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    Il caffè riuscirà a “risvegliare” le foreste pluviali del Costa Rica?

    Una soluzione che va a beneficio di tuttiI chicchi di caffè sono i semi di un frutto chiamato ciliegia di caffè che, quando viene raccolto, assomiglia a una ciliegia di colore giallo o rosso acceso. Per ottenere i chicchi di caffè, i produttori rimuovono la buccia, la polpa e altre pellicole interne del frutto. Poi ciò che resta viene fatto asciugare e tostato per fare poi la polvere usata per preparare la bevanda che finisce nelle nostre tazzine ogni mattina. Circa la metà del peso di un raccolto di caffè finisce in scarti.

    In Costa Rica, racconta Rakan Zahawi, uno degli autori dello studio nonché direttore del Lyon Arboretum dell’Università delle Hawaii a Manoa, i produttori di caffè generalmente portano tutti gli scarti di produzione in aree di stoccaggio dove vengono lasciati a decomporre.

    Nei primi anni 2000, Zahawi aveva conosciuto un simile progetto di ripristino basato sull’uso delle bucce di arancia.

    “La differenza era come dal giorno alla notte” racconta descrivendo le foreste trattate con le bucce d’arancia rispetto a quelle non trattate, “gli effetti erano davvero evidenti”.

    L’idea alla base di quel progetto gli tornò in mente quando iniziò a lavorare in Costa Rica e si rese conto della quantità di rifiuti generati dall’importante industria del caffè del Paese. Se i residui di polpa del caffè potessero essere utilizzati in qualche modo, pensarono Cole e Zahawi, tutti i soggetti coinvolti — produttori di caffè, proprietari dei terreni e ambientalisti — ne trarrebbero beneficio.

    “Di base si tratta di un sostanzioso prodotto di scarto, costoso da smaltire, e i produttori lo cedono gratuitamente”, afferma Cole. Al posto dei costi necessari per lo stoccaggio e il compostaggio di questi scarti, i ricercatori hanno dovuto far fronte soltanto al costo di noleggio dei camion per il trasporto sui terreni.

    Come e perché funziona

    Funziona così: si sparge uno strato spesso circa mezzo metro di polpa di caffè su un’area ricoperta di erba da foraggio. La vegetazione sottostante col tempo “cuoce” e muore per asfissia quindi si decompone.

    “In questo modo muoiono anche le radici e i rizomi dell’erba”, aggiunge Zahawi.

    Zahawi e Cole hanno rilevato che l’erba decomposta, insieme allo strato di caffè ricco di nutrienti, creano un terreno fertile. Questo terreno attrae gli insetti che a loro volta attraggono gli uccelli, i quali vi depositano i semi, come fa anche il vento.

    A quel punto inizia la rinascita.

    “Sembra che non succeda nulla per i primi due o tre anni ma poi avviene una vera e propria esplosione di nuove piante” afferma Zahawi “il terreno è così ricco di sostanze nutrienti che sembra che le piante crescano sotto steroidi”.

    È stato osservato che è determinante applicare uno strato di polpa sufficientemente spesso su aree abbastanza pianeggianti da non consentire il dilavamento e in condizioni climatiche che prevedano un periodo asciutto che permetta al caffè di “cuocere”. Essenzialmente diventa una compostiera molto efficace.

    “Se si mette una mano in quella miscela, si avverte proprio calore, non troppo, ma quel tanto che basta a soffocare l’erba sottostante” racconta Zahawi.

    Un metodo alternativo per eliminare le erbe infestanti sarebbe l’applicazione di teli di plastica fissati in posizione con dei pesi. Però con questo metodo “si produrrebbero notevoli quantità di rifiuti di plastica”, afferma Zahawi. Inoltre sarebbe comunque necessario aggiungere del terreno fertile per stimolare la crescita di nuove piante.

    Cole afferma che il modo più diffuso per ripristinare le foreste è piantare alberi. Ma è un’attività costosa che richiede molta manodopera, soprattutto rispetto alla semplice applicazione degli scarti del caffè lasciando che la natura faccia il resto.

    “Inizialmente ero piuttosto scettica, non ero sicura che avrebbe funzionato. Pensavo che sarebbe semplicemente cresciuta dell’erba più verde”, afferma. Invece abbiamo assistito alla rinascita della foresta pluviale.

    Ostacoli e ulteriori ricerche

    Anche se l’esperimento di Cole e Zahawi con la polpa di caffè ha prodotto un’efficace spinta per la rinascita delle foreste, ci sono degli aspetti negativi da considerare.

    “La polpa di caffè è davvero maleodorante” racconta Cole, che è cresciuta vicino a una piantagione di caffè in Costa Rica “io sono cresciuta con quell’odore ma per molte persone può essere piuttosto sgradevole”. 

    Inoltre questi scarti organici attirano molte mosche e altri insetti che, se da un lato presentano il vantaggio di attrarre gli uccelli – fondamentali per la dispersione dei semi – sono nocivi per le persone che vivono nei paraggi.

    “C’è anche la possibilità di effetti negativi per i bacini idrici: potrebbero verificarsi contaminazioni” afferma Cole. La polpa di caffè contiene sostanze nutritive come azoto e fosforo che possono avere impatti negativi su fiumi e laghi causando ad esempio un’eccessiva crescita di alghe. Inoltre la polpa potrebbe contenere tracce dei pesticidi utilizzati durante la coltivazione.

    Questo esperimento è stato eseguito in una zona lontana da risorse idriche ma Cole afferma che le loro prossime ricerche si concentreranno sullo studio del potenziale impatto sulle aree circostanti.

    Il precedente progetto incentrato sull’uso delle bucce d’arancia per incrementare la ricrescita delle foreste in Costa Rica era partito ma poi aveva incontrato degli ostacoli. Quando il produttore di succo d’arancia Del Oro avviò una collaborazione con un’area protetta locale per la distribuzione di grandi quantità di bucce d’arancia su terreni precedentemente utilizzati come pascoli, il suo concorrente locale, TicoFrut, sostenne che il programma fosse semplicemente un modo per disfarsi dei rifiuti. Il programma fu bloccato dalle autorità del Costa Rica che presero le parti dell’azienda concorrente.

    Un futuro promettente per le foreste?

    Dan Janzen e Winnie Hallwachs, coppia nella vita ed entrambi ecologisti tropicali presso l’Università della Pennsylvania, non sono stupiti del successo ecologico dell’esperimento di riforestazione di Cole e Zahawi; fu Janzen a proporre allo stesso scopo la collaborazione tra Del Oro e l’area protetta nel 1996, e a parlare a Zahawi di quell’idea.

    Già due decenni fa, assistette a un successo simile.

    Janzen racconta che sei mesi dopo l’applicazione delle bucce d’arancia, il terreno di un ettaro su cui si fece la prova al tempo “aveva un aspetto e un odore terribili”.

    “Un anno e mezzo dopo, il panorama era molto diverso: al posto delle infestanti erbe da foraggio c’era una meravigliosa macchia di latifoglie variegate che cresceva su un ricco terreno scuro. Sostanzialmente avevamo realizzato un’ottima fertilizzazione del terreno. Ce l’avevamo fatta”, scrive Janzen per e-mail.

    Janzen pensa che il progetto con la polpa di caffè potrebbe non avere lo stesso destino del fallito progetto con le bucce d’arancia sostenendo che sia “meno invischiato in spinose questioni politiche” e gestito da produttori più piccoli piuttosto che da grandi aziende in competizione tra loro.

    Oltre a studiare gli impatti a lungo termine, Cole è interessata a testare altri sottoprodotti agricoli. Essendo i rifiuti organici di questo tipo ricchi di nutrienti e non nocivi alla salute umana, si aspetta di ottenere risultati simili. LEGGI TUTTO

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    Il fracking degli USA rilancia l’industria europea della plastica

    L’espansione petrolchimica in EuropaLa costruzione di un nuovo impianto non garantisce che quelli più vecchi verranno chiusi, sostengono gli oppositori. E anche se così fosse, il nuovo sito garantirà un flusso di etilene a sostegno della produzione di plastica per molto tempo proprio mentre l’Europa sta provando a ridurre l’utilizzo di questo materiale.

    A luglio entrerà in vigore un notevole incentivo a livello europeo per la riduzione della plastica monouso: gli articoli usa e getta, come posate, piatti e bicchieri, verranno banditi e i tappi dovranno essere attaccati alle bottiglie, così che non si possano disperdere. Questo sforzo subirà un’ulteriore accelerazione nei prossimi anni, con gli obiettivi di raccolta delle bottiglie in plastica e l’obbligo per cui queste ultime dovranno essere composte al 25% di materiale riciclato entro il 2025.

    L’impegno dell’Europa a contrastare i rifiuti di plastica è il più ambizioso al mondo, ha affermato Tim Gabriel, legale senior del gruppo di pressione Environmental Investigation Agency. Realizzare un nuovo impianto produttivo “si pone in aperto contrasto” con tale impegno e con gli obiettivi ambiziosi di riduzione del carbonio dell’Europa, ha aggiunto.

    In risposta a questa affermazione il gruppo industriale PlasticsEurope sottolinea che la soluzione è riciclare, invece di ridurre la produzione di plastica. Come fa notare il gruppo, anche i materiali alternativi comportano conseguenze a livello ambientale.

    Nonostante le preoccupazioni relative ai rifiuti di plastica, con ogni probabilità la domanda globale di questo versatile materiale continuerà ad aumentare, sostengono gli analisti del settore. Il suo uso in automobili, aeroplani, apparecchi, materiali edili, abbigliamento e dispositivi elettronici, implica che il suo consumo segua l’andamento dell’espansione economica nonché la crescita della classe media nei Paesi in via di sviluppo.

    L’etano statunitense al momento rifornisce il 10% della produzione europea di etilene e lo stabilimento di Anversa porterà la percentuale al 20%, secondo Patrick Kirby, analista presso Wood Mackenzie, una società di consulenza del settore energetico e chimico. 

    La nuova offerta “sta esportando in Europa l’espansione petrolchimica degli Stati Uniti”, ha affermato Steven Feit, legale presso il gruppo di ricerca e tutela ambientale International Environmental Law. 

    Un’ancora di salvezza per le aziende in difficoltà

    Le vendite di etano, in patria e all’estero, hanno permesso di recuperare il tanto necessario fatturato alle aziende americane di idrofratturazione, molte delle quali sono recentemente andate incontro a problemi legati agli ingenti debiti e ai prezzi ai minimi storici del gas naturale e del petrolio.

    L’Europa non è l’unico territorio in cui l’etano americano sta favorendo i produttori di plastica. Globalmente, le esportazioni di questo gas sono aumentate del 585%, passando da 800.000 tonnellate nel 2014 a oltre 5,5 milioni di tonnellate nel 2020, secondo ICIS, una società di analisi del settore chimico ed energetico. Sempre secondo ICIS, il Canada è il mercato principale, seguito da India, Europa e Cina.

    Le grandi aziende di idrocarburi, da ExxonMobil a Saudi Aramco, considerano la plastica un prodotto in crescita in un futuro in cui i veicoli elettrici e i timori legati al cambiamento climatico potrebbero condannare a un costante declino la produzione di petrolio e gas. Nel 2016 il World Economic Forum aveva previsto che la produzione di plastica sarebbe raddoppiata in 20 anni e secondo l’International Energy Agency i prodotti petrolchimici, tra cui la plastica, sosterranno la metà dell’aumento della domanda di petrolio nei prossimi tre decenni.

    “La plastica è il ‘piano B’ dell’industria dei combustibili fossili” ha affermato” Luján.

    Eppure, fin dall’inizio dell’anno scorso l’espansione globale aveva portato a un’eccedenza di plastica grezza e dei suoi componenti chimici di base. Inizialmente sembrava possibile che l’arresto dell’economia globale provocato dalla pandemia del 2020 potesse aggravare tale eccedenza, e questi timori potrebbero essere stati alla base della decisione di INEOS di posticipare i lavori su un impianto che avrebbe dovuto funzionare parallelamente a quello di Anversa per realizzare propilene, un altro ingrediente plastico.

    Pare invece che il COVID-19 non sia stato così negativo per i produttori di plastica, come era sembrato inizialmente. Questo anno di sconvolgimenti ha trasformato i modelli di spesa, il cibo da asporto e lo shopping online hanno aumentato la domanda di packaging mentre mascherine e altri dispositivi di protezione hanno avuto una notevole espansione. Il denaro che una volta veniva speso per viaggi e divertimenti è servito invece per acquistare laptop, console da gioco, attrezzature per il fitness e apparecchi, tutti oggetti che contengono plastica.

    “La domanda ha tenuto decisamente bene” ha spiegato Will Beacham, vicedirettore di ICIS Chemical Business, una pubblicazione del settore. “Ora sembra che l’eccedenza non sia così grave come si temeva”.

    Tuttavia, quando si tratta della plastica, i critici affermano che le comuni dinamiche dei mercati sono spesso invertite. “In più casi si è dimostrato che la plastica è un materiale in cui l’offerta guida la domanda”, spiega Feit.

    Prima, il surplus di etano ha stimolato la produzione di quantitativi superiori di plastica, prosegue. E le aziende impongono questo materiale economico ai consumatori, che spesso hanno pochissima scelta sulla composizione di un oggetto o sul tipo di packaging.

    “In ultima analisi, la questione è direzionale”, ha affermato. “Riguarda la quantità di plastica che produciamo. E al momento, ne stiamo producendo troppa”.  LEGGI TUTTO

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