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    Occhio ai costi: cosa accade ai conti correnti

    Il rialzo dei tassi di interesse nell’Eurozona non sta sortendo alcun effetto a livello remunerativo per quanto concerne i conti correnti aperti nel nostro Paese.Ma qual’è nello specifico il trend che si registra in Italia? Stando al più recente report effettuato da Abi, a ottobre il tasso medio praticato su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito è stato dello 0,37% (contro lo 0,34% di settembre). Al contempo si è registrato un evidente arresto del dato relativo alla crescita dei depositi.La situazioneNei depositi dei contribuenti italiani, lo scorso mese, risultavano serbati circa 1,835 miliardi di euro: un numero che si è praticamente arrestato se si effettua un raffronto su base annua (+ 0,1%). È la prima volta che si registra una tendenza del genere negli ultimi 12 mesi, tenendo presente che il picco era stato raggiunto a luglio (1.873 miliardi di euro). Pur essendo ben al di sopra dei dati registrati a ottobre 2019 (1.565 miliardi di euro) si iniziano a vedere i primi segnali di un’inversione di tendenza, dovuta presumibilmente alle conseguenze dell’inflazione, che inizia a erodere i risparmi degli italiani.Oltre, come accennato, allo scarso rendimento dei conti correnti, peraltro, c’è da registrare un ulteriore incremento dei costi di gestione degli stessi, specie di quelli di tipo tradizionale. Banca d’Italia ha evidenziato, ancora una volta, l’impennata delle spese annue, e non ha mancato di sottolineare la diffusione dell’ormai consueto fenomeno di penalizzazione dei correntisti più fedeli. In sostanza più tempo è aperto un conto corrente e più i costi di gestione di questo lievitano. Chi ha un deposito aperto da oltre 10 anni, stima Il Sole 24 Ore, deve sborsare mediamente 113 euro, contro i soli 64 addebitati a un nuovo cliente.L’allarmeNon è la prima volta che una segnalazione del genere viene fatta da Banca d’Italia. “Sui conti correnti emerge questo fenomeno increscioso per cui i clienti più fedeli alla banca sono più penalizzati in termini di costi rispetto ai nuovi clienti”, lamenta il responsabile nazionale credito Adiconsum Carlo Piarulli.”Capisco che le banche devono trovare sempre nuove modalità per essere più attrattive, ma alla fine quello che emerge è un turnover della solita clientela che gira tra gli istituti”. Ad aggravare tale fenomeno, inoltre, c’è il fatto che raramente un utente sceglie di cambiare gestore: 8 italiani su 10 non si sono mossi dalla propria banca negli ultimi 5 anni.Come difendersiCosa suggerisce, quindi Adiconsum per tutelarsi da suddetto fenomeno? Innanzitutto di verificare costantemente gli oneri che gravano sui conti. “Se notano costi anomali o aumenti insostenibili è sempre importante rivolgersi al proprio sportello e chiedere una ricontrattazione delle proprie condizioni, soprattutto se il cliente ha un rapporto di lunga durata e i costi sono sproporzionati rispetto alla nuova clientela”, suggerisce Carlo Piarulli.Nel caso in cui le condizioni siano svantaggiose è bene cambiare banca: il passaggio deve avvenire obbligatoriamente entro 12 giorni dalla richiesta. “È bene che i consumatori siano dinamici su questo fronte e che le banche si attrezzino con offerte più competitive per non perdere la clientela”, conclude l’esponente di Adiconsum. LEGGI TUTTO

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    “La crisi morde ma ci fidiamo del governo”. Le Pmi credono nella Meloni

    La crisi economica italiana morde le aziende, che ora lanciano un grido d’aiuto al governo di Giorgia Meloni. Dall’osservatorio dell’Evolution forum day di San Patrignano, che si è svolto in presenza della senatrice Giulia Bongiorno, è emerso che il 75% degli imprenditori di micro e piccole imprese chiede maggiore attenzione al premier Meloni, verso la quale nutre “molta fiducia ma condizionata”.Come viene sottolineato dagli imprenditori, infatti, gli esecutivi precedenti “hanno pensato solo alle multinazionali”. Gianluca Spadoni, imprenditore, autore, trainer e docente, ha sottolineato come ci sia una discreta percentuale di imprenditori (circa il 5%) che guarda la futuro in modo negativo “perché fatica a tenere aperto a causa dell’inflazione (che ha raggiunto il picco più alto +11,9% dal 1984), dei costi esorbitanti delle bollette, delle tasse asfissianti e della burocrazia paralizzante”. Il campione analizzato è di oltre 1600 imprenditori e manager che sono stati interpellati in occasione di Evolution forum day, un appuntamento annuale diventato quasi una tradizione, in cui si svolge anche attività di coaching e formazione.”Per tutte le PMI la crisi morde ancora, tra costi delle materie prime, delle bollette energetiche ed inflazione alle stelle. ma come possiamo resistere?”, prosegue ancora Spadoni, sottolineando come questo sia possibile solo “coltivando giorno dopo giorno i nostri talenti col sacrificio, seminando passione in ciò che si fa per resistere nella bufera, per durare nel tempo”. Gli imprenditori di oggi sono i successori di quelli che “hanno costruito la 5a economia del mondo spesso con la 5 elementare. Chiaramente anche le istituzioni devono fare la loro parte”.La richiesta delle Pmi al governo è semplice: vogliono lavorare in pace. Ma sono tanti anche quelli che sperano nella riduzione del cuneo fiscale, che è stato già annunciato nella manovra. Una misura che permetterebbe alle aziende di assumere collaboratori a tempo indeterminato, che ora risulta difficile inserire in azienda a causa dei costi troppo elevato. LEGGI TUTTO

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    Le rinnovabili sono la chiave per la sovranità energetica

    La transizione energetica può spingere l’autonomia italiana in campo di riduzione della dipendenza da terze parti: ad oggi il nostro Paese produce poco meno di un quarto dell’energia da lui consumato ma può migliorare le prestazioni. Lo riporta una recente ricerca EnergRed secondo cui con il 23% dell’energia consumata prodotta sul fronte interno il nostro Paese è “quintultimo in Unione Europea”, dato che “Performance peggiori si riscontrano solo a Malta (3%), Lussemburgo (5%), Cipro (7%) e Belgio (22%)”. Allo stesso tempo, tuttavia, “l’Italia è —insieme alla Spagna— uno dei due Paesi più favoriti in termini di esposizione al sole” e vede dati che fanno ben sperare.Secondo EnergRed “negli ultimi 20 anni, inoltre, l’autonomia energetica italiana ha fatto registrare un miglioramento maggiore rispetto a quello registrato negli altri Paesi dell’Unione Europea e questo ci fa molto sperare per gli anni a venire. La riduzione della dipendenza dall’estero, pari al 9%, è quintupla rispetto a quello della Spagna (1,8%) e fa segnare valori più che doppi rispetto a quello della Francia (3,7%).In questo inverno complesso Roma è in lotta per risolvere la sfida del gas senza dover dipendere dall’intacco delle riserve strategiche; programma un futuro in cui, come ha riportato anche Cassa Depositi e Prestiti, gas e rinnovabili possono giocare un ruolo importante congiunturalmente; si trova strutturalmente in crescita nell’utilizzo delle fonti pulite. I dati del Ministero della Transizione Ecologica, che su queste colonne abbiamo citato a profusione, mostrano che nel 2021 le rinnovabili hanno accelerato nel loro impatto sulla transizione energetica italiana e hanno garantito il risparmio di 27,665 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio in termini di generazione (+1,18%), contribuendo al 19,5% della produzione nazionale.Lecomunità energetiche, politiche come l’agrivoltaico, lo sfruttamento del geotermico, una gestione accorta dell’idroelettrico e i parchi eolici offshore sono o stanno diventando realtà, favoriti dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). E per la ricerca EnergRed la prospettiva di uno sviluppo delle rinnovabili è tale da lasciar pensare che molti margini di crescita siano ancora da esplorare. Il fotovoltaico sarebbe, in quest’ottica, in grado di aggiungere 126 GW di potenza, sei volte la disponibilità attuale, 84 dei quali tra Lombardia, Sicilia e Puglia. EnergRed aggiunge poi che 26 GW ulteriori sono potenzialmente estraibili dalla crescita di 2,5 volte della generazione dell’eolico “con tre regioni sul podio: Sicilia, Puglia e Sardegna, che messe insieme rappresentano il 62% dell’opportunità di sviluppo legata all’eolico”. Con 6 GW ulteriori il tema dell’idroelettico può conoscere una crescita del 25%, concentrata sull’arco alpino, dal Piemonte all’Alto Adige, anche se in quest’ottica va ricordato che oltre alla disponibilità effettiva si apre anche la questione sulla gestione dei bacini e su dinamiche atmosferiche come la piovosità. Quasi 160 GW aggiuntivi che potrebbero, dunque, accelerare la transizione a livelli mai visti.Qualora tutte queste politiche fossero avviate fino in fondo EnergRed prevede che l’Italia possa arrivare nei prossimi decenni a una quota del 60% di generazione energetica soddisfatto con fonti interne. E il report non parla, concentrandosi sullo stato dell’arte delle tecnologie a disposizione, di risorse più in bilico ma su cui la discussione è aperta quali il nucleare civile, su cui andrebbe chiaramente aggiunta nel caso la questione della filiera dell’uranio di importazione estera. Ci sono poi prospettive legate ai progetti già approvati ma che devono ancora essere abilitati. Come ricorda Legambiente che ha manifestato a Roma il 15 novembre con la Rete delle Comunità energetiche solidali, Kyoto Club, Free, Next, ad esempio “su 100 comunità energetiche mappate fino a giugno 2022 appena 16 sono riuscite a completare l’iter di attivazione presso il Gse (Gestore dei servizi energetici) e di queste solo tre hanno ricevuto i primi incentivi statali”. Il Ministro dell’Ambiente e della Sovranità Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha promesso 2,2 miliardi di investimenti in tal senso e la promozione dei decreti attuativi e a margine dell’incontro con John Kerry al Cop27, lo stesso giorno della protesta Legambiente, ha dichiarato che “quest’anno ad agosto eravamo già a 5,5 gigawatt autorizzati” per nuovi impianti di rinnovabili contro gli 1,5 dell’intero 2021 “e alla fine dell’anno possiamo arrivare a 7, o anche a 10”. Una svolta che va nella direzione giusta. Ma non rappresenterebbe che un primo passo verso la sovranità energetica, necessariamente da far sovrapporre alla transizione verso le rinnovabili. LEGGI TUTTO

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    L’intenzione è quella di modificare il Superbonus facendolo passare dal 110% al 90% a inizio 2023. Nei programmi dell’esecutivo l’aliquota resterà al 110% per i lavori già avviati e a patto che la Cila (comunicazione di inizio lavori asseverata) sia stata presentata prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto.La situazione odierna, tuttavia, ha spinto verso una nuova riflessione. Proprio in queste ore in cui il governo sta cercando di concludere la Legge di Bilancio, c’è un forte pressing perché la misura originaria venga prorogata.La scorsa settimana è scaduto, infatti, il termine entro cui presentare al Comune la Cila per ottenere il Superbonus al 110%. E, a quanto pare, sono tantissime le amministrazioni locali prese d’assalto dalle domande inviate all’ultimo minuto. Si tratta di un fenomeno registrato un po’ in tutto il Paese. Tutti vorrebbero usufruire del maxi-sconto al 110%, e stanno cominciando i primi malumori.Da qui le continue richieste di una proroga. Tanto che il governo Meloni si è trovato costretto a riflettere su questo punto. La stessa Forza Italia, nelle ultime settimane, ha spesso proposto di allungare ancora un poco la misura nel suo stato originale.Adesso si parla, dunque, di dare altro tempo, almeno fino al 31 dicembre. Secondo i programmi del governo, la data in cui chiudere con l’avvio dei lavori rientranti nel Superbonus al 110% avrebbe dovuto essere quella del 25 novembre, ma il susseguirsi di appelli da parte delle amministrazioni, dei cittadini e dei rappresentanti politici stanno portando l’esecutivo a considerare la proroga.Del resto per tutti coloro che intendevano beneficiare del maxi-sconto queste ultime settimane sono state una vera e propria corsa contro il tempo, e non tutti sono riusciti ad avere la documentazione pronta entro i termini previsti. Tanti i problemi tecnici, con i portali dei Comuni che lo scorso 25 novembre sono stati letteralmente intasati.Problemi si sono registrati sul sito web del Comune di Napoli, ad esempio, tanto che l’amministrazione si è vista costretta ad accettare parecchie Cila anche via Pec. Da gennaio 2023 l’egevolazione passerà al 90% e tutti vogliono rientrare nella fascia precedente. Non solo. Dal prossimo anno, a poter fare domanda saranno solo condomini, o proprietari di villette con Isee sotto i 15 mila euro calcolato con quoziente familiare. Ecco spiegate le ragioni di tanta fretta. Vedremo cosa il governo Meloni stabilirà circa la possibilità di una proroga. LEGGI TUTTO

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    Assegno unico, chi ha diritto al 50% in più

    L’assegno unico è un supporto di natura economica riconosciuto alle famiglie con figli a carico che rientrano in condizioni imprescindibili. La legge di Bilancio attualmente al vaglio nell’iter che include governo e parlamento, intende aumentare gli importi del 50%.Si tratta di una delle misure volute dal governo Meloni per gli aiuti alle famiglie, voce della spesa pubblica a cui è stata destinata, in totale, la somma di 1,5 miliardi di euro ulteriori.Il nuovo assegno unicoA partire dal mese di gennaio del 2023 ci sarà un aumento del 50% dell’assegno unico a vantaggio di quei nuclei famigliari con almeno tre figli e con almeno uno di questi di età compresa tra uno e tre anni, a patto che l’Isee del nucleo non superi 40mila euro.Per ogni figlio minorenne o affetto da disabilità, al momento l’assegno unico prevede un importo di 175 euro al mese per chi ha un Isee inferiore ai 15.000 euro e va scalando fino a un minimo di 50 euro mensili per gli Isee più alti. Con la riforma voluta dal governo, ovvero con l’aumento del 50% delle somme erogate, l’assegno unico andrà da un massimo di 262,5 euro a un minimo di 75 euro.L’importanza della misuraLa natura di queste misure non andrebbe apprezzata soltanto dal punto di vista economico. Gli importi possono sembrare contenuti ma, stando ai dati dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), l’assegno unico ha contribuito a ridurre del 3,8% il rischio povertà tra gli under 14 e di 2,5 punti percentuali quella tra i giovani dai 15 ai 24 anni.In termini annuali medi, l’assegno unico apporta tra i 1.714 e i 1.949 euro alle famiglie che ne usufruiscono, non si parla di numeri da capogiro che però vanno contestualizzati nell’insieme del reddito annuo dei nuclei famigliari e del quale costituisce una parte più che apprezzabile.Si tratta di un sostegno per le famiglie pensato per essere concesso per ogni figlio a carico fino al 21esimo anno di età, purché:frequenti un corso di formazionefrequenti un tirociniofrequenti un corso universitariosvolga una professione e percepisca un reddito inferiore agli 8mila euro annuisvolga un servizio civile o, pure essendo disoccupato, che sia in cerca di un lavoro.Il concetto è quello del nucleo con figli minorenni a carico e, per questo motivo e allo stesso modo, viene erogato per i figli disabili senza limiti di età ed è riconosciuto anche in assenza di Isee o ai nuclei con Isee superiore ai 40mila euro. LEGGI TUTTO

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    Quando il Fisco sbaglia: come difendersi dagli errori dell’Erario

    Un cittadino o un’azienda si sentono spesso troppo piccoli per avviare un contenzioso contro le entità fiscali, siano queste nazionali, regionali oppure locali.Eppure, il legislatore ha previsto degli strumenti, in questo caso il contenzioso e il processo tributario, che sono facilmente accessibili e mettono fisco e contribuente sullo stesso piano, a patto che chi vi ricorre abbia le prove che certifichino una richiesta illegittima o fuori misura da parte del fisco.A partire dal mese di luglio del 2019 è entrato in vigore il processo tributario telematico (chiamato in gergo Ptt) ed è lo strumento di riferimento per la maggior parte dei contenziosi di questo genere. Ne sono esenti le controversie di importi inferiori ai 3.000 euro per la cui soluzione il contribuente non si avvale di un avvocato. In questa breve guida illustriamo i passaggi proprio a vantaggio di chi non ha un rappresentante legale, fermo restando che costi o procedura sono uguali, a prescindere dal fatto che il processo tributario sia stato avviato in forma cartacea o telematica.Il processo tributarioQuando un contribuente riceve una richiesta che ritiene essere sbagliata o del tutto illegittima, può aprire un contenzioso tributario il quale, al pari di ogni altra procedura, ha una propria disciplina. Così, quando si è confrontati per esempio con una cartella di pagamento o un avviso di accertamento che appare illegittimo, privo di fondamento o in ogni caso sbagliato, si può avviare un contenzioso ricorrendo alla Commissione tributaria provinciale al fine di chiedere l’annullamento dell’atto e che può essere riconosciuto in modo totale oppure soltanto parziale.L’obiezione alle autorità tributarie non è così anomala come si possa credere.La Commissione tributariaLa Commissione tributaria adita deve essere quella competente a livello provinciale (qui gli indirizzi di tutte le commissioni) e il ricorrente vi si deve rivolgere entro i sessanta giorni dal momento in cui l’atto impugnato è stato ricevuto. Il termine sale a 90 giorni se il contribuente non ha ottenuto risposta dall’Agenzia delle entrate quando ha contestato l’atto ricevuto. Il mese di agosto corrisponde a una sospensione dei termini.Nel ricorso devono essere citate sia l’indicazione dell’atto impugnato sia il nome dell’ufficio contro il quale si sta ricorrendo e le ragioni per le quali si sta opponendo ricorso. Allo stesso modo il contribuente deve indicare i propri dati, codice fiscale incluso, il nome e l’indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) del suo rappresentante legale. In assenza di questi dati il ricorso viene ritenuto inammissibile.Va ribadito che l’ufficio dal quale proviene l’atto impugnato deve ricevere notifica del ricorso intentato e la consegna può avvenire tramite ufficiale giudiziario, per posta elettronica certificata, per mezzo di una consegna effettuata direttamente all’ufficio competente o mediante raccomandata con ricevuta di ritorno e senza busta. Dopo avere inviato la notifica il contribuente ha trenta giorni di tempo per costituirsi in giudizio, termine entro il quale deve inviare alla Commissione tributaria il ricorso e prova dell’avvenuta notifica all’ufficio che ha emesso l’atto contestato. Nel ricorso va ovviamente indicata la somma oggetto della controversia, anche perché su questa viene calcolato il contributo unificato che il ricorrente deve versare.Il contributo unificato Quando il contribuente avvia la costituzione in giudizio deve presentare la nota di iscrizione a ruolo nella quale sono indicati l’atto impugnato, l’importo contestato, l’oggetto del ricorso e la data in cui questo è stato notificato.Il contenzioso ha un costo che viene riconosciuto da chi oppone ricorso, pagando il contributo unificato che varia a seconda dell’importo della lite:Per importi fino a € 2.582,28 il contributo unificato è di 30 euroPer importi tra € 2.582,29 e € 5.000,00 il contributo unificato è di 60 euroPer importi tra € 5.000,01 e € 25.000,00 il contributo unificato è di 120 euroPer importi tra € 25.000,01 e € 75.000,00 il contributo unificato è pari a 240 euroPer importi tra 75.000,01 e € 200.000,00 il contributo è di 500 euroPer importi del contenzioso superiori a € 200.000,01 il contributo è di 1.500 euro.Il valore della lite è relativo all’importo del tributo contestato al netto delle sanzioni e degli interessi. Nel caso in cui la lite fosse imperniata soltanto attorno alle sanzioni, allora è l’importo di queste a essere determinante.Il contributo unificato può essere pagato presso una tabaccheria, mediante modello F23 con codice tributo 171T oppure con un bollettino postale intestato a “Tes. Viterbo – Contrib. Proc. Trib. Art. 37 DL 98/0211”, conto corrente 100376927.Gli importi contestatiLa presentazione di un ricorso non esime il contribuente dal pagamento di quanto intimatogli attraverso l’atto che sta impugnando. È necessario pagare un terzo delle imposte contestate inclusive degli interessi e, nel momento in cui il ricorso fosse accolto, l’ufficio che ha emesso l’atto provvederà al rimborso anch’esso inclusivo di interessi. Il rimborso deve essere effettuato entro 90 giorni dalla notifica della sentenza e se questo non avviene, il contribuente potrà adire nuovamente la Commissione tributaria regionale per chiedere l’esecuzione del versamento.Il contribuente può chiedere alla Commissione tributaria la sospensione degli effetti giuridici dell’atto che contesta, a patto che sia in grado di provare che il pagamento dell’importo richiesto gli arrechi un danno irreparabile. La decisione relativa alla sospensione dell’atto deve giungere entro sei mesi dalla richiesta e, nel caso in cui venisse accettata, resterebbe in vigore fino alla sentenza di primo grado.Il ricorsoDi norma le parti non partecipano alla discussione del ricorso, che viene affrontata in camera di consiglio. Per fare in modo che il dibattimento sia pubblico occorre che il ricorrente ne faccia apposita richiesta depositando un’istanza presso la segreteria della Commissione tributaria. Al massimo trenta giorni dopo la deliberazione, la sentenza viene resa pubblica e il contribuente dovrà notificarla all’ufficio contro la cui decisione ha opposto ricorso il quale, se necessario, dovrà adeguarsi al dispositivo anche se non è definitivo. Le sentenze che riguardano operazioni catastali e il versamento di denaro ai contribuenti sono immediatamente esecutive.Appello contro la sentenza della Commissione provincialeChi vuole ricorrere contro la sentenza della Commissione provinciale può rivolgersi alla Commissione regionale competente entro i sessanta giorni dalla data della notifica della decisione. In assenza di notifica della sentenza il termine sale a sei mesi a partire dalla data in cui la stessa è stata pubblicata.Anche la decisione della Commissione regionale può essere impugnata, ricorrendo in questo caso alla Cassazione, anche se questa possibilità è confinata alla presenza di almeno una di queste condizioni:Il diritto vigente è stato applicato in modo erratoLe norme sulla competenza sono state violateLa sentenza appare contraddittoria o manca la motivazioneCi sono inoltre condizioni grazie alle quali si può adire la Cassazione senza passare dalla Commissione regionale. Si tratta di una particolarità ascrivibile soltanto alle questioni di diritto e verificabile soltanto quando tutte le parti coinvolte sono concordi nel saltare la Commissione regionale e rivolgersi subito al più alto grado di giudizio.Per opporsi in modo confacente alle regole, esistono dei moduli standard che vanno compilati nel modo opportuno e possono essere prelevati qui. LEGGI TUTTO

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    Pensione e tredicesima, ecco il calendario dei pagamenti di dicembre

    Sono in arrivo le pensioni del mese di dicembre: questo mese milioni di italiani potranno beneficiare di un assegno più cospicuo. Si parte dal prossimo giovedì 1 dicembre, una data che riguarderà quei contribuenti che vorranno ritirare il denaro in contanti direttamente presso gli sportelli degli uffici postali. La prassi seguita sarà la solita, con una turnazione basata sull’ordine alfabetico per cognomi dei beneficiari:- giovedì 1 dicembre sarà il turno di coloro il cui cognome inizia con le lettere A e B;- venerdì 2 dicembre spetterà a chi ha cognome con iniziali C e D;- sabato 3 dicembre (mattina), toccherà a chi ha cognome con iniziali comprese tra E e K;- lunedì 5 dicembre (mattina) ritireranno i contanti quei contribuenti con cognome da L a O;- martedì 6 dicembre sarà il turno dei cognomi da P a R;- mercoledì 7 dicembre si chiuderà con chi ha cognome con iniziali da S a Z.Assegni più ricchiTra tredicesime, rivalutazione anticipata, conguagli e bonus da 150 euro saranno in tanti coloro che riceveranno un assegno pensionistico più pesante del solito.Sarà chiaramente la tredicesima l’aumento più importante per i pensionati: in genere il totale è di poco inferiore rispetto all’ultima mensilità percepita. Nel caso in cui, invece, si tratti di contribuenti che ricevono la pensione da meno di un anno, la somma viene calcolata sulla base dei mesi trascorsi dal momento in cui si è iniziato a incassare l’assegno. I percettori che non superano il trattamento minimo annuale (6.824,07 euro) e con reddito entro determinati limiti, oltre alla tredicesima, a dicembre riceveranno la somma aggiuntiva di 154,94 euro.Sui ratei di pensione e tredicesima figurerà anche la rivalutazione anticipata del 2% prevista dal decreto Aiuti-bis per coloro che percepiscono un assegno lordo mensile inferiore a 2.692 euro (sarà indicato con la dicitura “Incremento D.L. Aiuti bis”).Altra misura che potrebbe comparire nel cedolino di dicembre, sempre connessa al decreto Aiuti-bis, è quella relativa al calcolo anticipato del conguaglio di perequazione della pensione per il 2021, pari allo 0,2%. L’aumento è stato in larga misura erogato a novembre, ma resta ancora una platea di pensionati che riceverà il pagamento del conguaglio nel prossimo mese.Nell’assegno di dicembre 2022, per le pensioni delle gestioni private, dello spettacolo e sportivi professionisti, è prevista anche la liquidazione dell’importo aggiuntivo di 154,94 euro introdotto nel 2001. Importo che spetta a patto che il percettore non possieda un reddito”complessivo individuale assoggettabile ad Irpef superiore a una volta e mezza il trattamento minimo” o non possieda, se coniugato, “redditi cumulati con quelli del coniuge per un importo superiore a tre volte il trattamento minimo”.Proseguono anche a dicembre, per quanto concerne gli assegni, le operazioni di conguaglio delle risultanze contabili dei modelli 730 per tutti i beneficiari che abbiano indicato Inps quale sostituto d’imposta, e i cui flussi siano pervenuti dall’Agenzia delle Entrate dopo il 30 giugno 2022. Ciò significa, sul rateo di dicembre, avere un rimborso (qualora le trattenute siano risultate superiori a quanto dovuto) o una trattenuta (nel caso in cui sia avvenuto il contrario).Da ricordare, infine, il bonus una tantum da 150 euro, che sarà riconosciuto a quanti siano residenti in Italia, abbiano un reddito personale annuo inferiore ai 20mila euro e risultino titolari di pensione almeno dal 1° ottobre 2022. LEGGI TUTTO

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    Irpef, ecco come cambieranno le aliquote: le novità sugli scaglioni

    Il cuore della Legge di Bilancio ha a che fare anche e soprattutto con le decisioni che verranno prese per i lavoratori autonomi e dipendenti: il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, ha fatto sapere che verrà innalzata a 85mila euro la flat tax per gli autonomi e ci sarà una “tassa piatta” anche sugli aumenti di reddito che riguardano le partite Iva. Ma non è tutto perché si sta per cambiare anche l’Irpef.Come cambia l’Irpef”La flat tax incrementale per gli autonomi e l’elevazione del tetto è il primo passaggio. Poi gradualmente e trovando le necessarie coperture, bisognerà andare verso un sistema a tre aliquote”, ha affermato il viceministro al Messaggero, sottolineando che durante la legislatura saranno le aliquote saranno “addolcite” fino ad arrivare a un meccanismo flat “che però rispetti la progressività con meccanismi di detrazioni e deduzioni, senza metterci in contrasto con la Carta Costituzionale”. Non si sbilancia, però, sulla tipologia di aliquota: alla domada se saranno 23, 27 e 43, Leo ha risposto che la situazione è in divenire, si vedrà.Cosa succede ai dipendentiSe i lavoratori autonomi beneficeranno del tetto di 85mila euro, sui dipendenti il nuovo governo ha innalzato da 600 euro a 3mila euro la detassazione relativa ai fringe benefit. “Con la manovra abbiamo inoltre ridotto la tassazione dal 10 al 5% sui premi di produttività e rafforzato il taglio del cuneo contributivo sui redditi più bassi”, ha sottolineato Leo. Quando l’opposizione interviene dicendo che in questa maniera sarebbero aiutate le fasce più alte della popolazione, il viceministro sottolinea che quando si parla di ricchi si allude a chi possiede dividendi e capital gain (plusvalenza) “su cui pagano il 26%, immobili abitativi affittati su cui si versa il 21% della cedolare secca”.Cosa succede con la legge delegaLa riforma prenderà spunto da quanto iniziato da Draghi che “però ha necessità di diversi miglioramenti” come ad esempio l’Irap considerata “una formula troppo ampia senza precisi criteri direttivi”. Tutto questo, ovviamente, per dare fiato alle difficoltà di cittadini e imprese provati da tre anni di pandemia, dalla guerra e dall’inflazione. L’altro aspetto importante, però, è mettersi al pari degli altri Paesi europei dove le sanzioni arrivano al 60% dell’imposta, in Italia invece sono il doppio se non addirittura il triplo come nel caso dell’Iva. “Se un soggetto non ha dichiarato tutta l’imposta paga una doppia sanzione, omesso versamento e dichiarazione infedele. Si arriva a cifre elevatissime che poi rendono difficile sanare i conti con il Fisco”, conclude il viceministro. LEGGI TUTTO