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    Fine Ramadan 2024, Mattarella: “Libertà religiosa base della convivenza”

    “La Costituzione ci ricorda che tutte le confessioni religiose sono libere davanti alla legge, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. La libertà religiosa è uno dei fondamenti della convivenza, riconosciuta dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. La promozione del mutuo rispetto tra fedi e culture, elemento della coesione sociale della nostra comunità, sollecita l’esercizio di una responsabilità condivisa per il bene comune”. Lo sottolinea il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una dichiarazione in occasione della fine del mese di Ramadan nella quale, “alle donne e agli uomini che in Italia professano la fede islamica”, rinnova “gli auguri per un felice e sereno Eid al Fitr”. 

    Il messaggio religioso di pace non ha confine

    “Il messaggio delle religioni per la pace è senza confini e a esso dobbiamo fare riferimento, specie nell’accompagnamento dei giovani all’educazione alla reciproca comprensione”. Lo sottolinea ancora il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ricorda inoltre che “quest’anno il Ramadan è tristemente coinciso con un periodo denso di preoccupazioni per le sofferenze e i lutti che affliggono civili innocenti in diverse parti del mondo, compreso il Medio Oriente”.  LEGGI TUTTO

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    Europee 2024, Pizzarotti lascia Più Europa e si unisce ad Azione con Calenda

    Federico Pizzarotti lascia Più Europa e passa ad Azione. L’annuncio dell’addio, via Facebook, è dello stesso ex sindaco di Parma e, a questo punto, ormai ex presidente di Più Europa: “L’alleanza con Italia Viva sta contaminando Più Europa”. Un’alleanza etichettata come anomala che si mescola, secondo Pizzarotti, a un modo di fare politica distante da Più Europa e da se stesso: “Quello di Cuffaro e della Nuova DC o della rete di Cesaro in Campania”. Un’alleanza, per l’ex sindaco di Parma, volta solo al raggiungimento del 4% e a garantire qualche eletto con soggetti poco europei. Oggi, durante una conferenza stampa a Montecitorio, insieme a Carlo Calenda, Pizzarotti ha annunciato la sua adesione ad Azione.

    Un percorso indipendente al fianco di Azione
    Quindi dopo giorni di vociare e indiscrezioni è arrivato, proprio oggi, l’annuncio definitivo di Federico Pizzarotti: “Il mio cammino all’interno del partito deve concludersi qui”. Una decisione sofferta e presa a malincuore che va letta come una conseguenza del disaccordo con le scelte prese recentemente da Riccardo Magi, segretario del partito. L’ingresso in Più Europa era una “una scelta fatta in virtù delle storiche battaglie per i diritti e le libertà individuali”. La linea di Pizzarotti e PierCamillo Falasca è sempre stata la stessa: sì agli Stati Uniti d’Europa partendo dal dialogo col partito di Calenda. Una linea inconciliabile con quella di Emma Bonino, Riccardo Magi e Matteo Renzi: l’obiettivo è costruire una lista di scopo per riunire tutte le forze riformiste che si riconoscono in Renew Europe. Così Pizzarotti lascia “la comoda candidatura garantita da presidente di partito, per intraprendere un percorso indipendente” con Azione al fianco di Carlo Calenda. LEGGI TUTTO

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    Pizzarotti lascia Più Europa e si candida con Azione: sbagliata l’alleanza con Renzi

    Ascolta la versione audio dell’articolo3′ di lettura«Lascio Più Europa!». Così Federico Pizzarotti, presidente del partito, su Facebook. «Sento che le decisioni recenti non solo si discostano dall’essenza dei nostri principi fondanti, ma rischiano anche di snaturare completamente il progetto per cui tutti abbiamo lavorato. Questa alleanza, per me anomala, con Italia Viva sta contaminando l’iniziativa di Più Europa con un modo di intendere la politica – quello di Cuffaro e della Nuova DC con i suoi candidati, della moglie di Mastella o della rete di Cesaro in Campania – poco ”europei” e molto distanti dal nostro modo di fare politica e dalla nostra missione originale». L’ex sindaco di Parma lascia dunque Più Europa non condividendo l’alleanza con Italia Viva per le elezioni europee dell’8 e 9 giugno, concretizzatasi nella lista “di scopo” Stati Uniti d’Europa promossa da Emma Bonino.La candidatura con Azione nel Nord EstE passa con Azione, partito con il quale sarà candidato alle elezioni europee, come annunciato dal leader Carlo Calenda. «Avevo delineato un percorso a mio avviso naturale che partisse da un tavolo con Azione. Oggi aderiamo al manifesto di Azione ’Siamo Europei» ha detto Pizzarotti nel corso di una conferenza stampa alla Camera con Carlo Calenda. «La mia intenzione è quella di candidarmi nel Nord Est, territorio che conosco da sindaco» ha aggiunto.Loading…Primo sindaco grillino di un capoluogo di provinciaNato a Parma nel 1973, diplomato all’istituto per l’industria e l’artigianato, Pizzarotti ha lavorato per anni come consulente per banche e istituti finanziari. Comincia ad occuparsi di politica nel 2009, aderendo al neonato Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, con il quale si candida consigliere regionale alle elezioni regionali in Emilia-Romagna del 2010 dell’Emilia-Romagna, ma non viene eletto. Nel 2012 arriva la candidatura a sindaco di Parma nelle elezioni successive alle dimissioni del sindaco di centrodestra Pietro Vignali e al commissariamento della città. Vince al ballottaggio contro il candidato di centrosinistra, diventando il primo sindaco “grillino” di un capoluogo di provincia.L’uscita dal M5s e la rielezione a ParmaNel 2016 esce dal Movimento in seguito a divergenze con i vertici M5s (che gli rimproverano il vian libera al termovalorizzatore contestato in campagna elettorale), dopo un avviso di garanzia per abuso d’ufficio in un’inchiesta sulle nomine al Teatro Regio. E con 18 dei 19 consiglieri eletti e fuoriusciti insieme a lui dal Movimento, fonda il gruppo consiliare “Effetto Parma”. Il 21 gennaio 2017 Pizzarotti annuncia la corsa per un secondo mandato da sindaco di Parma con una lista indipendente chiamata anch’essa Effetto Parma. Ottenuto l’accesso al ballottaggio, il 25 giugno viene rieletto, battendo di nuovo il candidato del centrosinistra.Il Parito dei sindaciNel 2018 fonda il movimento politico Italia in Comune, definitosi il “Partito dei Sindaci”. che si presenta alle elezioni regionali del 2019 in Abruzzo, Sardegna e Piemonte. Nel 2019 il movimento si allea inizialmente con la Federazione dei Verdi in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento europeo, salvo poi ripensarci e scegliere +Europa. Alle elezioni europee del 26 maggio è candidato nella Circoscrizione Nord Est per +Europa: si piazza secondo con oltre 20mila preferenze, ma non viene eletto in quanto la lista non supera la soglia minima d’accesso del 4%. Nel 2022, allo scadere del suo secondo mandato, con Effetto Parma sostiene la candidatura a sindaco del suo assessore tecnico alla cultura Michele Guerra, sostenuto anche dal centro-sinistra, che sarà eletto primo cittadino. LEGGI TUTTO

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    Riforme, il premier potrà sempre sciogliere le Camere

    Ascolta la versione audio dell’articolo2′ di letturaTre casi di soluzione delle crisiNel dettaglio, il testo prevede tre casi di soluzione delle crisi. Caso uno: «In caso di revoca della fiducia al presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il presidente della Repubblica scioglie le Camere». Qui tutto chiaro: si torna dritti alle urne, e quindi è improbabile che venga presentata tale mozione di sfiducia a meno di non volere la fine della legislatura. Caso due: «In caso di dimissioni volontarie (parola soppressa ieri) del presidente del Consiglio eletto, previa informativa parlamentare, questi può proporre, entro sette giorni, lo scioglimento delle Camere al presidente della Repubblica, che lo dispone». Il premier ha dunque la facoltà di chiedere e ottenere lo scioglimento anticipato se c’è una crisi politica. Caso tre: «Qualora non eserciti tale facoltà e nei casi di morte, impedimento permanente, decadenza, il Presidente della Repubblica può conferire, per una sola volta nel corso della legislatura, l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare eletto in collegamento con il presidente del Consiglio».Due opzioni per non tornare alle urneNel caso in cui il premier eletto non voglia tornare alle urne ha dunque due opzioni: o tentare la strada del reincarico e magari provare a cambiare la maggioranza, sostituendo ad esempio il partito che gli ha tolto l’appoggio con un partito dell’opposizione, oppure può passare la mano ad un altro esponente della maggioranza. Nel testo non era però stato normato, per volontà della Lega, il caso di mancata fiducia su un provvedimento, caso che per la maggior parte dei costituzionalisti comporta dimissioni obbligate e non volontarie del premier: evidente la volontà di riservarsi la possibilità di disarcionare l’eletto senza rischiare il ritorno alle urne. Ora, con l’eliminazione della parola «volontarie», non c’è più incertezza d’interpretazione e anche nel caso di mancata fiducia su un provvedimento l’eletto può chiedere e ottenere il ritorno al voto.Loading…Cosa c’è dietro il via libera della LegaMa come mai la Lega si è convinta? Semplice, dicono fuor di taccuino i senatori della maggioranza: in cambio della promessa del via libera definitivo della Camera entro le europee all’Autonomia differenziata, attesa in Aula il 23 aprile. Ad ogni modo, se il Ddl Casellati è ora più razionale e più coerente con il principio dell’elezione diretta, resta da sciogliere il nodo del sistema di voto. In Costituzione si fissa solo il principio di «un premio da assegnare su base nazionale che garantisca la maggioranza dei seggi», ma non si stabilisce la soglia necessaria a far scattare il premio. E resta da risolvere, per stessa ammissione di Balboni e Casellati, il nodo dei 5 milioni di italiani all’estero: ora i loro voti sono incanalati nella circoscrizione estero che elegge 4 deputati e 8 senatori, ma con l’elezione diretta un voto vale uno e potrebbero ribaltare qualsiasi risultato. Ci si penserà forse in Aula, dove il testo è atteso il 29 aprile, oppure dopo le europee durante l’esame della Camera. LEGGI TUTTO

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    Bari, Laforgia: rimetto ai partiti disponibilità candidatura a sindaco

    “E’ arrivato il momento di rimettere la mia disponibilità alla candidatura a sindaco alle stesse forze politiche che me l’hanno chiesta e l’hanno sostenuta almeno fino ad oggi e cioè alla convenzione Bari 2024 e al M5s. Saranno loro a decidere cosa fare da oggi in poi, come e con chi”. Lo ha detto Michele Laforgia, candidato sindaco per Bari sostenuto da M5s, Sinistra italiana, Italia Viva, +Europa e socialisti. LEGGI TUTTO

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    Comunali Bari, Laforgia rimette candidatura a partiti

    Ascolta la versione audio dell’articolo3′ di letturaAncora acque agitate nel centrosinistra barese: in serata, durante una conferenza stampa convocata nel giro di poche ore, Michele Laforgia, sostenuto da una parte del centrosinistra (M5s, Sinistra italiana, Italia viva, +Europa e socialisti) ha deciso di rimettere la sua candidatura a sindaco di Bari ai partiti che lo sostengono, chiedendo che siano loro a decidere se ci sono ancora le condizioni per andare avanti. «Credo – ha annunciato l’avvocato – che sia arrivato il momento, liberando definitivamente il campo da ogni sospetto di personalismo, di rimettere la mia disponibilità alla candidatura a sindaco alle stesse forze politiche che me l’hanno chiesta e l’hanno sostenuta, almeno fino ad oggi, e cioè la Convenzione per Bari 2024 e il Movimento 5 stelle».L’ipotesi di un terzo candidato«Nelle ultime ore da più parti è stato chiesto ai due candidati, e cioè a me e Vito Leccese – ha aggiunto – di incontrarci, di fare un passo indietro e, magari, di individuare un terzo uomo o una terza donna che eviti la spaccatura del centrosinistra alle ormai imminenti elezioni dell’8 e 9 giugno. Mi sembra una sesquipedale sciocchezza, ennesimo sintomo del tramonto della politica». E ancora: «Non siamo noi, e comunque di certo non sono io, bollato come divisivo sin dal primo momento – ha detto ancora Laforgia – a poter ricomporre, d’incanto, il campo largo, o giusto o comunque unito, magari specificando anche di chi dovremmo fare a meno. È compito delle forze politiche, le stesse forze politiche che ci hanno candidato e che in questi giorni e in queste ore ci chiedono di compiere passi di danza, non si capisce verso dove, nè come».Loading…L’annullamento delle primarie di centrosinistra a BariL’annuncio a sorpresa è arrivato a pochi giorni, dopo molte polemiche, dall’annullamento delle primarie che si sarebbero dovute tenere domenica scorsa con l’altro candidato del centrosinistra (Pd, Verdi e altri), Vito Leccese. Giovedì scorso, a poche ore dagli arresti per un presunto voto di scambio, Laforgia e Giuseppe Conte hanno annunciato la rinuncia ai gazebo per il venire meno delle “condizioni minime di sicurezza”. Una scelta che, di fatto, ha spaccato il campo progressista, creando una frattura tra Dem e pentastellati, tra Conte e Schlein. «Resto al servizio del centrosinistra e in attesa di sapere se e a quali condizioni mi sarà chiesto un impegno in prima persona – ha detto Laforgia – Dopo di che deciderò cosa fare di intesa con tutti e tutte coloro che mi sono stati/e accanto in questi mesi».Romito (Lega) candidato del centrodestraTutto questo avviene mentre sull’altro fronte il centrodestra, dopo un tira e molla durato quattro mesi, sembra pronto ad ufficializzare il proprio candidato sindaco: salvo altri colpi di scena sarà Fabio Romito, consigliere regionale della Lega, 36 anni. Che qualcosa si stesse smuovendo si era intuito già sabato scorso, quando il leader del Carroccio, Matteo Salvini, da Torino aveva parlato di un centrodestra pronto a vincere a Bari con un “giovane leghista” e domenica, da Bari aveva delineato un profilo che faceva pensare proprio a Romito. La svolta è arrivata ieri sera, durante un tavolo cittadino che ha dato il via libera definitivo. Il consigliere regionale della Lega avrebbe quindi superato al fotofinish i colleghi di coalizione Filippo Melchiorre, senatore di FdI vicinissimo alla premier Giorgia Meloni, e il viceministro Francesco Paolo Sisto (FI). LEGGI TUTTO

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    Campo largo, al via in Sardegna il governo Pd-M5S

    Ascolta la versione audio dell’articolo3′ di letturaIn Sardegna parte il governo a guida Movimento 5 stelle e trazione Pd. Con l’insediamento del Consiglio regionale e il giuramento dei 12 assessori, 7 uomini e 5 donne, inizia ufficialmente la stagione di Alessandra Todde, ex numero due del M5S, e vincitrice delle scorse elezioni regionali contro l’esponente di Fdi Paolo Truzzu. Le scintille che caratterizzano la contrapposizione nazionale non sembrano avere avuto riflessi nell’attribuzione dei ruoli e assegnazione degli incarichi e paiono lontani dal palazzo che si affaccia sul porto di Cagliari. Un assessore per tre Consiglieri La regola di un assessore ogni tre consiglieri eletti è stata rispettata. E ai due partiti di maggioranza, il Pd e M5s sono andati gli assessorati di peso: sanità ambiente, industria e bilancio. Proprio la sanità, che ha un bilancio pari alla metà di quello dell’intera Regione, è stata al centro di una sorta di braccio di ferro tra Pd e M5s.Loading… Nodo sanità In un primo tempo, secondo alcune indiscrezioni, si era ipotizzato un affidamento al Pd che, poi, avrebbe declinato l’offerta in cambio degli altri tre assessorati comunque di peso e della quarta casella. Quindi il passaggio allo schieramento della presidente che sui banchi del Consiglio regionale può contare anche sul sostegno dei consiglieri eletti nella sua lista e a cui va un assessorato. Maggioranza Pd Primo partito della coalizione è il Partito Democratico con 11 consiglieri eletti, cui vanno quattro caselle: tre nell’esecutivo e una per la presidenza dell’assemblea legislativa. Nello specifico Giuseppe Meloni, presidente del Pd regionale è stato nominato vice presidente dell’esecutivo e assessora alla programmazione e bilancio. L’ex deputato ed ex segretario Dem Emanuele Cani assessore all’Industria mentre Rosanna Laconi, ex sindaca e primario del pronto soccorso al Policlinco, assessora all’Ambiente. Il Partito Democratico incassa anche la presidenza dell’assemblea legislativa con l’elezione di Piero Comandini, segretario regionale del Pd. Un ruolo per cui si era ipotizzato anche qualche altro nome, dalla più votata dei 5 stelle ai partiti minori ma che poi, in virtù del peso all’interno dell’assemblea regionale, è andato al primo partito della coalizione. Sanità e lavoro ai 5 Stelle Al Movimento 5 stelle, forte dei 7 consiglieri in aula più la presidente, due assessorati: la Sanità affidata all’oncologo romano Armando Bartolazzi presentato, prima delle elezioni politiche de 2018 come eventuale ministro della Salute e poi nominato sottosegretario alla Salute del Governo Conte I. Una nomina che ha suscitato parecchie contestazioni, da parte dei rappresentanti del Centrodestra per la nomina di un esterno ed non sardo. Nomina in quota Cinque stelle che però, il segretario del Pd Piero Comandini ha definito «un assessorato di coalizione con la costruzione attorno all’assessore di una struttura in cui tutti i partiti e i movimenti della coalizione saranno rappresentati».Il Movimento 5 Stelle porta a casa anche la nomina di Desiré Manca, consigliera regionale più votata in assoluto con oltre 8 mila preferenze cui va l’assessorato al Lavoro. LEGGI TUTTO