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    Lacoste x National Geographic: quando gli abiti diventano un’ode alla natura

    Moda etica e sostenibile
    Anche se si dice che la moda passa sempre di moda, prima di tornare a essere di tendenza, essa può anche essere, e lo è sempre di più, oggetto di un impegno efficace. Questo perché tutti coloro che scelgono il proprio abbigliamento prima di uscire di casa non solo partecipano all’enorme industria della moda, ma plasmano anche i contorni futuri di un settore commerciale in continua evoluzione.
    Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP, dall’inglese UN Environment Program), più del 60% delle fibre tessili dei nostri abiti oggi sono sintetiche e derivano da combustibili fossili, il che significa che non si decompongono. Poliestere, acrilico, nylon: tante rivoluzioni che hanno intervallato il ciclo apparentemente infinito della moda, per reinventarlo. Più leggeri, più resistenti, più economici: questi materiali hanno portato numerosi vantaggi agli ideatori della moda di ieri. Ma c’è un problema: a ogni lavaggio questi materiali perdono alcune delle loro minuscole fibre di plastica. Queste microfibre finiscono inevitabilmente negli oceani: si stima che ogni anno mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica vengano rilasciate nelle attività di lavaggio, l’equivalente di tre miliardi di magliette in poliestere.
    Il rapporto della Fondazione Ellen MacArthur, “New Plastics Economy,” presentato da Stella McCartney al Forum economico mondiale nel 2017, aveva già fornito cifre che dimostrano l’urgenza di creare una nuova industria tessile, più etica e sostenibile: si pensa che il mercato della moda sia responsabile del 20% degli scarichi di acque reflue, del 10% delle emissioni globali di carbonio, del 35% dello scarico delle microplastiche negli oceani e del 22% dell’impiego di pesticidi nel mondo.
    Tra le varie dichiarazioni rilasciate e gli impegni presi, è stato spesso ripetuto uno slogan, preso a monito dalla saggezza convenzionale: la moda sarebbe “la seconda industria più inquinante al mondo, subito dopo il petrolio”. Nonostante questa affermazione, spesso riportata dai media e utilizzata nelle sale conferenza, sia stata da allora corretta (secondo il New York Times, agricoltura, turismo e trasporti sono fonti maggiori di inquinamento rispetto all’industria tessile), i principali protagonisti del settore, insieme agli stilisti, sono quasi tutti impegnati nel produrre in modo più responsabile.
    Per il grande pubblico, così come per l’industria della moda, la domanda non è più: “Mi piacciono questi vestiti?”, ma piuttosto “Chi li ha realizzati, e come? Di cosa sono fatti? Quale impatto avrà il mio acquisto sugli altri e sul nostro pianeta?”
    Fin dall’inizio dell’ultimo decennio sono emerse numerose campagne a sostegno delle aziende già impegnate nella produzione di una moda più sostenibile e più ecologica, combattendo contemporaneamente lo sfruttamento e il lavoro minorile nei campi di cotone. Molti sono impegnati anche nella difesa del mondo animale. Lacoste, ad esempio, una delle principali forze dell’industria tessile, ha scelto di vietare l’utilizzo di pelliccia, mohair e angora.
    Come è ovvio, le polo della collezione National Geographic x Lacoste sono tutte realizzate in poliestere riciclato e cotone biologico, e le suole delle scarpe sono in gomma naturale: sarebbe impossibile celebrare il nostro pianeta ed evidenziare l’importanza di tutelare le sue straordinarie creature senza osservare i nostri obblighi etici. 
    Perché anche se è vero che la moda può passare di moda, sicuramente alcune tendenze sono fatte per durare. 
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    Smog, l'85% delle città italiane inquinate: 5 con i valori peggiori

    Più di otto città su dieci pagano pegno sullo smog; l’85% è infatti sotto la sufficienza per la qualità dell’aria: i “fanalini di coda” sono “Torino, Roma, Palermo, Milano e Como“, che prendono un voto pari a zero. Questo quanto emerge dal nuovo rapporto di Legambiente Mal’aria (qui il .pdf) che analizza l’inquinamento lungo un […] LEGGI TUTTO

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