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    Bluebell chiede la testa dell'ad di Solvay per l'inquinamento a Rosignano

    MILANO – Il fondo attivista britannico Bluebell chiede la testa di Ilham Kadri, amministratore delegato del colosso chimico belga Solvay, che suo parere “continua a non riconoscere che l’impianto di soda caustica di Rosignano pone gravi rischi socio-ambientali”, dato lo sversamento nel Tirreno di 688 mila tonnellate di rifiuti di lavorazione nel solo triennio 2018-2020. Sono numeri ufficiali: in pratica, una montagna di pietruzze che hanno nei decenni costituito le “spiagge bianche” sul litorale che fronteggia lo stabilimento toscano, e che contengono 88,7 tonnellate di metalli pesanti come nickel, cromo, arsenico, compresi 111 chilogrammi di mercurio. L’azienda ha risposto alle sollecitazioni poste da Bluebell all’assemblea di maggio che si tratta di materiali “non tossici né pericolosi, trattandosi di materiali inerti e sicuri”. Nel dicembre 2019 la Cassazione italiana condannò Solvay per disastro ambientale, e già nel 1999 l’Oms individua le “spiagge bianche” di Rosignano come “priorità nei punti inquinanti del Mediterraneo”.

    La campagna e la difesa del vertice Solvay

    Bluebell, che ha comprato una sola azione di Solvay un anno fa per condurre una campagna di sensibilizzazione contro il greenwashing nella finanza e nell’industria europee, ha ottenuto sei mesi fa la sostituzione dell’amministratore delegato di Danone, Emmanuel Faber, che da tempo criticava per il doppio ruolo di presidente e ad, e vedeva come ostacolo allo sviluppo dell’azienda. In Italia è più nota la battaglie di Bluebell, ormai decennale, contro le dirigenze del Monte dei Paschi, con alcuni manager della banca che stati condannati in primo grado dopo esposti e segnalazioni alla vigilanza giunti dall’agguerrito fondo. Per ora Solvay e il suo cda difendono Kadri, che, anzi, secondo il presidente Nicolas Boël “fin dal suo insediamento nel 2019 ha preso misure decisive per dare forma alla strategia aziendale e allinearla ai forti trend di sostenibilità, anche portando avanti l’ambizioso piano Solvay One Planet”. L’analisi di Bluebell su Solvay, durata mesi e concentrata sul singolo problema dell’impianto di Rosignano (attivo dal 1912 e uno dei più grandi e inquinanti del gruppo), è anche un paradigma di come il marketing “verde” possa rischiare di stendersi come un velo di ipocrisia sui sacrosanti principi di rispetto per l’ambiente, gli impatti sociali e la governance delle aziende, che sempre più gli investitori pretendono nelle loro scelte, in tandem con i cittadini.

    I limiti del sistema dei rating e degli indici “Esg”

    Ma a volte, come potrebbe emergere anche dalle indagini che Sec e Bafin hanno recentemente avviato sugli investimenti sostenibili della banca tedesca Dws (gruppo Deutsche Bank), i criteri di individuazione e di scelta delle aziende virtuose sono fragili e carenti. Anche il caso Solvay lo dimostra. Msci, leader globale nella confezione dei rating di sostenibilità, ha assegnato per anni a Solvay il giudizio massimo AAA: e in forza di questo, e della campagna “Solvay One Planet”, i più grandi fondi Blackrock, Fidelity, Dimensional, State Street, Vanguard, vi investono tramite i loro strumenti Esg. Giuseppe Bivona, fondatore di Bluebell che sta conducendo la campagna, si è convinto che “gli investitori istituzionali hanno scarsa capacità di analisi su tematiche ambientali come questa, tenuto conto poi che Rosignano è solo uno dei 110 stabilimenti Solvay in 64 Paesi del mondo”. Per questo, mesi prima, Bivona aveva scritto a Blackrock, chiedendo di riconsiderare i propri investimenti in Solvay, o quanto meno indurre il management a un nuovo piano di smaltimento dei rifiuti. Il fondo aveva successivamente chiesto a Msci di rivedere la tripla A sull’emittente, e introdurre un calcolo dei rating Esg a punteggio. Un mese dopo, nel marzo 2021, Msci ha tagliato da tre a due le A di Solvay. “Questo caso dimostra che i cosiddetti rating Esg sono costruiti in modo relativamente fallace: le aziende di analisi li assimilano ai rating creditizi, che però si basano su dati uniformi e misurabili, mentre quelli sui fattori Esg sono una miscela di tre universi distinti, e a volte ben poco misurabili, perché i bilanci non contengono dati esaurienti, specie su ambiente e ambito sociale”. Il fatto è che, diversamente dai rating creditizi, i rating Esg, di Msci e degli altri principali fornitori, si basano su una miscellanea di dati pubblici: quindi sono, giocoforza, alla mercé di quel che le aziende ritengono di comunicare. Gli standard di informativa, tra l’altro, sono molto diversi: con i Paesi dell’Unione europea a fare da capiclasse, il Canada a livello intermedio e gli Stati Uniti a fare da inseguitori nel mondo occidentale, dato il ritardo accumulato dall’amministrazione Trump in materia di sostenibilità e la forza delle lobby a stelle e strisce.

    Un altro limite dei rating Esg, su cui si basano gli indici Esg ampiamente utilizzati dagli investitori internazionali, è la loro carenza di affidabilità sul piano legale. Chi li fornisce, come nel caso Msci, non è responsabile per l’utilizzo che ne fanno le terze parti, e questo di fatto deresponsabilizza gestori di fondi che ormai ci investono quasi 2.500 miliardi, con una mole che aumenta di 3 miliardi (e due “fondi Esg”) al giorno. “Questa carenza di titolarità e responsabilità va a scapito dell’investitore finale – aggiunge Bivona -. Da questo punto di vista Solvay è secondo noi un caso da manuale”. LEGGI TUTTO

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    La delega sul Fisco ancora non c'è, ma è già scontro sulle tasse sulla casa

    MILANO – Il lavoro sul fisco, riforma prioritaria per il governo Draghi e l’attuazione del Pnrr, è ancora sottotraccia tra Palazzo Chigi e il Ministero dell’Economia, ma già agita gli animi dei partiti sia che sostengona l’ampia maggioranza sia che siedano al suo esterno.

    L’esecutivo deve dare sostanza alla delega che definirà i contorni entro i quali riformare il sistema della tassazione italiana: sarà un documento ampio, che il premier punta a portare a casa in tempi rapidi, e che prenderà le mosse dal documento licenziato a inizio estate dalle commissioni Finanze di Camera e Senato, dove è stata trovata una sintesi politica delle proposte condivise. Quel che dà maggiormente da discutere, però, è quel che in quel documento parlamentare non era finito: ovvero la revisione del valore catastale degli immobili, dalla quale dipende il livello di imposizione sul mattone. Una omissione scientemente ponderata per evitare polemiche, che però torna d’attualità visto che il tagliando agli estimi – secondo le raccomandazioni della Commissione europea e le osservazioni di molti organismi internazionali – non è più rinviabile e, su questo, il governo pare d’accordo. Una eventualità che agita soprattutto il centro-destra: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno già messo per iscritto il loro “no”. 

    Il Consiglio dei ministri di giovedì potrebbe ricevere una prima informazione di massima sui progetti allo studio del governo, ma le previsioni dei bookmakers danno uno slittamento della delega almeno alla prossima settimana. Se l’intenzione dichiarata del ministro Daniele Franco è di procedere con una riforma organica, perché toccare le tasse una alla volta è ormai un esercizio insufficiente per l’arzigogolato sistema fiscale italiano, si scontra con il tema delle risorse che impone di fatto di procedere per gradi.

    Il taglio fiscale in manovra da 2 miliardi

    Ecco dunque che, in attesa del nuovo quadro macroeconomico che verrà fissato con l’aggiornamento al Documento di economia e finanza previsto entro il 27 settembre (nel quale entreranno numeri migliori sulla crescita, verso il +6%, e sul disavanzo e il debito), le risorse certe che potrebbero portare a un antipasto di intervento nella prossima legge di Bilancio ammontano a poco più di 2 miliardi. Come impiegarle? L’ipotesi che, dalle recenti riscostruzioni, è più accreditata è di operare un taglio al cuneo fiscale su alcune voci mirate. Anche in questo caso, però, le opzioni sono molteplici. Fondamentalmente si tratta di decidere se andare dal lato dei lavoratori o dei datori. Su quest’ultimo fronte, ha rilevato il quotidiano della Confindustria, una leva potrebbe esser quella di tagliare l’onere della Cassa unica assegni familiari, che pesa sulle imprese e sulle famiglie che danno da lavoro a badanti&Co. “La consideriamo una proposta da valutare con grande attenzione” ha detto il responsabile economico dem, Antonio Misiani. Ma bisognerà valutare “il pacchetto complessivo” hanno osservato da Leu, cui pure l’ipotesi non dispiace, perché in questo caso si tratterebbe di una riduzione del costo del lavoro dal lato dei contributi e non di un intervento fiscale.

    Riforma fiscale, il governo parte da Irpef e taglio del cuneo

    di

    Flavio Bini

    14 Settembre 2021

    Altra ipotesi in campo, sostenuta fortemente da Italia Viva, con il presidente della commissione Finanze della Camera Luigi Marattin, è la cancellazione dell’Irap per gli autonomi (che sarebbe assorbita nell’Ires per il resto delle imprese). Su questo ha speso parole anche l’ex premier Giuseppe Conte, durante il suo tour sui territori. Leu e Pd si muovono più sul versante del taglio dell’Irpef, almeno in una sua prima forma in attesa della delega e quindi degli interventi più strutturali. Qui è indiziata principale l’aliquota centrale dei redditi tra 28 e 55 mila euro, che subiscono un’imposizione del 38% che determina un forte salto rispetto all’aliquota precedente del 27%. Ma a sconsigliare questa via è la sproporzione tra le risorse sul campo e l’effetto in tasca agli italiani: si calcola che servano 3 miliardi per tagliare un solo punto di aliquota, in questa fascia di redditi. Potrebbe non accorgersene nessuno.

    Le barricate della destra sulla riforma del catasto

    In attesa che queste tessere del puzzle vadano al loro posto, il tema che si è conquistato la bocca dei parlamentari dal fronte di centro-destra è quello della revisione dei valori catastali. Il governo punta a rimettersi il più possibile in linea con le indicazioni comunitarie e la voce “catasto” nel testo dovrebbe rimanere anche se una parte della maggioranza la vede come fumo negli occhi. Possibile che la delega resti molto generica su questo passaggio, proprio rimandando al Parlamento e ai decreti attuativi la battaglia. L’orizzonte, per questo, è il 2023 nell’ambito della revisione complessiva dell’Irpef.

    Fisco, parte la precompilata Iva per due milioni di contribuenti trimestrali

    di

    Antonella Donati

    14 Settembre 2021

    Intanto le polveri si sono già accese. La prima miccia è partita dalla Lega, con Massimo Bitonci che ha ricordato i progetti circolati al Mef quando lui era sottosegretario: “Ho visto (la riforma) che giace da anni nei ‘cassetti’ del Ministero, riforma che prevede il passaggio del calcolo delle rendite catastali in base ai metri quadri e non più secondo i vani dell’immobile. I calcoli e le prime elaborazioni porterebbero ad un aumento indiscriminato dal 30 al 40 per cento delle stesse, che si potrebbe tramutare in aumento corrispondente dell’Imu e Irpef, senza tener conto dell’aumento del valore degli immobili nelle compravendite ai fini della Tassa di Registro ed Iva. Non era quello che era stato definito a livello parlamentare con un unico documento delle commissioni Finanze di Camera e Senato. La Lega non ci sta”, ha detto ieri. Tra gli altri pilastri delle revisioni fin qui ventilate, anche quella di semplificare le categorie catastali degli immobili e soprattutto di riequilibrare i valori che – soprattutto nei centri urbani – risultano talvolta schizofrenici tra centro e periferia. Capita infatti di trovare immobili di pregio dal basso estimo che comportano una rendita inferiore a quelli di zone meno pregiate. Per questo si è a lungo ragionato sull’affinamento di un parametro vicino ai valori reali di compravendita del mercato immobiliare, che certamente – in questi casi – comporterebbe un aggravio.

    “La posizione della Lega e del Parlamento sul tema è chiara: nessun inasprimento delle imposte sugli immobili, né diretto né indiretto, nessuna revisione degli estimi catastali, neanche sotto la foglia di fico della “parità di gettito”. La casa in Italia è già supertassata: non possiamo permetterci che un altro aumento delle tasse stronchi la ripresa nel ’22, ripetendo l’errore fatto nel 2012 con l’Imu”, ha detto il responsabile economico leghista Alberto Bagnai. “Si rispetti la volontà del Parlamento, che attraverso la commissione Finanze si è espressa, pressoché all’unanimità, sul fatto di evitare la revisione del catasto, aumentando di fatto la tassazione sugli immobili”, gli ha fatto eco il deputato di Forza Italia, Sestino Giacomoni. Posizione ribadita in mattinata dal senatore Maurizio Gasparri: “La casa va tutelata e con essa la famiglia per la quale rappresenta sicurezza e risparmio. Nessun intervento fiscale quindi anzi, taglio delle tasse”. E non è mancata la voce di Fratelli d’Italia, che per bocca del vicecapogruppo vicario alla Camera, Tommaso Foti, “dice chiaramente che una revisione del catasto, nell’ambito della ipotizzata riforma fiscale, rappresenterebbe non solo un vero e proprio affronto al Parlamento, ma anche un’iniziativa priva di ragione alcuna, poiché fatalmente destinata a trasferire, e in modo pesante, la tassazione su un settore, quello immobiliare, già tartassato da patrimoniali e iniqui balzelli”. LEGGI TUTTO