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Confindustria: crescita debole e incertezza record. Rischio declino strutturale per l’industria

La crescita dell’economia italiana rallenta e il recupero si allontana. Il Centro Studi Confindustria (Csc), nelle sue previsioni di primavera, ha rivisto al ribasso le stime per il Pil del 2025, che crescerà solo dello 0,6% rispetto al +0,9% atteso in precedenza. Per il 2026, il Pil dovrebbe attestarsi all’1%, ma lo scenario è fortemente condizionato dall’incertezza globale, ai massimi storici, e dalle tensioni commerciali legate all’inasprimento delle politiche protezionistiche.

Secondo il Csc, il peggioramento del quadro economico è legato a diversi fattori: la debolezza della domanda nell’Eurozona, l’elevato costo dell’energia, l’andamento dell’industria manifatturiera in crisi e la crescente frammentazione del commercio internazionale, aggravata dalla nuova ondata di dazi e ritorsioni tariffarie. Il rischio di un’ulteriore escalation protezionistica – che potrebbe comportare l’imposizione di dazi del 25% su tutte le importazioni Usa e del 60% dalla Cina, con conseguenti ritorsioni europee – potrebbe deprimere ancora di più la crescita. In questo scenario, il Pil italiano potrebbe ridursi di un ulteriore 0,4% nel 2025 e di 0,6% nel 2026, portando la crescita ai livelli minimi di +0,2% e +0,4% nei due anni.

Industria in crisi: il declino rischia di diventare strutturale

La situazione è particolarmente critica per l’industria italiana, dove il calo produttivo registrato tra il 2022 e il 2024 (-8,2%) solleva timori di un declino strutturale. La crisi non è solo italiana, ma internazionale, e colpisce in particolare settori chiave come l’automotive, la moda e la lavorazione dei metalli. L’industria manifatturiera italiana, al netto di questi settori, ha registrato una riduzione moderata (-1,5%) nel 2024, una performance migliore rispetto alla Germania (-2,6%) ma peggiore rispetto alla Spagna (+1,6%).

Le cause della debolezza industriale sono molteplici:

  • La crisi tedesca: il rallentamento dell’economia della Germania, primo partner commerciale dell’Italia, ha un impatto significativo sulle esportazioni e sulle filiere produttive.
  • Domanda debole in Europa: dopo anni di alta inflazione e tassi di interesse elevati, i consumi restano contenuti e il mercato interno fatica a ripartire.
  • Cambio delle preferenze dei consumatori: le famiglie spendono di più nei servizi e meno nei beni, penalizzando la manifattura.
  • Costo elevato dell’energia: in Italia e in Europa i prezzi restano alti rispetto ai competitor internazionali, riducendo la competitività delle imprese.

Nonostante questo quadro negativo, il Csc sottolinea che la crisi dell’industria italiana è principalmente una crisi di produzione, mentre il valore aggiunto (-3,5% tra il 2022 e il 2024), gli investimenti e le esportazioni hanno retto meglio. Inoltre, l’occupazione nel settore è addirittura aumentata, grazie a una possibile ricomposizione verso comparti a maggiore valore aggiunto e a un miglioramento della qualità delle produzioni. Tuttavia, il rischio di una perdita strutturale di competitività è concreto e richiede interventi mirati per rilanciare il settore.

Dazi e protezionismo: l’incertezza ai massimi storici

Le tensioni commerciali globali stanno alimentando un clima di incertezza senza precedenti, con gravi ripercussioni sugli investimenti e sugli scambi lungo le filiere produttive. L’America First Trade Policy della nuova amministrazione Trump si preannuncia ancora più aggressiva rispetto al primo mandato, con un aumento dei dazi su acciaio e alluminio al 25% e possibili tariffe del 25% su tutte le importazioni statunitensi, comprese quelle europee. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, l’export italiano di acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti subirebbe un calo medio del 5%, con un impatto negativo sull’intera economia.

Gli Stati Uniti rappresentano un mercato fondamentale per l’Italia: nel 2024, l’export di beni verso gli Usa ha superato i 65 miliardi di euro, pari a oltre il 10% delle esportazioni totali. Tra il 2019 e il 2023, l’aumento delle esportazioni verso gli Usa ha contribuito per 4,5 punti alla crescita complessiva dell’export italiano (+30% cumulato). I settori più esposti alle misure protezionistiche americane sono farmaceutica, bevande, autoveicoli e altri mezzi di trasporto.

Per Confindustria, la priorità è avviare un dialogo con Washington per ridurre l’impatto dei nuovi dazi, ma anche rafforzare la competitività europea per evitare la fuga di capitali verso gli Stati Uniti, un fenomeno già in atto e destinato ad accelerare con l’inasprirsi delle politiche protezionistiche. Dal 2022, nel mondo sono state varate oltre 3.400 misure protezionistiche all’anno, quasi 3.000 in più rispetto al periodo pre-2020, minando la struttura stessa degli scambi e della produzione globali.

Occupazione e produttività: segnali di stabilità, ma per quanto?

Nonostante la crescita economica debole, il mercato del lavoro italiano ha mostrato una tenuta sorprendente. Nel 2024, il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,5%, in calo rispetto al 7,6% del 2023, e si prevede una ulteriore riduzione al 6,3% nel 2025 e al 5,8% nel 2026. Questo grazie a un’occupazione ancora in crescita e a una forza lavoro in espansione (+0,4% annuo). Tuttavia, la dinamica della produttività resta un punto critico: dopo i forti cali del 2023 e 2024 (-1,7% e -1,6%), si prevede un recupero modesto nel 2025 e 2026 (+0,2% medio annuo). Il Centro Studi Confindustria avverte che il mercato del lavoro potrebbe essere vicino a un punto di svolta: finora, la tenuta dell’occupazione si è accompagnata a una crescita debole, ma per quanto tempo questo equilibrio potrà reggere?

Energia e competitività: l’Europa rischia di restare indietro

Secondo Confindustria, le scelte compiute finora a livello europeo puntano solo alla sostenibilità, ma trascurano la crescita e la sicurezza economica. Meccanismi come l’Emission Trading System (Ets) e il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) impongono costi elevati alle imprese europee, riducendone la competitività rispetto ai competitor globali. Dal 2007, l’Europa ha accumulato un gap di oltre 70 punti di Pil rispetto agli Stati Uniti, con una crescita media annua del +1,6% contro il +4,2% degli Usa e il +10,1% della Cina. Anche negli investimenti in ricerca e sviluppo l’Ue è in ritardo: dal 2000 a oggi, il divario rispetto agli Usa è salito a oltre 17 punti di Pil. L’inefficienza del mercato unico e la mancata armonizzazione delle regole tra gli Stati membri rappresentano un freno alla produttività europea. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, queste barriere aumentano i costi di produzione del 44% per i beni e del 110% per i servizi.

Se l’Europa riuscisse a ridurle ai livelli degli Usa, la produttività aumenterebbe del 6,7%. Per Confindustria, la sfida è chiara: l’Italia e l’Europa devono agire in fretta per rilanciare la crescita e difendere la loro competitività globale.


Fonte: https://www.ilgiornale.it/taxonomy/term/40822/feed


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