell’1 per cento.[5]

    Ad aprile, il DEF prevedeva un tasso di inflazione del 3 per cento per il 2022 e il tasso di interesse decennale era aumentato al 2,5 per cento. Di conseguenza, rispetto al quadro NADEF, già il quadro DEF rifletteva una tassa di inflazione più alta di 34 miliardi (1,8 per cento del Pil) e una maggiore spesa per interessi di 5 miliardi (0,2 per cento del Pil) nell’arco di dodici mesi, con un effetto migliorativo netto di 29 miliardi (1,6 per cento del Pil).

    Successivamente l’inflazione è aumentata ulteriormente. A giugno, l’Istat ha previsto un tasso di inflazione del 3,4 per cento per il 2022, mentre il tasso decennale era salito al 3,5 per cento. Rispetto al quadro NADEF, si ottiene una tassa di inflazione più alta di 43 miliardi (2,3 per cento del Pil) e una maggiore spesa per interessi di 8 miliardi (0,4 per cento del Pil) con un effetto netto di 35 miliardi (1,9 per cento del Pil). [6]

    In conclusione, anche a seguito di aumenti simili del tasso di inflazione e dei tassi di interesse, nell’arco di un anno l’effetto della tassa di inflazione è molto più ampio rispetto all’aumento della spesa per interessi.

    Tav. 1: “Tassa di inflazione” e spesa per interessi

    Aumento tassa da inflazione

    Aumento spesa per int.

    Effetto netto

    DEF su NADEF

    33,5

    4,5

    29,0

    Oggi su NADEF

    43,0

    7,5

    35,5

    Oggi su DEF

    9,5

    3,0

    6,5

    Fonte: elaborazioni OCPI su dati NADEF 2021, DEF 2022 e Istat.

    Tav. 2: Tassi di interesse e di inflazione

    Tasso di interesse 10 anni

    Var. deflatore del Pil

    NADEF (settembre)

    1,0

    1,6

    DEF (aprile)

    2,5

    3,0

    Oggi

    3,5

    3,4

    Fonte: elaborazioni OCPI su dati NADEF 2021, DEF 2022 e Istat.

     

    [1] L’autore della nota è Salvatore Liaci.

    [3] Abbiamo spiegato il meccanismo di indicizzazione dei titoli di Stato all’inflazione in una precedente nota: https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-titoli-di-stato-indicizzati-proteggono-dall-inflazione-15572.

    [4] Escludiamo anche i titoli denominati in valuta estera (che pesano lo 0,1 per cento).

    [5] Questi tassi di inflazione sono molto più bassi di quelli per i prezzi al consumo perché i prezzi alle importazioni (che non sono parte del Pil ma che influenzano il prezzo dei consumi) sono saliti più dei beni e servizi prodotti in Italia.

    [6] I calcoli precedenti assumono, per semplicità, che tutta la struttura dei tassi di interesse per scadenza sia aumentata rispetto al quadro NADEF in linea con l’aumento del tasso decennale. In realtà, i tassi a breve sono aumentati meno dei tassi a medio-lungo termine. Per esempio, mentre i tassi a 5 e 10 anni sono aumentati tra il quadro NADEF e quello attuale di 2,5 punti percentuali, il tasso a 2 anni è cresciuto di 1,7 p.p. e quello annuale di 1 p.p. I risultati della nota tendono quindi a sottostimare un po’ il guadagno per i conti pubblici derivante dall’effetto congiunto dell’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse. LEGGI TUTTO