Si dice che tre indizi fanno una prova. Ma se proprio non si vuole pensare male, quanto meno è lecito criticare come le istituzioni e la politica europee stanno trattando la vicenda legata all’Offerta pubblica di scambio di Unicredit su Banco Bpm. Dopo il pasticcio firmato da Banca centrale europea ed Eba, l’autorità bancaria continentale, un’anticipazione di Libero ha svelato una lettera che da Bruxelles è stata recapitata a Palazzo Chigi con un sottotesto chiaro: non intervenite sul dossier Unicredit-Banco Bpm, perché l’unica autorità competente per il risiko bancario è la Bce guidata da Christine Lagarde. La missiva arriva dalla «Direzione generale della stabilità finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali». La firma è del capo dell’unità Almorò Rubin De Cervin.
Verosimilmente si tratta di un’iniziativa di un funzionario che, seppur di peso, dovrebbe dissolversi come una bolla di sapone. Ma certamente suona stonata l’entrata a gamba tesa su un’operazione sistemica e delicata per il Paese, che merita approfondite riflessioni sui possibili riflessi e ricadute sulla concessione del credito a imprese e famiglie e sugli effetti a lungo termine di una vicenda di mercato che può comunque impattare gli interessi di un Stato membro sovrano come l’Italia. Sta di fatto che, Secondo Rubin De Cervin, «l’applicazione di norme nazionali in materia di golden power deve rimanere entro i limiti delle disposizioni del Trattato che disciplinano le libertà fondamentali, il mercato interno e le competenze specifiche della Banca centrale europea. A tale riguardo, le norme nazionali non dovrebbero essere applicate in assenza di una minaccia reale e sufficientemente grave a un interesse fondamentale della società, né dovrebbero essere applicate quando possono violare le norme dell’Ue che armonizzano il mercato interno e le norme in base alle quali le banche operano in tale mercato». Insomma, è un alt ad eventuali stop governativi all’operazione. Uno stop, tuttavia, che difficilmente arriverebbe per come adombrato dalla missiva e, al massimo, potrebbero essere irrogate delle prescrizioni per garantire alcuni servizi vitali alla vita economica del Paese e sul fronte dell’occupazione.
Rubin De Cervin, tuttavia, nella missiva chiede chiarimenti sui criteri applicativi, sui modi di fare le valutazioni e le autorità coinvolte e se sono applicate le normative della Bce. E, inoltre, se il governo agisce solo su criteri di sicurezza o anche di natura economico-finanziaria. L’esecutivo italiano non avrà problemi a rispondere, ma sta di fatto che certi toni da reprimenda suonano come stonati soprattutto dopo la gestione certamente criticabile della vicenda legata alla concessione del cosiddetto «compromesso danese», vale a dire uno sconto sui capitali da accantonare, legata all’offerta pubblica di acquisto di Banco Bpm sul gestore di fondi d’investimento Anima. Quest’ultima vicenda è strettamente legata all’offerta di Unicredit su Banco Bpm, con quest’ultima che a questo punto vede indebolirsi le sue difese nei confronti del gruppo guidato da Andrea Orcel. Agli osservatori non è sfuggito, infatti, che proprio il giorno prima dell’assemblea degli azionisti di Unicredit che avrebbe dovuto dare l’ok all’aumento di capitale a servizio dell’offerta su Bpm, è arrivato il parere negativo sullo sconto danese da parte della Bce.
Un fatto curioso e irrituale, poiché a doversi esprimere sul tema non è la Bce, ma l’Eba, che per giunta il giorno successivo – dopo mesi di esame – ha detto di non potersi esprimere sul tema e di avere bisogno di analisi più approfondite. Con buona pace di azionisti e mercato, che da questo verdetto attendevano di avere indicazioni sul futuro dei propri investimenti.