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    L’arte può contribuire ad aumentare la consapevolezza riguardo al cambiamento climatico?

    Al Paris COP21, Tomás Saraceno ha presentato la sua visione di una nuova era, l’Aerocene, un periodo che seguirebbe ciò che alcuni scienziati considerano l’Antropocene. Secondo questa teoria, l’influenza dell’attività antropogenica sugli ecosistemi terrestri è diventata talmente estrema da costituire ormai il principale fattore della regolazione ambientale errata.

    Per scopi estetici, Tomás Saraceno ha immaginato l’Aerocene come un movimento internazionale per la consapevolezza ambientale. Ha mostrato questo concetto attraverso una mongolfiera, modalità di trasporto poetica e utopistica per persone, beni e servizi.

    Questa mongolfiera può librarsi in aria senza alcun tipo di bruciatore elettrico ed è completamente priva di carbonio. La differenza di temperatura di un solo grado tra l’aria intrappolata nella scultura e riscaldata dal sole e l’aria circostante è sufficiente per farla volare. Questo grado in più, che potrebbe cambiare tutto sulla Terra, è materializzato in un oceano d’aria.

    Il nostro mondo in continuo mutamento rallenta improvvisamente come l’Aerocene, trasportato dal vento. La poesia emerge al centro dei vigneti Taissy, di proprietà della Maison Ruinart, per cui Tomás Saraceno ha immaginato questa installazione altamente simbolica all’intersezione tra arte e scienza. All’artista argentino è stata data carta bianca poetica quale parte del conto alla rovescia al 300o anniversario della Maison Ruinart, la prima e più antica casa di Champagne al mondo.

    La storia della Maison Ruinart risale al 18o secolo, quando Nicolas Ruinart abbandonò l’attività di commercio di lino della famiglia per dedicarsi alla produzione di champagne. Questo nuovo “vino con le bollicine” fu sempre più apprezzato dagli aristocratici francesi. Ispirato da suo zio, Dom Thierry Ruinart, che gli trasmise la sua visione, Ruinart per lanciare davvero il suo commercio di champagne dovette attendere il decreto reale del 25 maggio 1728, firmato dal re francese Luigi XV, che autorizzava il trasporto di bottiglie di vino in vetro. Prima, il vino poteva viaggiare solo in botti, il che rendeva impossibile la consegna dello champagne.

    Tre secoli più tardi, la struttura aerea artistica si erge sopra i vigneti della Maison Ruinart nella luce del primo mattino. Sentiamo il potere dell’aria, quest’aria che dobbiamo preservare per garantire la sopravvivenza dell’umanità e delle specie con cui condividiamo questo mondo.

    ESSERE TESTIMONI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE DAI VIGNETI

    Thomas Labbé, storico dell’Università di Lipsia, e i suoi colleghi, hanno studiato gli archivi dei vigneti di Beaune, la capitale vinicola della Borgogna nel dipartimento della Côte-d’Or nella Francia orientale. Questi documenti, consegnati presso la Chiesa di Notre-Dame de Beaune, vanno dal 14o secolo ai tempi moderni. I documenti mostrano brevi periodi di riscaldamento e anni insolitamente caldi, come il 1540. Ma dalla fine degli anni ’80, il calore ha raggiunto livelli record. Le otto raccolte più in anticipo di tutti i tempi sono state registrate nei soli ultimi sedici anni. Alcuni anni fa, la vendemmia tradizionalmente iniziava alla fine di settembre; oggi, invece, in alcuni luoghi inizia già a metà agosto.

    Questo vale anche per la regione dello Champagne dove il cambiamento climatico è una realtà da diversi anni. Gli enologi della Maison Ruinart hanno documentato un aumento di 1,3°C tra il 1961 e il 2020. Sul Monte Reims, un altopiano boschivo dove si trovano i vigneti Taissy, nel 1981 i grappoli d’uva venivano raccolti a fine settembre. Tre delle quattro vendemmie tenutesi più presto sono state ad agosto, cosa successa solo una volta nella storia dello Champagne, nel 1822.

    Gli effetti di un paio di gradi Celsius sulle viti sono variabili. Le regioni incorniciate da alte colline sono più protette rispetto ai vigneti del sud-ovest della Francia, dove l’ondata di calore dell’estate del 2019 ha seccato le foglie dei vigneti e ha fatto maturare i grappoli più rapidamente. LEGGI TUTTO

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    Le ondate di caldo possono essere letali. E il cambiamento climatico peggiora la situazione

    Innumerevoli ricerche scientifiche hanno mostrato che il cambiamento climatico sta rendendo le ondate di calore più lunghe, più calde, più frequenti e più pericolose. Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change aggiunge ulteriori dettagli valutando il costo umano di questo caldo eccezionale: in giugno, un team di circa 70 ricercatori ha riscontrato che nei 732 siti dei 6 continenti studiati, il 37% di tutte le morti correlate al caldo possono essere attribuite direttamente al cambiamento climatico.Lo studio sottolinea l’urgenza con cui è necessario affrontare il cambiamento climatico causato dall’uomo, spiega Ana Vicedo Cabrera, autrice principale dello studio ed epidemiologa del cambiamento climatico presso l’Università di Berna, in Svizzera.

    “Il cambiamento climatico non è qualcosa che riguarda il futuro: è qualcosa che riguarda il presente e sta già influendo sulla nostra salute in modo decisamente drammatico”, prosegue la scienziata. Ondate di caldo estreme e micidiali come quelle che stanno flagellando l’America del Nord sono un’anticipazione di ciò che accadrà. “Possiamo aspettarci che i dati che abbiamo registrato in passato – quel 37% – in futuro aumenteranno in modo esponenziale”.

    Il caldo estremo è letale

    Negli USA il caldo estremo uccide ogni anno più persone di qualunque altro tipo di disastro naturale. A livello globale il suo impatto è enorme. Le ondate di calore storiche, come quella del 1995 a Chicago, del 2003 in Europa o del 2019 in Francia, possono uccidere migliaia di persone e molte altre rischiano di subire gravi danni alla salute che possono perdurare anche a lungo nel tempo dopo la fine dell’ondata, spiega Camilo Mora, climatologo presso l’Università delle Hawaii che ha pubblicato uno studio intitolato “27 ways a heat wave can kill you: Deadly heat in the era of climate change”.

    “Questi eventi possono avere conseguenze a lungo termine, dall’insufficienza renale a danni cerebrali o cardiaci”, prosegue.

    Studi precedenti hanno collegato particolari ondate di caldo scatenate dal cambiamento climatico che hanno colpito una specifica città a un numero maggiore di decessi. Nell’ondata di calore torrido del 2003 in Europa, ad esempio, il cambiamento climatico provocato dall’uomo ha aumentato il rischio di morte del 70% a Parigi. Questo nuovo studio espande l’analisi a livello globale analizzando oltre 700 località in tutti i continenti abitati.

    I ricercatori hanno vagliato tutti i decessi registrati che si sono verificati in estate, nonché i dati sulle temperature per quegli stessi luoghi e orari, per estrapolare tutti i decessi che potevano essere causati dal calore estremo. Esistono delle soglie di temperatura oltre le quali le persone hanno molte più probabilità di morire ma tali soglie sono diverse a seconda delle zone del mondo.

    Il team ha sviluppato una formula matematica per mettere in correlazione le temperature estreme — quanto facesse caldo oltre la temperatura media confortevole per una determinata città o Paese — al numero di persone che sarebbero potute morire se si fosse raggiunto quel livello di calore. Questo approccio ha permesso ai ricercatori di capire quante persone sono morte di fatto a causa del caldo estremo in ciascuna località presa in esame.

    Quindi è stato usato un modello climatico per simulare un mondo immaginario in cui il cambiamento climatico provocato dall’uomo non esiste. È stata usata la suddetta formula per capire quante persone sarebbero morte a causa del calore estremo in quell’universo alternativo e puramente teorico.

    Le differenze sono state nette. La temperatura del nostro pianeta è aumentata di circa 1 grado Celsius (1,8 gradi Farenheit) dalla fine del 1800 e, in mancanza di un serio impegno per eliminare le emissioni di gas serra, probabilmente aumenterà altrettanto entro la fine del secolo.

    Escludendo l’aumento di 1 grado che si è già verificato, le morti dovute al caldo avrebbero rappresentato appena poco meno dell’1% dell’intero tasso di mortalità estiva media a livello mondiale. Invece le morti provocate dal caldo rappresentano oltre l’1,5% di tutte le morti estive, ovvero sono all’incirca il 60% in più.

    Se esteso a livello mondiale, questo dato significa oltre 100.000 morti all’anno che potrebbero essere attribuite al cambiamento climatico provocato dall’uomo – anche se Vicedo Cabrera avverte che sono necessari più dati e ulteriori studi per elaborare una stima globale precisa.

    Ingiustizia climatica 

    Lo studio ha scoperto che, in media, più di un terzo delle morti dovute alla calura possono essere attribuite al cambiamento climatico. Ma in alcuni Paesi del Sudamerica, in Kuwait, Iran e in alcune parti del sud-est asiatico, il bilancio in termini di vite umane è ancora più elevato: arriva fino al 77% in Ecuador e al 61% nelle Filippine. Tale disparità emerge non solo perché questi luoghi sono particolarmente caldi ma perché spesso c’è un minor accesso all’aria condizionata, ad abitazioni ben costruite che gestiscano meglio la distribuzione del calore e ad altri fattori che potrebbero ridurre la vulnerabilità degli abitanti al caldo estremo.

    I modelli di vulnerabilità svelati dallo studio rivelano una profonda ineguaglianza, sostiene Tarik Benmarhnia, esperto di salute ambientale presso l’Università della California a San Diego.

    “Provate a pensare a chi ha contribuito al cambiamento climatico nell’ultimo secolo e a chi ne sta pagando le maggiori conseguenze oggi e vedrete che non è giusto. Esiste un’enorme ingiustizia ambientale che si manifesta attraverso le popolazioni che stanno pagando di più in termini di mortalità dovuta al caldo a causa del cambiamento climatico antropogenico”.

    Gli Stati Uniti sono attualmente responsabili di circa il 25% di tutte le emissioni che provocano il riscaldamento globale mentre il contributo del Guatemala, ad esempio, raggiunge a malapena lo 0,0002%. Ma oltre il 75% dei decessi dovuti al caldo in quel Paese si possono collegare al cambiamento climatico.

    Anche negli Stati Uniti l’impatto è devastante: circa il 35% dei decessi legati alla calura in USA può essere attribuito al cambiamento climatico che si è già verificato. Altre ricerche hanno mostrato chiaramente che quei costi non sono ripartiti in modo equo: in molte città, le persone afroamericane più anziane hanno il doppio delle probabilità di morire durante le ondate di calore estremo rispetto agli anziani bianchi.

    “A livello mondiale, gli effetti sono diseguali. All’interno degli Stati Uniti, gli effetti sono diseguali. Così come a livello di contea, città, quartiere, gli effetti sono diseguali”, prosegue Benmarhnia.

    Segnali letali del cambiamento climatico

    Gli scienziati stanno lavorando per stabilire quanto abbia inciso il cambiamento climatico sull’ondata di caldo del nord-ovest, sia in termini di peggioramento che di probabilità, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che abbia giocato un ruolo fondamentale, spiega Mora.

    “Quante volte ancora dobbiamo dimostrare che quando piove ci bagniamo?”, si chiede. “Per decenni noi scienziati del clima abbiamo continuato ad avvertire che la situazione non avrebbe potuto che peggiorare. Adesso è peggiorata”.

    Anche se tutte le emissioni di gas serra si fermassero domani, il pianeta continuerebbe a riscaldarsi ben oltre l’aumento di 1 grado Celsius che ormai abbiamo raggiunto. Ciò renderebbe gli eventi di calore estremo a cui assistiamo oggi praticamente la normalità invece che eventi rari. Ma il peggioramento che si verificherà in futuro dipende dalle azioni sul clima che intraprendiamo oggi, aggiunge Mora.

    E prosegue: “Per il futuro abbiamo due scelte: continuare su questo andamento o peggiorare ulteriormente. La scelta è ormai tra il male e il peggio”.

    In ogni caso, ormai è arrivato il tempo di iniziare ad aiutare le persone a prepararsi alla calura estrema, spiega Kristie Ebi, dell’Università di Washington, esperta di ambiente globale. Alcune azioni possono essere semplici, come assicurarsi che tutti abbiano accesso a ventilatori, aria condizionata e ripari ombreggiati. Altre azioni, come cercare di rendere la rete elettrica sufficientemente resistente da sopportare il carico imposto dal calore eccessivo, saranno molto più complesse.

    Ma il messaggio fondamentale è semplice, secondo Ebi: possiamo scegliere di salvare o meno delle vite umane. E conclude dicendo: “Il caldo uccide, ma non deve essere per forza così”. LEGGI TUTTO

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