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    Cashback, dopo il caso “furbetti” la maggioranza si spacca sui rimborsi di Stato

    MILANO – L’ampia maggioranza che sostiene il governo Draghi va in ordine sparso sul cashback di Stato, il rimborso al 10% per le spese sostenute dai cittadini che pagano con moneta elettronica. La Consap ha praticamente chiuso degli ordini di pagamento relativi al periodo sperimentale di Natale: tra qualche giorno tutti i 3,2 milioni di utenti che hanno raggiunto almeno 10 transazioni dovrebbero vedere l’accredito. I reclami sono arrivati a quota 2.200, su circa 4,6 milioni di partecipanti, e riguardano la mancata registrazione delle transazioni.
    Intanto, però, due questioni si impongono sul programma di stimolo alla digitalizzazione dei pagamenti. La più urgente è quella dei cosiddetti “furbetti del cashback”, che fanno tanti micro-pagamenti (sono stati pizzicati alle pompe di benzina) per scalare la classifica del superpremio da 1.500 euro a semestre messo in palio per i 100 mila maggiori utilizzatori del denaro elettronico. In sottofondo, però, si levano voci critiche verso il programma nel suo complesso tanto da ipotizzarne un congelamento di una parte (proprio quella del superpremio) se non metterne in discussione l’intero impianto. Altre forze politiche, invece, lo difendono senza remore.
    Lo stop ai furbetti del SuperCashback
    I casi di cronaca sono noti: alcuni utenti hanno frazionato artificiosamente i pagamenti (ad esempio alle pompe di benzina in modalità “self”) registrando decine di transazioni da manciate di centesimi in pochi minuti. Obiettivo: scalare la classifica del superpremio da 1.500 euro che va a chi ha registrato il maggior numero di pagamenti elettronici nel semestre. Ad oggi, ad esempio, ne servono un centinaio per essere nel lotto dei premiati. La possibile deriva era ben nota quando il regolamento era in scrittura al Mef, poi il divieto di “frazionamento artificioso” dei pagamenti non è entrato nella versione finale. Alcuni utenti si sono infilati in quella piega.
    La questione è ben presente al Tesoro e a PagoPa, la società che colleziona i dati dagli acquirer (i servizi dei pagamenti elettronici che ricevono le carte e le app per conto degli esercenti). Tecnicamente, la società pubblica è già in grado di evidenziare le singole anomalie e lo stesso decreto consente al Mef di “effettuare statistiche” sull’attuazione del programma. Il nodo sul tavolo dei tecnici è dunque come mettere di fatto fuorigioco questi comportamenti abusivi. Più voci al Tesoro fanno notare che la transizione determinata dal cambio di governo impedisce ad ora di avanzare la soluzione al problema e che scelte definitive in tal senso non sono state adottate. Ma sul dossier, si assicura, si è al lavoro.
    I partiti della maggioranza in ordine sparso sul programma
    “Alcune pratiche abusive possono già esser escluse dal programma per via amministrativa – ragiona il capogruppo del Partito democratico in commissione Finanze alla Camera, Gian Mario Fragomeli – Credo che sia ragionevole annullare i pagamenti artificiosi alla luce della ratio del provvedimento”. Quindi, escludere i pagatori seriali dal superpremio. “Se, comunque, fosse necessario affrontare la questione con veicoli normativi adeguati – aggiunge il capogruppo – per meglio dettagliare questi aspetti, non ci vogliamo certo sottrarre”. Da parte della Lega, ad esempio, la proposta di Laura Cavandoli – che ha depositato una interrogazione per gettare luce sul tema – è di introdurre una soglia minima sotto la quale le transazioni non vengono considerate. E, a valle di questo incidente, è comunque opportuno valutare l’uso delle risorse per il cashback (4,5 miliardi in tutto).
    Anche Italia Viva è pronta a depositare un atto parlamentare per chiedere al Mef di intervenire. Sull’impianto complessivo del provvedimento, però, le idee sono differenti. Mattia Mor spiega che la linea del partito è di supporto al programma: gli episodi dei “furbetti”, censurabili e da risolvere, non significano “che la scelta politica che ha dato vita alla norma non sia corretta, anzi. Italia Viva resta favorevole ad ogni tipo di strumento che incentivi i pagamenti elettronici, anche di importo minimo, la riduzione del contante e dell’evasione fiscale, ma riteniamo opportuno che siano apportate con urgenza le dovute modifiche affinché vengano eliminati questi comportamenti distorsivi”. Una interrogazione di senso opposto è stata annunciata da alcuni deputati di Iv, Gianfranco Librandi e Camillo D’Alessandro, secondo i quali “il cashback è una misura costosa e inefficiente, che non apporterà benefici alla nostra economia e al nostro Paese”. E i due parlamentari si sono fatti promotori di “un’interrogazione parlamentare per invitare il nuovo governo a prendere provvedimenti affinché non si sciupino risorse pubbliche, in particolare i fondi europei del Next Generation Eu”.
    Già Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, ha invocato lo stop al SuperCashback per fermare i relativi furbetti. Ma è andata oltre, dando un giudizio “scandaloso” sul programma per “lo stanziamento di miliardi di euro per una misura che non scalfirà di un centesimo l’evasione fiscale e di cui beneficerà solo chi già usava abitualmente la moneta elettronica. Intanto sarebbe un passo avanti abolire questo inutile e dannoso incentivo ai furbetti, facendo risparmiare allo Stato più di mezzo miliardo di euro solo quest’anno”.
    Impostazione lontana da quella di Fragomeli, che invita a “non confondere alcuni abusi con la bontà dello strumento. Non è un tema solo di contrasto all’evasione, ma innovazione complessiva: l’uso sempre più massivo della moneta elettronica elimina i pericoli connessi al contante. E’ una modernizzazione che noi sosteniamo integralmente, che rientra in un percorso che va dalla fatturazione elettronica alla trasmissione dei corrispettivi. Se altre forze politiche hanno idee alternative per la lotta all’evasione e la semplificazione della vita dei cittadini, le presentino. Ma non si può smontare una norma senza ricreare gli stessi effetti di contrasto all’evasione e diffusione della moneta elettronica”.
    A supporto del cashback sono arrivati i dati The european house – Ambrosetti, che da tempo ha lanciato una community dedicata alla società cashless e ha realizzato un sondaggio secondo il quale sette italiani su 10 ritengono che il cashback di Stato abbia spinto verso “un utilizzo più frequente dei mezzi di pagamento elettronici” e pensano di ridurre l’uso del contante nei prossimi due anni, con la propensione più elevata tra gli over 60. LEGGI TUTTO

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    Case in locazione, in vendita o in ristrutturazione: quando si può risparmiare sull'Imu

    La casa di vacanze inutilizzata a causa della pandemia. La casa in vendita vuota e senza utenze. L’appartamento con lavori di ristrutturazione in corso. È possibile risparmiare sull’Imu in queste situazioni? Dipende da quello che decide il Comune. Da quest’anno, in seguito alle novità introdotte dalla legge di riforma, i Comuni hanno infatti maggior spazio di manovra e possono anche introdurre ulteriori sconti nel regolamento comunale di applicazione dell’imposta. Chi si trova nelle situazioni indicate, quindi, dovrà verificare sul sito dell’ente se c’è la possibilità di risparmiare.
    Le case disabitate
    L’esenzione dall’Imu, per legge, è prevista solo per la prima casa vale a dire per l’immobile nel quale il proprietario abita ed è anagraficamente residente. In tutti gli altri casi si tratta di abitazione definita come “seconda casa”. Con la riforma entrata in vigore il 1° gennaio dello scorso anno queste norme sono state rese ancora più stringenti, ed è stato precisato che anche per i coniugi con residenze anagrafiche in comuni diversi non è possibile avere l’esenzione dall’imposta per entrambe le abitazioni dal momento che quello che fa testo è l’ “abitazione familiare” ossia l’appartamento nel quale la famiglia dimora realmente, in genere quello dove abitano i figli. E’ comunque facoltà dei Comuni decidere di introdurre agevolazioni e riduzioni d’imposta rispetto al tetto massimo di legge per le seconde case.
    Gli immobili inagibili e quelli in ristrutturazione
    Nel caso invece di immobili inutilizzati perché inagibili, la legge prevede il taglio dell’imposta 50%. Si deve trattare, però, di un immobile nel quale lo stato di degrado è dovuto, ad esempio, a lesioni strutturali tali da costituire pericolo a cose o a persone con rischi di crollo, o di edificio pericolante a causa di calamità naturali. Questa situazione può essere attestata con una semplice autocertificazione da parte del proprietario, scaricando il modello a disposizione sul sito del Comune.
    A seconda di quanto ha deciso il singolo ente è possibile ottenere la riduzione dall’imposta anche nel caso di immobili ristrutturazione per i quali è stata presentata una Scia per interventi di risanamento conservativo. Occorre però, come detto, verificare sul sito se questa possibilità esiste, e come presentare la domanda.
    Taglio della Tari quando non ci sono le utenze
    Alcuni comuni prevedono anche la possibilità di ottenere uno sconto sulla Tari quando l’immobile è disabitato, sia perché inutilizzabile sia perché messo in vendita. In generale, però, se l’immobile non è inagibile è necessario autocertificare anche che è privo di arredi e che non ci sono utenze attive per luce e gas.
    Le case in comodato e a canone concordato
    E’ invece previsto dalla legge il taglio dell’Imu al 50% per gli immobili in comodato gratuito a genitori o figli, purché anagraficamente residenti nella nell’appartamento in questione, e quello del 25% il taglio d’imposta per gli appartamenti concessi locazione a canone concordato. Tra questi contratti rientrano anche quelli per studenti e i contratti transitori. Alcuni comuni prevedono, poi, ulteriori agevolazioni rispetto a quelle di legge. E’ quindi necessario verificare sul sito la procedura da seguire per poter applicare lo sconto.
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    Borse europee miste, migliora la stima del Pil tedesco. Asia in forte calo: Tokyo chiude a -1,61%

    MILANO –  Ore 9.30. Le Borse europee ripartono contrastate condizionate ancora della seduta di ieri di Wall Street, che ha ridotto le perdite sul finale dopo l’intervento del numero uno della Fed Jerome Powell al Senato Usa. Il presidente della Banca Centrale americana ha sottolineato che la strada per uscire dalla crisi è ancora lunga ma allo stesso tempo ha ribadito che la Fed continuerà ad assicurare il proprio sostegno. Sullo sfondo continua a preoccupare gli investitori la crescita dei rendimenti dei titoli di stato, ai massimi da un anno, ma Powell ha rassicurato spiegando che riflettono la fiducia nella ripresa economica.
    In generale però i listini mondiali accusano il colpo. In Asia i principali indici si avviano alla chiusura in calo, con  Tokyo che archivia gli scambi a -1,61%. Milano sale dello 0,19%, Londra perde lo 0,39%, Francoforte sale dello 0,19% e Parigi dello 0,08%.
    A incidere sulla preoccupazione degli investitori in Europa è anche il nuovo pesante taglio operato da Astrazeneca alle forniture di vaccini in Europa. Come anticipato ieri da Reuters e confermato in parte dalla Ue, il colosso anglosvedese ha in programma di dimezzare le consegne previste nel secondo trimestre. Dal Vecchio Continente arrivano però anche indicazioni confortanti. Il Pil tedesco nel quarto trimestre è cresciuto di più delle stime iniziali: registrando un +0,3% rispetto al +0,1% della stima preliminare. Una correzione che riduce anche la caduta del Pil su base tendenziale, cioè rispetto al quarto trimestre 2019, ora a -3,9%.
    Tra le valute, l’euro apre stabile sopra quota 1,21 dollari e viene scambiata a 1,2152 dollari e 128,20 yen. La sterlina britannica resta sopra 1,41 dollari, a1,4181, sulla speranza che il Regno Unito possa allentare i lockdown prima del previsto per la massiccia campagna di vaccinazione in corso.
    Superata l’emergenza climatica negli Usa, rallenta il prezzo del petrolio. Il greggio Wti cede lo 0,47% a 61,38 dollari al barile mentre il Brent del Mare del Nord è stabile a 63,38 dollari.

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    Negavano i rimborsi per ritardi e cancellazioni: Antitrust multa Grimaldi e Flixbus

    Nonostante le normative europee le società di trasporti continuano a calpestare i diritti dei viaggiatori. Dopo i procedimenti contro le compagnie aeree (che hanno corretto il tiro) adesso arriva il turno del trasporto marittimo e su gomma. Antitrust ha infatti comminato un milione di multa alla compagnia di navigazione Grimaldi e un milione e mezzo a Flixbus, la low cost dei pullman di media e lunga percorrenza. Entrambe, seppure in modi e tempi diversi, hanno negato o ostacolato in ogni modo i rimborsi ai consumatori per viaggi cancellati o in ritardo.
    Flixbus e i viaggi durante il lockdown. Da marzo a giugno 2020, quando il governo aveva quindi già imposto le prime restrizioni agli spostamenti, la compagnia tedesca (170 milioni di ricavi nel 2019) ha continuano a mettere in vendita online biglietti per viaggi che, poco dopo, avrebbe cancellato. Subito dopo le cancellazioni ha diffuso “informazioni lacunose e ambigue – spesso intempestive – sui diritti” dei consumatori, presentando il voucher del 120% del prezzo del biglietto come “esclusiva o prioritaria modalità di ristoro rispetto al rimborso in denaro”. Chi, dopo svariati tentativi e molta pazienza, riusciva a ottenere il rimborso in denaro, scopriva l’esistenza di “penali” (espressamente vietate dalle normative italiane ed europee) fino a 15 euro e di “commissioni” da due a quindici euro.
    Molte compagnie di trasporti hanno seguito questa politica di rimborsi (ma sarebbe più corretto definirli “non rimborsi”) per convenienza economica, senza però mai ammetterlo. A Flixbus bisogna dare atto della sincerità, secondo la quale gli “un rimborso immediato e in denaro di centinaia di migliaia di biglietti cancellati […] avrebbe posto a rischio la stessa permanenza in vita dell’impresa”. 
    Solo che secondo Antitrust, non è questione di biglietti venduti prima della pandemia, quando certo nessuno poteva prevedere le cancellazioni. Flixbus ha continuato a vendere biglietti anche in piena emergenza per poi cancellare i viaggi e promuovendo solo il voucher, ottenendo così “un vantaggio dall’emergenza pandemica”. Antitrust ha calcolato che il valore complessivo dei biglietti cancellati da Flixbus tra marzo e giugno si aggira tra i tre e i quattro milioni di euro. E in questi casi non ci si può neanche appigliare al decreto Cura Italia, che dava ai vettori la possibilità di rimborsare solo con voucher, sì, ma esclusivamente i viaggi prenotati e pagati prima della pandemia e poi cancellati.
    Dopo la notizia della sanzione irrogata da Antitrust Flixbus ha diffuso una nota nella quale sostiene che “le misure proposte da FlixBus all’Agcm nel corso del procedimento avrebbero permesso di ovviare alle problematiche sollevate e avrebbero evitato il ripetersi in futuro degli stessi disguidi, in ogni caso riconducibili a cause di natura eccezionale. Pertanto, l’Agcm avrebbe potuto senz’altro accogliere tali misure non accertando alcuna violazione” e che “a dimostrazione della propria volontà di risolvere i problemi a beneficio dei clienti e della sua fattiva collaborazione, FlixBus ha volontariamente attuato le misure proposte nonostante il rigetto dell’Agcm”. Tra le misure proposte: informare il consumatore dell’eventuale cancellazione del viaggio “con congruo anticipo rispetto alla data di partenza” e chiarire, fin dal momento della prenotazione, del suo diritto a ottenere o un voucher o un rimborso totale.
    Grimaldi e quei rimborsi “calati dall’alto”. In questo caso non si parla di cancellazioni ma di ritardi e non c’entra il Covid, perché le violazioni sono cominciate già nel 2017 per concludersi ad agosto 2020. In caso di ritardi oltre una certa soglia la legislazione europea prevede rimborsi del 25% del prezzo del biglietto. Grimaldi però ha sempre offerto il solo voucher, tacendo della possibilità del rimborso pecuniario, che riuscivano a ottenere solo i clienti più insistenti o quelli che mandavano avanti un legale. Oltre a proporre una soluzione parziale, Grimaldi faceva passare il bonus come “gesto di attenzione alla clientela”: insomma una sorta di carezza calata dall’alto, mentre in realtà è la legge a prevedere rimborsi per i ritardi.
    In ogni caso Grimaldi non riconosceva il 25% sul prezzo totale del biglietto ma solo sulla percentuale del servizio passeggeri. In pratica i costi di trasporto auto, la prenotazione della cabina e le tasse non contavano ai fini del rimborso. La società, comunque, provava a risolvere il problema dei ritardi alla radice. Come? Riprogrammando l’orario della partenza. È semplice: il cliente prenota un viaggio con partenza alle 20, ma la compagnia, la sera stessa, “rischedula” l’orario spostandolo in avanti anche di diverse ore in modo che all’arrivo il ritardo ufficiale sia di pochi minuti o addirittura nullo. E in base a questo ricalcolo Grimaldi aveva buon gioco a sostenere che non fosse dovuto alcun rimborso. Ma cosa bisognava dire ai clienti che, a bordo, chiedevano dei propri diritti? Le procedure aziendali prevedevano anche questa possibilità: “Se il passeggero solleverà richieste di rimborsi, siete pregati di non dare alcuna informazione in merito”, demandando la gestione delle richieste direttamente al customer care, che era già istruito al riguardo. 
    I numeri parlano chiaro: nel 2019, a fronte di 3800 reclami per ritardo, sono stati erogati 3000 bonus e solo 500 rimborsi pecuniari. LEGGI TUTTO

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    Tim, Morselli si dimette dal consiglio. Oggi la lista con l'ingresso di Cdp

    MILANO – Dopo Massimo Ferrari, anche il consigliere indipendente Lucia Morselli, presidente del comitato parti correlate e componente del comitato per il controllo e i rischi, ha rassegnato le dimissioni dal consiglio di amministrazione della Tim.
    Le dimissioni, spiega una nota, sono conseguenti a sopraggiunti impegni, che non le consentono di continuare a dedicare al gruppo tim l’impegno finora profuso. La società ringrazia Lucia Morselli, che è amministratore delegato di Arcelor Mittal in Italia e segue quindi la vicenda tormenata della ex Ilva, “per il qualificato contributo professionale”.
    La notizia arriva nella giornata in cui l’ex monopolista delle Tlc ha in agenda un consiglio proprio per approvare il piano industriale e depositare la lista per il nuovo governo societario. In arrivo ci sono anche i risultati finanziari per il 2020: gli analisti si aspettano in media che Tim registri ricavi in calo di poco più del 7% a 15,7 miliardi e un margine operativo lordo (ebitda) in contrazione del 6,2% poco sopra i 7 miliardi. Il debito dovrebbe beneficiare della vendita di Inwit e scendere a 18,7 miliardi.
    Quanto alla nuova governance, come anticipato ieri da Repubblica Cdp farà un passo avanti in Tim: su proposta del presidente di Tim, Salvatore Rossi, oggi il consiglio candiderà il presidente della Cassa, Giovanni Gorno Tempini, nella lista del management per il rinnovo del board che scadrà con l’assemblea del prossimo 31 marzo.

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    Ecco il conto del Covid sulle fabbriche: fatturato dell'industria a -11,5% nel 2020, dato peggiore dal 2009

    MILANO – L’emergenza Covid che si è abbattuta sull’attività economica dell’Italia ha portato il fatturato delle industrie a chiudere il 2020 con un calo dell’11,5% rispetto al 2019, il peggior risultato dal 2009. E’ quanto rileva l’Istat, che diffondendo i dati di dicembre chiude la rilevazione sull’anno caratterizzato dalla pandemia. “Pur segnando diminuzioni pressoché analoghe sul mercato interno (-11,5%) e su quello estero (-11,8%) – annota l’Istituto – nella seconda metà dell’anno il primo presenta un recupero più veloce. Al netto della stagionalità nel secondo semestre si registra un incremento rispetto al primo del 19,4% per il fatturato interno e del 12,6% per quello estero”. Se non si considera la componente dei prezzi, la variazione è stata meno negativa di 0,7 punti percentuali. Anche gli ordini alle industrie italiane hanno segnato un andamento fortemente deficitario, con un -9,6% del dato grezzo nel complesso del 2020.

    Dalle associazioni dei consumatori i dati vengono immediatamente accolti rimarcando il contraccolpo subito dal tessuto economico italiano. L’Unione nazionale consumatori parla di “anno funesto” ricordando che solo l’anno più buio della crisi precedente, il 2009, registrò un tonfo pari al 19%. Di “anno disastroso” parla invece il Codacons rimarcando i “numeri sul fatturato dei beni di consumo che nel 2020 registrano un calo record del -9,4% per i beni durevoli rispetto all’anno precedente”. Consumi “che, purtroppo, continuano a rimanere fermi anche nel 2021 per effetto delle misure anti-contagio adottate dal Governo, una situazione di stallo che non aiuterà certo la ripresa dell’industria italiana” e a seguito della quale l’associazione chiede al governo di “inserire i consumi delle famiglie come priorità dell’esecutivo, adottando misure specifiche per rilanciare la spesa perché, in assenza di interventi a sostegno dei consumi, sarà impossibile far ripartire l’industria italiana, con ulteriori danni per l’economia nazionale”.

    Dall’analisi della Coldiretti emerge invece la performance del settore alimentare, che resiste e “mantiene il fatturato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (-1%) salvato dall’export che fa segnare il record storico a 46,1 miliardi, in netta controtendenza rispetto agli altri settori produttivi”.
    Restando ai soli dati di dicembre, l’Istat traccia qualche segnale di rimbalzo: il fatturato aumenta dell’1% su novembre e cala dello 0,5% su dicembre 2019 (dato corretto per gli effetti di calendario). Gli ordinativi a dicembre salgono dell’1,7% su novembre (ma il dato non verrà più pubblicato, dal prossimo marzo). Se si guarda ai diversi comparti, è il settore dei mezzi di trasporto a registrare la crescita tendenziale più rilevante (+38,9%) nell’ultimo mese dell’anno, seguito dall’industria metallurgica (+7,1%), mentre il comparto tessile e dell’abbigliamento e le raffinerie segnano le performance peggiori (rispettivamente -19,4% e -30,7%). LEGGI TUTTO

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    Alitalia, ore decisive: oggi il commissario incontra i sindacati

    ROMA – Il tempo stringe e il primo appuntamento per verificare la tenuta di Alitalia è fissato per oggi pomeriggio. Il commissario straordinario Giuseppe Leogrande incontrerà tra poche ore tutti i sindacati e le associazioni professionali per comunicare i prossimi passi necessari per salvare la compagnia. Il primo passaggio sarà quello degli stipendi: il 27 è a rischio se non arriveranno a breve i soldi con l’atteso ok dell’Unione Europea all’ultima tranche dei ristori Covid.
    Ma non c’è solo il presente nei pensieri degli 11.500 dipendenti della compagnia. Sul tavolo c’è soprattutto il futuro del vettore romano e il tema della cessione degli asset attraverso un bando che il commissario starebbe mettendo a punto. Un tema che diventa oggi centrale. Le ipotesi sono diverse e al primo posto resta il conferimento delle attività di volo al ministero dell’Economia e poi ad un soggetto terzo con il possibile ingresso della Nuova Alitalia nell’alleanza Star Alliance guidata da Lufthansa.
    Resta sempre in piedi l’ipotesi di una vendita a Ita, la newco creata ad hoc per trasferire asset e personale in una “nuova scatola” per poi rilanciare il marchio Alitalia. E non è da scartare ancora l’ipotesi di una gara con la cessione di alcuni asset. Insomma, le strade sono diverse ma l’esecutivo starebbe anche cercando di ottemperare alle richieste di Bruxelles che vuole vera discontinuità sulla vendita. Allo stesso tempo i ministri competenti sul tema si ripromettono, in questa fase delicata per il Paese, di non spremere le casse dello Stato facendo scorrere nuovi fiumi di denaro pubblico a favore della nuova compagnia di bandiera.
    Sono infatti ancora in ballo 3 miliardi di euro stanziati dal governo Conte per rilanciare la società e dotare il Paese di una linea aerea dalle solide basi. Ma la pandemia e il crollo dei passeggeri hanno cambiato i piani e il governo potrebbe avere idee differenti dalle misure pensate da Conte: 3 miliardi sono un bel gruzzolo con il quale coprire anche altre voci del rilancio.
    Proprio per fare il punto della complessa situazione il commissario Leogrande avrebbe anche incontrato il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti per un faccia a faccia delicato, durato circa due ore. Un vertice nel corso del quale sono emerse tutte le difficoltà del dossier oggi all’attenzione del nuovo governo guidato da Mario Draghi. LEGGI TUTTO

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    Il boom della carne vegetale: gli spagnoli di Heura puntano sull'Italia

    MILANO – Dalla Spagna per prendere per la gola anche gli italiani, in un mercato che già dimostra una crescita a ritmi sostenuti e nel futuro a lungo termine si candida ad esser di primissimo piano nello scacchiere alimentare. Stiamo parlando della carne a base vegetale, un mercato che secondo A.T. Kearney varrà 350 miliardi di dollari a livello globale nel 2040 (oggi il mercato della carne vale 1.400 miliardi nel suo complesso e solo 12 miliardi sono a base vegetale).Heura Foods, marchio spagnolo di carne vegetale già presente in 14 paesi, ha deciso di sbarcare in Italia facendo ingresso attraverso una partnership con Glovo, nel cui Market metterà in vendita i propri prodotti. Sarà Heura Chicken (pollo vegetale) il grimaldello per scardinare il mercato italiano. La società è nata a Barcellona nel 2017 da due attivisti – Marc Coloma e Bernat Añaños –, e ha fin da subito registrato grande successo come start up del settore a grandissima crescita (+460% nel 2020 sul 2019). Coloma lega indissolubilmente la sua attività imprenditoriale all’impronta ecologicamente sostenibile. “Molteplici studi hanno dimostrato che l’allevamento intensivo di animali è una delle principali responsabili dell’emissione di gas serra nell’atmosfera, producendo il 14,4% delle emissioni globali – più dell’intero settore dei trasporti, considerando treni, macchine, aerei e camion”, ha spiegato lanciando l’avventura italiana.

    Che la sostenibilità di questi prodotti sia valida anche dal punto di vista agricolo, Coloma è altrettanto sicuro: “I dati della FAO mostrano come l’allevamento del bestiame occupi quasi l’80% del terreno agricolo globale eppure produce meno del 20% dell’offerta mondiale di calorie. La continua espansione dei terreni coltivati e dei pascoli è la principale fonte di degrado dell’ecosistema e della perdita di biodiversità. Per nutrire gli oltre 10 miliardi di persone che nel 2050 popoleranno il nostro pianeta, la Fao stima che la produzione di carne mondiale dovrà aumentare di oltre 200 milioni di tonnellate per raggiungere i 470milioni di tonnellate. Al di là del devastante impatto ambientale che questi numeri produrrebbero, non ci sarà sufficiente terreno agricolo da poter occupare. L’attuale sistema di consumo della carne non è più sostenibile, e pertanto bisogna agire oggi con delle valide alternative per essere in grado di nutrire le persone, conservando il futuro del pianeta”, il commento al riguardo che ci ha inviato via e-mail.Il trend di crescita per i prodotti a base vegetale è, come accennato, ben evidente. Nel 2019, l’espansione di questo segmento di mercato si è estesa a tutte le categorie alimentari e in particolare nel dettaglio della carne si è vista una crescita del 10% di quella alternativa contro il +2% di quella animale. A supportare la scelta dell’azienda spagnola c’è poi il fatto che la crisi del Covid abbia accelerato i consumi che vengono percepiti come maggiormente “salutari”, che la stragrande maggioranza dei consumatori di prodotti a base vegetali non sia necessariamente vegetariana o vegana e che quasi la metà (45%) dei consumatori italiani sia disposta ad introdurre sostituti alla carne nella loro alimentazione.Per rispondere alla domanda italiana, Heura basa per ora la produzione quanto la ricerca e sviluppo in Spagna “ma non escludiamo in un futuro di produrre anche in Italia. Questo dipenderà molto da come il mercato italiano risponderà ai nostri prodotti e dal conseguente sviluppo del business, che se progredisce come auspichiamo necessiterà sicuramente di un punto di appoggio per la produzione nel Bel paese”, ha dettagliato il co-fondatore. Quanto all’approvvigionamento della materia prima, soia e piselli, “provengono da produttori europei che promuovono una coltivazione sostenibile, di qualità e non-OGM”.Per gli sviluppi futuri nel Belpaese punta ad allargare la rete distributiva. “Prevediamo di vendere i nostri prodotti sia attraverso il canale retail – digitale o fisico – sia il canale foodservice attraverso la presenza della nostra carne vegetale nei menù delle catene di ristorazione”. Quanto al radicamento delle abitudini culinarie presso le famiglie italiane, non teme il confronto con la Dieta mediterranea: “Tutt’altro. La nostra proposta di prodotti nasce proprio dalla conoscenza della cucina mediterranea e della sua eredità. La nostra carne vegetale è la prima e unica a essere prodotta con l’olio extra-vergine di oliva e vuole essere una valida opzione per rivisitare in chiave vegetale anche le ricette più tradizionali, senza per questo sacrificare i sapori a cui siamo abituati. Così come in Italia anche da noi in Spagna la cucina delle nonne è qualcosa che ci accompagna da generazioni”. LEGGI TUTTO