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    Le Borse di oggi, 12 gennaio. Inflazione Usa al 7%, massimo dal 1982. Ma il mercato scommette su Powell timoniere della stretta Fed

    MILANO – Ore 15:45. L’inflazione Usa si conferma al livello atteso dagli analisti: al 7% annuo nel mese di dicembre, e quindi al massimo dal 1982. I prezzi al consumo sono invece aumentati dello 0,5% rispetto al mese precedente, contro attese per un +0,4%, dopo il +0,8% di novembre. Se si guarda ai dati “core”, ovvero depurati dalla componente dei prezzi dei beni alimentari ed energetici che sono più volatili, l’indice è cresciuto dello 0,6% mensile, dopo il +0,5% del mese precedente, contro attese per un +0,5%. A livello annuo, il dato core è cresciuto del 5,5%, dopo il +4,9% del mese precedente, il picco dal febbraio 1991; le attese erano per un +5,4%.

    Numeri che dunque danno concretezza alla stretta monetaria accelerata della Fed, quella di cui ha parlato il governatore Powell in occasione dell’inaugurazione del suo secondo mandato. Il banchiere centrale ha sancito la fine del periodo degli stimoli eccezionali e anzi ha ribadito che Washington utilizzerà tutti gli strumenti necessari per far fronte a questa fiammata dei prezzi che ormai ha ben poco di temporaneo e rischia anzi di risultare un freno agli obiettivi di massima occupazione della prima economia al mondo. Ormai i mercati si aspettano rialzi multipli dei tassi nel corso del 2022 e, a partire dalla primavera-estate, una diminuzione del bilancio Fed, gonfiato da anni di acquisti di titoli.

    Il mercato ha inizialmente reagito male alle parole di Powell, ma poi è scattata la fiducia nella capacità della Fed di guidare questo cambiamento epocale per il mondo della finanza. Ieri sera Wall Street ha chiuso in progressione e anche oggi la partenza è positiva: nelle prime battute, il Dow Jones sale dello 0,4% e il Nasdaq aggiunge l’1,1%. Anche le Borse europee si muovono in terreno positivo. Londra avanza dello 0,76%, Francoforte dello 0,39%, Parigi guadagna lo 0,5%. Anche Milano è in nero e segna +0,3%. Steve Sosnick, chief strategist di Interactive Brokers, commentando con Bloomberg ha fatto un elogio di Powell: “Da una parte ha puntato giustamente il dito sul fatto di tagliare il bilancio e contrastare l’inflazione, ma è stato molto attento a bilanciare” questi aspetti “con un tono generale che in fin dei conti sembrava dire: ‘Si, sono attento alla reazione che avrà il mercato su tutti i nostri piani'”. Oggi, nella serata italiana, è anche prevista la diffusione del Beige book della Fed che potrebbe contenere altri elementi sul tema.

    Già in mattinata si era registrato lo scatto delle borse asiatiche, dopo la rimonta di Wall Street: l’indice Nikkei 225 della borsa di Tokyo ha chiuso la sessione con un rally dell’1,92% a 28.765,66 punti. Molto bene Hong Kong, con uno scatto dell’Hang Seng del +2,79% e Shanghai +0,84%. Da segnalare, in Cina, la frenata dei prezzi al consumo che hanno segnato a dicembre un incremento su base annua dell’1,5%, un livello inferiore rispetto al +1,8% atteso dal consensus. A novembre il rialzo era stato del 2,3%. Su base mensile, l’inflazione ha segnato un calo dello 0,3%, principalmente a causa della flessione del prezzo dei beni alimentari (-1,2% da +1,6% di novembre). Per quanto riguarda invece i prezzi alla produzione l’indice calcolato dall’ufficio nazionale di statistica cinese ha registrato un rialzo del 10,3% su base annua (+12,9% a novembre). Su base mensile, i prezzi alla produzione hanno segnato invece un calo dell’1,2 per cento. Nell’Eurozona, a novembre la produzione industriale è cresciuta del 2,3% (e del 2,5% nell’Ue), rispetto a ottobre 2021, secondo le stime di Eurostat, l’istituto statistico dell’Unione europea. Nell’ottobre 2021 la produzione industriale era diminuita dell’1,3% nell’area euro e dello 0,8% nell’Ue.

    Sul mercato valutario, il dollaro perde quota dopo i dati sui prezzi: l’euro è in rimonta a 1,1407 guadagnando lo 0,40%. Aveva aperto a 1,13 dollari. In forte ascesa anche la sterlina che passa di mano a 1,3679 sul biglietto verde. La divisa americana cede il passo anche nei confronti dello yen, a 115,09.

    Tra le materie prime, infine, i prezzi del petrolio si confermano in rialzo anche nel pomeriggio a New York dove le quotazioni salgono dello 0,76% a 81,84 dollari al barile. LEGGI TUTTO

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    Virus, prezzi, materie prime: i rischi alla crescita che minacciano il Pil del 2022

    ROMA – L’economia globale frena, dice la Banca Mondiale. Il Covid spinge a un “pronunciato rallentamento” che significa previsioni di Pil tagliate a +4,1% per quest’anno e a +3,2% il prossimo, dopo il +5,5% di quello passato. Non tira una bella aria. E non solo per il Covid. Sono i “rischi alla crescita” citati da Draghi in conferenza stampa: geopolitica, inflazione, materie prime. Impatteranno anche sull’Italia: “La crescita potrebbe essere del 4-4,5%”. Solo pochi mesi fa il governo prevedeva +4,7% (nella Nadef), Goldman Sachs ora scommette su +4,4%. Nello scenario peggiore lo stesso governo ipotizzava un Pil basso, verso il +2,4%. Vediamo nei dettagli cosa può succedere. 

    Inflazione

    Il primo nemico sono i prezzi in deciso rialzo a dicembre (+3,9%), al top dal 2008. A trainare l’impennata è il costo dell’energia elettrica e del gas (+40%). Ma gli effetti sono ormai tangibili anche sul carrello della spesa, oltre che nelle bollette. Il governo ha già stanziato oltre 9 miliardi per tamponare i rincari sulle famiglie: 5,5 miliardi sul 2021 e 3,8 miliardi per il primo trimestre del 2022. “Valuteremo se intervenire ancora”, dice Draghi. Le imprese lo chiedono: molte non hanno riaperto dopo la pausa festiva o lavorano di notte per risparmiare qualcosa. “Il costo dell’energia per le imprese nel 2019 è stato di 8 miliardi, nel 2021 di 20 miliardi e la previsione per il 2022 è di 37 miliardi”, si allarma Confindustria. Nella zona Ocse l’inflazione a novembre ha toccato il massimo da 25 anni: +5,8%. Questo significa meno potere d’acquisto, salari più poveri, crollo dei consumi, meno lavoro.

    Materie prime e geopolitica

    Il blocco negli approvvigionamenti, registrato nel 2021, era figlio dell’esuberante ripartenza globale dopo la pesante recessione scatenata dal Covid e dai lockdown nel 2020: chip introvabili, container bloccati nei porti, intasamento nelle catene globali del valore. Una domanda troppo vivace a cui l’offerta faticava ad allinearsi con ritardi che a catena hanno impattato sulle produzioni: dagli smartphone alle auto, dai componenti per l’edilizia all’acciaio e al legno. Ora però si rischia una frenata di segno opposto, sia dal lato della domanda che dell’offerta, se il mondo fosse messo in ginocchio di nuovo dalla pandemia e dalle tensioni geopolitiche (Kazakistan, Ucraina, Iran, Russia, Cina). Il combinato disposto con l’inflazione crea una bomba che presto si riverserà sui consumi, contraendoli. Proprio ora che, almeno in Italia, alcuni settori – manifattura in primis – erano tornati a respirare.

    Conti pubblici

    Ma cosa succede all’Italia se il mondo frena? Lo leggiamo nella Nadef – la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanze – pubblicata dal governo alla fine dello scorso settembre. Lì si analizzano diversi scenari, a partire da quello scoppiettante che dopo un -9% di Pil nel 2020 e un rimbalzo del +6% nel 2021, vedeva la crescita non fermarsi e proseguire anche quest’anno a un ritmo più contenuto, ma stellare per l’Italia ormai da decenni ferma allo zero virgola: +4,7% (e poi +2,8% nel 2023 e 1,9% nel 2024). “Prevediamo di tornare al pre-Covid entro il secondo trimestre del 2022, ma vi sono rischi: una ripresa della pandemia porterebbe a un rallentamento della crescita”, avvertiva il ministro dell’Economia Daniele Franco. Nelle pagine della Nadef si valutano cinque scenari di rischio che possono alterare il quadro. Tre su cinque sembrano all’orizzonte e valgono 2,3 punti di Pil in meno sul 2022: questo significa che anziché chiudere a +4,7% potremmo avanzare solo al +2,4%. Ecco i tre scenari verosimili: nuove misure di contenimento in Italia per via di una parziale efficacia dei vaccini su varianti del Covid-19 (-1,4), frenata del commercio mondiale per le nuove varianti (-0,4) e prezzo del greggio a 86 dollari per tutto il 2022 (-0,5, ora siamo a 84 dollari).

    Un Pil più basso inguaierebbe l’Italia specie sul fronte del debito già al 160% del Pil che tornerebbe a salire anziché gradualmente discendere proprio nell’anno in cui l’Europa ridiscute il patto di stabilità. LEGGI TUTTO

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    Gas, con stoccaggi e Tap l'Italia sta esportando in Europa

    ROMA – Italia protagonista del mercato del gas in Europa: da due settimane è diventata esportatrice di materia prima verso i paesi confinanti di materia prima. A partire dai giorni tra Natale e Capodanno, gli operatori stanno vendendo più o meno ininterrottamente partite di gas naturale sia in direzione della Svizzera (e da qui verso Germania e Olanda), sia in direzione della Francia.

    Cosa è accaduto, visto che solitamente l’Italia è importatrice di gas, dal momento che la produzione nazionale non soddisfa più del 3-4% del fabbisogno? Detto molto semplicemente, dopo Natale il prezzo sul mercato nel nostro Paese è stato più basso rispetto ai prezzi nel resto d’Europa. Questo grazie a fatto che gli stoccaggi, i deposito del gas, sono stati ancora poco utilizzati non avendo fatto particolarmente freddi e grazie all’entrata in esercizio nel corso del 2021 del Tap, il gasdotto che porta in Italia fino a 8 miliardi di metri cubo in più all’anno dal lontano Azerbaijan.

    Il Tap è operativo in Italia: è giunto il primo gas zero

    di

    Giuliano Foschini

    23 Novembre 2020

    In particolare, i prezzi che si sono formati in quei giorni in Italia sono stati più convenienti sia nei confronti del punto di scambio olandese (mercato di riferimento a livello continentale, paragonabile al Brent a Londra), sia in quello “virtuale” austriaco. La differenza sta nel fatto che in Olanda ci si scambia “fisicamente” la materia prima, mentre in Austria gli scambi vengono tra operatori che regolano tra di loro i flussi in entrata e in uscita.

    In buona sostanza, il gas è partito alla volta dell’Olanda attraverso il gasdotto che passa il confine con la Svizzera al passo di Greis e da qui verso la Francia e la Germania (e da qui fino in Olanda): in questo caso, dal 25 dicembre al 2 gennaio ci sono stati solo flussi in uscita. Sull’altra fronte, il gas arriva al punto di scambio al confine austriaco al Tarvisio, dove arriva solitamente il gas proveniente dalla Russia, mentre al confine svizzero passa quello proveniente dal Mare del Nord o dalle navi gasiere che approdano nel nord Europa.

    Questo non significa che l’Italia non importi pù gas, visto che per oltre il 95% del suo fabbisogno dipenda da fornitori esteri. tanto è vero che al Tarvisio è continauno a entrare gas dall’estero. Ma qui siamo di fronte a uno degli esempi più evidenti di come l’Italia possa anche svolgere un ruolo di hub del gas del Mediterraneo.

    Crisi dell’energia, ecco perché durerà almeno altri 6 mesi

    di

    Luca Pagni

    Paolo Mastrolilli

    Claudio Tito

    03 Dicembre 2021

    Ma quali sono le ragioni per cui il prezzo in Italia è diventato più conveniente? Ci sono motivi tecnici, ma soprattutto commerciali e geopolitici. Intanto va detto che non sarebbe stato possibile esportare gas senza gli interventi sulla rete nazionale gestita dal gruppo Snam (società controllata dal Tesoro attraverso Cassa Depositi Prestiti): l’infrastruttura è stata “modificata” per consentire non solo i flussi dall’estero, ma anche il movimento contrario.

    Inoltre, l’Italia può vantare una rete di stoccaggi (per lo più giacimenti esausti di gas che sono stati riadattati a depositi per la materia prima) che negli ultimi anni è stata migliorata e che funziona da riserve sia in caso di emergenza, ma anche agli operatori per rifornirsi per tempo (solitamente nella stagione estiva) quando i prezzi sono più bassi. In questo caso, è stata fondamentale il fatto che gli italiani pagano un bolletta una piccola quota – regolata dall’Arera, l’Authority per l’energia – destinata a remunerare gli investimenti per mantenere efficiente sia la rete sia gli stoccaggi.

    Gas, l’allarme delle imprese “Sul caro energia intervenga il Governo o non riapriremo”

    di

    Luca Pagni

    27 Dicembre 2021

    Infine, sulla formazione dei prezzi ha inciso l’entrata in servizio a tutti gli effetti del gasdotto Tap. Si tratta del “tubo” che collega la costa del Salento all’Albania e da qui attraverso Grecia e Turchia porta in Europa il gas estratto in Azerbaijan: fino a 8 miliardi di metri cubi all’anno che hanno aumentato l’offerta, oltre che differenziato le fondi di approvvigionamento. In entrambi i casi, due leve che – secondo gli esperti – hanno contribuito ad abbassare di circa il 10 per cento il prezzo del gas su mercato italiano, allineandolo ai prezzi europei.

    Anzi, grazie al fatto che gli stoccaggi italiani hanno un livello di riempimento tra i più elevati d’Europa e il fatto che ancora non ha fatto particolarmente freddo, ha consentito di dirottare una parte di gas verso l’estero dove al momento i prezzi sono più elevati. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 11 gennaio. Mercati in rialzo, attesa per Powell in Senato

    MILANO – Prevale la cautela sui mercati alla vigilia dell’atteso dato sull’inflazione Usa, diffuso domani, che potrebbe offrire sapunti importanti agli investitori sulla possibile accelerazione della Fed nella tabella di marcia perr il rialzo dei tassi, come suggerito dalle minute dell’ultima riunione del comitato di politica monetaria. Indicazioni in questo senso arriveranno dall’audizione del presidente […] LEGGI TUTTO

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    Carige, l’esclusiva va a Bper, dimezzata la dote richiesta e l’Agricole esce di scena

    MILANO – Alla fine l’ha spuntata Bper. Dopo un processo di valutazione «comparativa» e di interlocuzioni con «un numero considerevole di soggetti potenzialmente interessati», il Fondo interbancario di garanzia dei depositi ha deciso di dare alla banca modenese un periodo di esclusiva di un mese, per arrivare «nel più breve tempo possibile» e comunque entro il 15 febbraio alla presentazione di un’offerta vincolante su Carige. In quest’arco di tempo Bper effettuerà una due diligence sulla banca, assistita dai suoi advisor Rothschild e Mediobanca, per arrivare a formalizzare la proposta definitiva.

    Per avere la meglio sulla concorrenza (alla fine pare che il Crédit Agricole si sia sfilato, dopo il rilancio di Bper, mentre dovrebbe esserci Cerberus) la banca modenese guidata da Piero Montani ha messo sul tavolo una proposta che chiede al Fondo, titolare dell’80% della banca, una dote finanziaria pari a 530 milioni. Quasi la metà della prima richiesta (un miliardo), a fronte del pagamento di un euro simbolico. La differenza di prezzo viene spiegata dalla banca alla luce di due elementi: la certezza di poter utilizzare subito le Dta (le imposte differite), condizione che un mese fa era prevista nella bozza di Bilancio ma non ancora legge, nonché alcuni miglioramenti nei conti Carige, come minori oneri di ristrutturazione e la chiusura di alcuni contratti commerciali.

    Comunque lo sconto, ha tenuto a sottolineare la banca che vede Unipol azionista al 20%, non cambia le pre-condizioni messe sul tavolo fin dal primo momento: «neutralità patrimoniale, miglioramento dell’asset quality e significativo accrescimento della redditività» di Bper fin dal 2023. Tra l’altro, la riduzione della dote chiesta si traduce in un minor esporso anche per Bper, in quanto aderente al Fondo interbancario.

    Non è cambiato, invece, il prezzo offerto nell’opa successiva, rivolta al mercato: 0,8 euro per azione, cioè quanto era stato proposto il 14 dicembre scorso. All’epoca però il prezzo rappresentava un premio del 29% mentre adesso a Piazza Affari il titolo vale di più, 0,894 euro. Bisognerà vedere come la prenderà la Borsa; di sicuro è contenta Cassa centrale banca, azionista all’8,3% di Carige: la prima versione dell’offerta a un euro comprendeva anche la loro quota.

    Per il Fondo, se si arriverà alla firma della cessione, si chiude così una vicenda cominciata nel 2019, quando entrò con l’80% nel capitale della banca (in quel momento commissariata) sottoscrivendo per la sua quota un aumento di capitale da circa 700 milioni, insieme alla Cassa centrale banca (la holding del Nord Est delle Bcc) che a sua volta prese l’8,3% di Carige pagando 65 di milioni e prendendo un’opzione su una quota futura a un prezzo rivelatosi poi stellare. Quotazioni tra l’altro pre-Covid, tanto che lo stesso Fondo ha più volte svalutato la sua quota, fino ad arrivare a un valore di libro di 103 milioni.  LEGGI TUTTO

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    Lavoro, gli occupati tornano sopra quota 23 milioni per la prima volta dalla pandemia

    MILANO – Occupati in crescita, disoccupati e inattivi (quelli che non hanno lavoro e neppure lo cercano) in calo. Ci sono segnali di recupero del mercato del lavoro nei dati Istat di novembre 2021, sebbene la ferita aperta dalla crisi del Covid non si possa dire del tutto rimarginata. C’è però il superamento di un ‘grande numero’ che dà il titolo al rapporto dell’Istat: gli occupati a novembre tornano sopra quota 23 milioni, per la prima volta dall’inizio della pandemia. Secondo la ricognizione dell’Istituto, infatti, nel mese si è raggiunta quota 23.059.000 occupati. A febbraio 2020, quando il coronavirus stava ancora emergendo in Italia, gli occupati risultavano 23.174.000. LEGGI TUTTO

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    Carige, la partita entra nel vivo: la nuova proposta Bper all'esame del socio forte

    MILANO – L’ora X è fissata per le 15.30 di oggi. Quando, da giorni, è convocata la riunione del Comitato di gestione del Fondo interbancario di garanzia. Cioè dell’azionista all’80% di Carige. Per quella riunione, aveva annunciato a suo tempo il Fondo (su sollecitazione Consob) “sarà verosimilmente completata l’attività istruttoria” sulle offerte presentate. Magari anche attribuita un’esclusiva (anche se questo il Fondo non l’ha detto).

    Carige, dopo tre tentativi andati a vuoto ecco perchè ora l’accordo è possibile

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    Massimo Minella

    09 Gennaio 2022

    Però per la banca della Lanterna nel frattempo è intervenuta una grande novità: Bper, evidentemente temendo di essere tagliata fuori, ha riunito di tutta fretta il consiglio di amministrazione – di sabato pomeriggio – rivedendo la sua offerta. Per il Fondo, quindi, c’è un nuovo testo da prendere in considerazione, per cui non si può escludere che si prenda un altro po’ di tempo per analizzare il dossier. Altro elemento da considerare, come (e se) si muoverà ancora il Credit Agricole, alla luce del nuovo quadro: sceglierà a sua volta di rilanciare?

    Carige, il Fondo interbancario dice no alla richiesta di Bper: “Ricapitalizzazione eccessiva”

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    Massimo Minella

    Vittoria Puledda

    16 Dicembre 2021

    Ma in realtà in questa partita dai colori sempre più accesi si conoscono ben pochi elementi. Le scarne certezze riguardano un processo di vendita – di Carige – cominciato mesi fa e restato nel limbo fino a quando non si è conclusa (per ora con uno stop alla cessione) la partita Mps. Troppi interessi convergenti, troppo protagonisti impegnati a vedere come si risolveva la scena principale per dedicarsi a una banca “laterale” come Carige, era il commento più diffuso all’espoca.

    E in effetti, subito dopo lo sblocco di Mps, con il grande rifiuto di Unicredit a concludere l’operazione, il dossier Carige si è immediatamente rinvigorito. Fino a quando, il 16 dicembre scorso, non è uscita allo scoperto Bper; in verità, l’unica ad averlo fatto.

    La prima proposta è nota: un euro simbolico per l’88,3% (inclusa quindi la quota della Cassa centrale banca, altro soggetto che finora non si è pronunciato e che nello schema attuale dovrebbe cedere la sua quota in cambio di niente) a fronte di una ricapitalizzazione da un miliardo. Troppo, gli era stato risposto. Ma nel frattempo si sono intensificati i rumors di un’altra offerta (due, contando anche il fondo Cerberus, che tuttavia dovrebbe restare sullo sfondo) da parte del Credit Agricole. Il quale, ufficialmente, continua a dire “no comment”, anche se nessuno ci crede.

    Secondo le ricostruzioni – non si sa quanto accurate – la banca francese avrebbe chiesto una ricapitalizzazione compresa tra i 600 e i 700 milioni: il Credit Agricole non conferma nemmeno l’offerta, figuriamoci l’importo; il Fondo si è limitato a dire che le cifre girate contengono imprecisioni (non specificando quali e men che meno rettificandole) e a sua volta non ha fatto nomi. Insomma, sul terreno allo scoperto c’è solo Bper. Che ha rivisto l’offerta, migliorandola dal lato del ricevente, ma stavolta non ha dato dettagli. Quello che trapela è che avrebbe scontato l’effetto delle Dta (le poste fiscali differite, che diventano fino a giugno prossimo denaro contante per la banca incorporante, se è in buona salute) e forse avrebbe fatto anche qualche altro passo avanti.

    Insomma, la nuova offerta di Bper potrebbe a sua volta aggirarsi intorno ai 650 milioni, ma in mancanza di un dato ufficiale i conti sono più che aleatori. Di sicuro se dovesse andare in porto la sua proposta, dovrebbe rivedere il prezzo d’opa sul 12% del flottante: la cifra di 0,8 euro per azione a questo punto è superata dai valori di Borsa (segui il titolo in diretta). Ma non è certo questa la voce dirimente: l’importo iniziale stimato era intorno ai 70 milioni.

    Ben più corposto sarà, comunque, l’impegno per il Fondo di garanzia dei depositi. Quindi, in ultima analisi, per il sistema delle banche italiane. Una posizione difficile, per certi aspetti, per il compratore (che ha davanti un consorzio, non un unico proprietario che parli con una voce univoca e decida in solitudine) e per lo stesso venditore. E’ infatti intuitivo che le banche non hanno tutte la stessa forza patrimoniale e, soprattutto, gli stessi obiettivi: dover mettere mano al portafoglio, per poi consegnare la banca a un competitor non è probabilmente una scelta che rende felici. LEGGI TUTTO