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    Le Borse di oggi, 28 giugno. Mercati positivi in attesa delle conclusioni del G7. I banchieri centrali a Sintra per spegnere l'inflazione

    MILANO – Le Borse europee scattano in apertura, mentre i future di prima mattina lasciavano intendere un andamento debole e segnano rialzi dopo la seduta titubante in Asia, dove Tokyo è comunque riuscita nel finale a strappare la terza chiusura positiva di fila (+0,66%). Come dicono gli analisti di Unicredit nel loro report di inizia […] LEGGI TUTTO

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    Leonardo Del Vecchio, l’imprenditore che vedeva più avanti di tutti

    Se n’è andato in silenzio, Leonardo Del Vecchio, ma la notizia della sua scomparsa risuona in tutto il mondo. Non è un’esagerazione. Con “l’italian eyewear billionaire” -, il miliardario italiano degli occhiali, come scrivono le agenzie di stampa internazionali – morto per una polmonite a 87 anni e un mese domenica notte al San Raffaele di Milano, scompare l’ultimo grande esponente di una generazione di imprenditori che dalle macerie del Dopoguerra costruì gruppi in grado di navigare nei mercati globali. Lascia un impero economico, una famiglia allargata, ma soprattutto una visione del ruolo dell’Italia e delle sue imprese che lo ha sempre spinto a cercare l’eccellenza e a considerare la crescita una missione fondamentale.

    Orfano di padre, affidato a sette anni all’istituto milanese dei Martinitt dalla madre che voleva strapparlo alla strada e alla miseria, garzone, apprendista, operaio, artigiano, piccolo, poi medio e grande imprenditore, fino ad entrare nella classifica di Forbes dei cento uomini più ricchi al mondo. Se si vuole condensare la sua storia in poche parole, eccola qui. Ma dietro l’irripetibile avventura di Del Vecchio, che da Milano lo porta ad Agordo a fabbricare occhiali con la sua Luxottica, e da qui nel mondo, c’è un intreccio unico tra le ambizioni e le capacità individuali, il dono di (pre)vedere mercati che altri non hanno ancora intuito e la voglia inesauribile di crescere, e anche la parabola – nel suo caso sempre ascendente – di un sistema produttivo frammentato e semiartigianale che nel giro di un trentennio in alcuni rari casi riesce a raggiungere posizioni tali da dominare, e non semplicemente subire, la globalizzazione. In pratica significa aver creato un leader mondiale negli occhiali con 180 mila dipendenti e oltre 21 miliardi di fatturato.

    «Bisogna essere aperti, non pensare mai di essere arrivati, guardare al mondo come unico punto di riferimento. Nel mercato bisogna entrare e saperci restare. Cambiando, innovando e migliorando incessantemente, pur mantenendo il nostro Dna», è il comandamento del fondatore, scolpito nella homepage del sito aziendale. Ma la storia di Del Vecchio e della sua azienda è anche storia di costume e di marchi: dai Ray-Ban dei piloti americani ai Persol indossati da Marcello Mastroianni, dai luccicanti Anni ’80 in cui – complice l’alleanza con Giorgio Armani – gli occhiali passano dal negletto status di protesi mediche a quello di accessorio di moda, agli Anni ’20 di questo secolo, quando Mark Zuckerberg sceglie proprio quel signore che avrebbe potuto essere suo nonno per gli occhiali che promettono il Metaverso.

    L’industria e il prodotto, prima di tutto, con il sogno realizzato di creare il più grande gruppo di occhialeria al mondo, unendo le montature di Luxottica alle lenti della francese Essilor. Un sogno a prova di sfida dei soci francesi, che con la fusione di quattro anni fa e la nascita di EssiLux prevedevano di prendere il timone. Del Veccchio, già più che ottantenne, non si scompone e lascia che il fattore tempo giochi dalla sua parte. Alla fine l’avrà vinta lui.

    Accanto alla crescita senza fine della sua azienda, l’uomo continua ad avere molti progetti e moltissimo denaro per realizzarli: il patrimonio stimato è di circa 30 miliardi di euro. Così c’è un Del Vecchio campione di welfare aziendale e un Del Vecchio filantropo, anche attraverso una fondazione che porta il suo nome, finanziatore di ospedali: dal Fatebenefratelli a Roma fino all’Istituto europeo di oncologia e al Cardiologico Monzino di Milano.

    Ma anche un Del Vecchio intenzionato a spingere il “Sistema Italia” verso primati europei e per questo disponibile a intervenire nel risanamento dell’Ilva o in altre operazioni di cui ritiene il Paese abbia bisogno per avere un ruolo più forte. E poi, sempre con l’obiettivo di creare campioni globali, il Del Vecchio “scalatore” della finanza, che compra quasi il 10% delle Generali e il 20% – è primo azionista singolo – di Mediobanca.

    Qui qualche cortocircuito: le voci della City milanese sostenevano e sostengono che dietro la sua crescita nel capitale della banca – improvvisa e non desiderata dai manager dell’istituto – ci sia sempre stato il desiderio di riparare a un torto che avrebbe subìto quando proprio i vertici di Mediobanca, da azionisti dello Ieo e del Monzino, si opposero a un’operazione di fusione tra i due ospedali che Del Vecchio proponeva. Lui ha sempre spiegato, invece, che il suo interesse per l’istituto di Piazzetta Cuccia era dovuto alla convinzione che alle aziende italiane servissero una banca e una compagnia di assicurazioni di statura internazionale, in sostanza il modello Luxottica per il credito e le polizze.

    Ieri cordoglio generale. «Un grande italiano», dice il presidente del Consiglio Mario Draghi, accompagnato da buona parte della politica, lo ricordano i vertici di Unicredit, di cui era socio, il presidente della Ferrari John Elkann, organizzazioni e famiglie di imprenditori, Francesco Gaetano Caltagirone con cui aveva progetti comuni sul fronte finanziario. In Borsa, intanto, sono scesi i titoli di EssiLux, priva del suo spirito guida, ma anche quelli di Mediobanca e Generali: calano le aspettative rispetto alle mosse di un visionario ottantasettenne che puntava ad altre rivoluzioni dopo quella degli occhiali. E nel linguaggio brutale dei mercati finanziari, fatto solo di cifre, anche questo si può leggere come un omaggio a Del Vecchio. LEGGI TUTTO

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    Dazn non funziona? Ora indennizzi e conciliazioni facili. L'Autorità cambia le tutele e le allarga ai servizi audiovisivi

    Potremo fare conciliazioni facili e avere indennizzi anche per servizi media audio-visivi; così com’è stato per ora con gli operatori telefonici. Il punto di avvio di questa rivoluzione è stato segnato con l’uscita di una delibera Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) che va ad attuare per la prima volta il nuovo Tusma (Testo Unico Servizi Media Audiovisivi), uscito in gazzetta ufficiale lo scorso dicembre.

    A fare da apripista alla novità sarà Dazn, con cui gli indennizzi, dovuti in caso di disservizi, partiranno già con il nuovo campionato di calcio, come previsto da una precedente delibera. Tecnicamente, si va verso l’estensione delle “procedure di risoluzione delle controversie tra utenti e operatori di comunicazioni elettroniche” ai fornitori di servizi media audiovisivi.

    Conciliazioni e indennizzi per audio-visivi

    Sono procedure semplificate, gratuite e online (tramite sito Conciliaweb): gli utenti così possono ottenere dal proprio operatore una soluzione al problema ed eventualmente un indennizzo secondo parametri fissati da Agcom. La proposta di regolamento dell’Autorità, che rappresenta una integrazione delle disposizioni del Regolamento di cui alla delibera n. 203/18/CONS, non prevede, come nel campo dei servizi telefonici e accesso a internet, l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione.

    Di conseguenza la procedura presso l’Autorità tra utenti e fornitori di servizi media audiovisivi è alternativa, su base volontaria, a un procedimento legale per violazione di obblighi contrattuali. Al solito agli utenti conviene usare Conciliaweb, invece di rivolgersi a un avvocato e a un tribunale; salvo casi particolari di ingenti danni, dimostrabili, subiti a causa del disservizio.

    In analogia al settore delle tlc la procedura di risoluzione della lite si articolerà in due fasi: tentativo di conciliazione e, in caso di fallimento, definizione della lite con provvedimento decisorio.

    In prima applicazione sarà l’Autorità a condurre l’intera procedura laddove, come noto, in materia di comunicazioni elettroniche il tentativo di conciliazione è completamente delegato agli organismi regionali, mentre per la fase decisoria la competenza è ripartita tra Agcom e Corecom regionale per materia. La consultazione per questa delibera durerà novanta giorni, dopodiché arriverà il testo definitivo per avviare le controversie con un gestore di servizi audio-visivi. Servirà comunque anche un’altra delibera dove Agcom dovrà indicare gli indennizzi previsti, in base a parametri che riguardano la regolarità del servizio e la qualità delle immagini.

    Indennizzi Dazn

    Possiamo appunto vedere quanto deciso nel caso di Dazn, per averne un’idea. Agcom si è portata avanti con Dazn perché sull’onda delle numerose proteste dei consumatori ha avviato i procedimenti prima dell’entrata in vigore del Tusma. Com’è noto, Dazn offre il campionato di calcio via internet e ha sofferto in una prima fase di diversi disservizi tecnici. Agcom ha già stabilito che l’utente ha diritto a un massimo di un indennizzo settimanale pari al 25% del canone pagato; di conseguenza se in un mese subirà problemi ogni settimana può arrivare a non dover pagare quella mensilità. Considerando i tempi di entrata in vigore dei termini fissati da Agcom, questo regime partirà nei fatti con il prossimo campionato di calcio.

    La rivoluzione si compirà quando saranno definitive le delibere sulle controversie e indennizzi per i servizi audiovisivi, si presume entro l’anno prossimo. A quel punto i diritti degli utenti tv alla presa con disservizi saranno completi, alla stregua di quelli tlc. Un cambio epocale, che dobbiamo almeno un po’ all’avvento del calcio su internet. LEGGI TUTTO

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    Inps, via alla procedura per chiedere il bonus 200 euro: ecco i lavoratori coinvolti

    MILANO – L’Inps ha attivato la procedura online, sul suo sito, per fare domanda per il bonus 200 euro. Ne dà notizia lo stesso Istituto, a pochi giorni di distanza dal rilascio di un’attesa circolare con le precisazioni sulle modalità e i requisiti per ricevere l’erogazione. La procedura attraverso domanda (che si può completare anche […] LEGGI TUTTO

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    La bolla delle cripto è scoppiata ma il rischio del contagio è basso

    Il re è morto, lunga vita al re. Il crollo di sua maestà Bitcoin e della sua cripto-corte, come sempre, fa rumore. Difficile negare che una bolla sia scoppiata, se un asset che a novembre sfiorava 69mila dollari è precipitato sotto 18mila. E con sé ha trascinato l’intera capitalizzazione del mondo digitale da circa 3.000 (a novembre) fin sotto i 1.000 miliardi. Negli ultimi tempi una timida ripresa, con il supporto di 20mila dollari difeso con unghie e denti. Ma restano ferite aperte, testimoniate da alcuni record negativi: in tre giorni a metà giugno si sono realizzate sulla valuta regina 7,3 miliardi di perdite, mai così tante. La volatilità resta da alert, è stato sfiorato il pareggio con i costi di produzione di un Bitcoin.

    Cosa accade sui mercati

    Che succede, insomma? “I mercati delle criptovalute sono in modalità paura estrema”, dice Tom Rodgers, capo della ricerca di Etc group che con HANetf ha quotato una quindicina di prodotti finanziari su cripto. A scatenare questo “inverno”, una tempesta perfetta generata da più venti contrari. “Alta inflazione e fine della politica espansiva delle banche centrali hanno generato forti pressioni”, rimarca Gabriel Debach, analista di eToro. “Chi pensava che fosse uno scudo anti-inflazione, confidando in una perdità di credibilità delle banche centrali, si è trovato il cerino in mano”, aggiunge Marco Valli, capo della ricerca Unicredit: “Le costruzioni puramente speculative sono crollate”. Da dicembre, quando Jerome Powell ha iniziato a far capire che la lotta ai prezzi Usa Usa era presa sul serio, “le condizioni finanziarie si sono strette al ritmo più accelerato mai sperimentato per iniziativa della Fed”, spiega Antonio Cavarero, responsabile investimenti di Generali Insurance asset management. Proiettando sul suo schermo il grafico dell’indice di Goldman Sachs che misura l’intensità della stretta monetaria con quello del valore dei cripto-asset, Cavarero nota come si siano accoppiati: “La Fed ha indotto prudenza sugli investimenti. Abbiamo visto gli effetti sui titoli di Stato, sull’azionario e non vedo perché le cripto dovessero restare immuni”.

    Quando il ribasso è partito, sono scattati gli amplificatori. “I trader con una leva finanziaria eccessiva sono stati costretti a vendere le partecipazioni in perdita, o hanno visto le loro posizioni liquidate automaticamente su piattaforme non regolamentate”, aggiunge Rodgers. Ci sono poi stati i casi di cronaca, a cominciare dal crollo della “stablecoin algoritmica” TerraUsdt, che assicurava l’ancoraggio al dollaro con un complesso equilibrismo con la moneta digitale sorella Luna. Il tutto garantito da un sottostante in Bitcoin. “Il sistema è stato attaccato prendendo a prestito 100mila Bitcoin e piazzando scommesse al ribasso”, spiega Andrea Medri, co-fondatore di The Rock Trading. “Quando l’algoritmo non è stato in grado di tenere l’equilibrio, e il sistema ha venduto la quasi totalità delle sue riserve in Bitcoin, è scoppiato il panico”.

    Il crash da 40 miliardi

    Un crash da 40 miliardi dal quale qualcuno ci ha comunque tratto profitto, hedge fund come Appia che hanno puntato i loro computer proprio sul percepire i tentennamenti delle cripto per andare a lucrarci. “Chi ha portato quell’attacco si sarà messo in tasca 1 milione di dollari”, stima Medri. Per molti altri è stato invece un salasso. Da lì infatti sono arrivati i problemi dell’exchange Celsius (e siamo al 9 giugno) che ha congelato i prelievi di cripto dai portafogli, e due weekend dopo le difficoltà dell’hedge Three Arrows Capital, in cerca di salvataggio. Episodi che svelano “un problema di maturità tecnologica: tutto questo mondo è imploso perché è estremamente affascinante ma ancora immaturo”, rimarca Medri. Un rasoio che cala in particolare sulla “DeFi, la finanza decentralizzata di terza generazione (dopo la prima di Bitcoin e la seconda di Ethereum, ndr) che in molti casi ha dato origine a meccanismi assai rischiosi. Quel che accade ciclicamente a una tecnologia che si muove a velocità elevatissima in un territorio pionieristico”.

    Il timido recupero

    Il recente, timido recupero dei prezzi “non permette di affermare che una ripresa vera e propria sia in atto”, annota Rodgers. Restano posizioni a leva aperte, e i casi scoppiati in queste settimane – da Celsius a Three Arrows – non sono ancora chiariti. A differenza di alcune correzioni del passato, arrivate anche all’80-90%, il clima dei mercati è poi ben peggiore: per molti una recessione Usa è prossima, in Europa c’è la guerra, l’inflazione galoppa. Senza dimenticare il rischio di perserverare: Do Kwon, il sudcoreano dietro Terr, nonostante le indagini su presunta frode e raccolta illegale di risparmio, ha rilanciato una nuova moneta Luna: quotata a 18,87 dollari il 28 maggio, venerdì viaggiava su 1,8. “Non capisco perché qualcuno sano di mente voglia investire in Luna 2 dopo aver visto Luna 1 crollare in modo drammatico”, ha detto al Wsj Mati Greenspan, fondatore di Quantum Economics.

    Su quanto sia profondo il terremoto di queste settimane, i previsori restano abbottonati. Due i parallelismi: la bolla delle dot-com e la crisi dei mutui subprime. Anche Bankitalia ricorda che i prodotti che fecero saltare Lehman Brothers valevano 1.300 miliardi, mentre le cripto sono arrivate ben sopra quota 3mila. “Ma sono quotazioni raggiunte grazie all’aumento dei prezzi, non “bonifici reali” immessi nel sistema come nel caso dei subprime”, obietta Medri. Per il quale “gli influssi reali in cripto non sono tanto rilevanti da generare shock sistemici”. A saltare sono i singoli portafogli, grandi o piccoli, mono-esposti su cripto. Se ci fossero fondi o operatori tradizionali in difficoltà, vista la forza dell’ultima correzione sarebbero già emersi, è il ragionamento a microfoni spenti. Si propende per la prima somiglianza, quella di una fase di “pulizia” in cui non si mette in discussione la tecnologia sottostante (il web allora, blockchain oggi) “ma c’è una selezione darwiniana appena iniziata”, dice Cavarero. “Ben venga”, fa eco Medri.

    La grande correzione, poi, spinge ancor più per accelerare sulla regolamentazione. Che è richiesta in modo unanime. “Se compro un’azione in banca devo compilare il questionario Mifid, non capisco perché possa comprare un asset assai più volatile dallo smartphone”, rimarca Cavarero. Asset, per altro, sempre più esposto al pubblico indistinto: campeggia sulle magliette dei club di calcio, nelle pubblicità in metropolitana. Si è preso i pezzi più visibili dello sport Usa come le pubblicità al SuperBowl o il palazzetto dei Los Angeles Lakers (per la storia Staples Center, ora Crypto.com con un accordo da 700 milioni in vent’anni). Anche Cristiano Ronaldo, pur a inverno già inoltrato, non ha saputo resistere a una partnership con Binance per creare Nft dedicati. Si aspetta il regolamento Micar dall’Europa, ma servirà ancora tempo: si parla del 2024. E già la presidente della Bce, Christine Lagarde, anticipa che sarà necessaria una versione bis. “È una asset class giovane, deve passare da cicli anche regolamentari per consolidarsi”, chiosa Cavarero. LEGGI TUTTO

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    Autostrade, l'ad Tomasi: “Aumento tariffe di 1,5% a fine giugno. Costi saliti del 20-30%”

    MILANO – Anche le tariffe delle Autostrade si apprestano a salire, in un momento fortemente complicato per gli automobilisti alle prese con il caro-benzina scatenato dall’incremento dei prezzi energetici globali che è esploso con la guerra in Ucraina. L’annuncio è arrivato Roberto Tomasi, ad di Autostrade per l’Italia: prevediamo un aumento delle tariffe autostradali, intorno “all’1,5%, parliamo veramente di poco, ne stiamo discutendo in questa fase con il ministero. Sarebbe previsto dal piano economico finanziario a partire da fine giugno-luglio di quest’anno. Ricordo che le nostre tariffe sono rimaste bloccate a partire dal 2018”, ha detto a margine di un evento nella sede della Regione Toscana a Firenze.

    Non fanno attendere molto le reazioni dei consumatori. “Anche solo l’idea di aumentare il costi dei pedaggi sulla rete Aspi è improponibile – afferma il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi – Gli automobilisti che utilizzano l’infrastruttura autostradale pagano ogni giorno il prezzo di un servizio in netto peggioramento, tra cantieri, ritardi, traffico e criticità varie, e proprio in tal senso e per la logica del price-cap le tariffe dovrebbero diminuire, non certo aumentare. Senza contare che Aspi è oramai tornata in mano pubblica con il passaggio alla guida di Cassa Depositi e Prestiti”. Ragione per cui Assoutenti annuncia già il ricorso al Tar nel caso in cui “il Ministero dei Trasporti dovesse autorizzare l’incremento tariffario”.

    E quindi la precisazione della società, che in una nota del tardo pomeriggio ribadisce che “è in corso un’istruttoria in sede ministeriale” e dunque “non ancora deliberata dalle Istituzioni preposte”. Autostrade spiega poi che la previsione di un aumento delle tariffe era “già inserita nel Pef (il Piano Economico e Finanziario di Autostrade per l’Italia)” che ha “recepito il nuovo modello Art”, ovvero la nuova modalità di conteggio delle tariffe che si lega al miglioramento dei servizi e agli investimenti sulla rete. “Questa rimodulazione – aggiunge ancora la società – prevede un aggiornamento calmierato del +1,5% del pedaggio, dopo un periodo di blocco tariffario durato 4 anni, a partire dal 2018”. Autostrade chiarisce infine che la revisione tariffaria, essendo già inserita nel Pef, “è precedente e dunque non è consequenziale all’attuale incremento dei costi dei materiali”.

    Telepass, dal 1° luglio il costo balza del 55%: aumento di 57 cent al mese per l’opzione base

    di

    Andrea Greco

    05 Aprile 2022

    In precedenza Tomasi aveva infatti rimarcato il problema che sta affrontando tutta l’industria (oltre che le famiglie): quello dei rincari di energia e materie prime. Che per l’ad è “un problema serio. In questi primi sei mesi noi abbiamo avuto un incremento importante in termini di costi dei materiali che varia dal 20 al 30% mediamente, poi ci sono voci di prezzo con incrementi superiori anche a questo”. “Ma non può essere un meccanismo col quale blocchiamo i nostri investimenti – ha aggiunto – Anzi, dobbiamo continuare a investire nella speranza che poi ci sia anche un elemento speculativo in questa fase che possa in qualche modo rientrare, non possiamo non pensarlo”.

    L’ad aveva esposto il piano di lavori per la Toscana al seminario ‘La rete del futuro’: sei miliardi e mezzo sul piatto per nuove opere. “Abbiamo l’obiettivo di aprire più cantieri possibili. Credo che in questo periodo nessuno possa avere alcun dubbio sull’importanza delle infrastrutture in generale, che siano viabilistiche, energetiche, idriche come stiamo vedendo drammaticamente in queste ore”. “Per fare infrastrutture – spiega Tomasi – ci vuole per certi versi visione, capacità di immaginare cosa hanno bisogno le generazioni future, e forse dovremmo imparare un po’ dai nostri genitori visto che quello che ci hanno lasciato lo si possa dare un po’ ai nostri figli e ai nostri nipoti”.

    “Indubbiamente fra gli enti statali che riguardano le infrastrutture, la società Autostrade attraverso l’ingegner Tomasi è quella che meglio sta rispondendo ai tempi e alle intese che abbiamo costruito”, ha detto il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. “Oggi devo dire ci sono tante buone notizie, a cominciare dall’avvio dei cantieri di tutti i lavori che interessano lo svincolo di Peretola e l’imbocco della A11, un intervento atteso da molto, che era stato rallentato dalle vicende conseguenti al crollo del ponte di Genova. Ma ora ci siamo. Autostrade ha già avviato la cantierizzazione dell’area”, ha detto il sindaco di Firenze, Dario Nardella. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi 27 giugno. I listini Ue chiudono contrastati, giù Milano. Riflettori su G7 e forum dei banchieri centrali

    MILANO – Le Borse europee procedono chiudono contrastate in una settimana che si prepara a coronare il peggior semestre per i mercati dal 1970.  I riflettori sono puntati sul forum dei banchieri centrali che si aprirà a Sintra, in Portogallo, questa sera. Da qui sono attese indicazioni importanti sulla strategia di politica monetaria di Fed e Bce da parte dei rispettivi presidenti Jerome Powell e Christine Lagarde. Intanto si registra, come da attese, il default tecnico della Russia sul debito estero, con Mosca che non è stata in grado di saldare 100 milioni di interessi relativi a due bond denominati in valuta straniera, il cui pagamento era atteso lo scorso maggio con una finestra supplementare di un mese, scaduta oggi. Occhi puntati anche sul G7, da dove si aspetta una posizione dura contro Putin e probabilmente il passo decisivo per introdurre un prezzo alle sue esportazioni energetiche.

    Milano parte bene ma poi annulla i guadagni e alla fine cede lo 0,69%. Londra sale dello 0,69%, Francoforte dello 0,52% mentre Parigi scivola in rosso dello 0,43%. A Piazza Affari si segnala Saipem, nel giorno dell’aumento di capitale da 2 miliardi: resta sospesa per quasi tutta la durata della riunione, nel giorno di avvio dell’aumento di capitale da 2 miliardi di euro chiude con un rialzo del 43,9% dell’azione ma un calo del 26,4% dei diritti.

    Qualche tensione sui Titoli di Stato con lo spread tra Btp e Bund tedesco che sfiora i 200 punti base (199 punti). Il tasso del decennale italiano al 3,52%, in aumento di 11 punti. In aumento anche i rendimenti dei Paesi ‘periferici’ con il titolo di Stato della Spagna al 2,6%, in aumento di 11 punti, e quello della Grecia al 3,82%, in crescita di 6 punti. Chiusura in rialzo per l’euro dopo che i timori per un rallentamento della crescita hanno zavorrato il sentimenti degli investitori verso il biglietto verde. Così la valuta unica chiude in rialzo (+0,6%) a 1,0614 sul dollaro e a 143,41 sullo yen (+0,5%). Dollaro in calo anche sullo yen a 135,11.

    Incerta anche Wall Street, che era partita bene: alla chiusura delle Borse europee il Dow Jones avanza dello 0,16%, l’S&P 500 guadagna lo 0,18% mentre il Nasdaq cede lo 0,13%.

    Le Borse asiatiche hanno chiuso in rialzo in rialzo, con i settori del turismo e dei consumi in testa ai guadagni. Shanghai ha dichiarato la vittoria sul Covid-19 dopo che la città ha riportato zero nuovi casi locali per la prima volta in due mesi. Nella Cina Continentale l’indice composito di Shanghai termina a +0,9% a 3.379,19 punti e l’indice di Shenzhen a +1,1% a 2.216,98 punti. Ad Hong Kong l’indice Hang Seng avanza del 2,4% a 22.229,52 punti. Tokyo chiude in rialzo con l’indice Nikkei 225 che segna +1,43% a 26.871,27 punti e il Topix +1,11% a quota 1.887,42.

    Sul fronte macro, si registra il taglio da parte dell’agenzia S&P alle stime di crescita per l’economia dell’Eurozona al 2,6% quest’anno e all’1,9% per il prossimo (rispetto al 2,7% e 2,2%, rispettivamente, nelle previsioni provvisorie di maggio), a causa di un “rafforzamento dei venti contrari”. Le pressioni inflazionistiche sono il principale fattore alla base di questa revisione al ribasso, spiega l’agenzia che prevede un’inflazione al 7% quest’anno e al 3,4% nel 2023 (rispetto alle stime precedenti di 6,4% e 3%). “I consumatori iniziano ad avvertire la compressione del loro potere d’acquisto”, scrivono gli analisti. Sopra le attese invece l’andamento degli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti che in maggio sono saliti dello 0,7%. Il dato è migliore delle attese degli analisti, che scommettevano su un aumento dello 0,1%.

    Sul fronte delle commodities le quotazioni di gas e petrolio sono condizionate dalla discussioni in corso in sede di G7, al lavoro proprio sul tema della misure in tema energetico. I contratti sul Brent del Mare del Nord con consegna ad agosto rimangono stabili a 113 dollari al barile, mentre il Wti del Texas è a 107,5 dollari. Il prezzo del gas è in rialzo e si colloca sopra i 133 euro. Dopo aver toccato un massimo a 137,305 euro in apertura, il gas all’hub olandese Ttf resta in rialzo del 3,498% a 133 euro.

    Anche l’oro è direttamente interessato dalle discussioni in corso tra i big del pianeta: sul tavolo c’è l’ipotesi di bloccare tutte le importazioni del metallo dalla Russia. Una prospettiva che spinge le quotazioni al rialzo. LEGGI TUTTO