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    Weekly Beasts

    Ogni anno alla Casa Bianca, in occasione del Ringraziamento, si tiene una cerimonia risalente agli anni Quaranta, conosciuta come National Thanksgiving Turkey Presentation: il presidente degli Stati Uniti riceve in dono uno o più tacchini domestici che fino agli anni Settanta venivano solitamente macellati e mangiati. Da tempo però la prassi prevede che i tacchini vengano risparmiati, con tanto di cerimonia per “graziarli”: quelli di quest’anno si chiamano Blossom e Peach, dopo la cerimonia torneranno nel Minnesota meridionale ed è ormai consuetudine che appaiano anche in questa raccolta. Poi ci sono tartarughe e galline alle Hawaii, un marà della Patagonia a Dubai, bufali d’acqua dolce, cacatua e un ciuffolotto. Per finire con due oche egiziane che si sono appropriate di un nido in precedenza occupato da cicogne, ora migrate a sud. LEGGI TUTTO

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    Lucy non è più sola

    Caricamento playerDon Johanson stava per raggiungere la sua Land Rover dopo una deludente sessione di ricerca nel sito archeologico preistorico di Hadar, nella regione degli Afar in Etiopia. Era metà giornata e c’erano circa 38 °C, troppi per continuare a cercare. Poco prima di salire in auto, voltò lo sguardo e per caso notò qualcosa di strano sul terreno: un piccolo osso fossile, probabilmente un frammento di un braccio. Insieme a Tom Gray, Johanson trovò poi un frammento di un cranio, un femore, parti di un bacino e altre ossa. Era il 24 novembre del 1974 e i due ricercatori avevano fatto una delle più grandi scoperte nella storia dell’antropologia, trovando il miglior candidato per spiegare parte dell’evoluzione umana.
    Johanson aveva 31 anni ed era un paleoantropologo del Cleveland Museum e insieme a Gray stava partecipando a una spedizione organizzata dal ricercatore francese Maurice Taieb. Tornarono al campo e annunciarono ai loro colleghi la scoperta: qualcuno offrì da bere delle birre e qualcun altro fece partire Lucy in the Sky with Diamonds, una delle canzoni più famose dei Beatles. La canzone veniva riprodotta a ripetizione e alla fine al gruppo di ricerca parve quasi naturale chiamare quell’inatteso ritrovamento “Lucy”, erano pur sempre le ossa di una potenziale nostra antenata vissuta almeno 3 milioni di anni fa.
    A cinquant’anni di distanza da quella scoperta, e da una festa memorabile per Johanson, Lucy continua a essere di gran lunga il più famoso degli ominini, cioè il gruppo che comprende l’essere umano moderno (Homo sapiens) e i suoi antenati, diretti o variamente imparentati. Lucy non fa parte del genere Homo, ma di quello Australopithecus, ora estinto e che si ritiene ebbe un ruolo nella linea evolutiva degli esseri umani. O, per meglio dire, nel “cespuglio evolutivo” con ramificazioni grandi e piccole, spesso intricate, che complicano la ricostruzione della nostra evoluzione.

    Lucy appartiene alla specie Australopithecus afarensis e prima del suo ritrovamento non era mai stato trovato uno scheletro fossile di ominino così ben conservato risalente a più di 3 milioni di anni fa. Era il primo individuo a essere collocato temporalmente nel periodo in cui i genetisti ipotizzavano che fosse iniziata la separazione dei nostri antenati umani dagli scimpanzé. La notizia della sua scoperta suscitò quindi un ampio dibattito, in un ambito in cui il confronto è spesso acceso e agguerrito.
    Il ritrovamento del 40 per cento circa delle ossa fossili ad Hadar permise di ricostruire le caratteristiche principali di Lucy. Era alta circa un metro e pesava 30 chilogrammi e aveva ancora fattezze molto simili a quelle di una scimmia. Aveva un cervello piccolo se rapportato al nostro, ma era in grado di camminare mantenendo una posizione eretta, mentre gli arti superiori erano lunghi e probabilmente usati ancora per arrampicarsi sugli alberi, per trovare cibo e riparo dai predatori.
    Lucy conservata nel Museo nazionale dell’Etiopia (da Wikimedia)
    Per circa 20 anni dopo la scoperta si pensò che A. afarensis, la specie cui apparteneva Lucy, fosse la più antica conosciuta nella famiglia molto allargata delle specie che contribuirono all’evoluzione umana. Fu ipotizzato che fossero stati proprio gli A. afarensis a dare origine a tutti gli ominini che comparvero in seguito, compreso quelli appartenenti al genere Homo. Questa ipotesi era naturalmente dibattuta, ma per diverso tempo sembrò comunque improbabile che ci fosse stato qualcosa di diverso dagli A. afarensis prima di 3 milioni di anni fa.
    Lucy del resto aveva somiglianze con le scimmie tali da far pensare che i suoi antenati fossero degli scimpanzé veri e propri. La scoperta di altri resti di A. afarensis avevano permesso di identificare un periodo di esistenza di circa un milione di anni, tra i 3,85 e i 2,95 milioni di anni fa. Ma a metà degli anni Novanta l’identificazione di nuovi fossili fece mettere in discussione molti degli assunti su Lucy.
    Sempre in Etiopia, furono trovati fossili di una specie poi chiamata Ardipithecus ramidus risalenti a 4,4 milioni di anni fa, e poi fossili ancora più antichi di un’altra specie che si stima fosse vissuta 5,8 milioni di anni fa. In Kenya furono poi scoperte ossa fossili di specie vissute tra i 6 e i 7 milioni di anni fa. Il cespuglio evolutivo sembrava essere ancora più articolato del previsto, al punto che ancora oggi si discute se effettivamente quelle specie così antiche siano da considerare degli ominini. È anche dibattuto il loro eventuale grado di parentela con il genere Australopithecus e con Homo. I ritrovamenti indicano comunque che la nostra storia iniziò molto prima di Lucy, anche se non sappiamo ancora bene come.
    Per capire meglio il ruolo di A. afarensis nella nostra storia evolutiva da circa trent’anni alcuni gruppi di ricerca si stanno concentrando sul periodo intorno ai 4 milioni di anni in cui potrebbero essere vissuti gli antenati di Lucy. Nel 1995 la scoperta in Kenya di fossili risalenti a 3,9 e 4,2 milioni di anni fa di Australopithecus anamensis fece ipotizzare che si potesse trattare della specie direttamente antenata di Lucy, ma una decina di anni fa il ritrovamento di fossili più recenti e concomitanti al periodo in cui era vissuta la sua specie ha portato a rivedere quell’ipotesi. Ora si ritiene che A. anamensis e A. afarensis (la specie di Lucy) abbiano convissuto per un certo periodo di tempo, con qualche membro della prima specie che diede origine alla seconda.
    Se studiare cosa ci fu prima di Lucy è complicato, capire che cosa avvenne dopo fino alla comparsa di Homo è ancora più difficile. Il fossile più antico del genere a cui apparteniamo è un frammento di una mandibola che risale a 2,8 milioni di anni fa trovata non molto distante dal sito di Hadar. La vicinanza potrebbe essere un indizio a favore, ma il reperto non è sufficiente per trarre conclusioni più ampie, considerato anche che due delle specie più note del genere, H. habilis e H. erectus, fecero la loro comparsa in altre aree dell’Africa orientale. Negli ultimi decenni si è inoltre scoperto che in quelle zone vivevano molti gruppi diversi di ominini, la cui storia non è stata ancora ricostruita completamente.

    I fossili scoperti negli ultimi cinquant’anni mostrano come intorno a 3,5 milioni di anni fa ci fu una marcata differenziazione tra gli ominini, cosa che sembra rendere un po’ meno sola Lucy di quanto fosse stato ipotizzato inizialmente. È possibile che il miglioramento della posizione eretta abbia favorito il processo, insieme ad altri fattori come quelli ambientali e legati alla dieta. Nonostante un quadro sempre più complicato, alcuni scommettono ancora su Lucy come il più probabile antenato diretto di Homo, mentre altri invitano a essere più cauti visto che i ritrovamenti fossili sono in molti casi parziali e da confermare.
    Lucy in questo fu comunque un’eccezione: trovare uno scheletro completo al 40 per cento fu un evento raro, se non unico. Come per molte prime volte, nel 1974 si pensò che ci potessero essere presto altri ritrovamenti simili, come ha raccontato il paleoantropologo Bernard Wood: «Il caso ci ha fatto un brutto scherzo: ci ha dato il fossile migliore da subito. È un po’ come se al primo compleanno della mia vita io aprissi il primo regalo e ci trovassi esattamente ciò che voglio… Va a finire che pensi che tutti i regali saranno sempre belli come quel primo dono».
    A inizio anno Don Johanson, che ora ha 81 anni, è tornato in Etiopia nel luogo in cui trovò quel «dono» cinquant’anni fa. Una lapide, molto semplice, ricorda il giorno del ritrovamento con scritte in inglese e in lingua amarica, la lingua ufficiale del paese. Il testo è accompagnato da uno schema che mostra le ossa fossili ritrovate e appartenute a Lucy. Anche se non possono darci tutte le risposte che avremmo voluto per ricostruire la nostra storia, hanno avvicinato nuove persone allo studio dell’evoluzione umana e hanno ispirato molti gruppi di ricerca.
    Quanto al nome, ormai iconico, Johanson ricorda spesso con piacere che non è l’unico che fu attribuito a quel ritrovamento: «Si meritava un nome etiope. All’epoca vennero a trovarci al sito archeologico alcuni funzionari del ministero della Cultura dell’Etiopia e uno di loro disse: “Penso che dovremmo chiamarla Dinqinesh”. E Dinqinesh in lingua amarica significa “sei meravigliosa”. E lei certamente lo è!». LEGGI TUTTO

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    Weekly Beasts

    A Bruges, in Belgio, c’è un parco a tema, il Boudewijn Seapark, con un delfinario in cui sono tenuti in cattività sei delfini, ospiti della raccolta di foto animalesche della settimana. È l’ultimo delfinario rimasto nella regione belga delle Fiandre e Ben Weyts, il ministro del governo regionale fiammingo che fra le altre cose è responsabile anche del benessere animale, ha annunciato l’intenzione del governo di farlo chiudere entro il 2037, anno entro il quale sarà definitivamente vietata la possibilità di tenere in cattività questi animali. Poi ci sono un picchio villoso, un cucciolo di panda minore, oche indiane in volo, e per finire, il pinguino imperatore arrivato per sbaglio in Australia che viene rilasciato nell’oceano. LEGGI TUTTO

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    Il messaggio di Arecibo ha 50 anni

    Caricamento playerIl 16 novembre di cinquant’anni fa la grande antenna del radiotelescopio di Arecibo, sull’isola di Porto Rico, trasmise uno dei messaggi radio più famosi della storia per provare a comunicare con gli alieni. La comunicazione fu inviata verso l’ammasso globulare di Ercole (M13) a 25mila anni luce di distanza da noi, per dimostrare sia le capacità del radiotelescopio sia quella della nostra specie di mettersi in contatto con qualcuno nell’Universo in grado di ascoltare.
    Il contenuto del messaggio era stato deciso dall’astrofisico Frank Drake, noto per essere stato il fondatore del SETI (il programma scientifico dedicato alla ricerca di vita extraterrestre) insieme ad altre personalità, come lo scienziato e divulgatore scientifico Carl Sagan. La matematica era stata scelta come forma di linguaggio comune per provare a farsi capire da un’ipotetica specie aliena, che non avrebbe probabilmente utilizzato i nostri modi di comunicare: due più due fa del resto sempre quattro, in qualsiasi parte del Cosmo.
    Il messaggio di Arecibo è formato da 1.679 cifre binarie, cioè il frutto del prodotto di 23 e 73, due numeri primi. Drake, Sagan e gli altri scelsero quel numero di cifre perché pensarono che se una forma di vita intelligente avesse deciso di ordinarlo in un quadrilatero avrebbe potuto farlo solamente producendone uno di 23 colonne e 73 righe o di 23 righe e 73 colonne: in quest’ultimo caso non avrebbe ottenuto nulla di sensato, mentre nel primo si sarebbe accorta di poter dare un senso all’informazione.

    Decodificando il messaggio di Arecibo si ottiene infatti un’illustrazione molto semplice che schematicamente rappresenta ciò che siamo. Nella prima parte della griglia sono elencati i numeri da 1 a 10 in formato binario, seguiti dai numeri atomici degli elementi idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno e fosforo. Seguono poi indicazioni sulle caratteristiche molecolari del DNA, una rappresentazione di un essere umano e, molto stilizzata, una rappresentazione grafica della popolazione della Terra. Infine sono mostrati il Sole con i suoi pianeti (compreso Plutone, ora non più considerato un pianeta vero e proprio) e la grande antenna dell’osservatorio di Arecibo che aveva reso possibile l’invio del messaggio.
    Il messaggio è ancora in viaggio e in 50 anni ha percorso una frazione minuscola della distanza di 25mila anni luce tra noi e M13. All’epoca fu scelto proprio quell’ammasso globulare perché comprende centinaia di migliaia di stelle, di conseguenza c’era una maggiore probabilità che ce ne fosse almeno una con un pianeta che orbitava alla giusta distanza da una stella per rendere possibile la vita (oggi sappiamo che ci sono migliaia di pianeti fuori dal nostro sistema solare, ma non abbiamo la certezza sulla possibilità che alcuni possano ospitare la vita, almeno per come la conosciamo). Anche nel caso in cui fosse effettivamente captato da qualcuno in grado di risponderci nei paraggi di M13, potremo ricevere un messaggio di risposta non prima di 50mila anni.
    M13 (Sid Leach/Adam Block/Mount Lemmon SkyCenter via Wikimedia)
    Drake, Sagan e gli altri erano naturalmente consapevoli di questi limiti e l’invio del messaggio in quell’autunno del 1974 fu per lo più simbolico, in occasione delle rinnovate capacità di trasmissione del radiotelescopio di Arecibo. Un paio di anni prima, Sagan aveva lavorato alla preparazione di una targa da applicare sulla sonda Pioneer 10 della NASA, che conteneva un’illustrazione schematica della nostra posizione nell’Universo e degli esseri umani. La stessa placca sarebbe stata inserita sulla seguente missione della Pioneer 11 e fu in un certo senso il prototipo di un progetto più articolato, il cosiddetto “Golden Record”, che fu montato nel 1977 sulle sonde Voyager 1 e 2, che ancora oggi stanno esplorando i confini del nostro sistema solare.
    Douglas Vakoch, presidente del METI International, un’organizzazione senza scopo di lucro impegnata nelle comunicazioni extraterrestri, ha ricordato l’anniversario del messaggio di Arecibo in un articolo di opinione sul New York Times, sostenendo l’importanza delle esperienze di questo tipo:
    Viviamo in tempi strani e precari, segnati di continuo da guerre, una crisi climatica globale e da sentimenti polarizzati sullo stato del mondo. In un momento storico come questo, con le preoccupazioni terrestri che ci lacerano, cosa succederebbe se guardassimo al cielo per trovare un motivo di speranza? Sapere che un’altra civiltà sta sopravvivendo alle proprie difficoltà potrebbe rassicurarci. E mentre speriamo di riuscire a scoprire e contattare altre forme di vita, anche concludere che siamo soli nell’Universo potrebbe essere una rivelazione importante per tenere unita la nostra specie.
    Vakoch sostiene che ci si dovrebbe concentrare nell’invio dei messaggi verso obiettivi più vicini come Proxima Centauri, che si trova a circa quattro anni luce dal nostro sistema solare. Ciò ridurrebbe gli eventuali tempi di comunicazione e inoltre permetterebbe di captare più facilmente un eventuale messaggio di risposta. Dal messaggio di Arecibo, comunque, sono stati inviati diversi altri messaggi interstellari verso corpi celesti relativamente più vicini, e uno potrebbe raggiungere il proprio obiettivo tra poco più di quattro anni.
    L’antenna del radiotelescopio presso l’osservatorio di Arecibo (© El Nuevo Dia de Puerto Rico via ZUMA Press / ANSA)
    Il messaggio inviato nel 1974 è intanto sopravvissuto a ciò che rese possibile la sua partenza dalla Terra. Il radiotelescopio di Arecibo è ormai inutilizzabile a causa di alcuni crolli catastrofici della sua gigantesca antenna larga 305 metri avvenuti nel 2020. La struttura è ormai inservibile e nel 2022 l’agenzia governativa statunitense NSF (National Science Foundation) ha deciso di non ricostruirla né di procedere alla costruzione di un osservatorio simile nella stessa zona.
    La struttura divenne famosa verso la fine degli anni Novanta grazie al film Contact di Robert Zemeckis con Jodie Foster. Era ispirato al romanzo dallo stesso titolo pubblicato nel 1985 da Sagan e raccontava il primo ipotetico contatto tra gli esseri umani e una specie aliena, affrontando soprattutto le implicazioni sul piano etico e religioso di questa scoperta. Per ora, appunto, solo in un romanzo. LEGGI TUTTO

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    Weekly Beasts

    Rhino Repro è un’organizzazione non profit sudafricana che utilizza tecniche di riproduzione assistita per garantire la sopravvivenza della popolazione di rinoceronti: vengono raccolti gli ovuli dalle femmine di rinoceronte e poi vengono utilizzati per la fecondazione in vitro per favorire la crescita della popolazione, compromessa dal bracconaggio. Nella nostra raccolta una di questi elefanti è fotografata mentre le vengono controllati i parametri vitali, durante una delle procedure di prelievo degli ovuli. Poi ci sono un’aquila reale liberata in cielo, un cavallo islandese, quel pinguino imperatore che si era perso ed era arrivato per sbaglio in Australia e uno scoiattolo su una tomba durante il Veterans Day, la festa nazionale statunitense per onorare i veterani dell’esercito. C’è anche una nuova foto di Moo Deng che sguazza in un secchio d’acqua e per finire, una foto che sta diventando una consuetudine: una taccola (anzi, se guardate bene sono due) su una cerva rossa a Richmond Park, a Londra. LEGGI TUTTO

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    C’è un nuovo rapporto del Pentagono sugli UFO

    Caricamento playerIl dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha diffuso un nuovo rapporto sui “fenomeni aerei non identificati” (UAP; quelli che spesso sono chiamati UFO, cioè oggetti volanti non identificati) nel quale sono segnalate centinaia di avvistamenti poco spiegabili, ma senza indizi validi e credibili per ritenere una loro origine extraterrestre. Il nuovo rapporto si inserisce nella lunga scia di documenti, audizioni al Congresso e iniziative scientifiche dell’ultimo paio di anni per rendere più trasparenti le attività del governo statunitense intorno agli UFO.
    Nel rapporto sono elencati centinaia di avvistamenti di oggetti inizialmente non identificabili e che, a una più attenta analisi, si erano poi rivelati essere palloni aerostatici, uccelli, detriti o satelliti. Altri avvistamenti non hanno invece ancora spiegazione, anche se appare improbabile che le loro cause siano diverse da quelle identificate per gli altri casi.
    Dal 2022 il Pentagono ha un ufficio dedicato al tracciamento e all’analisi degli UFO, l’AARO (All-Domain Anomaly Resolution Office) che finora ha escluso l’origine extraterrestre per i casi che ha esaminato direttamente. Le attività svolte dall’AARO sono dedicate soprattutto a scoprire eventuali minacce per la sicurezza nazionale o per la sicurezza del volo, sia in ambito militare sia civile, con la possibilità di scoprire nuove tecnologie impiegate da altri stati per esempio per scopi di spionaggio.
    Il rapporto ha preso in considerazione 757 casi segnalati alle autorità statunitensi tra maggio del 2023 e giugno del 2024. La maggior parte degli avvistamenti è avvenuta in volo, mentre per circa 50 casi sono citate altitudini superiori ai 100 chilometri, quindi oltre il confine convenzionalmente utilizzato per indicare l’inizio dell’ambiente spaziale. Nel rapporto si spiega che da qualche tempo vengono spesso segnalati come UFO i satelliti di Starlink, la costellazione satellitare di Elon Musk per portare Internet dallo Spazio. Questi satelliti sono in orbita a quote relativamente basse, sono spesso visibili a occhio nudo e vengono confusi da alcuni con oggetti volanti non identificati.
    Distribuzione geografica degli avvistamenti di UFO presi in considerazione dal rapporto del Pentagono (AARO)
    Per 300 avvistamenti circa sono state trovate chiare spiegazioni, mentre centinaia di altri casi rimangono al momento senza soluzione, ma spesso perché non ci sono dati a sufficienza per indagare meglio. In nessun caso comunque sono stati segnalati casi di persone ferite in seguito agli avvistamenti.
    Mercoledì 13 novembre, prima della diffusione del rapporto, al Congresso degli Stati Uniti era stata organizzata una nuova audizione per parlare di UFO con alcuni esperti e testimoni che si occupano di questi fenomeni. La discussione ha riguardato un po’ di tutto: da eventuali oggetti prodotti da «intelligenze aliene» alle preoccupazioni sulle attività di spionaggio estere, ma non sono comunque emersi nuovi elementi o cose sorprendenti. I membri del Congresso che hanno partecipato all’audizione hanno ugualmente invitato il governo ad approfondire le indagini sugli UFO, mantenendo una maggiore trasparenza.
    In linea generale, con “oggetto volante non identificato” viene indicato qualsiasi fenomeno osservato nel cielo che non può essere spiegato, per esempio a causa del modo in cui viaggia un oggetto o per via della sua forma. Se analisi e approfondimenti permettono di spiegare che cosa si è osservato, l’UFO smette di essere tale e assume altre definizioni. Si può quindi affermare che gli UFO esistono senza implicare che esistano gli alieni e che quegli oggetti non identificati siano frutto delle loro tecnologie. Nonostante ciò, ormai da molto tempo “UFO” è diventato per molti un sinonimo per indicare le astronavi aliene. Intorno a queste convinzioni sono nate organizzazioni, talvolta perfino culti, che indicano gli avvistamenti UFO come una prova dell’esistenza di forme di vita aliene e della loro presenza sulla Terra.
    Nell’estate del 2023 un gruppo di lavoro della NASA incaricato di studiare i “fenomeni aerei non identificati” aveva fatto sapere di non aver trovato elementi che indicassero avvistamenti legati ad attività extraterrestri nella quasi totalità delle segnalazioni analizzate. Le poche restanti continuano a essere inspiegabili e su queste non possono essere escluse operazioni militari segrete – interne od ostili –, attività aliene per quanto molto improbabili, o più semplicemente illusioni ottiche al momento della registrazione delle immagini. LEGGI TUTTO

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    È stato scoperto un ricchissimo sito di fossili in Valtellina

    Un paio di anni fa l’escursionista Claudia Steffensen stava seguendo un sentiero della Val d’Ambria, nelle Alpi Orobie valtellinesi in provincia di Sondrio, quando notò alcuni strani motivi su una lastra di roccia. Del tutto casualmente, Steffensen aveva appena scoperto uno dei migliori ecosistemi fossilizzati nell’arco alpino, rimasto nascosto per oltre 280 milioni di anni. Le orme di anfibi e rettili, le impronte di pelle e le tracce di piante, semi e gocce di pioggia saranno studiate per comprendere meglio come funzionava la convivenza tra specie diverse in tempi remotissimi, quando le Alpi e in realtà tutta la geografia mondiale erano molto diverse dai giorni nostri.Steffensen aveva fatto la sua scoperta a circa 1.700 metri di quota e lo aveva poi raccontato a Elio Della Ferrera, un suo amico fotografo naturalista che aveva raggiunto la zona per scattare qualche fotografia di quelle lastre di roccia. Aveva poi inviato alcune immagini a Cristiano Del Sasso, un paleontologo del Museo di Storia Naturale di Milano, che aveva in seguito coinvolto altri ricercatori in Italia e in Germania, esperti nello studio dei sedimenti e di icnologia, la parte della paleontologia che si occupa dello studio delle interazioni tra gli esseri viventi e il substrato su cui vivevano.
    Nell’estate del 2023 furono organizzate le prime ricognizioni scientifiche in Val d’Ambria, che portarono alla scoperta di centinaia di tracce fossili a quote ancora più alte, fino a quasi 3mila metri sulle pareti pressoché verticali del Pizzo del Diavolo di Tenda, del Pizzo dell’Omo e del Pizzo Rondenino; altri fossili sarebbero stati trovati negli accumuli di rocce franati nel tempo alla base delle pareti. Buona parte delle tracce era riaffiorata e diventata osservabile solo negli ultimi tempi, in seguito alla riduzione del limite delle nevi perenni e alla fusione dei ghiacci dovuta al riscaldamento globale.
    Un grande masso con orme di tetrapodi (anfibi o rettili, entrambi camminavano su quattro zampe) allineate a formare piste; le orme più grandi hanno un diametro di circa 6 centimetri (Elio Della Ferrera, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese)
    Tra le stratificazioni di rocce, il gruppo di ricerca iniziò a osservare una grande varietà di orme lasciate da rettili e anfibi (tetrapodi), ma anche da animali più piccoli come insetti e artropodi. Alcune delle orme erano allineate in lunghe file, la testimonianza di una camminata effettuata circa 280 milioni di anni fa durante il Permiano, l’ultimo dei sei periodi che fanno parte del Paleozoico.
    All’epoca non c’erano ancora i dinosauri, ma tra le tracce il gruppo di ricerca ha comunque trovato orme di dimensioni importanti, che suggeriscono il passaggio di animali di 2-3 metri di lunghezza. Il confronto tra le orme ha finora permesso di distinguere cinque specie diverse, che potranno essere identificate con maggiore precisione in una seconda fase di studio.
    Una fronda vegetale ramificata (Elio Della Ferrera, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese)
    Non è insolito che sulle Alpi si trovino resti fossili risalenti a centinaia di milioni di anni fa, ma il ritrovamento di siti particolarmente ricchi è raro e offre l’opportunità di comprendere meglio come vivessero e interagissero tra loro specie diverse. Oltre a quelle degli animali, ci sono fossili vegetali di fronde, semi e frammenti di fusti delle piante che costituivano l’ambiente. La loro analisi può offrire elementi importanti per comprendere il clima dell’epoca, con una tendenza al riscaldamento globale all’epoca causata specialmente dalle gigantesche eruzioni vulcaniche che interessavano ampie zone del pianeta. Oggi le cause sono per lo più di natura antropica, cioè dovute alle attività degli esseri umani specialmente a causa del grande consumo di combustibili fossili.
    Tracce di gocce di pioggia impresse nel fango e rimaste nei successivi processi di formazione delle rocce sedimentarie (Elio della Ferrera, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese)
    280 milioni di anni fa quelle che appaiono oggi come dure rocce di arenaria erano sabbie e fanghi, probabilmente lungo i margini di torrenti e laghi che nel periodo estivo si prosciugavano. Gli animali ci camminavano sopra quando erano ancora morbide, lasciando le loro impronte, poco prima che il calore del Sole estivo le facesse seccare e indurire, al punto da diventare resistenti a sufficienza per non essere cancellate dall’arrivo di nuova acqua nelle altre stagioni. Si formava in questo modo uno strato di argilla che ricopriva le orme, preservandole fino ai giorni nostri.
    Ricostruzione di una probabile scena avvenuta 280 milioni di anni fa lungo la riva di un lago temporaneo (Fabio Manucci)
    In generale, più sabbia e fango (i sedimenti) sono fini, maggiore è la probabilità che le tracce siano dettagliate. Nel caso dell’ecosistema fossile della Val D’Ambria è andata proprio in questo modo e sull’arenaria sono visibili le impronte dei polpastrelli delle zampe di alcuni animali, ma anche i motivi della loro pelle quando poggiavano il ventre a terra.

    La scomparsa del ghiaccio e della neve ha esposto le lastre di roccia su cui sono presenti le tracce e per questo è stato organizzato il loro recupero, in modo da poterle conservare al chiuso. Lo scorso 21 ottobre è stato organizzato il recupero dei primi reperti: con grande cautela, alcune lastre sono state staccate, imballate e trasportate poi a valle utilizzando un elicottero. Il gruppo di ricerca sta intanto organizzando nuove ricognizioni con droni per mappare l’intera area, valutare la quantità di fossili e stabilire quali debbano essere rimossi e portati al sicuro, evitando che siano distrutti da frane o dagli eventi atmosferici.
    I ritrovamenti sono avvenuti all’interno del Parco delle Orobie Valtellinesi e Doriano Codega, il suo presidente, ha confermato di voler collaborare con il Museo di Storia Naturale di Milano e le altre istituzioni per valorizzare il sito: «È un progetto ambizioso che richiede un grosso impegno e collaborazione, ma ci crediamo e da subito abbiamo garantito una prima tranche di fondi per permettere l’avvio dell’attività di ricerca». LEGGI TUTTO

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    Manca tantissimo per sfruttare la fusione nucleare

    Caricamento playerLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha citato l’importanza della fusione nucleare per produrre energia elettrica nel corso del suo discorso alla 29esima conferenza delle Nazioni Unite per il contrasto al cambiamento climatico (COP29), prospettando un futuro che è però ancora molto lontano e secondo i più scettici addirittura impossibile da realizzare. Nel suo intervento Meloni ha detto che, oltre a mantenere i propri impegni nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel sostenere i paesi in via di sviluppo, l’Italia è «in prima linea» nello sviluppo della fusione nucleare e che questa sarà essenziale per arricchire la varietà di risorse impiegate per produrre energia elettrica senza ricorrere ai combustibili fossili. In realtà, sarà ancora necessario tantissimo tempo per avere qualche risultato.
    Nonostante anni di lavoro, la ricerca nel settore è infatti ancora indietro e potrebbero essere necessari decenni prima di avere un impiego a livello commerciale delle tecnologie legate alla fusione. Per questo motivo molti esperti ritengono che indicare la fusione nucleare come la soluzione a buona parte dei problemi delle emissioni, che contribuiscono al riscaldamento globale, sia una distrazione e che ci si dovrebbe concentrare sulle tecnologie già disponibili per produrre quanta più energia elettrica possibile utilizzando fonti rinnovabili e – in una certa misura – le tecnologie nucleari di cui già disponiamo basate sulla fissione.
    Da più di mezzo secolo produciamo infatti energia elettrica dal nucleare attraverso la fissione, cioè una reazione in cui i nuclei di atomi pesanti (come gli isotopi plutonio 239 e uranio 235) vengono indotti a spezzarsi, con un processo che libera una grande quantità di energia termica. Questa viene sfruttata per trasformare acqua ad alta pressione in vapore, che fa poi girare turbine cui sono collegati alternatori per produrre energia elettrica. È un sistema che dopo gli importanti investimenti iniziali per costruire un reattore, dove la reazione di fissione viene tenuta sotto controllo, permette di produrre energia elettrica a costi contenuti e con un basso impatto ambientale rispetto alla produzione dai combustibili fossili.
    La fissione comporta però la produzione di residui altamente pericolosi, le “scorie radioattive”, che devono essere conservati con cura e isolati dall’ambiente circostante. Per questo da tempo si cercano alternative, provando a imitare la fonte più grande di energia nelle nostre vicinanze: il Sole.
    Mentre nella fissione i nuclei pesanti vengono spezzati in frammenti più piccoli, nella fusione si uniscono i nuclei leggeri (come quello dell’idrogeno) per ottenerne di più pesanti. Nel processo si formano nuovi nuclei la cui massa è minore rispetto alla somma delle masse di quelli di partenza: ciò che manca è emesso come energia, che può poi essere sfruttato. È un processo semplice da descrivere, ma estremamente difficile da riprodurre artificialmente sulla Terra in modo da ottenere più energia di quanta ne venga immessa nel sistema.
    I nuclei di deuterio e di trizio (due forme più pesanti di idrogeno) si uniscono formando un nucleo di elio; la reazione libera un neutrone ed energia (Zanichelli)
    I nuclei degli atomi tendono a respingersi a vicenda (repulsione elettrica) e sono quindi necessarie temperature nell’ordine di vari milioni di °C per farli unire. Negli anni si è ottenuto qualche risultato su piccola scala, ma nelle sperimentazioni si consuma quasi sempre più energia per gestire il processo rispetto a quella che si ottiene alla fine. Il bilancio energetico è quindi negativo e il sistema non è efficiente a sufficienza. I progressi annunciati negli ultimi anni spesso con grande enfasi sono quasi sempre legati al raggiungimento di una migliore efficienza, ma i risultati sono distanti da un sistema che possa essere impiegato su larga scala e con chiari vantaggi economici.
    L’ambito di ricerca è talmente vasto e articolato da avere portato negli anni all’avvio di alcune collaborazioni internazionali, con l’obiettivo di condividere le conoscenze e i risultati. Tra le più importanti c’è ITER, progetto che coinvolge più di 30 paesi per costruire un primo reattore sperimentale a Cadarache, nel sud della Francia. Al consorzio partecipano tra gli altri l’Unione Europea, gli Stati Uniti, l’India e il Giappone. ITER ha subìto numerosi ritardi, ha richiesto svariati miliardi di investimenti e si stima che una centrale dimostrativa basata sulle ricerche di ITER non sarà pronta prima del 2050, ammesso sia possibile realizzarne una.
    Il sito di ITER in fase di costruzione in Francia (Commissione europea)
    Negli ultimi anni la Cina ha investito grandi risorse nella ricerca sulla fusione. All’Istituto di fisica del plasma dell’Accademia delle scienze a Hefei gli esperimenti principali sono legati al “Tokamak superconduttore avanzato sperimentale” (EAST), una sorta di grande ciambella dove si provano a riprodurre le reazioni nucleari che avvengono nel Sole. In media vengono effettuati circa 100 test al giorno, contro i 20-30 realizzati quotidianamente nel principale centro di ricerca sulla fusione in Europa. I ritmi dei gruppi di ricerca cinesi sono serrati per recuperare il divario tecnologico e rendersi ancora più competitivi.
    I tokamak sono grandi macchine sperimentali a forma di ciambella (“toroidali”) nelle quali si producono il vuoto e un intenso campo magnetico necessari per isolare (o per meglio dire “confinare”) il plasma (un fluido estremamente caldo e carico elettricamente), in modo che non entri in contatto con le pareti della ciambella. Si ritiene che in questo modo si possano creare le condizioni per la fusione termonucleare in modo controllato, ma per farlo sono necessari un importante dispendio di energia e la regolazione della densità del plasma stesso, cioè della quantità di particelle presenti al suo interno.
    Il Tokamak di JET nell’Oxfordshire, nel Regno Unito (JET)
    Più il plasma è denso e più frequentemente le particelle possono scontrarsi e fondersi, liberando energia. Un plasma molto denso è però più difficile da confinare con il campo magnetico generato dal tokamak e si deve quindi trovare un equilibrio tra la densità e la qualità del confinamento. Solo in questo modo si ottiene una reazione di fusione attiva e sostenibile, producendo più energia di quella necessaria per mantenere il plasma confinato.
    Nella primavera di quest’anno, un gruppo di ricerca della National Fusion Facility di San Diego (California) ha annunciato di avere ottenuto per un paio di secondi un progresso significativo nella densità del plasma, pur mantenendo un buon confinamento grazie a una nuova configurazione del tokamak. Le conoscenze acquisite con l’esperimento potrebbero essere applicate al reattore di ITER, migliorando la sua capacità di produzione dell’energia elettrica, ma anche per questo saranno necessari anni di lavoro.
    Un approccio alternativo ai tokamak prevede invece l’impiego di potenti laser, che convogliano in contemporanea un impulso luminoso verso un minuscolo cilindro di metallo, che raggiunge in pochi istanti una temperatura intorno ai 3 milioni di °C. Il cilindro viene vaporizzato e si produce un’implosione che comprime una sfera di pochi millimetri di deuterio e trizio, due forme più pesanti di idrogeno. L’implosione fa sì che i due elementi fondano in elio, producendo la fusione vera e propria. Anche in questo caso, il problema rimane il bilancio energetico.
    Alla COP29 Meloni ha citato la fusione nucleare anche per ricordare il recente incontro del World Fusion Energy Group, un gruppo di lavoro organizzato dal ministero degli Esteri e dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) che si è riunito per la prima volta a Roma lo scorso 6 novembre. Il gruppo ha lo scopo di promuovere la cooperazione internazionale tra governi, centri di ricerca e imprese per la condivisione di conoscenze sulla fusione e la definizione di standard condivisi. Il governo ha legato il suo avvio alle attività connesse alla transizione energetica, ma al momento appare improbabile che una tecnologia distante decenni da eventuali applicazioni commerciali possa avere un ruolo nel passaggio dal consumo dei combustibili fossili a fonti sostenibili per la produzione di energia elettrica.
    Fare previsioni sulla fusione nucleare è pressoché impossibile e secondo i più scettici non si riuscirà mai a ottenere sistemi efficienti per la produzione di energia elettrica. Al di là degli annunci politici, le aspettative rimangono comunque alte, con miliardi di euro investiti a livello mondiale per finanziare ricerca e sviluppo per una tecnologia che segnerebbe una trasformazione radicale nella produzione di energia elettrica, che diventerebbe enormemente più economica e accessibile. LEGGI TUTTO