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    Le navi cargo dovrebbero andare più lentamente

    Caricamento playerBuona parte degli oggetti che usiamo ogni giorno, dai cellulari agli abiti passando per le banane, ha attraversato almeno un oceano dal momento in cui è stata prodotta a quello in cui è stata venduta. Ogni giorno migliaia di navi trasportano merci di ogni tipo producendo annualmente tra il 2 e il 3 per cento di tutta l’anidride carbonica che viene immessa nell’atmosfera attraverso le attività umane. È un settore con una forte dipendenza dai combustibili fossili, ma che potrebbe diminuire sensibilmente le proprie emissioni ricorrendo a una soluzione all’apparenza semplice, quasi banale: ridurre la velocità.
    L’idea non è di per sé rivoluzionaria – si conoscono da tempo gli intervalli entro cui mantenersi per ottimizzare i consumi – ma applicarla su larga scala non è semplice soprattutto in un settore dove la velocità viene spesso vista come una priorità e un valore aggiunto. Se si cambia il modo in cui sono organizzati i trasporti marittimi ci sono conseguenze per molti altri settori, che dipendono dalle consegne delle materie prime o dei prodotti finiti. Un ritardo può avere effetti sulla capacità di un’azienda di produrre automobili o di consegnarle in tempo nei luoghi del mondo dove la domanda per le sue auto è più alta, per esempio.
    La necessità di ridurre il rischio di ritardi ha portato a una pratica piuttosto comune nel settore nota come “Sail fast, then wait”, letteralmente: “Naviga veloce, poi aspetta”. Spesso le navi cargo effettuano il più velocemente possibile il proprio viaggio in modo da arrivare quasi sempre in anticipo a destinazione rispetto al momento in cui avranno il loro posto in porto per scaricare le merci. L’attesa in alcuni casi può durare giorni, nei quali le navi restano ferme al largo prima di ricevere l’assegnazione di un posto.
    Il “naviga veloce, poi aspetta” è diventato la norma per molti trasportatori marittimi in seguito all’adozione da parte di molte aziende della strategia “just in time”, che prevede di ridurre il più possibile i tempi di risposta delle aziende alle variazioni della domanda. È un approccio che ha tra gli obiettivi la riduzione al minimo dei tempi di magazzino, rendendo idealmente possibile il passaggio diretto dall’impianto di produzione al cliente finale. Ciò consente di ridurre i costi di conservazione delle merci e i rischi di avere periodi con molti prodotti invenduti, ma comporta una gestione molto più precisa delle catene di rifornimento perché un ritardo di un singolo fornitore o di una consegna può fare inceppare l’intero meccanismo.
    Chi si occupa del trasporto delle merci deve quindi garantire il più possibile la puntualità delle consegne: di conseguenza adotta varie strategie per ridurre i rischi di ritardi dovuti per esempio alle condizioni del mare poco favorevoli o imprevisti burocratici. In molti casi sono i clienti stessi a chiedere garanzie ai trasportatori sul ricorso al “naviga veloce, poi aspetta” per la gestione delle loro merci. Il risultato è in media un maggior consumo di carburante per raggiungere le destinazioni in fretta e una maggiore quantità di emissioni di gas serra, la principale causa del riscaldamento globale.
    Per provare a cambiare le cose e a ridurre consumi ed emissioni del settore, un gruppo di aziende e di istituzioni partecipa a Blue Visby Solution, una iniziativa nata pochi anni fa e che di recente ha avviato le prime sperimentazioni di un nuovo sistema per far rallentare le navi e ridurre i tempi di attesa nei porti. Il sistema tiene traccia delle navi in partenza e in arrivo e utilizza algoritmi e modelli di previsione per stimare l’affollamento nei porti, in modo da fornire alle singole navi indicazioni sulla velocità da mantenere per arrivare al momento giusto in porto. I modelli tengono in considerazione non solo il traffico marittimo, ma anche le condizioni meteo e del mare.
    (Cover Images via ZUMA Press)
    Il sistema è stato sperimentato con simulazioni al computer utilizzando i dati reali sulle rotte e il tempo impiegato per percorrerle di migliaia di navi cargo, in modo da verificare come le modifiche alla loro velocità potessero ridurre i tempi di attesa, i consumi e di conseguenza le emissioni di gas serra. Terminata questa fase di test, tra marzo e aprile di quest’anno Blue Visby ha sperimentato il sistema in uno scenario reale, grazie alla collaborazione con un produttore di cereali australiano che ha accettato di rallentare il trasporto da parte di due navi cargo delle proprie merci in mare.
    Il viaggio delle due navi cargo è stato poi messo a confronto con simulazioni al computer degli stessi viaggi effettuati alla normale velocità. Secondo Blue Visby, i viaggi rallentati hanno prodotto tra l’8 e il 28 per cento in meno di emissioni: l’ampio intervallo è dovuto alle simulazioni effettuate in scenari più o meno ottimistici, soprattutto per le condizioni meteo e del mare. Il rallentamento delle navi ha permesso di ridurre emissioni e consumi, con una minore spesa per il carburante. Parte del risparmio è servita per compensare i maggiori costi operativi legati al periodo più lungo di navigazione, ha spiegato Blue Visby.
    I responsabili dell’iniziativa hanno detto a BBC Future che l’obiettivo non è fare istituire limiti alla velocità di navigazione per le navi cargo, ma offrire un servizio che ottimizzi i loro spostamenti e il tempo che dividono tra la navigazione e la permanenza nei porti o nelle loro vicinanze. Il progetto non vuole modificare la durata di un viaggio, ma intervenire su come sono distribuite le tempistiche al suo interno. Se per esempio in un porto si forma una coda per l’attracco con lunghi tempi di attesa, Blue Visby può comunicare a una nave in viaggio verso quella destinazione di ridurre la velocità ed evitare lunghi tempi di attesa in prossimità del porto.
    La proposta ha suscitato qualche perplessità sia perché per funzionare bene richiederebbe la collaborazione per lo meno delle aziende e dei porti più grandi, sia perché potrebbero sempre esserci navi che decidono di mettere in pratica il “naviga veloce, poi aspetta”, magari per provare ad avvantaggiarsi rispetto a qualche concorrente. I sostenitori di Blue Visby riconoscono questo rischio, ma ricordano anche che i nuovi regolamenti e le leggi per ridurre le emissioni da parte del settore dei trasporti marittimi potrebbero favorire l’adozione del nuovo sistema, che porta comunque a una minore produzione di gas serra.
    (AP Photo/POLFOTO, Rasmus Flindt Pedersen)
    Il nuovo approccio non funzionerebbe comunque per tutti allo stesso modo. È considerato applicabile soprattutto per le navi portarinfuse, cioè utilizzate per trasportare carichi non divisi in singole unità (per esempio cereali o carbone), visto che hanno quasi sempre un solo cliente di riferimento e sono maggiormente coinvolte nella consegna di materie prime. Il sistema è invece ritenuto meno adatto per le navi portacontainer, che di solito coprono quasi sempre le stesse rotte e con i medesimi tempi per ridurre il rischio di girare a vuoto o di rimanere a lungo nei porti.
    Rallentare alcune tipologie di navi cargo potrebbe ridurre le emissioni, ma non può comunque essere considerata una soluzione definitiva al problema delle emissioni prodotte dal trasporto marittimo delle merci. Da tempo si discute della necessità di convertire le navi a carburanti meno inquinanti e di sperimentare sistemi ibridi, che rendano possibili almeno in parte l’impiego di motori elettrici e la produzione di energia elettrica direttamente a bordo utilizzando pannelli solari e pale eoliche.
    Il settore, insieme a quello aereo, è considerato uno dei più difficili da convertire a soluzioni meno inquinanti, anche a causa dell’attuale mancanza di alternative. Oltre alle condizioni meteo e del mare, i trasporti attraverso gli oceani sono inoltre esposti ai rischi legati alla pirateria e agli attacchi terroristici, che portano gli armatori a rivedere le rotte in alcuni casi allungandole e rendendo di conseguenza necessaria una maggiore velocità di navigazione per rispettare i tempi delle consegne. LEGGI TUTTO

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    8 persone su 10 vorrebbero che i loro governi facessero di più contro la crisi climatica

    Caricamento playerIl Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) ha pubblicato i risultati del Peoples’ Climate Vote 2024, il più grande sondaggio mai condotto dall’ONU sul tema del cambiamento climatico: sono state intervistate più di 75mila persone provenienti da 77 paesi che parlano 87 lingue diverse.
    Secondo i risultati aggregati globali la stragrande maggioranza di loro è insoddisfatta del modo in cui i governi stanno gestendo la crisi climatica: l’80 per cento delle persone intervistate, che dovrebbero essere un campione rappresentativo della popolazione globale, vorrebbe che i loro governi facessero di più per affrontare la crisi climatica, e l’86 per cento ritiene che sarebbe necessario mettere da parte le rivalità nazionali per lavorare a una soluzione comune. In Italia questi valori sono ancora più alti: il 93 per cento delle 900 persone italiane intervistate è d’accordo con entrambe le dichiarazioni.
    Altri risultati interessanti riguardano la cosiddetta “ansia climatica” e la transizione da combustibili fossili a energia rinnovabile. Il 56 per cento degli intervistati ha detto di pensare al cambiamento climatico quotidianamente o settimanalmente, un risultato a cui l’Italia si allinea, e il 53 per cento di essere più preoccupato rispetto all’anno scorso per questo tema: in Italia a rispondere positivamente a questa domanda è stato il 65 per cento degli intervistati. Questi risultati arrivano però fino al 71 per cento nei nove Piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) in cui sono state condotte le interviste: sono quegli stati che rischiano di finire presto sotto il livello del mare e le cui popolazioni si stanno già parzialmente trasferendo in altri paesi. In generale, più persone che vivono in paesi meno sviluppati hanno detto che il cambiamento climatico sta già influenzando alcune importanti scelte di vita, come il luogo dove abitare o lavorare.

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    Il 72 per cento degli intervistati si è poi detto a favore di una rapida transizione dai combustibili fossili a fonti di energia meno inquinanti. Risultati molto alti si sono registrati in alcuni paesi che sono fra i principali produttori o consumatori di combustibili fossili: in Nigeria era d’accordo l’89 per cento delle persone intervistate (lo stesso risultato dell’Italia e della Turchia); in Brasile era l’81 per cento; in Cina l’80; in Iran il 79 per cento e in Germania, Regno Unito e Arabia Saudita, il 76. Risultati molto bassi in questa categoria sono stati invece registrati in Russia, dove solo il 16 per cento degli intervistati si è detto d’accordo con questa dichiarazione.
    È stato inoltre notato come le donne si siano dimostrate più favorevoli all’impegno pubblico per il contrasto del cambiamento climatico. In cinque grandi paesi (Australia, Canada, Francia, Germania e Stati Uniti) la differenza di genere era tra i 10 e i 17 punti percentuali.

    – Leggi anche: Il cambiamento climatico, le basi

    Infine una domanda del sondaggio riguarda la responsabilità dei paesi più ricchi e con economie più sviluppate (che sono principalmente i paesi europei e gli Stati Uniti) nei confronti di quelli più poveri, che non hanno avuto la possibilità di industrializzarsi quando c’erano molte meno regole sull’inquinamento, e che in molti casi sono i più esposti agli effetti negativi del cambiamento climatico. A livello globale il 79 per cento degli intervistati ha detto che i paesi ricchi dovrebbero aiutare di più i paesi in via di sviluppo.
    Da anni questo tema è tra quelli al centro delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite (COP).
    Alla COP28 di Dubai del 2023 i paesi con economie sviluppate si sono impegnati per la prima volta a versare circa 380 milioni di euro in un fondo di compensazione per i danni e le perdite causate dal cambiamento climatico nei paesi più in difficoltà: si tratta di una cifra molto piccola, vista l’entità dei possibili danni. I paesi che hanno preso un impegno maggiore sono quelli dell’Unione Europea, mentre un contributo più piccolo è stato promesso dagli Stati Uniti, che non apprezzano che alcuni paesi, specialmente la Cina che è fra i principali produttori di combustibili fossili al mondo, vogliano ancora definirsi paesi in via di sviluppo.
    Proprio negli Stati Uniti il 64 degli intervistati si è detto favorevole all’aumento degli aiuti ai paesi poveri, mentre il 28 per cento ha sostenuto che i paesi ricchi debbano aiutare meno di quanto non lo stiano facendo adesso; nella media globale, solo il 6 per cento pensa che gli aiuti debbano diminuire. In altri paesi occidentali come la Francia, la Germania e il Regno Unito le persone che sostengono che i paesi ricchi dovrebbero fornire più aiuti sono le stesse degli Stati Uniti, ma quasi nessuno pensa che gli aiuti dovrebbero diminuire: un terzo degli intervistati sostiene piuttosto che dovrebbero rimanere uguali a quelli attuali. In questo quadro l’Italia si trova invece più d’accordo con i paesi in via di sviluppo, dato che oltre il 90 per cento degli intervistati è d’accordo con l’idea che i paesi ricchi forniscano più aiuti; solo il 5 per cento sostiene che questi debbano rimanere invariati e nessuno degli intervistati è d’accordo con una loro diminuzione.

    – Leggi anche: I paesi più ricchi aiuteranno gli altri ad affrontare i danni del cambiamento climatico?

    Secondo la direttrice della sezione dell’UNDP che si occupa dei cambiamenti climatici, Cassie Flynn, i dati sulla volontà di abbandonare l’uso di combustibili fossili sono notevoli, ma in generale questo largo consenso non dovrebbe stupirci: «Gli eventi estremi fanno già parte della nostra vita quotidiana», ha detto Flynn. «Dagli incendi boschivi in Canada alla siccità in Africa orientale, fino alle inondazioni negli Emirati Arabi Uniti e in Brasile, le persone vivono la crisi climatica», ha aggiunto. Proprio in queste settimane per esempio migliaia di persone stanno morendo a causa del caldo in diversi paesi del mondo, specialmente in India, che sta attraversando una delle peggiori ondate di calore della sua storia da oltre un mese, e in Arabia Saudita, dove si è appena concluso lo Hajj, il consueto pellegrinaggio annuale dei fedeli dell’Islam verso la Mecca.

    – Leggi anche: A New Delhi manca l’acqua e fa caldissimo

    Il sondaggio è stato svolto dall’UNDP in collaborazione con l’Università di Oxford, nel Regno Unito, e la società internazionale di sondaggi GeoPoll. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno stilato una lista di 15 domande da porre durante le interviste e hanno poi elaborato le risposte, ponderando il campione per renderlo rappresentativo dei profili di età, genere e istruzione della popolazione dei paesi coinvolti. GeoPoll ha condotto le interviste tramite chiamate telefoniche randomizzate al cellulare, ampliando quindi più possibile le persone raggiungibili. La maggior parte dei paesi è rappresentata da un gruppo di intervistati che va dalle 800 alle 1.000 persone (in Italia sono state 900). Il numero di intervistati non è relativo alla grandezza dello stato, dato che per esempio la Cina, con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, è rappresentata da 921 persone, circa cento in meno del Buthan, dove la popolazione si aggira intorno alle 790mila persone.
    Secondo gli autori le stime a livello nazionale hanno margini di errore non superiori ai 3 punti percentuali in più o in meno, che diventano molto più bassi quando si tratta di stime globali.
    Un problema piuttosto comune dei sondaggi di questo tipo è il fatto che a rispondere al telefono e ad accettare di partecipare alla ricerca siano spesso persone con un alto livello di istruzione e che sono già più informate della media sul tema. L’UNDP ha però tenuto a specificare in questo caso che oltre il 10 per cento del campione totale comprendeva persone che non sono mai andate a scuola. Di questi 9.321 intervistati, 1.241 erano donne over 60 che non avevano mai neanche frequentato le scuole elementari, uno dei gruppi più difficili da raggiungere.
    Una prima edizione del sondaggio, che aveva coinvolto 50 paesi, era stata realizzata nel 2021 ma le persone erano state raggiunte attraverso annunci pubblicitari in famose app di gioco per cellulari, che escludevano intere fasce della popolazione anche solo per il fatto che per usare queste app bisognava essere connessi a internet. I dati delle due ricerche non sono quindi comparabili. LEGGI TUTTO

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    Forse torneremo a mangiare le ostriche solo nei mesi “con la R”

    Caricamento playerFino a qualche decennio fa in Francia si diceva che le ostriche vanno mangiate solo nei mesi “con la R” nel nome, che in francese sono tutti tranne maggio, giugno, luglio e agosto. In italiano funziona, ma va aggiunto ai mesi buoni gennaio, che in francese si dice janvier. D’estate infatti le ostriche selvatiche si riproducono e per questo producono uova e sperma, che in ambito culinario sono chiamati “latte”: una sostanza lattiginosa che ingrossa il corpo dei molluschi e ne modifica il gusto, rendendoli sgradevoli anche per molte delle persone a cui piacciono. Il detto era diventato meno significativo negli ultimi decenni con la diffusione delle ostriche triploidi, una varietà sterile ottenuta con un processo di selezione artificiale che non produce “latte” nemmeno d’estate ed è allevata in gran parte del mondo, Italia compresa.
    Tuttavia di recente negli Stati Uniti si è visto che le triploidi sono più vulnerabili alle ondate di calore marino: uno studio pubblicato l’anno scorso sulla rivista Global Change Biology dice che le temperature più alte della media registrate nell’estate del 2021 lungo le coste dell’oceano Pacifico occidentale causarono una moria di ostriche molto più grave tra le triploidi che tra le altre popolazioni di ostriche. Per questo, dato che anche le ondate di calore marino sono favorite dal cambiamento climatico in atto, c’è chi si sta chiedendo se in futuro non torneremo a mangiare questi molluschi solo nei mesi con la R.
    Le ostriche triploidi, chiamate anche “ostriche quattro stagioni”, vennero selezionate dalla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti a partire da due specie di ostriche originarie delle coste asiatiche del Pacifico, e in particolare da quella generalmente chiamata Crassostrea gigas («generalmente» perché sulla sua classificazione scientifica non c’è unanimità).
    Devono la sterilità e il loro nome al fatto di avere tre, e non due, cromosomi sessuali. Per ottenerle si sfrutta una caratteristica comune dei molluschi bivalvi: sottoponendo le loro uova a forti sbalzi di temperatura, o esponendole a certe sostanze, come la caffeina, si possono ottenere individui con un numero di cromosomi sessuali superiore a due. In particolare si possono ottenere molluschi maschi con quattro cromosomi sessuali (tetraploidi) e fertili, che accoppiati con femmine con due cromosomi (diploidi), generano individui con tre cromosomi, non fertili.

    – Leggi anche: Non siamo così d’accordo su cosa sia davvero una specie

    Le triploidi sono vantaggiose per l’ostricoltura perché crescono in fretta e hanno lo stesso sapore tutto l’anno, ragioni per cui sono state adottate da tantissimi ostricultori del mondo. Il primo brevetto statunitense risale al 1995, al 2007 invece quello delle ostriche triploidi francesi, selezionate dall’Istituto di ricerca francese per lo sfruttamento del mare (Ifremer). In anni recenti circa la metà delle ostriche prodotte nel nord-ovest degli Stati Uniti era triploide, e anche in Francia, il primo paese europeo per produzione di ostriche, una buona parte della produzione è “quattro stagioni”.
    La diffusione delle triploidi ha permesso di estendere i periodi dell’anno in cui si mangiano le ostriche e fatto sviluppare il consumo estivo, che negli Stati Uniti è diventato quello principale per questi molluschi.
    Gli effetti delle ondate di calore marino degli ultimi anni però rischiano di mettere in crisi la produzione e dunque questa usanza, come racconta un articolo pubblicato sulla rivista statunitense Hakai per cui sono stati intervistati scienziati e ostricultori. Uno è Matthew George, che lavora per il dipartimento per il Pesce e la Natura dello stato di Washington ed è il primo autore dello studio pubblicato su Global Change Biology. In laboratorio George e i suoi collaboratori hanno verificato che se sottoposte a stress termici le ostriche triploidi muoiono in quantità significativamente maggiori delle diploidi.
    A causa delle morie vari ostricultori statunitensi stanno riducendo la propria produzione di triploidi, o ci stanno rinunciando. C’entra anche il costo più elevato del “seme” delle ostriche triploidi, cioè delle larve degli animali, che gli ostricultori generalmente acquistano da aziende specializzate. Vari ostricultori hanno detto ad Hakai di essere passati dal 70 per cento di triploidi nella propria produzione al 20 per cento.
    Dato che però ora negli Stati Uniti le ostriche sono maggiormente richieste d’estate nel settore dell’ostricoltura si sta pensando a nuove strategie, che potrebbero riguardare anche la Francia perché anche in Europa ci sono stati effetti nefasti sulle produzioni di ostriche per via delle ondate di calore. Una possibilità è fare ricerca per provare a ottenere ostriche triploidi più resistenti, come hanno cominciato a fare cinque anni fa l’azienda Taylor Shellfish Farms e alcuni genetisti del dipartimento dell’Agricoltura statunitense. L’altra è usare gli strumenti del marketing, o per tentare di aumentare la domanda nei mesi con la R (la via più percorsa in Francia finora), o per proporre ai consumatori le ostriche lattiginose, ad esempio evitando di menzionare uova e sperma.
    Infatti al di là del futuro delle ostriche quattro stagioni, ci si potrebbe abituare a mangiare le ostriche lattiginose. Sono edibili tanto quanto le altre, anche se il gusto è un po’ diverso.
    È peraltro possibile che in origine la “regola” sui mesi con la R non fosse dovuta a una questione di sapore, ma ad altre ragioni. Non si sa con esattezza quando e come sia nato il detto. Nella zona di Arcachon, una località della Gironda nota per la produzione di ostriche, si dice che fu coniato all’inizio del Novecento quando l’ostricoltura francese venne danneggiata da un virus o da un parassita che sterminò quasi interamente la popolazione di Ostrea edulis, la specie di ostrica locale. In quel periodo si sarebbe evitato di mangiare le ostriche nei mesi estivi per favorirne la riproduzione e così la crescita del loro numero.
    In Normandia, un’altra regione francese dove si allevano ostriche, il modo di dire viene ricondotto a un periodo precedente e cioè al Seicento, quando servivano quattro giorni di viaggio per fare arrivare le ostriche alla corte del re a Parigi. Le temperature estive impedivano di conservarle tanto a lungo e dunque era sconsigliato mangiarle in quel periodo. LEGGI TUTTO

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    Forse è stato trovato un modo per ridurre le emissioni di gas serra causate dal cemento

    Un gruppo di ricerca in ingegneria dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ha sviluppato un metodo per riciclare il cemento su larga scala, un’innovazione tecnologia che potrebbe ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra a cui si deve il cambiamento climatico.Il cemento è una sostanza fondamentale e attualmente insostituibile per il funzionamento della società contemporanea: è l’ingrediente fondamentale per la realizzazione di strade, grandi infrastrutture e case perché mischiato a ghiaia, sabbia e acqua dà il calcestruzzo con cui le si costruisce. La sua produzione però causa ingenti quantità di anidride carbonica (CO2), tra il 3 e il 4 per cento del totale annuale di emissioni di gas serra secondo le stime dell’istituto di ricerca ambientale World Resources Institute. Questa quantità potrebbe diminuire se invece di produrre nuovo cemento si riuscisse a riutilizzare quello proveniente da edifici demoliti.
    La produzione del cemento causa grandi emissioni per due ragioni diverse. La prima è quella che riguarda la maggior parte dei processi industriali: per portarli avanti serve molta energia che si ottiene, nella maggior parte dei casi, bruciando combustibili fossili, di conseguenza emettendo anidride carbonica. Il cemento in particolare si fabbrica scaldando calcare mischiato ad argilla a una temperatura di almeno 1450 °C, che spesso viene raggiunta bruciando carbone, il più inquinante dei combustibili fossili.
    La seconda ragione per cui al cemento si devono molte emissioni è legata alle caratteristiche chimiche proprie di questa sostanza. Il calcare da cui è prodotta contiene calcio (l’elemento fondamentale del cemento), carbonio e ossigeno: la combustione crea da un lato ossido di calcio, dall’altro anidride carbonica. Complessivamente, se si usa il carbone, per ogni tonnellata di cemento nuovo si emette una tonnellata di CO2. E nel mondo ogni anno sono prodotti miliardi di tonnellate di cemento. Se l’industria del cemento fosse un paese, sarebbe il terzo per emissioni annuali di anidride carbonica al mondo dopo Cina e Stati Uniti.
    Una fabbrica di cemento di Cemex e la cava da cui si ottiene il calcare che utilizza, a Rüdersdorf, in Germania, il 10 agosto 2023 (Sean Gallup/Getty Images)
    La tecnologia sviluppata dai ricercatori dell’Università di Cambridge – Cyrille F. Dunant, Shiju Joseph, Rohit Prajapati e Julian M. Allwood – è spiegata in un articolo pubblicato mercoledì sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. In breve, prevede di ricavare nuovo cemento da edifici demoliti. Per farlo i detriti ottenuti dalle demolizioni devono essere ridotti in polvere e successivamente esposti ad altissime temperature. Il gruppo di ricerca ha scoperto che lo si può fare in modo efficace nei forni già usati per riciclare l’acciaio, con vantaggi vicendevoli per entrambe le produzioni.
    Infatti nel processo di riciclo dell’acciaio si usano delle sostanze che fanno sì che il prodotto finito sia resistente alla corrosione. Tali sostanze sono praticamente le stesse che si trovano nei detriti contenenti il cemento. Aggiungendoli, una volta polverizzati, nei forni elettrici ad arco che si usano per ottenere l’acciaio riciclato si può ottenere non solo l’acciaio riciclato, ma anche una sostanza che, se raffreddata velocemente, è cemento riciclato. L’intero procedimento consente di evitare le emissioni dovute alla produzione di nuovo cemento attraverso il calcare e di ridurre quelle legate al processo industriale perché si sfrutta la produzione di un altro materiale.
    I ricercatori hanno coniato l’espressione “cemento elettrico” per indicare questo cemento riciclato, a patto che sia prodotto (insieme all’acciaio riciclati) usando forni elettrici ad arco, che possono essere alimentati con energia prodotta da fonti rinnovabili.
    Dunant, il primo autore dell’articolo pubblicato su Nature, ha detto a BBC che in futuro questa scoperta potrebbe permettere di produrre cemento senza emissioni, nel caso in cui si riesca ad applicare il metodo su scala industriale in modo concorrenziale. Per ora il procedimento è stato testato al Materials Processing Institute di Middlesbrough, in Inghilterra, dove entro la fine del mese si proverà ad aumentare la scala dell’esperimento producendo 60 tonnellate di cemento riciclato in due ore.

    – Leggi anche: Servono soluzioni per l’acciaio, il cemento e l’ammoniaca LEGGI TUTTO

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    Lo scorso aprile è stato il più caldo mai registrato

    Secondo il Climate Change Service di Copernicus, il programma di collaborazione scientifica dell’Unione Europea che si occupa di osservazione della Terra, lo scorso mese di aprile è stato il più caldo mai registrato sulla Terra.La temperatura media globale è stata di 15,03 °C, cioè 0,14 °C più alta del precedente mese di aprile più caldo mai registrato, quello del 2016. L’aprile del 2024 è stato inoltre l’undicesimo mese consecutivo considerato il più caldo mai registrato a livello globale. Le stime di Copernicus sono realizzate usando diversi tipi di dati, tra cui le misurazioni dirette della temperatura fatte da reti di termometri presenti sulla terra e in mare e le stime dei satelliti. LEGGI TUTTO

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    La FAO ha distorto degli studi sull’importanza di ridurre il consumo di carne?

    Caricamento playerDue scienziati hanno accusato l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) di aver distorto i risultati di due studi a cui hanno lavorato, e di averne usato un terzo in modo inappropriato, per sminuire quanto i cambiamenti nell’alimentazione delle persone possano ridurre le emissioni di gas serra globali. Più specificamente, sostengono che la FAO abbia sottostimato quanto diminuire il consumo di carne potrebbe contribuire a contrastare gli effetti del cambiamento climatico.
    Paul Behrens, un professore associato dell’Università di Leida, nei Paesi Bassi, e Matthew Hayek, un ricercatore della New York University, sono due fisici che studiano l’impatto di varie attività umane sull’ambiente. E sono entrambi tra gli autori degli studi scientifici citati dalla FAO in un rapporto sulle emissioni causate dall’allevamento per la produzione di carne e latte che è stato presentato all’ultima conferenza dell’ONU sul clima, la COP28 di Dubai. In una lettera del 9 aprile hanno chiesto all’organizzazione di ritirare il rapporto e correggerlo «selezionando le fonti in modo più appropriato e rettificando gli errori metodologici».
    L’allevamento su larga scala è una delle attività che più contribuiscono alle emissioni di gas serra. Secondo le stime dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU, il principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, tra il 2010 e il 2019 il settore agricolo, insieme a quello della gestione forestale, è stato responsabile del 21 per cento delle emissioni globali di gas serra. Di questo contributo, più di un quinto è dovuto ai rutti e alle flatulenze dei bovini, che contengono metano, un potente gas serra. Circa la metà invece è riconducibile ai cambiamenti nell’uso del suolo, come la deforestazione, che viene praticata in molte parti del mondo – prevalentemente Sud America, Africa e Asia – per ospitare nuovi pascoli per il bestiame e coltivare vegetali per nutrirlo.

    – Leggi anche: Quanta carne può mangiare il mondo?

    Il rapporto della FAO dice che introducendo dei miglioramenti nelle tecniche di allevamento e riducendo gli sprechi alimentari si potranno ridurre «significativamente» le emissioni dovute all’allevamento. E questo anche aumentando la produzione di alimenti di derivazione animale nei prossimi 25 anni, come si prevede che sarà necessario per rispondere alla crescita della domanda di carne e latticini – del 20 per cento rispetto al 2020, a livello globale (un aumento in linea con quello della popolazione mondiale).
    Il rapporto dice anche che la riduzione delle emissioni di gas serra legate all’agricoltura che si otterrebbe se le persone adottassero le diete consigliate dalle autorità statali, che generalmente nei paesi più ricchi raccomandano di ridurre il consumo di carne, sarebbe solo del 2-5 per cento.
    Secondo Behrens e Hayek però quest’ultima valutazione è scorretta e rischia di «dare una falsa impressione che la potenziale mitigazione delle emissioni attraverso il consumo ridotto di carne sia limitata, e che quindi l’aumento del bestiame dovrebbe essere la priorità».
    Lo studio su cui la FAO basa la stima del 2-5 per cento risale al 2017 e Behrens ne è il primo autore. Insieme a un gruppo di colleghi fece una stima di quale sarebbe stato l’impatto sulle emissioni di gas serra globali se in 37 diversi paesi del mondo (Italia compresa) la popolazione avesse cambiato la propria dieta in modo da seguire le raccomandazioni delle autorità nazionali.
    Lo studio arrivava alla conclusione che un cambiamento in tal senso nei paesi più ricchi avrebbe portato a una riduzione delle loro emissioni compresa tra il 13 e il 24,8 per cento. Per i paesi con un reddito medio intermedio lo studio aveva trovato invece una diminuzione minore, tra lo 0,8 e il 12,2 per cento, mentre per quelli più poveri aveva stimato un aumento delle emissioni di gas serra (del 12,4-17 per cento): questi ultimi sono paesi in cui buona parte della popolazione ha alimentazioni carenti sotto vari aspetti, e un miglioramento delle diete dal punto di vista della salute richiederebbe maggiori consumi alimentari.
    La prima ragione per cui Behrens e Hayek dicono che la FAO ha usato male questi dati è che dal 2017 molti paesi (tra cui la popolosa Cina) hanno modificato le proprie raccomandazioni sulla dieta, riducendo notevolmente la quantità di carne consigliata. Quindi lo stesso studio, se rifatto oggi, darebbe dei risultati diversi: è ormai datato.
    Ma non sarebbe l’unico errore, per i due scienziati. Secondo loro il rapporto della FAO «sottostima sistematicamente» il potenziale della riduzione dei consumi di carne in termini di riduzione delle emissioni attraverso una «serie di errori metodologici» elencati nel dettaglio nella loro lettera. Un altro riguarderebbe uno studio del 2021 a cui Hayek aveva partecipato, da cui il rapporto della FAO ha estratto una stima delle emissioni globali legate al settore alimentare. Secondo i due scienziati, il confronto tra questo dato e quelli dello studio del 2017 è stato fatto in modo scorretto nel rapporto e ha avuto come risultato una significativa sottostima della potenziale mitigazione del cambiamento climatico ottenibile con una riduzione del consumo di carne.
    Parlando con il Guardian, il primo giornale che si è occupato della questione, Hayek non ha detto che secondo lui gli errori non sono stati intenzionali, ma ha sottolineato che nessuno di quelli che lui e Behrens hanno individuato porti argomenti a favore di una riduzione del consumo di carne per il clima. Il Guardian, che si occupa spesso ed estesamente di clima e problemi ambientali, ha ricordato che la FAO, oltre a essere un’importante fonte di dati sul settore agricolo e uno degli enti i cui rapporti sono usati dall’IPCC e da altre organizzazioni delle Nazioni Unite, è anche un ente che ha l’obiettivo di aumentare la sicurezza alimentare nel mondo e dunque la produzione di cibo: per questo si potrebbe dire che abbia un conflitto di interessi.
    Behrens e Hayek hanno contestato lo studio della FAO anche perché avrebbe basato le proprie conclusioni sui possibili effetti di una riduzione del consumo di carne quasi unicamente sullo studio del 2017, mentre generalmente in ambito scientifico si considerano tutti quelli a disposizione, ben fatti e pertinenti. Tra le altre possibili ricerche sul tema non ha preso in considerazione il grande rapporto realizzato nel 2019 dalla ong EAT assieme all’autorevole rivista scientifica Lancet per suggerire come migliorare la salute delle persone e aumentare la sostenibilità della produzione di cibo. Il rapporto EAT-Lancet dice che la versione ottimale della «dieta della salute planetaria» prevede di non consumare affatto carne rossa, a patto di ricavare la giusta quantità di proteine da altre fonti.
    Un portavoce della FAO ha replicato alle contestazioni di Behrens e Hayek al Guardian:
    Come organizzazione che basa il proprio lavoro sulla scienza la FAO si impegna pienamente ad assicurare l’accuratezza e l’integrità delle proprie pubblicazioni scientifiche, specialmente viste le loro significative implicazioni per la politica e per la comprensione del pubblico. Il rapporto in questione è stato sottoposto a un rigoroso processo di revisione, condotto sia internamente che esternamente seguendo il metodo della revisione tra pari (peer review) in doppio cieco per garantire che la ricerca soddisfacesse i più alti standard di qualità e accuratezza, e che i potenziali pregiudizi fossero ridotti al minimo. La FAO indagherà sui punti sollevati dagli studiosi e si confronterà con loro sul piano tecnico. LEGGI TUTTO

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    I progressi contro il cambiamento climatico, nel doodle di Google

    Caricamento playerCome ogni 22 aprile Google ha dedicato alla Giornata della Terra il suo doodle, cioè l’immagine che sostituisce il classico logo del motore di ricerca. La Giornata della Terra è la più nota e importante manifestazione al mondo sull’ecologia e sulla protezione dell’ambiente. Soprattutto negli ultimi anni però è diventato anche un momento per informare e sensibilizzare sul cambiamento climatico, e non solo sull’ambiente in generale.
    Il doodle di Google di quest’anno mostra i progressi fatti da diversi paesi nel tentativo di preservare alcuni luoghi dagli effetti negativi del cambiamento climatico. Le lettere del logo di Google sono state sostituite dalle foto di alcuni dei luoghi in tutto il mondo «in cui persone, comunità e governi lavorano ogni giorno per aiutare a proteggere la bellezza naturale, la biodiversità e le risorse del pianeta», ha spiegato la società. La lettera G mostra le isole Turks e Caicos; la prima O l’Arrecife Alacranes (la più grande barriera corallina del Golfo del Messico meridionale); la seconda O è il Vatnajökull, in Islanda, il più grande ghiacciaio d’Europa; l’altra G il parco nazionale di Jaú, nella foresta amazzonica brasiliana; la L mostra la Grande Muraglia Verde in Nigeria, un ambizioso progetto avviato nel 2007 per realizzare una grande striscia di vegetazione lunga più di 7mila chilometri dalla costa occidentale dell’Africa, in Senegal, a quella orientale, in Gibuti; la E infine mostra la riserva naturale delle isole della regione di Pilbara, nell’Australia occidentale.

    La storia della Giornata della TerraLa Giornata della Terra fu indetta per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 1970, quando ancora non si parlava di cambiamento climatico, seguendo gli intenti del movimento ecologista degli Stati Uniti. Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente.
    Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, avvenne uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente portò Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
    Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università, altre istituzioni accademiche e associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno.
    Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In oltre 45 anni, la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.

    – Leggi anche: Il cambiamento climatico, le basi LEGGI TUTTO

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    Con le alluvioni a Dubai c’entra il “cloud seeding”?

    Caricamento playerLe grandi inondazioni che hanno interessato gli Emirati Arabi Uniti, con alcune zone in cui sono stati registrati oltre 250 millimetri di pioggia (più di quanto piova solitamente in un intero anno nel paese), sono insolite per un paese famoso per le sue città costruite nel deserto. Talmente insolite che da un paio di giorni circolano teorie e ipotesi sul fatto che le piogge abbondanti e improvvise siano state causate da errori legati al “cloud seeding”, la pratica di indurre le nuvole a produrre più pioggia cospargendole di alcune sostanze.
    L’idea del cloud seeding (letteralmente “inseminazione delle nuvole”) nacque intorno alla fine della Seconda guerra mondiale e da allora le conoscenze intorno a questa pratica sono molto aumentate, anche se periodicamente emergono dubbi sulla sua efficacia e utilità. In estrema sintesi, ogni nuvola è formata da una miriade di minuscole goccioline di acqua, proveniente dai processi di evaporazione degli oceani, dei mari e dei corsi d’acqua, ma anche dell’acqua nel suolo e nella vegetazione in generale. Il vapore acqueo viene trasportato in alto nell’atmosfera dai venti (correnti ascensionali) e la pioggia si forma quando questo incontra i nuclei di condensazione, cioè minuscole particelle in grado di assorbire le molecole d’acqua fino alla formazione di gocce che per gravità tornano verso il suolo.
    I primi sperimentatori del cloud seeding si chiesero se non fosse possibile accelerare il processo o amplificarne gli esiti introducendo artificialmente nuclei di condensazione. Le prime esperienze furono effettuate con il ghiaccio secco (anidride carbonica nella sua forma solida) e in seguito con lo ioduro di argento, un composto con una struttura simile a quella dei cristalli di ghiaccio che si formano nelle nuvole, e che concorrono a fare aggregare le molecole d’acqua. Oggi si utilizzano tecniche simili e negli ultimi decenni sono stati sperimentati altri sali, più pratici da impiegare e non inquinanti.
    Le tecniche di cloud seeding sono state sviluppate soprattutto nei paesi interessati periodicamente dalla siccità, come avviene in alcune aree della Cina, oppure costruiti in zone desertiche come nel caso degli Emirati Arabi Uniti. Le prime esperienze negli Emirati risalgono a una trentina di anni fa e da allora il Centro nazionale di meteorologia (NCM) del paese ha svolto attività di ricerca e sperimentazioni, al punto da rendere il cloud seeding una pratica comune per provare a ottenere più pioggia facendo volare aerei che rilasciano i sali mentre sorvolano e attraversano le nuvole.
    Dubai, Emirati Arabi Uniti (REUTERS/Amr Alfiky)
    Dopo le alluvioni degli ultimi giorni, e in seguito alle numerose teorie circolate sui social network senza particolari prove, gli esperti di NCM hanno smentito la possibilità che le grandi piogge siano state causate dal cloud seeding. Prima o durante le grandi piogge non erano state svolte attività di questo tipo e Omar Al Yazeedi, il direttore generale di NCM, ha chiarito che: «Il punto centrale del cloud seeding consiste nel prendere di mira le nuvole nei loro primi stadi, quindi prima che si verifichino le precipitazioni. Effettuare attività di inseminazione durante una tempesta molto forte si rivelerebbe del tutto inutile».
    Numerosi esperti indipendenti e non coinvolti nelle attività di NCM hanno smontato le teorie circolate online sul cloud seeding, arrivando a conclusioni più o meno simili a quelle di Al Yazeedi. L’attività di inseminazione viene infatti effettuata su nuvole che altrimenti non produrrebbero pioggia o ne produrrebbero molto poca, non su sistemi nuvolosi più complessi e instabili che chiaramente produrranno forti piogge. Intervenire su questi ultimi non avrebbe alcuna utilità, oltre a rivelarsi una spesa inutile, visto che produrranno comunque grandi quantità di pioggia.
    Dubai, Emirati Arabi Uniti (AP Photo/Jon Gambrell)
    Durante le prime sperimentazioni del cloud seeding nel secondo dopoguerra si era valutata la possibilità di impiegare la pratica per produrre grandi eventi atmosferici, ma da tempo è diventato evidente che l’impatto dell’inseminazione delle nuvole è limitato e non può portare alla modifica di forti e complesse perturbazioni. Sugli Emirati Arabi Uniti e in particolare Dubai si è assistito a un anomalo transito di un fronte nuvoloso che ha scaricato in poco tempo grandi quantità di pioggia sul quale il cloud seeding sarebbe stato irrilevante, hanno segnalato diversi esperti.
    Lo scienziato del clima Daniel Swain ha detto al Guardian: «È importante capire le possibili cause della pioggia da record di questa settimana su Dubai e parte della penisola araba. Il cloud seeding ha avuto un ruolo? Probabilmente no! Ma che dire del cambiamento climatico? Probabilmente sì!». Diversi altri esperti come Swain hanno infatti segnalato che la perturbazione sugli Emirati è stata probabilmente esacerbata dagli effetti del cambiamento climatico, che negli ultimi anni ha reso più frequenti e potenti molti eventi atmosferici. Nelle prossime settimane saranno effettuati studi e analisi “di attribuzione” per verificare se il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo, come sembra, nella produzione di precipitazioni così intense in poco tempo. LEGGI TUTTO