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    Ryanair, EasyJet e Volotea: oggi lo sciopero del personale. Per la low-cost irlandese è “inutile”

    MILANO – E’ il giorno dello sciopero di 24 ore per i lavoratori di Ryanair, ma anche EasyJet e Volotea. Per la compagnia low-cost irlandese lo sciopero italiano si inserisce in una iniziativa di protesta che riguarda anche i piloti e gli assistenti di volo basati in Spagna (24, 25, 26, 30 giugno, 1 e 2 luglio), Portogallo (24, 25 e 26 giugno), Francia (25 e 26 giugno) e Belgio (24, 25 e 26 giugno). L’Enac riporta la lista dei voli garantiti dalle compagnie. E ricorda che durante gli scioperi vi sono le fasce orarie di tutela, dalle ore 7 alle 10 e dalle ore 18 alle 21, nelle quali i voli devono essere comunque effettuati.

    CAOS AEROPORTI. Ritardi, cancellazioni, bagagli smarriti: i diritti dei passeggeri

    Lo sciopero “inutile” per Ryanair

    Per la compagnia irlandese, l’agitazione è caratterizzata da un duro braccio di ferro con i sindacati, con un atteggiamento ai limiti dello sprezzante che non passa inosservate alla rete. Oggetto della polemica, quella definizione di “inutile sciopero” che si legge nei messaggi della compagnia inviati ai passeggeri rimasti coinvolti nella cancellazione del volo. Chiaro posizionamento rispetto all’agitazione dei lavoratori, che non passa inosservata a Giuliano Granato, che la rilancia su Twitter raccogliendo molte reazioni a supporto del diritto allo sciopero.

    Ancora venerdì 24 giugno la compagnia rimarcava in una nota che lo sciopero (già iniziato in quella giornata in alcuni Paesi) “ha causato disservizi minimi”. Gli stessi che prevede durante il fine settimana “a causa di queste astensioni molto limitate e scarsamente supportate”. Anche il country manager italiano aveva minimizzato la portata della protesta e il ruolo dei sindacati coinvolti, Filt Cgil e Uiltrasporti.

    Non è migliore il clima in Spagna, altro Paese coinvolto dall’agitazione del personale di volo della low-cost. Lì il governo ha imposto alla compagnia di operare il 73%-82% dei voli per mantenere i servizi minimi: il ministero dei Trasporti ha sostenuto la necessità di trovare un equilibrio tra il diritto di sciopero e l’interesse dei viaggiatori. Ma i sindacati sostengono che Ryanair sia andata oltre quanto richiesto, costringendo il personale a mantenere il 100% dei voli. I sindacati hanno dichiarato allora che porteranno Ryanair in tribunale e hanno indetto un altro sciopero dal 30 giugno al 2 luglio.

    Voli, a giugno è già record di cancellazioni. Code all’imbarco e bagagli smarriti, incubo per i vacanzieri

    di

    Aldo Fontanarosa

    25 Giugno 2022

    Alla vigilia dello sciopero italiano, il segretario nazionale della Filt Cgil, Fabrizio Cuscito, ha ricordato le richieste: “Un confronto su problematiche lavorative quotidiane e condizioni salariali di piloti e assistenti di volo”, sottolineando che “se la compagnia continuerà a non voler avviare un confronto costruttivo con le organizzazioni sindacali realmente rappresentative dei lavoratori, saremo costretti a proseguire la nostra mobilitazione per tutto il periodo estivo”. “E’ inaccettabile – sostiene il dirigente nazionale della Filt Cgil – che Ryanair non applichi contratti di lavoro in linea con i minimi salariali previsti dal ccnl di settore, violando quanto previsto dalla normativa italiana per il trasporto aereo. Così come sono inaccettabili bassi salari e condizioni di lavoro penalizzanti che Ryanair aveva imposto a lavoratori e lavoratrici a causa della crisi del settore durante la pandemia. Contestiamo alla compagnia anche la mancata concessione di giornate di congedo obbligatorio ed il fatto di non mettere a disposizione acqua e cibo per gli equipaggi, spesso impossibilitati a scendere dall’aereo, anche per molte ore consecutive”.

    Lo sciopero Uiltrasporti in EasyJet e Volotea

    Come detto, lo sciopero di oggi 25 giugno riguarda anche altre compagnie: “Le lavoratrici e i lavoratori delle compagnie aeree di easyJet e Volotea incroceranno nuovamente le braccia”, ha annunciato la Uiltrasporti spiegando: “Dopo la prima azione di sciopero svoltasi l’8 giugno scorso, che ha coinvolto numerosissimi operatori, si è resa necessaria una nuova azione di protesta visto il perdurare delle inaccettabili condizioni in cui piloti e assistenti di volo sono costretti a lavorare”.

    Clima teso sugli aeroporti

    L’agitazione, che segue quella dell’8 giugno scorso, arriva in un momento molto difficile per il traffico aereo. I viaggi sono ripartiti a ritmo molto sostenuto in vista della stagione estiva, ma ci sono carenze di personale dagli aeroporti alle compagnie aeree che generano disagi diffusi. LEGGI TUTTO

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    Superbonus e frodi, stretta del Fisco su banche e Poste: chiamate a restituire i crediti se li hanno acquistati con “leggerezza”

    Banche e Poste nel mirino delle Entrate nella lotta alle frodi sul Superbonus. Potranno essere direttamente chiamate in causa se si dovesse dimostrare che nell’acquisto dei crediti non hanno adottato la necessaria diligenza per verificare la correttezza della pratica. L’Agenzia delle entrate in una lunga circolare, la n. 23 del 24 giugno che fa il punto sull’agevolazione, ricorda gli obblighi previsti per i soggetti del mercato finanziario, a partire dalla legge antiriciclaggio, che impone verifiche e segnalazioni. Chi non ha rispettato queste norme potrà essere chiamato a risponderne.

    Esperto Superbonus, tutte le domande e risposte

    Beneficiari e fornitori

    In caso di frodi in materia di Superbonus e per gli altri bonus per i quali è possibile l’opzione per la cessione del cerdito, le norme di legge impongono il recupero delle somme non spettanti nei confronti del soggetto che non aveva i presupposti per avere la detrazione, e quindi ha usufruito di crediti inesistenti. Invece i fornitori e i soggetti cessionari in linea di principio rispondono solo per l’eventuale utilizzo del credito d’imposta in modo irregolare o in misura maggiore rispetto al credito d’imposta ricevuto. Le cose cambiano, però, ricorda la circolare, se nelle indagini sulle carte risulta che i cessionari hanno peccato per così dire di leggerezza, ossia non hanno effettuato le verifiche sia sulla documentazione sa sui soggetti che cedevano i crediti con la dovuta diligenza.  

    Cessionari e diligenza

    Il livello di diligenza richiesto, sottolinea ancora la circolare, dipende dalla natura del cessionario “soprattutto con riferimento agli intermediari finanziari o ai soggetti sottoposti a normative regolamentari per i quali è richiesta l’osservanza di una qualificata ed elevata diligenza professionale”. Quindi è sempre escluso che questi soggetti possano avere agito con diligenza se i casi di frodi potevano essere scoperti a monte applicando una griglia di controlli dovuta in base alle disposizioni che regolamentano il settore, compresa la normativa antiriciclaggio che impone verifiche e controlli sui vari partecipanti alle operazioni, quando queste sono di importo significativo, o comunque difforme dalle operazioni generalmente effettuate dagli stessi soggetti.

    I campanelli d’allarme

    Punto per punto l’Agenzia ha sottolineato i casi nei quali, applicando la dovuta dilgenza, devono sempre scattare campanelli d’allarme e far partire controlli approfonditi da parte dell’istituto finanziario. Si tratta di: assenza di documentazione o palese contraddittorietà; redditi del committente troppo bassi in riferimento e tipologia dei lavori dichiarati come eseguiti; sproporzione tra l’ammontare dei crediti ceduti ed il valore dell’unità immobiliare; incoerenza tra il valore del credito ceduto e il profilo finanziario e patrimoniale del soggetto cedente il credito diverso dal beneficiario della detrazione; anomalie nelle condizioni economiche applicate in sede di cessione dei crediti; mancata effettuazione dei lavori. La mancanza delle verifiche, dunque, è un segno di mancata diligenza e quindi di possibile corresponsabilità. 

    L’Abi invita le banche alla massima diligenza

    Un allarme subito accolto dall’Associazione bancaria. In una nota, infatti, l’Abi ribadisce la necessità di applicare “una qualificata ed elevata diligenza professionale” per evitare di essere considerati responsabili in solido degli illeciti ai danni del fisco, e invita ad effettuare i massimi controlli. “La verifica circa la responsabilità in solido del singolo cessionario (acquirente) deve essere condotta, caso per caso, valutando il grado di diligenza effettivamente esercitato che, nel caso delle banche, deve essere particolarmente elevato e qualificato”.

    Gianfranco Torriero, vice direttore generale dell’Abi, sottolinea che “di fatto l’Agenzia delle Entrate conferma quanto fossero opportune le prassi delle banche di richiedere ‘molti documenti’ prima di incassare i crediti, che a lungo sono state criticate”. Alla luce delle linee guida “è chiaro che servono presidi procedurali molto rigorosi, una ‘diligenza’ – dice l’Agenzia – che nel caso degli istituti di credito diventa ‘rafforzata”. Ovviamente”, aggiunge Torriero, “il rigore non si concilia con le semplificazioni, ma è fondamentale nella gestione delle risorse pubbliche”. Quanto al fatto che il mercato sia ancora bloccato, Torriero risponde: “La circolare testimonia che serve un quadro normativo più stabile possibile. E bisogna considerare che il decreto 50 Aiuti è ancora in via di conversione, con proposte di modifica sul tavolo. Una volta chiarito anche quegli aspetti, toccherà alle banche decidere in base alle capienze fiscali di ciascuna”. LEGGI TUTTO

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    Tassi dei mutui in volo: al 3% i fissi, oltre l'1% i variabili. E gli “under 36” rischiano l'esclusione dal mercato

    MILANO – Mutui bassi, addio. La rata del tasso fisso a lungo termine, per chi ancora riesce a strapparla, ha già sforato il 3%. Colpa delle tensioni finanziarie di giugno nell’area euro, che stanno raddoppiando i tassi immobiliari rispetto a solo due mesi fa, e rischiano di espellere dal mercato dei prestiti immobiliari i più giovani e precari, che un anno fa il governo Draghi provò a favorire con le agevolazioni sui mutui under 36.

    L’impennata dell’Eurirs e delle offerte delle banche

    I numeri sono sotto la luce del sole e spietati. Il mutuo casa è un prodotto finanziario che la banca eroga basandosi su tre elementi di costo. Il primo è il tasso Eurirs, che in Europa guida i prestiti immobiliari e in vista dei due rialzi dei tassi ufficiali di luglio e settembre della Bce è andato in tensione come gli spread sovrani, salendo – sulla scadenza 20 anni – dall’1,95% del 5 maggio al 2,34% ieri. E’ la fine di un’epoca, per un tasso che negli ultimi tre anni, e fino a tre mesi fa, è stato sempre schiacciato sotto l’1%, con lunghi periodi al disotto dello 0,5%. A questo indicatore del costo del denaro le banche aggiungono il loro spread, che ripaga i costi interni e il loro margine; e la terza voce riguarda le spese di istruttorie e accessorie. Su queste premesse, Repubblica ha chiesto un preventivo al sito Mutuionline.it per una prima casa a Milano, compratore 40 enne assunto a tempo indeterminato, valore dell’immobile 300 mila euro da coprire per l’80% con mutuo a 25 anni.

    Mutui, i tassi fissi vedono il 2%. Allarme giovani: “Finanziamenti agevolati a rischio”

    di

    Raffaele Ricciardi

    13 Aprile 2022

    Per la tipologia a tasso fisso, che riguarda l’81% delle erogazioni dell’anno scorso e gran parte dell’ultima fase, solo nei due casi di Webank.it (2,76%) e Bnl (2,78%) il tasso “Taeg” complessivo si è fermato sotto il 3%. Poi ci sono le offerte di Ing (3%), Banca Widiba (3,04%), Bper (3,07%), Intesa Sanpaolo (3,12%), Mps (3,31%), Banco Desio (3,35%), Banco Bpm (3,46%), Banca popolare pugliese (3,58%). Va chiarito che si tratta di offerte puramente teoriche: le tensioni sui mercati creditizi stanno rendendo gli intermediari sempre più riluttanti a fare mutui, specie a tassi fissi e sulle scadenze lunghe. Qualche addetto ai lavori menzionano vari istituti che non concedono più mutui a tassi fissi a certi soggetti, e per scadenze superiori ai 10 anni. Non sorprende, date le generali aspettative per un ulteriore rialzo dei tassi della Bce, e reali. “Quando una banca presta a 10 anni al 2,5% fisso, deve coprire quel rischio comprando un titolo di uguale scadenza che renda oltre il 4%: cosa difficile da trovare, e l’incertezza sui tassi futuri non aiuta”, spiega un operatore.

    In questo scenario il mercato immobiliare sta dunque virando verso scadenze più brevi, e tassi variabili. Nel caso del preventivo sopra citato, un tasso variabile a 25 anni sullo stesso immobile milanese sta invece sfondando la soglia dell’1%: solo tre banche chiedono meno di Taeg, e sono Ing (0,86%), Crédit Agricole (0,90%) e Intesa Sanpaolo (0,99%). Ma il tasso variabile, si sa, gonfia la rata quando i tassi salgono: e sono decine o perfino centinaia di euro in più da pagare al mese. Pochi mutuatari possono permettersi tanta flessibilità.

    Sui mutui torna il tasso variabile ma il fisso resta la prima scelta

    di

    Vittoria Puledda e Raffaele ricciardi

    30 Maggio 2022

    I giovani rischiano di uscire dal mercato immobiliare

    Chi rischia gli effetti peggiori sono i giovani italiani, che con meno disponibilità finanziaria e redditi più bassi vedono complicarsi sempre di più la disponibilità di mutui, salvo farseli garantire da genitori “capienti”. In Italia l’anno scorso di sono state circa 750 mila transazioni immobiliari, circa un terzo con mutui. E la quota “under 36” è stata un traino continuo per il settore dalla sua entrata in vigore. Nella nota del 10 giugno il Crif segnalava che nel mese di maggio i mutui dei giovani erano salite al 35,4% del totale, dal 34,9% complessivo di aprile, “sostenendo l’intero comparto”. Prima della legge che agevola i mutui green per chi ha meno di 36 anni e un Isee sotto i 40 mila euro questa nicchia contava solo per poco più del 20% del totale.

    “Fino a qualche mese fa i giovani potevano ancora fare un mutuo trentennale con tassi vicini all’1% e fissi – spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari -. Ma questa fase sembra oggi chiusa, e le banche nello scenario attuale faticano ad affidare questi soggetti, a meno che portino fideiussioni dei genitori. Il mercato immobiliare italiano, specie nelle città più grandi e costose, resta un mercato per facoltosi proprietari, che comprano case nuove usando in parte la loro liquidità e in parte contraendo mutui per convenienza fiscale o perché possono permettersi un rincaro dei tassi”. Le fiammate di inflazione e tassi, che non sono concluse, rispolverano anche i mutui con un tetto massimo alla rata o al tasso, diffusi 20 anni fa. “In un periodo di aumento dei tassi scegliere un mutuo diventa un’operazione più delicata – spiegano gli esperti di Facile.it -. Non esiste, in assoluto, una scelta giusta o sbagliata tra tasso fisso, variabile o soluzioni ibride, la decisione va presa in base alle specificità dell’aspirante mutuatario: propensione al rischio, posizione reddituale, durata del finanziamento, età”. Del resto, come ricorda ancora Breglia, “tutta la storia dell’Italia repubblicana è una storia di alta inflazione e alti tassi sui mutui, a parte una breve finestra negli anni ’50 e il periodo iniziato dopo il Whatever it takes del 2012”. Del resto nei primi anni ’90 i mutui casa costavano più del 20%, e a fine 2007 il tasso immobiliare medio era al 5,72%. Creditori e debitori devono ora riabituarsi a una normalità che i più giovani neanche immaginano. LEGGI TUTTO

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    Vertice Ue, salta il summit straordinario di luglio sul gas

    Il pressing del premier italiano, Mario Draghi, per mettere il gas e la questione energetica al centro di un vertice europeo straordinario da fissare a luglio non sembra andare a segno. Il presidente del Consiglio l’ha messa sul tavolo del vertice che ha avviato il percorso per portare l’Ucraina nell’Unione. Ha accolto il sostegno di […] LEGGI TUTTO

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    Corte dei Conti, richiamo sul Pnrr: “Persistono lentezze”. Bocciata la politica dei bonus

    Rischi sullo scenario economico, in primis dalla guerra. Una situazione di incertezza in cui il Pnrr gioca un ruolo fondamenale come salvagente, ma rischia di avere problemi di attuazione. Elementi critici sul fisco: sull’evasione “si deve fare di più”, mentre il sistema nel complesso ha elementi distorsivi come il fenomeno delle compensazioni e in particolare […] LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 24 giugno. Listini Ue positivi, tiene il recupero dei bond. Fed: banche Usa solide anche in caso di recessione

    MILANO – Si conferma un momento tutto sommato di calma sui mercati, per quanto sullo sfondo restino i numerosi elementi di tensione che caratterizzano questo periodo storico: il conflitto in Ucraina con le ricadute sui prezzi dell’energia, le strette delle banche centrali e il rischio di scivolare in recessione.

    Le Borse europee aprono in positivo, sulla scia dei rialzi dei listini asiatici e del buon andamento di ieri di Wall Street, dopo le parole del presidente della Fed Jerome Powell che ha promesso impegno massimo contro la crescita dell’inflazione. Parigi segna +0,77%, Milano guadagna lo 0,66%, Londra lo 0,5% e Francoforte lo 0,4%. Su Piazza Affari sprofonda ancora Saipem, dopo aver perso in una sola settimana oltre il 27 per cento: Consob ha dato il via libera al prospetto sull’aumento che potrà così partire lunedì prossimo ma ha voluto che fossero evidenziati i rischi, tra questi le caratteristiche di forte diluizione e la forte volatilità del prezzo delle azioni che potrebbe verificarsi durante l’operazione.

    Il settore tecnologico è stato al centro dell’andamento positivo: ieri Wall Street ha chiuso in rialzo una sessione molto volatile, con i buoni guadagni registrati tra i titoli difensivi che sono riusciti a controbilanciare i cali di finanziari, industriali e petroliferi. Oggi i future sul Dow Jones avanzano dello 0,21%, quelli sullo S&P 500 dello 0,25% mentre quelli sul Nasdaq guadagnano lo 0,39%. Tiene anche il recupero dei prezzi dei bond. Nell’ultima seduta di scambi lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi si posiziona a 198,2 punti. Il rendimento del Btp è del 3,39% e quello del Bund all’1,4 per cento.

    Dagli Usa arriva intanto una promozione per le banche americane, secondo gli stress test della Fed: “Continuano ad avere forti livelli di capitalizzazione, consentendo loro di continuare a fare prestiti alle famiglie e alle imprese durante una grave recessione”. Tutte le banche esaminate restano sopra i requisiti minimi di capitale, nonostante la proiezione di perdite totali per 612 miliardi di dollari. Il ‘common equity capital ratio’ aggregato, ossia l’indice di solidità delle banche, è proiettato verso un calo del 2,7% per scendere al 9,7%, che però è ancora più del doppio della soglia minima richiesta. Secondo i calcoli di Bloomberg, alla luce di questa pagella i maggiori istituti Usa potranno ora remunerare gli azionisti con dividendi e piani di buyback: gli analisti si attendono una pioggia su Wall Street da 80 miliardi di dollari.

    In Asia è la seconda seduta complessivamente positiva di fila. Ad aiutare le quotazioni, il fatto che la Banca centrale cinese ha aumentato l’iniezione di liquidità nel sistema bancario attraverso operazioni di mercato aperto, mentre la domanda di contanti per la fine del primo semestre dell’anno continua a salire. La People’s Bank of China (PBOC) ha iniettato 60 miliardi di yuan (8,96 miliardi di dollari) di reverse repo a sette giorni, dopo aver iniettato 10 miliardi di yuan ogni giorno negli ultimi 50 giorni. L’operazione punta a mantenere “stabile la liquidità di fine semestre”, ha detto la PBOC in un comunicato. Tokyo ha guadagnato l’1,23%, Shanghai lo 0,9% e Shenzhen l’1,18% e Hong Kong il 2 per cento. Qui in particolare l’indice del settore tecnologico è salito del 4%, guidato da Alibaba (+5,93%).

    Tra le materie prime, scivolano i prezzi del petrolio nei primi scambi asiatici. I futures del Brent sono in calo dello 0,29% a 109,74 dollari al barile mentre quelli sul WTI cedono lo 0,03% a 104, dollari al barile. Si preannuncia una seduta all’insegna della volatilità, a causa dei timori degli investitori di un brusco rallentamento della crescita. Negli Stati Uniti il presidente Joe Biden assieme al Segretario all’Energia Jennifer Granholm hanno tenuto una riunione d’emergenza con le maggiori compagnie petrolifere sulla questione dei prezzi senza arrivare a soluzioni concrete ma concordando soltanto di lavorare assieme. LEGGI TUTTO

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    L’intesa Roma-Parigi sull'energia. E Macron rilancia il Recovery di guerra

    BRUXELLES – C’è una frase che durante il Consiglio europeo è stata più volte ripetuta. “Nuovi strumenti”. Una formula usata prima dal presidente francese, Emmanuel Macron, e poi da diversi altri. Perché l’Eliseo non ha ancora rinunciato all’idea avanzata al Consiglio europeo del marzo scorso a Versailles. Quella di un nuovo “Recovery fund” che possa consentire all’Unione di affrontare le conseguenze della guerra.

    Niente di ufficiale, certo. Nessuna proposta formale. Ma un riferimento a quella possibilità fatta nei colloqui a margine del vertice. E che naturalmente ha trovato l’adesione di diversi Paesi, a cominciare dall’Italia e dalla Spagna.

    Del resto, già nei giorni scorsi l’inquilino dell’Eliseo aveva parlato, dopo i risultati non brillanti alle elezioni legislative, di “economia di guerra”. Il conflitto in Ucraina sta in effetti impattando sempre più sul Vecchio Continente. La convinzione degli stati membri del Nord Europa di proseguire “business as usual”, come se nulla fosse, inizia dunque a incrinarsi.

    L’intervento determinato quasi due anni fa dalla pandemia sta diventando quindi un modello in una fase bellica. Anche nella consapevolezza, come avvertono alla Nato, che il conflitto in Ucraina non finirà nel breve periodo e rischia di protrarsi anche nel 2023. Per di più molti istituti – dopo l’entusiasmo del 2021 e dei primi mesi del 2022 – iniziano a prevedere una crescita negativa – ossia recessione – già nel terzo e/o nel quarto trimestre di quest’anno. Gli strumenti tradizionali potrebbero dunque non bastare più.

    “Serve un passo avanti in più. L’Europa deve fare di più”, sono state le parole di Macron durante il pre-vertice di partito, Renew. Un invito rivolto in particolare ad accettare il progetto di “Comunità politica europea” per allargare i confini dell’Unione a chi ancora non può aderire “in toto” come l’Ucraina. Un progetto che assomiglia da vicino a quello della Confederazione europea lanciato nelle settimane scorse dal segretario del Pd, Enrico Letta.

    Ma la “Comunità” di cui parla il presidente francese di fatto apre la strada a soluzioni innovative anche dal punto di vista economico e finanziario. Già a marzo, ad esempio, l’idea aveva riscosso l’approvazione di molti membri dell’Ue tra cui l’Italia, la Spagna e la Grecia. Si trattava di un percorso condiviso. Ora ancor di più.

    Anche perché le probabilità che l’emergenza economica si sommi a quella energetica sono sempre più alte. E non è un caso che prima della riunione di ieri, Draghi e Macron abbiano avuto un colloquio bilaterale in una sala del Palazzo Justus Lipsius per concordare una linea comune da tenere nel corso del summit.

    Ormai a Bruxelles, infatti, si considera quasi scontato che da qui all’autunno la Russia interrompa del tutto il flusso di gas verso l’Ue. Una eventualità che non potrebbe essere gestita con gli strumenti ordinari. Il “RepowerEu”, varato un paio di mesi fa, viene ormai considerato insufficiente. Poche risorse e poco distribuibili tra tutti i Paesi.

    Ci sono allora questioni che non rientrano nel documento finale di questo summit europeo e che però diventeranno sempre più emergenti: Energia, Difesa, Infrastrutture. Non è un caso che il presidente del consiglio italiano abbia suggerito di convocare a luglio un consiglio europeo straordinario proprio sull’energia. Ormai questo è il fronte più critico con cui l’Unione deve fare i conti. E la richiesta italiana fa capire che si tratta di un fronte che reclama risposte immediate.

    Oggi i leader confermeranno nel documento finale l’esortazione verso la Commissione ad elaborare una proposta sul tetto al prezzo del gas “il prima possibile”. Questa formulazione è stata il risultato di un pressing costante dell’Italia. Che sta insistendo da settimane su questo provvedimento. Che proprio ieri ha ricevuto il via libera di Madrid, l’apertura silenziosa della Germania e persino la disponibilità alla discussione della “frugale” Olanda. Con ogni probabilità l’esecutivo europeo stenderà definitivamente e concretamente il testo sul “price cap” tra la prossima settimana e quella successiva.

    Su questo punto Draghi, Macron e la presidente della Commissione Von Der Leyen si sono visti in un altro incontro riservato proprio fissare i punti del “price cap”. L’intenzione è aspettare la conclusione del G7 che si terrà nel weekend in Germania. Quella, infatti, sarà la sede per coordinare con gli Usa e la Gran Bretagna una misura così decisiva per contenere la spesa sull’elettricità.

    Il tutto sarà preceduto oggi dalla discussione con la presidente della Bce, Christine Lagarde, sulle mosse della Banca centrale sui tassi di sconto. E soprattutto sullo “scudo” che ripari i Paesi più esposti dalla speculazione finanziaria sui titoli di Stato. Questa sarà la partita di “allenamento” che prepara quella “ufficiale”.

    Le proteste dei “falchi” rigoristi, che considerano indispensabile alzare il costo del denaro ed evitare reti di protezione, come è già accaduto all’eurogruppo della scorsa settimana, verranno replicate oggi davanti ai leader. Ma il tema dei “nuovi strumenti” sarà ineludibile. Nei prossimi mesi o, se tutto dovesse precipitare più velocemente, anche nelle prossime settimane. LEGGI TUTTO

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    Filiere corte, internazionalizzazione, innovazione: le carte dei distretti italiani nella nuova globalizzazione. Export da record a 133 miliardi, ma la Russia ne costa 3

    MILANO – Filiere corte e fornitori di prossimità; predisposizione all’internazionalizzazione; competitività certificata dai dati di commercio estero; campioni di filiera che si sono dimostrati resilienti anche durante la pandemia e capaci di crescere in redditività, fatturato, occupazione. Sono queste le carte vincenti dei distretti industriali italiani, passati come da tradizione sotto la lente del quattordicesimo Rapporto annuale che la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha dedicato a questo pezzo, assai caratteristico, del tessuto produttivo tricolore. Un tessuto sano, almeno fino ai mesi più recenti.

    Secondo il documento, presentato ieri a Milano dal presidente della banca, Gian Maria Gros-Pietro, con il chief economist, Gregorio De Felice, e il responsabile della ricerca Industry&Banking, Fabrizio Guelpa, il fatturato dei distretti industriali è rimbalzato del 25,2% nel corso del 2021, portandosi 4,3 punti percentuali sopra i livelli pre-Covid. Forte il contributo dell’export, che ha fissato il nuovo record storico sfiorando quota 133 miliardi. Solo il sistema della moda non ha ancora rimarginato la ferita aperta dalla crisi della pandemia. Per il resto, molti segni positivi. Che stavano proseguendo anche nel primo scorcio dell’anno, nonostante le tensioni già sensibili sui costi: il commercio esterno del primo trimestre viaggiava al +19,3%, spiegato solo in parte dall’aumento dei prezzi alla produzione.

    I punti di forza dei distretti italiani

    Poi l’invasione in Ucraina da parte della Russia ha chiuso un mercato che vale 3,2 miliardi di euro, il 4,2% del totale ma con punte del 10% in alcuni ambiti, come quello marchigiano; e l’evoluzione incerta dei prezzi delle commodity lascia aperti molti interrogativi, così come il generale rallentamento dell’economia globale e il mutato atteggiamento delle Banche centrali che con più (Fed) o meno (Bce) veemenza hanno accelerato la stretta monetaria. Ciononostante ci sono tali segnali di forza che De Felice pronostica sia comunque fattibile una ulteriore crescita, a livello di fatturato nominale, in “doppia cifra” nel corso dell’anno.

    La realtà distrettuale italiana si inquadra in un contesto di forte cambiamento geopolitico, avviato dalla pandemia con le sue strozzature alle catene di fornitura e ora ulteriormente modificato dalla crisi energetica e dalle tensioni politiche. In questo contesto, è emerso alla presentazione, i distretti tricolori hanno alcuni tratti che possono diventare un importante vantaggio competitivo. Primo su tutti, il forte radicamento territoriale della filiera: analizzando i dati sui bonifici delle imprese campione, emerge che in media i fornitori distano solo 116 chilometri contro i 140 del totale dell’industria italiana. E visto che le catene si stanno sempre più regionalizzando, questa è una forza. Non a caso, hanno sottolineato più volte Guelpa e De Felice, “i distretti sono la parte industriale italiana che ha performato meglio della media, nell’ambito di una produzione industriale che ci vede a livello nazionale performare meglio della Germania”. Fatto 100 il livello della produzione industriale nel 2015, l’Italia sta ora a 108 e la Germania a 98.

    Significativo anche che il numero medio di fornitori nei distretti sia superiore all’industria non distrettuale (29 contro 25) e che ci sia una buona capacità di innovazione: 70 brevetti ogni 100 imprese nei distretti, contro il 51 nell'”altra” industria. Non da ultimo, a testimonianza della qualità della produzione di queste imprese, le aziende riescono a passare a valle gli aumenti di costi che stanno subendo a monte, riuscendo così a mitigare il loro impatto. Significa che hanno per le mani un prodotto che “vale”.

    La pagella dei distretti migliori

    Il rapporto stila anche la consueta graduatoria di quali sono i distretti “vincitori” in base a un mix di valutazioni che vanno dalla capacità di far crescere il fatturato alla marginalità, passando per patrimonializzazione, export e via dicendo. In cima ci sono le Macchine agricole di Padova e Vicenza, poi la Camperistica della Val d’Elsa quindi le Macchine agricole di Reggio Emilia e Modena. LEGGI TUTTO