Un’asticella più alta per far scattare l’obbligo d’Opa sulle società quotate. Ci sta ragionando il governo Meloni nell’intento di continuare nel percorso volto a dare supporto agli azionisti che intendono rafforzare il controllo sulle società quotate. Una mossa che potrebbe andare a tamponare l’emorragia che negli ultimi anni sta caratterizzando Piazza Affari, con tante società che hanno lasciato il listino milanese.
Le soglie che fanno scattare l’Opa obbligatoria sono due: per le società più grandi la soglia spartiacque è il 25%, con l’azionista che supera tale quota di azioni (in assenza di un altro azionista che abbia una quota più alta) costretto a lanciare un’Opa obbligatoria; per le società di medie e piccole dimensioni – ossia con un valore di mercato inferiore a 1 miliardo di euro – il limite d’Opa è invece fissata al 30 percento. L’agenzia di stampa Reuters ha riferito che l’esecutivo sta valutando l’opportunità di rivedere al rialzo la soglia del 25%, anche se la modifica non appare imminente. Stando a quanto risulta al Giornale, l’ipotesi è più che concreta con l’esecutivo intenzionato a riallineare per tutti al 30% la soglia d’Opa (era stata abbassata al 25% nel 2014 con il cosiddetto decreto Competitività). L’emergere di questa eventualità arriva proprio in coincidenza con il forte fermento caratterizzato da alcuni importanti riequilibri o avvicendamenti in grandi gruppi quali Generali o Tim; su quest’ultima nei giorni scorsi si è mossa Poste Italiane accordandosi per rilevare il 15% dalle mani della francese Vivendi attestandosi così al 24,8% del capitale, a un soffio dalla soglia d’Opa. L’eventuale innalzamento di tale limite permetterebbe al gruppo guidato dall’ad Matteo Del Fante di rafforzare ulteriormente il ruolo di primo azionista in Tim anche in ottica di un molto probabile round di consolidamento con un altro player tlc.
Al di là delle singole situazioni, l’intento principale del governo è quello di trovare modi per rilanciare il ruolo di Borsa Italiana, mettendo in campo misure volte a invogliare gli imprenditori italiani a quotarsi in Piazza Affari senza perdere il controllo della società. In questa direzione va la legge entrata in vigore lo scorso anno che mette dei paletti più ferrei nell’iter di presentazione di liste per il rinnovo dei cda, proprio nella direzione di dare più voce agli azionisti stabili.
Intanto Fitch – che venerdì darà il via alla tornata di giudizi delle agenzie di rating sull’Italia (l’11 aprile toccherà a S&P Global Ratings, il 18 a Dbrs il 23 maggio Moody’s) – si è espressa sull’attuale ondata di consolidamento tra le banche italiane, ritenendola potenzialmente positiva a livello di merito di credito per il settore in quanto rafforza i profili delle banche se le operazioni andassero in porto. Fitch ritiene che il consolidamento porterebbe le cinque più grandi banche tricolori a detenere circa la metà delle attività del settore, rispetto a poco più del 40 percento attuale.
L’aumento di scala potrebbe consentire agli istituti «di sostenere meglio i grandi investimenti delle aziende, compresi quelli legati alle iniziative europee e italiane nel settore della difesa», asserisce Fitch. Anche dopo questo round di consolidamento il settore risulterebbe comunque ancora frammentato rispetto a Francia e Spagna, il che suggerisce spazio per ulteriore consolidamento futuro.