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    Il futuro dell’Area Marina Protetta “Isole Egadi”: un turismo sostenibile tra terra e mare

    Nuove professionalità e opportunità per il territorio“Vogliamo promuovere l’istituzione di nuovi servizi e di nuovi operatori economici per la fruizione del turismo terrestre e sostenibile. Ad oggi, all’interno dell’Area Marina Protetta, sono presenti ben 60 operatori che offrono attività legate al turismo marino come gite in barca, snorkeling e immersioni, ma sono pochissimi quelli che  promuovono il patrimonio storico culturale del territorio egadino”, dice Livreri Console. Innescare un percorso virtuoso che possa generare economia attraverso la valorizzazione delle “green and blue career” – figure professionali che operano nel rispetto della compatibilità ambientale – è dunque un obiettivo che rientra pienamente nella mission dell’Area Marina Protetta.

    Il grande potenziale del patrimonio terrestre nel territorio egadino va promosso e allineato con quello marino, così da poter valorizzare anche tutti quei percorsi che le tre isole sono in grado di offrire permettendo al visitatore di esplorare non solo le ricchezze costiere ma anche quelle terrestri.

    La gestione e valorizzazione dell’ambiente deve essere insomma intesa come un unicum, in una visione integrata e armonizzata. Le opportunità ci sono, attendono solo di essere messe in rete, attraverso percorsi mirati che consentano al visitatore di conoscere le peculiarità del territorio, come le cave di “Tufo” (calcarenite) di Favignana o i reperti archeologici di Levanzo e Marettimo.

    “Visto il grande patrimonio naturalistico, etnoantropologico e archeologico dell’Area Marina Protetta e delle Isole che essa abbraccia, questo luogo potrebbe essere deputato a scuole permanenti di specializzazione sui temi della sostenibilità energetica e turistica”, commenta Livreri Console, “alcune di queste metodologie le stiamo già sperimentando con la gestione olistica dei percorsi delle tradizioni marinare egadine, un circuito culturale che unisce idealmente lo Stabilimento Florio a Favignana e Formica e il Castello Punta Troia a Marettimo, Beni Museali gestiti dal 2020 dall’Area Marina Protetta”.

    Nel futuro dell’Area Marina Protetta vi è quindi un percorso costellato di innovazione sociale, tecnologica e turistica, che vuole puntare su un turismo durevole e sostenibile. “Vogliamo incentivare la nascita di start up turistiche per far sì che le Egadi possano essere un modello di turismo e sinergia tra natura e comunità locale”, conclude. LEGGI TUTTO

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    L’iniziativa “Assi del Cansiglio”: un’ambiziosa sfida ecologica e imprenditoriale

    Il futuro delle foreste venete Il Dipartimento di Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) ha promosso il progetto Vaia Front (Vaia – FROm lessons learNT to future options)  e partecipa a Vaia Land finanziato dalla Regione del Veneto (in collaborazione con il Dip. di Geoscienze e il CNR Irpi). Il primo ha messo a sistema diversi esperti che stanno analizzando le condizioni delle foreste prima e dopo la tempesta Vaia, i cambiamenti climatici e il loro impatto sulla vegetazione e soprattutto elaboreranno modelli e metodologie per la determinazione dei rischi di future tempeste, considerando le condizioni ecologiche sia a livello regionale sia a livello locale, considerando sia le diverse specie, le condizioni economiche, quelle sociali e quelle istituzionali. Il progetto Vaia Land punta invece ad analizzare le conseguenze degli schianti e degli interventi di recupero del materiale atterrato sulla stabilità dei versanti individuando linee guida gestionali per ridurre il dissesto idrogeologico.

    “Il cambiamento climatico intensificherà eventi come Vaia, è quindi importante un approccio strategico: la foresta dev’essere più resiliente anche al fine di favorire la manodopera locale e il mercato. Nella nostra realtà non ci sono le grandi segherie che ritroviamo in Austria o Germania, ma piccole aziende e artigiani che spesso in passato sono stati costretti a chiudere e quelle che rimangono non sono in grado di assorbire ingenti quantità di materiale resosi disponibile a seguito di eventi estremi come Vaia. Investire sulla scala locale può favorire l’istituzione di un circolo virtuoso per ambiente, società e industria”, conclude Lingua.

    Itlas: la nuova complicità tra uomo e natura

    Coniugando innovazione, design e sostenibilità, Itlas genera un impatto positivo per il territorio e la comunità. Un nuovo modello di business che, attraverso soluzioni green oriented, propone una produzione responsabile e rispettosa dell’ambiente: dal prodotto a chilometro zero Assi del Cansiglio e lo stile raffinato del progetto I Grandi Classici ai Parquet in legno prefiniti realizzati nel pieno rispetto del patrimonio forestale.

    Punto di congiunzione tra uomo e natura, il legno è la base di un percorso di sostenibilità ambientale che coinvolge tutta la filiera produttiva, gli stakeholder e le generazioni future.

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    È ancora possibile evitare alcuni cambiamenti catastrofici del clima

    L’aumento di 1,1 °C rispetto ai livelli preindustriali nella temperatura globale ha spinto la Terra verso un cambiamento irreversibile, in parte inevitabile. Ma azioni decisive per tagliare le emissioni in modo rapido ed efficace — mantenendo l’aumento globale della temperatura il più basso possibile — possono ridurre sensibilmente il rischio di oltrepassare soglie critiche che metterebbero ancora più a rischio il pianeta, secondo l’imponente relazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) pubblicata di recente.“Per stabilizzare il clima dobbiamo fermare le emissioni immediatamente, punto”, afferma Charles Koven, uno degli autori del rapporto e climatologo presso il Lawrence Berkeley National Laboratory in California. 

    Il rischio di cambiamenti irreversibili è sempre più evidente

    Le temperature della Terra sono aumentate più o meno costantemente per decenni, parallelamente all’aumento dei gas a effetto serra. La regola generale di base è semplice: più biossido di carbonio emettiamo, più si alzano le temperature, e questo rapporto continua ad aumentare, si afferma nella relazione.

    Ma gli scienziati sanno da oltre 30 anni che nel sistema climatico ci sono soglie che, se superate, potrebbero drasticamente rimodellare il mondo come lo conosciamo, causando cambiamenti irreversibili su scala temporale umana. Spingendo le calotte glaciali di Groenlandia e Antartide oltre determinati punti, ad esempio, si rischia di innescare un meccanismo che si autoalimenta che proseguirebbe anche se le emissioni venissero fermate domani.

    “Stiamo giocando alla roulette russa con il clima, e nessuno sa cosa ci sia nel tamburo della pistola”, scrisse nel 1987  Wally Broecker, pioniere della lotta al cambiamento climatico.

    Da allora, innumerevoli studi e ricerche hanno dimostrato che molti di questi esiti potrebbero verificarsi anche a seguito di un cambiamento della temperatura globale inferiore a quello che si prevedeva, e alcuni potrebbero essere già in corso. Anche se i valori esatti di questi punti soglia non sono chiari, alcuni effetti potrebbero essere innescati con un riscaldamento di 1,5-2 °C, il limite individuato in occasione dell’Accordo di Parigi del 2015.

    Il nuovo rapporto afferma che il pianeta potrebbe riscaldarsi di circa 1,4 °C al di sopra dei livelli preindustriali entro il 2100, se riusciamo a mettere in atto le misure più ambiziose per ridurre le emissioni, oppure di oltre 4°C se attuiamo le misure meno ambiziose.

    Anche nel migliore degli scenari, cambiamenti impossibili da invertire potrebbero verificarsi in ogni parte del mondo: ghiacci perenni, oceani, terraferma e atmosfera. Ma i rischi diventano di dimensioni ed entità ancora maggiori, all’aumentare del riscaldamento.

    “Più spingiamo il clima fuori dallo stato in cui si trova da diverse migliaia di anni, più sono le probabilità che superiamo soglie critiche producendo situazioni che non siamo in grado di calcolare e prevedere”, afferma Bob Kopp, uno degli autori del report e climatologo presso la Rutgers University.

    Alcuni di questi cambiamenti producono effetti per lo più locali. La perdita dei ghiacciai delle montagne locali, ad esempio, può influenzare profondamente le comunità che dipendono da essi per l’acqua. Altri, come lo scioglimento delle principali calotte di ghiaccio, hanno un impatto globale. Molti sono autorinforzanti: ad esempio gli incendi si verificano con maggiore probabilità in condizioni di clima secco e caldo, rese più frequenti dal cambiamento climatico. La combustione degli incendi rilascia carbonio nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento del pianeta e rendendo quindi più probabili ulteriori incendi: un andamento che oggi appare fin troppo chiaro.

    Quello che spaventa, afferma Koven, è che “ci sono soglie che magari superiamo e non ce ne rendiamo conto fino a quando non è troppo tardi”. Questo evidenzia l’importanza di fare tutto il possibile per tenerci lontani dai valori teorici.

    Di seguito illustriamo alcuni dei cambiamenti potenzialmente irreversibili che possiamo ancora evitare, se agiamo in modo determinante.

    Possiamo ancora evitare perdite catastrofiche nelle maggiori riserve di ghiaccio della Terra

    Lo scioglimento dei ghiacci sia groenlandesi che antartici sta già alimentando un aumento del livello del mare che è il più rapido degli ultimi 3.000 anni, minacciando miliardi di persone che abitano nelle zone costiere di tutto il mondo. Le emissioni dei gas a effetto serra ci hanno bloccato in una situazione di aumento continuo che andrà avanti per secoli, ma la velocità e la gravità di questo “blocco” sono ancora sotto controllo, si dice nel rapporto.

    Si rileva che il livello del mare potrebbe aumentare di soli 0,5 metri entro il 2100 se le emissioni vengono notevolmente diminuite, oppure di 0,6-0,9 metri se le emissioni continuano ad aumentare. Ma nello scenario peggiore — se vengono passati i punti di non ritorno in Antartide — questo numero potrebbe arrivare a 1,8 metri.

    Le previsioni più terrificanti entrano in gioco se le calotte glaciali superano certe soglie critiche, dopo di che la fisica comporterebbe un trend di declino continuo; ma “siamo in grado di ridurre le probabilità che ciò accada, frenando le emissioni”, afferma Baylor Fox-Kemper, uno degli autori del report e oceanografo presso l’Università Brown.

    La sola regione antartica occidentale contiene ghiaccio sufficiente per aumentare il livello del mare di circa 3 metri, se dovesse sciogliersi tutto, e la geologia del luogo rende questa possibilità una grave preoccupazione. Questa regione ha la conformazione di una conca: la roccia sottostante il massiccio strato di ghiaccio si trova al di sotto del livello del mare. Lo strato di ghiaccio stesso impedisce all’oceano di riversarvisi, avendo la forma di un coperchio convesso che ne ricopre il bordo. Ma se tale coperchio si rompe, oppure se viene spinto leggermente all’interno del bordo, l’acqua dell’oceano potrebbe infiltrarsi nella conca, facendo sciogliere il ghiaccio da sotto, accelerando molto probabilmente la sua scomparsa.

    Le prove indicano che questo inevitabile declino potrebbe essere innescato da un riscaldamento terrestre compreso tra 1,5 e 2 °C sopra ai livelli preindustriali, e alcuni scienziati ritengono che ci siano segnali del fatto che questo processo sia già in corso, il che rende l’obiettivo di riduzione delle emissioni ancora più urgente.

    Anche il ghiaccio del polo nord è esposto a un simile pericolo, essendo già particolarmente vulnerabile, dato che l’Artide si sta riscaldando con valori medi doppi rispetto a quelli mondiali, si scrive nel rapporto.

    La calotta della Groenlandia, che farebbe innalzare i livelli globali del mare di circa 7,3 metri se scomparisse, si sta riducendo a una velocità che non ha eguali negli ultimi 350 anni ed è sulla buona strada per superare i tassi di scioglimento degli ultimi 12.000 anni. In una sola giornata di estremo calore che si è verificata alla fine di luglio, dalla sua superficie è scivolata una quantità di acqua sufficiente a ricoprire la Florida di 5 cm d’acqua.

    Uno dei cicli di retroazione chiave che potrebbero accelerare la sua scomparsa è questo: il caldo sole estivo scioglie la neve che si raccoglie sullo strato di ghiaccio, esponendo il ghiaccio più scuro e denso sottostante e creando a volte dei bacini di acqua di disgelo. Il ghiaccio più scuro e l’acqua assorbono più calore, causando ulteriori scioglimenti, il che provoca più acqua di disgelo, e così via, in un ciclo distruttivo. Il problema del restringimento estivo non potrà che peggiorare con il progressivo rimpicciolirsi dei ghiacciai: scendendo di altezza, la superficie degli stessi si avvicina al livello del mare, dove l’aria è notevolmente più calda, accelerando ulteriormente la recessione.

    Anche le acque oceaniche, riscaldate dal cambiamento climatico, “consumano” lo strato di ghiaccio ai bordi, causando la rottura di ulteriori grossi pezzi di ghiaccio. In questo modo altro ghiaccio scende a valle per sostituire quello che si è staccato, questo determina la rottura di altri pezzi e così via. È un po’ come una macchina che spara palline di gomma: appena ne viene sparata una, le altre scorrono verso l’imboccatura di uscita.

    Il ghiaccio della Groenlandia non sparirà domani. Gli scienziati stimano che ci vorranno oltre 1.000 anni perché si disintegri completamente, e potenzialmente migliaia di anni in più, se riusciamo a ridurre rapidamente le emissioni. Ma una volta che il processo supera certe soglie, che alcuni ritengono possa accadere a 2,7 °C circa di riscaldamento o forse anche meno, molto probabilmente la scomparsa di questa riserva di ghiaccio sarà irreversibile. Questo significa che il ghiaccio continuerà a sciogliersi per secoli, anche se le temperature si stabilizzano.

    Ciononostante, “non dovremmo arrenderci” sottolinea Twila Moon, scienziata del clima presso il National Snow and Ice Data Center del Colorado. “Più emissioni rilasciamo nell’atmosfera, più la riscaldiamo, e questo alla fine determinerà l’entità del cambiamento”.

    Limitando il riscaldamento a 1,5 °C si ridurrebbe l’aumento del livello del mare alla metà, in questo secolo, stando alla recente analisi.

    Una corrente oceanica fondamentale potrebbe rallentare

    Anche i pericolosi cambiamenti che interessano una delle principali correnti oceaniche che controlla il clima nell’area del bacino atlantico potrebbero diventare permanenti, se non si pone un freno al cambiamento climatico, sempre secondo il rapporto.

    L’acqua segue una corrente che la spinge costantemente attraverso gli oceani del mondo, trasportando calore, carbonio e molto altro in giro per il pianeta. Nell’Oceano Atlantico, una parte di quel gigantesco e potente nastro trasportatore sposta il calore verso nord, scorrendo lungo il lato occidentale del bacino. Quel calore influenza tutto, dal tempo meteorologico degli Stati Uniti e dell’Europa fino al livello del mare lungo la East Coast e l’andamento delle precipitazioni in Africa.

    Ma il cambiamento climatico sta già rallentando questa corrente. La velocità dell’acqua è in parte controllata dalla sua densità quando giunge presso la Groenlandia, dove generalmente si raffredda rapidamente e scende nelle profondità marine come una ruota che rotola giù da una pendenza. Ma l’acqua che arriva in quel punto di “sprofondamento” è sempre più calda, e lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi riversa ulteriore acqua — entrambi fenomeni che rendono l’acqua meno densa e meno diretta verso il basso, cosa che rallenta l’intero nastro trasportatore. La ricerca indica che il rallentamento è stato del 15% circa rispetto alla metà del XX secolo, e che la corrente non è mai stata così lenta negli ultimi 1.000 anni.

    Ma è possibile un collasso ancora maggiore: in passato il nastro trasportatore ha subito un forte rallentamento se non addirittura uno stop, che portò a un’improvvisa condizione di freddo intenso e a un generale rimodellamento del clima e della distribuzione delle piogge in tutto il bacino atlantico.

    Il nuovo report dell’IPCC conferma che un tale rallentamento, che sconvolgerebbe il clima terrestre, è più che possibile, seppure improbabile prima del 2100. Il proseguire di questo declino, che si protrarrebbe probabilmente per secoli, potrebbe spostare la distribuzione delle piogge in Europa e Africa verso sud, indebolire i monsoni che ora attraversano ogni anno l’Africa e l’Asia tropicali, aggiungere altri 30 cm o più all’innalzamento del livello del mare lungo la East Coast americana, e altro.

    Nessuno sa esattamente dove si trovi la soglia critica della corrente. “Tutti gli elementi per andare nella direzione sbagliata ci sono”, afferma Paola Cessi, oceanografa dello Scripps Institution of Oceanography in California. “E se continuiamo così come stiamo facendo, sicuramente prima o poi ci arriveremo”. Ma una forte azione in tutela del clima potrebbe ancora invertire questo declino, prevenendo o addirittura evitando gli impatti peggiori.

    Il permafrost potrebbe disintegrarsi

    L’Artide conta oltre 23 milioni di km quadrati di permafrost, suolo che rimane congelato per tutto l’arco dell’anno. Questo terreno contiene enormi quantità di materiale organico morto, che è inerte e quindi sicuro, finché è congelato. Ma quando il permafrost si scongela, quel materiale si trasforma in gas serra: il metano, super potente gas serra, e biossido di carbonio. Il carbonio intrappolato in questi terreni è maggiore di tutto quello presente nell’atmosfera.

    Ma l’Artide si sta riscaldando più rapidamente del resto del pianeta, destabilizzando il permafrost e rilasciando lentamente il suo carbonio nell’atmosfera, contribuendo così a un ulteriore riscaldamento e scioglimento. Uno speciale rapporto provvisorio dell’IPCC pubblicato nel 2019 suggeriva che le interrelazioni potrebbero peggiorare intorno ai 3°C di riscaldamento, ma il processo continuerà comunque se le temperature aumentano ulteriormente, afferma Koven.

    “Ci aspettiamo che questi processi agiscano come una sorta di reazione positiva, destabilizzando il sistema climatico e rendendo più difficile raggiungere i nostri obiettivi per il clima”, aggiunge. Ma una drastica riduzione delle emissioni potrebbe rallentare o anche invertire l’emissione di carbonio da parte dell’ecosistema del permafrost, evitando gli effetti peggiori.

    La foresta amazzonica potrebbe diventare una savana

    Oggi, la foresta amazzonica fa qualcosa di straordinario: produce la propria acqua.

    La pioggia penetra nella parte orientale della foresta dall’Oceano Atlantico. Gli alberi la usano e la “espirano” riemettendola all’esterno, dove si ricondensa formando nuove nuvole, che si spostano sostenute dal vento che spira verso ovest, formando le piogge lungo il percorso, e continuando così il ciclo. Una singola molecola d’acqua può essere riciclata fino a cinque volte nel percorso che compie per attraversare la foresta pluviale.

    Ma la deforestazione, il degrado forestale e il cambiamento climatico stesso interrompono questo processo, afferma David Lapola, ricercatore presso l’Università di Campina in Brasile, attivando una transizione dalle piante della foresta pluviale a piante che preferiscono condizioni climatiche più secche, causando un cambiamento a lungo termine nell’intero ecosistema.

    Le specie che si sono adattate ai climi secchi trattengono maggiormente l’acqua, restituendone meno all’aria soprastante, interrompendo di fatto il ciclo della pioggia e portando a un ulteriore inaridimento. Le specie tipiche delle zone aride stanno già prendendo il sopravvento nella zona sudorientale dell’Amazzonia.

    L’Amazzonia contiene all’incirca da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio, circa il 15% del bilancio di carbonio  rimanente suggerito dal detto rapporto dell’IPCC per avere il 50% di possibilità di rimanere al di sotto dei 2°C di riscaldamento. Perdere l’acqua significherebbe perdere la maggior parte di quel carbonio stoccato, spiega Lapola.

    Ancora non è chiaro quale sia esattamente la soglia critica. Uno studio suggerisce che la perdita del 40% della foresta o il superamento dei 4 °C di riscaldamento potrebbe causare un cambiamento permanente e irreversibile. Altri pensano che potrebbe bastare anche meno. La dilagante deforestazione (le stime indicano che almeno il 20% della foresta sia stata abbattuta) e l’inesorabile riscaldamento stanno rendendo le prospettive decisamente preoccupanti.

    “Venti anni fa avevamo previsto questo scenario, ma pensavamo che si sarebbe verificato intorno al 2050 o ancora più tardi”, afferma Lapola. Ma ora, guardando i dati attuali, è chiaro che “al tempo siamo stati troppo ottimisti”.

    E non è tutto. È ora di agire.

    Questi sono solo alcuni dei cambiamenti irrevocabili che possiamo aspettarci se il clima del pianeta continua a riscaldarsi, si legge nel rapporto: cambiamenti sostanziali nei monsoni, aumento del riscaldamento, dell’acidificazione e del calo di ossigeno degli oceani, ondate di calore più estreme, ai limiti dell’abitabilità umana. Il cambiamento climatico non risparmia nessuna zona del pianeta.

    E siccome ogni lieve incremento nel riscaldamento avrà un impatto molto maggiore dell’incremento precedente, gli effetti peggiori si possono evitare solo se agiamo in modo efficace. Ad esempio, un’ondata di calore che in passato aveva una frequenza di una volta ogni 50 anni, oggi ha una probabilità di verificarsi cinque volte maggiore; a 2°C di riscaldamento la probabilità sarà 14 volte maggiore; ma in un mondo più caldo di 4°C, sarà ben 40 volte maggiore, sempre secondo il rapporto.

    Oggi, è un imperativo morale evitare questi ulteriori rischi, afferma Tim Lenton, climatologo presso l’Università di Exeter che da anni avverte in merito agli aspetti irreversibili del cambiamento climatico.

    “Dobbiamo agire come se fossimo di fronte a un’emergenza climatica”, afferma Lenton. “La gente ora si è accorta della realtà e si rende conto che quello che dicono gli scienziati da tempo non è uno scherzo, ma sono passati 30 anni, ed eccoci qua. Ora quello che conta sono solo le azioni”.

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    COP26: perché è un evento di importanza globale?

    Ma c’è anche positività sullo sfondo della COP26: la procedura di rientro nell’Accordo di Parigi avviata da Joe Biden nel suo primo giorno in carica come presidente degli Stati Uniti è stata una chiara presa di posizione in contrasto con il ritiro avviato dal suo predecessore. Poi ci sono iniziative proattive come l’Earthshot Prize, la crescita delle rinnovabili a livello globale, una maggiore responsabilità in merito all’investimento etico da parte di alcune delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo e azioni per proteggere più aree della Terra – come la decisione del Regno Unito di novembre 2020 di proteggere 4,3 km quadrati di oceano, supportata in parte dall’iniziativa Pristine Seas di National Geographic. Tutti segni positivi che indicano che gli ambiziosi intenti stanno lentamente diventano azioni decisive.(Queste 15 idee sono in lizza per il più importante premio ambientale della storia)

    Quindi la COP26 è effettivamente un evento di grande portata. Qual è la responsabilità del Regno Unito?

    La buona riuscita delle negoziazioni della COP26 dipende in buona parte dalla capacità della nazione che ne ha la presidenza di essere diplomatica e concentrata nella gestione delle questioni all’ordine del giorno, un po’ come fa un giudice in un’aula di tribunale. I precedenti fallimenti degli eventi della COP sono stati attribuiti ai governi ospitanti, così come anche i successi.

    Nel suo discorso di inaugurazione a febbraio, Boris Johnson ha evidenziato la sua ambizione che il Regno Unito sia un leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, nell’uso di mezzi di trasporto elettrici e nella tecnologia di cattura e sequestro del carbonio, e ha ribadito l’impegno del Regno Unito di raggiungere l’impatto zero di carbonio entro il 2050. Questo passo, fatto a giugno 2019 e che ha visto il Regno Unito come la prima delle nazioni del G7 a fare una tale dichiarazione, ha suscitato i commenti dei più scettici. Ma è stata anche riconosciuta come una presa di posizione morale, dato il ruolo del Regno Unito nella rivoluzione industriale, nonché una dichiarazione di intenti determinante nell’incoraggiare altre nazioni a seguirla a ruota.

    E proprio questa sarà la posizione del Regno Unito alla COP26 di novembre.

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    Jane Goodall si unisce alla campagna che mira a piantare mille miliardi di alberi entro il 2030

    Goodall, da lungo tempo una National Geographic Explorer, ha specificato che piantare alberi è solo una delle azioni previste da Trees for Jane: c’è qualcosa di ancora più importante in questo progetto. “È fondamentale proteggere le foreste esistenti perché i loro grandi alberi hanno già immagazzinato CO2”, ha affermato durante un’intervista per National Geographic.Trees for Jane è una delle sempre più numerose campagne di piantumazione di alberi in tutto il mondo che mirano a rimuovere i gas responsabili dell’effetto serra dall’atmosfera. Tra le altre la campagna di Goodall si unisce alla Trillion Tree Campaign e a 1t.org, progetti sostenuti dal Forum economico mondiale e che affiancano Trees for Jane.

    Goodall, Messaggera di Pace dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sente una forte “connessione spirituale” con gli alberi, ha dichiarato in una conversazione via Zoom dalla sua casa di famiglia nel sud dell’Inghilterra. “Gli alberi assorbono anidride carbonica e ci restituiscono ossigeno. Aiutano a far piovere. Sono quindi un dono”.

    In A Trillion Trees, un cortometraggio diffuso durante la Climate Action Week (Settimana delle azioni per il clima, NdT) delle Nazioni Unite, Goodall definisce gli alberi “un dono di Dio per l’umanità”. Il numero di alberi che le campagne Trillion Trees Campaign, 1t.org e Trees for Jane mirano a piantare o preservare è impressionante: 128 alberi per ogni essere umano sulla Terra.

    C’è però un preciso motivo dietro a questo obiettivo, afferma Goodall. Nel mondo adesso ci sono circa tremila miliardi di alberi, ma il pianeta ne perde ogni anno 15 miliardi, secondo uno studio di mappatura del 2015 pubblicato sulla rivista Nature.

    “Mi rendo conto che mille miliardi sembra un numero assurdo”, afferma Jeff Horowitz, cofondatore di Trees for Jane. “Non stiamo dicendo che arriveremo sicuramente a questa cifra, ma vogliano andarci il più vicino possibile”.

    Sostenere le azioni già in corso

    Trees for Jane sosterrà le “azioni già attive sul campo” per proteggere e ripristinare la biodiversità del nostro pianeta, ha affermato Horowitz. “Ci sono dai 300 ai 400 gruppi pronti a mettersi all’opera per l’azione di piantumazione: pala alla mano e alberi messi a dimora fin dal primo giorno”.

    Le donazioni a Trees for Jane sosterranno i gruppi locali che lavorano per fermare la deforestazione, ha aggiunto. E a coloro che si occupano della piantumazione sarà richiesto di accettare anche il compito di prendersi cura dei nuovi alberi e di monitorarli fino a che non avranno ben attecchito.

    La salvaguardia delle foreste e la piantumazione di nuovi alberi sono tra le soluzioni naturali per il clima che insieme potrebbero fornire fino a un terzo della mitigazione che è necessario raggiungere entro il 2030 per “evitare livelli catastrofici di riscaldamento globale”, ha affermato Susan Cook-Patton, scienziata senior per il ripristino delle foreste dell’organizzazione The Nature Conservancy. “Non è sempre necessario piantare alberi. Se le condizioni sono buone, gli alberi possono riprodursi da soli, riducendo i costi”.

    Ovviamente, piantare alberi non elimina la necessità di ridurre le emissioni, ha aggiunto Cook-Patton. “L’azione più importante è ridurre le emissioni di combustibili fossili. Ma anche se riduciamo rapidamente le emissioni, abbiamo comunque bisogno di rimuovere il carbonio dall’atmosfera per evitare un riscaldamento dagli effetti catastrofici. Ecco perché le strategie di rimozione del carbonio come piantare gli alberi rimangono importanti”.

    Alcune iniziative di rimboschimento sono state criticate da alcuni scienziati che le reputano inefficaci e controproducenti perché in molti programmi non vengono piantate specie autoctone e si creano in pratica piantagioni di alberi che non aiutano le foreste.

    Il messaggio della scienziata Cook-Patton è chiaro: “Piantare i giusti alberi, nei posti giusti e nel modo giusto”. Questo vuol dire piantare alberi autoctoni nelle aree alle quali appartengono. Goodall ha dichiarato che questo è perfettamente in linea con l’obiettivo di Trees for Jane.

    L’ONU recentemente ha dichiarato che il mondo non sta facendo abbastanza per ridurre le emissioni climalteranti e si prevede che il riscaldamento globale aumenterà di 2,7  gradi, raggiungendo livelli disastrosi.

    Promuovere il movimento a livello globale

    Piantare alberi per aiutare l’ambiente non è un concetto nuovo: si è sviluppato negli anni ’70 quando l’attivista keniana Wangari Muta Maathai fondò il Green Belt Movement. Nell’ambito di una più ampia azione di ripristino ambientale in Kenya, l’organizzazione coordinò le donne per un’azione di piantumazione di un milione di alberi. Maathai, la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace, dimostrò come piantare alberi potesse migliorare gli ecosistemi locali e rafforzare le comunità fornendo loro nuove fonti di reddito.

    Trees for Jane mira a sviluppare questo modello collaborando con le comunità africane e di tutti i Paesi in via di sviluppo. Il TACARE program in Tanzania, supportato dal Jane Goodall Institute, lavora per preservare la foresta del Parco nazionale del Gombe Stream dove Goodall ha studiato gli scimpanzé. Questa è una delle tante organizzazioni pronte a contribuire in modo operativo a Trees for Jane, ha affermato Goodall.

    Un altro punto del programma di Trees for Jane è quello di rinverdire i centri urbani. Questo potrebbe contribuire a diminuire le alte temperature delle città, ha affermato Ellie Cohen, amministratrice delegata di The Climate Center, un gruppo di azione politica con sede in California. “Piantare specie adeguate di alberi nelle aree urbane può apportare altri benefici oltre allo stoccaggio del carbonio, in particolare mitigare l’effetto isola di calore”, ha aggiunto.

    “Numerosi studi hanno ormai dimostrato che nei quartieri più poveri mancano le aree verdi e la relativa azione rinfrescante quindi la piantumazione di alberi in quelle aree può essere fondamentale per la sopravvivenza delle nostre comunità”.

    Goodall, parlando del fatto che Trees for Jane incoraggia anche i singoli cittadini a piantare alberi o a fare donazioni per sostenere le azioni globali, racconta che il suo amore per gli alberi risale all’infanzia. “Lì fuori in giardino c’è Beech (Faggio, NdT)”, ha detto riferendosi al faggio che vedeva dalla finestra della casa dove è cresciuta e dove ancora vive.

    “Quando ero piccola, amavo tantissimo Beech. Là sopra facevo i miei compiti e leggevo libri. E quando ero triste andavo da lui. All’età di dieci anni, ho scritto la mia versione di un testamento”, ha raccontato Goodall. Si dichiarava che sua nonna, proprietaria della casa, avrebbe lasciato a Jane il suo albero preferito. “Lo firmò e mi lasciò Beech”.

    Quasi ottant’anni dopo, Goodall lavora senza sosta per condividere il dono degli alberi con il mondo intero, per il bene del pianeta. LEGGI TUTTO

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    Il fotografo e National Geographic Explorer Marco Carmignan cattura l’anima e il cuore della Foresta del Cansiglio

    La collaborazione con Itlas come ha influenzato la tua visione artistica, umana e valoriale della Foresta del Cansiglio?Aver collaborato con Itlas mi ha più di tutto restituito l’importanza di conoscere il territorio. Solo conoscendo la storia, chi ci opera, ma anche le potenzialità e le fragilità di una foresta come quella del Cansiglio si possono adottare politiche di coesistenza e sostenibilità in un territorio. Questa consapevolezza mi ha aiutato a porre una sensibilità attenta ai particolari che ho poi cercato di interpretare attraverso la mia fotografia.

    Dalla sua natura di risorsa inesauribile al suo legame con la storia, l’ambiente e il territorio, che cosa hai scoperto sul legno grazie a Itlas?

    Ho imparato che il legno è un materiale pregiato dal potenziale enorme. Itlas infatti è riuscita a produrre un’intera linea di pavimenti, Ecos, attraverso il recupero di piccoli ritagli di legno. Questo mi ha fatto capire quanto il legno sia davvero un materiale ecosostenibile. Oltre a questo il legno diventa anche un simbolo di unione perché mette “radici” e lega realtà diverse in una comunità che vive e si prende cura di uno stesso territorio.

    Come nasce la tua passione per la fotografia?

    La mia passione per la fotografia nasce, prima di tutto, dal profondo desiderio di conoscere me stesso. Quando ho iniziato a viaggiare con la mia prima macchina fotografica, ho deciso di raccogliere delle memorie fotografiche di tutto quello che avevo la possibilità di osservare. La fotografia mi ha restituito il riflesso dei miei cambiamenti personali e professionali e il desiderio di raccontare quello che succede intorno a noi.

    Dopo sette anni in una multinazionale, hai scelto di dedicarti alla fotografia. Quanto è stato difficile “esplorare” una nuova parte di te?

    In realtà è ancora difficile. Lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito e andare via dall’Italia sono state scelte impegnative ma inevitabili. Ho avuto paura ma mi sono detto: “ora o mai più”. E così ho fatto un salto nel vuoto ponendomi degli obiettivi precisi per non avere rimpianti o amarezze. Sono molto contento di tutto quello che ho fatto e di tutto quello che sto facendo. La mia vita è a tutti gli effetti una bella avventura!

    Nel 2019 hai ricevuto un Early Career Grant dalla National Geographic Society per il progetto “Reznica”. Ce ne parli?

    National Geographic è il sogno di ogni fotografo. Una collaborazione che mi ha dato la sicurezza e la forza indispensabili per continuare in tutte le  mie scelte e sacrifici professionali. “Reznica” è un progetto interessante che ho costruito sul significato di “casa” per le persone fuggite in Serbia dopo lo scoppio delle guerre jugoslave. Si tratta di una ricerca visuale e sociale nata dal progetto collaborativo con un regista e un ricercatore sociale. LEGGI TUTTO