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    Lombardia, Umbria e Calabria, i ragazzi delle medie tornano a scuola

    ROMA – Chiuso, aperto. La politica della scuola resta, di fatto, regionale e impone didattiche a distanza lunghe tre settimane e riaperture alle lezioni in presenza a fine novembre. Per effetto del cambio di colore (dal 27 novembre) di Lombardia e Calabria – da rosso ad arancione -, oggi sono tornati a scuola gli alunni di seconda e terza media delle due regioni (scuole statali e paritarie). Liguria e Sicilia sono passate da arancione a giallo, ma questo non comporta novità sul piano scolastico.Anche il Piemonte è stato derubricato da rosso ad arancione, ma il presidente regionale Alberto Cirio ha preferito mantenere la didattica a distanza per seconde e terze media fino alle vacanze natalizie, che iniziano il 23 dicembre. Il governatore ha detto: “E’ una scelta dolorosa, ma necessaria. Riaprire la scuola è la priorità, ma è fondamentale farlo in sicurezza, per non rischiare di dover richiudere fra un mese. Il Piemonte ha predisposto un piano su trasporti e orari che sarebbe opportuno adottare a livello nazionale. Ripartire senza cambiare le condizioni dei trasporti scolastici e senza scaglionare gli orari di ingresso a scuola, significa esporre al rischio concreto di un nuovo stop fra un mese, ancora più deleterio a ridosso degli esami di Terza media e di Maturità”.
    Sono rientrati oggi in aula gli studenti delle medie della Regione Umbria: l’ordinanza regionale vale solo fino al 6 dicembre.Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha invece predisposto il prolungamento dello stop alle lezioni in presenza per le medie fino al 7 dicembre.In tutta Italia si conferma la didattica a distanza per gli studenti delle scuole superiori, ad eccezione delle attività di laboratorio e di quelle per l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità e bisogni educativi speciali. E’ confermato, ancora, l’obbligo della mascherina dai sei anni in su anche al banco.Poi vi sono ordinanze regionali su singole discipline. In Emilia Romagna tornano le lezioni di Educazione fisica in istituto, purché si tengano all’aperto. Lo prevede l’ultima ordinanza del presidente Stefano Bonaccini, in vigore fino al 3 dicembre. Restano sospese le lezioni di canto e quelle di strumenti a fiato. La Regione Emilia ha aggiornato il protocollo previsto per la gestione dei casi Covid confermati a scuola, prevedendo la sospensione della frequenza per tutti i contatti stretti.In Veneto riprendono le lezioni di Educazione fisica, canto e strumento a fiato. Anche nelle Marche, nelle scuole di primo ciclo, si torna alle lezioni di Motoria, anche al chiuso, e alle ore di canto e strumento.In Puglia si conferma la didattica in presenza fino alla Terza media, ma le famiglie sono libere di scegliere la Dad.Il Tar di Catania, intanto, ha sospeso l’ordinanza di chiusura delle scuole primarie e secondarie di primo grado disposta dal sindaco di Paternò.
    Coprifuoco e niente canti in chiesa, i consigli Ue contro la terza ondata
    dal nostro corrispondente Alberto d’Argenio 29 Novembre 2020

    Per quanto riguarda il rientro a scuola a dicembre, su cui insiste la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, affiancata dal Movimento Cinque Stelle e Italia Viva, la Commissione europea – come ha anticipato Repubblica – mercoledì emanerà una serie di raccomandazioni ai governi tra cui un’indicazione sulla scuola: per evitare che il ritorno in classe si trasformi in un nuovo volano per i contagi, l’Unione raccomanda ai governi nazionali di creare una fase cuscinetto fra feste e ritorno, allungando di una o due settimane le vacanze o, in alternativa, di prevedere un identico periodo di lezioni online da casa. La sottosegreteria alla Salute, Sandra Zampa, ha detto: “Non credo ci saranno aperture prima di Natale, la scuola aperta a spot non serve a nessuno, serve solo a creare vampate di contagi”. E ancora: “E’ necessario un piano di recupero delle ore andate perse in parte perché anche una buona Dad non è equiparabile alle lezioni in presenza”. LEGGI TUTTO

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    Arcuri chiude (quasi) l'operazione banchi

    ROMA – Domenico Arcuri, commissario alle mascherine, al prossimo vaccino, al contrasto in generale della pandemia italiana, grida vittoria, come suo costume. “Abbiamo consegnato tutti i banchi alle scuole”. Quasi tutti, precisa subito nel comunicato, mancano quelli – e sono 38.762 – che non sono potuti passare dal portone dell’istituto perché il plesso era chiuso. Un istituto superiore, si desume. Nelle scuole italiane oggi, ecco, sono stati consegnati 2.369.672 banchi e sedute innovative, “un’operazione senza precedenti e che ha portato negli istituti una quantità di arredi pari a dodici volte la produzione italiana di un anno”, sempre Arcuri.Dimentica il commissario, però, che non è riuscito a rispettare neppure la terza chiamata: la data di consegna da lui fissata al 31 ottobre era la terza e ultima non onorata. Dimentica di dire, ancora, che quel bando allestito in piena estate lo ha dovuto riaprire perché non c’erano abbastanza imprese partecipanti, che l’ha rivisto in corsa, ne ha dovuto parlare a gara aperta. In mezzo a tanto ritardo e approssimazioni – elementi nati alla fonte, le tardive richieste di ministero e governo, Arcuri lo ha dovuto solo gestire – la domanda adesso è: la scuola italiana aveva bisogno di 2.408.434 banchi per salvarsi dal Covid?
    Pare di no, visto che le scuole dei più grandi – tutte le superiori e le seconde e terze medie nelle aree fino a ieri rosse – da un mese sono chiuse per contagi fuori controllo. E il fatto che al 14 settembre erano poche decine di migliaia i pezzi consegnati significa che la maggior parte degli studenti ha iniziato l’anno scolastico arraggiandosi negli spazi precedenti. E lo ha portato avanti così per settimane.  Anche sulla distribuzione delle mascherine – undici milioni al giorno, dice ancora Arcuri – in verità sono tornati in questi giorni i “vuoti” registrati nelle prime settimane: in diversi istituti del Paese i ragazzi vanno di nuovo in classe con mascherine proprie, acquistate dalle famiglie.
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    “In classe il sabato e la domenica”: presidi e docenti dicono no al piano De Micheli

    ROMA – La base della scuola, a partire dai presidi sfiancati dal lavoro estivo e dall’apri e chiudi autunnale, è contraria alla proposta della ministra dei Trasporti Paola De Micheli: “Accelerare sullo scaglionamento degli ingressi per le scuole superiori” ha detto a Repubblica, “utilizzare le dodici ore della giornata per le lezioni in presenza, dalle […] LEGGI TUTTO

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    Scuola primaria, addio ai voti. valutazione in quattro livelli

    Addio definitivo ai voti nelle pagelle della scuola elementare. Un’anteprima si era avuta lo scorso mese di giugno, ma senza l’ordinanza appena annunciata dalla ministra Lucia Azzolina si sarebbe tornati indietro: voti a gennaio e giudizi a giugno. Così anche nella prossima pagella, quella del primo quadrimestre o del trimestre, la valutazione dei bambini che frequentano la scuola primaria verrà espressa attraverso “giudizi descrittivi”. E i voti andranno definitivamente in soffitta. Quattro i livelli previsti: Avanzato, Intermedio, Base e In via di prima acquisizione. La novità, contenuta nel decreto scuola dello scorso mese di giugno, diventa in questo modo operativa a tutti gli effetti. Ma i sindacati lamentano la maniera di procedere della politica che interviene sulla scuola ad anno scolastico iniziato.La bozza di ordinanza, illustrata ieri ai sindacati, verrà firmata dalla ministra dell’Istruzione Azzolina e pubblicata, perché le scuole possano utilizzarla, dopo il parere del Cspi: il Consiglio superiore della pubblica istruzione. “La recente normativa – spiegano da viale Trastevere – ha infatti individuato un impianto valutativo che supera il voto numerico e introduce il giudizio descrittivo per ciascuna delle discipline previste dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, Educazione civica compresa. Un cambiamento – continuano – che ha lo scopo di far sì che la valutazione degli alunni sia sempre più trasparente e coerente con il percorso di apprendimento di ciascuno”.
    La norma prevede che il docente può ancora valutare in corso d’anno gli alunni delle scuole elementari utilizzando i vecchi, a questo punto, voti in decimi salvo tradurre il tutto successivamente in giudizi descrittivi per le pagelle intermedie e finali. L’alternanza tra voti e giudizi parte da lontano. Per la prima volta i voti in decimi vennero sostituiti da giudizi all’elementare nel 1977, con la legge 517. L’inquilino di viale Trastevere era il democristiano Franco Maria Malfatti mentre a Palazzo Chigi si era sistemato Giulio Andreotti che presiedeva il suo terzo governo. Con la legge 517, vennero abolite le classi differenziali per gli alunni svantaggiati, e la scuola italiana fece un balzo in avanti in termini di integrazione.Dopo un trentennio circa, nel 2008, i voti in pagella alla primaria vennero ripristinati dall’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini. E dopo 12 anni si ritorna ai giudizi. I bambini di livello Avanzato saranno quelli più bravi, da 9 o 10 nei compiti e nelle verifiche orali. I compagni collocati nel livello Intermedio saranno da 7/8 e dovranno perfezionare il loro metodo di studio per salire al livello successivo. La sufficienza è posta a livello base, mentre i bambini che devono ancora colmare le loro lacune (quelli insufficienti) verranno giudicati “In via di prima acquisizione”.
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    Trasporti, ingressi sfalsati, contagi: tutte le incognite del ritorno a scuola il 9 dicembre

    ROMA – “Da quando le scuole superiori sono state chiuse per decreto”, dice l’assessora all’Istruzione della Regione Emilia Romagna, Paola Salomoni, “i problemi non sono stati risolti”. Trasporti, flussi degli spostamenti, tracciamento dei contagi. “Sono ancora tutti lì”. L’idea di provare a ripartire il 9 dicembre “è un segnale per il Paese, ma le difficoltà sono davvero tante. Credo che ne usciremo ascoltando le scuole, i dirigenti scolastici e chiedendo loro soluzioni creative”.Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo ha detto in tv: “Lavoriamo per riaprire le scuole a dicembre”. La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, questa mattina sta provando a convincere i sindaci delle quattordici città metropolitane, visto che da alcuni Regioni – Campania, Puglia e Calabria – attende un’opposizione. Vincenzo De Luca, presidente campano, dovrebbe rendere esplicita in giornata la sua contrarietà all’accelerazione scolastica. Il sindaco di Bari, e presidente dell’Associazione nazionali comuni italiani, Antonio Decaro, entra scettico all’incontro di questa mattina: “A Bari eravamo nelle condizioni di non chiudere il 4 novembre, ma devo dire che i contagi in città restano alti e il problema dei trasporti, in provincia, è serio”. 
    L’assessora alla Scuola “In Emilia Romagna non abbiamo altri bus”
    Il potere delle riaperture scolastiche è nelle mani delle Regioni, ma per ora la ministra ha scelto il passaggio intermedio delle città metropolitane. Cristina Grieco, assessora all’Istruzione in Toscana, dice: “Il problema continuano ad essere i trasporti”. Ed è ancora la pari ruolo in Emilia Romagna, Paola Salomoni appunto, a spiegare: “Con la capienza dei bus al cinquanta per cento la situazione è di difficile soluzione. I mezzi pubblici cittadini e provinciali sono già utilizzati al massimo, gli acquisti dei mezzi si possono progettare adesso per avere le macchine disponibili dodici mesi dopo. Per trovare soluzioni bisogna affidarsi agli ingressi sfalsati, ma il territorio dell’Emilia Romagna ha una larga diffusione di scuole nei territori interni, anche in montagna, e oggi non è semplice prolungare gli orari di ragazzi che già fanno un’ora all’andata e una al ritorno per raggiungere il loro istituto e ripartire”.L’auspicio “ripartiamo mercoledì 9 dicembre”, corroborato dall’attività di sostegno del Comitato tecnico scientifico (“la scuola contribuisce in modo assolutamente marginale al contagio”, ha detto Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità facendo seguito a interventi simili del coordinatore Agostino Miozzo e di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istiuto superiore di Sanità), deve contemplare per forza la gradualità. Il Paese non è pronto. In Calabria il Tar ha fatto rientrare in queste ore la didattica a distanza per l’infanzia e le elementari. E così in Campania, dove sono terminati gli effetti dell’ordinanza, ma i sindaci di Caserta, Avellino e Salerno hanno subito firmato proroghe.  
    Miozzo: “Seguiamo l’esempio di Francia e Inghilterra. I ragazzi hanno già patito troppo”
    di Corrado Zunino 22 Novembre 2020

    Sulla questione, calda, Cinque Stelle e Italia Viva spingono per la riapertura, mentre il Pd appare spaccato. Una lettera – “Aprite prima di Natale” – indirizzata al presidente del Consiglio dai senatori della Commissione cultura di maggioranza, è stata bloccata alla Camera da Enrico Franceschini. Il ministro della Salute Roberto Speranza – stretto tra i due fuochi del calo dell’indice di contagio e del numero elevato di morti – dice: “Lavoriamo per aprire a dicembre, ma per valutare una riapertura delle superiori aspettiamo i dati del venerdì”. Numeri e indicazioni arriveranno dall’Istituto superiore di Sanità venerdì prossimo. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che è anche presidente della Regione Lazio, non è favorevole alle accelerazioni azzoliniane e dice: “Sul ritorno alla scuola in presenza decide il governo sulla base dei dati scientifici e insieme alla scuola. La scuola è aperta, ricordiamolo, anche se a distanza”. Zingaretti ricorda che didattica a distanza non significa “scuola chiusa”.La scienza non è univoca nel considerare la marginalità della scuola nello sviluppo della pandemia. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano e professore di Malattie infettive all’Università Statale, ha detto al Gazzettino: “Abbiamo clamorosamente toppato il contenimento dell’infezione dopo il lockdown di marzo. Mi rendo conto che ci sono esigenze diverse come quella della scuola, importantissima, ma il riaprire troppo presto per richiudere sarebbe uno smacco ancora peggiore perché sarebbe costato qualcosa nel mezzo. Al di là della buona volontà messa in campo da tutti coloro che ci hanno lavorato, ora non possiamo dire che ci siano garanzie sufficienti. Non ha senso riaprire fino a quando non si è nelle condizioni di sicurezza. Sono scettico sulla garanzia assoluta paventata da alcuni all’interno della scuola, ho la consapevolezza che le barriere architettoniche, come le aule troppo piccole, sono quelle che sono e la pretesa di tenere un’intera classe con la mascherina mi pare eccessiva”. 
    Il fisico Battiston: “L’istruzione muove trenta milioni di persone”Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale all’Università di Trento, dice: “Dal ministero dell’Istruzione non abbiamo i dati, forniti sì all’Iss, ma mai discussi pubblicamente, su quel che sta accadendo nelle scuole a livello di contagi. Dal 14 al 24 settembre si sono messe in moto trenta milioni di persone, tra studenti, famiglie, insegnanti: ecco la causa scatenante. Peccato che a quello che è intorno alla scuola non ci abbia pensato nessuno. O meglio, ci hanno pensato a parole, dicendo quel che occorreva fare – ingressi scaglionati, potenziamento dei trasporti –, ma nessuno ha poi provveduto nei fatti a cambiare gli orari o i trasporti pubblici. Ci servono strumenti per capire questi macro-sistemi, non possiamo sempre arrivare impreparati con tre, quattro settimane di ritardo quando gli stessi indicatori, già ai primi di ottobre, raccontavano bene quel che sarebbe successo. Al virus è bastato che si siano messe in moto trenta milioni di persone, studenti, insegnanti, famiglie, per fare il salto e scatenare un’ondata esponenziale”.
    Licei e istituti, ritorno in classe nel 2021: “Apriranno solo dopo la Befana”
    di Corrado Zunino 21 Novembre 2020

    Al ministero dell’Istruzione si lavora su due ipotesi, appunto, graduali. Un ritorno in presenza nelle superiori e in seconda e terza media, questo dal 9 dicembre, al 50 per cento nelle regioni che hanno ottenuto il colore giallo, ovvero dove il contagio è meno diffuso. In alternativa, un ritorno per le classi prime e le quinte degli istituti superiori.Antonello Giannelli, responsabile dell’Associazione nazionale presidi, dice: “Si può ripartire nei centri piccoli, più difficile nelle aree metropolitane”. Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl scuola: “Riiniziamo in sicurezza. Che senso avrebbe aprire le classi se poi dobbiamo richiuderle per le quarantene?”. La Rete degli studenti medi, atraverso il suo coordinatore Federico Allegretti: “Non c’è un piano, rischiamo di tornare in presenza in condizioni peggiori di settembre”. La maggioranza dei docenti resta contraria a un rientro a dicembre. LEGGI TUTTO

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    Il Tar boccia il ministero dell'Istruzione: “Concorso straordinario anche per i positivi al Covid”

    ROMA – La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, aveva detto che per gli insegnanti positivi al coronavirus costretti a casa, o i costretti a casa da positività altrui, non c’era alcuna possibilità di poter affrontare il concorso straordinario per docenti, passato per tre governi e bloccato dalla pandemia a partire dallo scorso 5 novembre: “Abbiamo un parere della Funzione pubblica che vale per tutti i concorsi”, aveva liquidato, “quel parere non prevede prove suppletive”. Lo ricorda oggi Il Mattino di Napoli.Bene, una precaria di lungo corso di Educazione fisica, originaria di Lagonegro (Potenza), 53 anni, non ha potuto svolgere la prova lo scorso 29 ottobre per Covid e successiva quarantena e, quindi, si è appellata al Tar attraverso l’ufficio legale della Uil. In prima istanza, lo scorso 20 novembre, ha vinto: “Le prove suppletive devono essere fatte”, ha ordinato la Terza sezione. La ricorrente, a lungo docente in Campania, insegna oggi in una scuola di Roma e ha accumulato punteggio nelle graduatorie per le supplenze per tredici anni, firmando contratti annuali nelle ultime otto stagioni.Guido Marone, legale che ha patrocinato il ricorso per il sindacato, spiega: “L’ordinanza produce due effetti rilevanti. Dovranno essere previste prove suppletive per tutti quei docenti che non possono sostenere le prove perché in isolamento fiduciario o positivi al Covid. E il ministero dovrà necessariamente rivedere l’organizzazione dell’intero concorso considerato che, in ogni sessione di prove, vi saranno candidati impossibilitati a parteciparvi. Si rischia di far diventare gli scritti concorsuali infiniti”.Solo in Campania i docenti che non hanno potuto sostenere la prova per motivi collegati al contagio sono trecento, secondo una stima del sindacato. S’ipotizza che nel Paese possano essere cinquemila, su una platea di 64.563 candidati.“La sentenza ottenuta”, dice Pino Turi, segretario generale della Uil Scuola, “suona come un de profundis a un concorso nato male e finito peggio. Si sta perdendo tempo e il prossimo anno, con cinquantamila pensionamenti, saremo nelle stesse condizioni del settembre scorso e di oggi. Le scuole non sono ancora riuscite a partire con ordine per problemi di emergenza e di arruolamento sbagliato. Serve una stabilizzazione su tre anni, un nuovo Fit, come pensato dal ministero Fedeli”.Sulla storia del concorso più contestato e accidentato d’Italia, Repubblica ha raccolto molte testimonianze attraverso la newsletter Dietro la lavagna. L’ultima che ci è arrivata racconta la storia di una coppia torinese con una bimba di due anni che si è preparata al concorso, svolto nel periodo di crescita più forte del contagio (è iniziato il 22 ottobre scorso). “Insegniamo Matematica e Scienze alle medie”, hanno scritto, “abbiamo entrambi un dottorato di ricerca. L’insegnamento è un lavoro che ci appassiona e di fronte a un ministero che ha bandito un concorso che prometteva la nostra stabilizzazione, ci siamo preparati rivedendo tutte le nostre abitudini di vita. Abbiamo mantenuto soltanto il percorso “casa, scuola e nido” escludendo qualunque altra attività per limitare la possibilità dei contagi. Palestra, calcetto, piscina, uscite con gli amici sono stati aboliti e abbiamo continuato la nostra preparazione per lo scritto. Tra libri, appunti e corsi on-line abbiamo speso 750 euro”.
    Straordinario, non c’è più il concorso. Ma è tornata la Dad
    di Ilaria Venturi ,  Corrado Zunino 08 Novembre 2020
    La coppia incontra il coronavirus. “A partire da fine settembre, due settimane dopo l’inizio delle lezioni, molti alunni hanno iniziato ad ammalarsi e molte classi sono entrate in quarantena. Abbiamo sempre sperato che non toccasse a noi, non ora, non quando eravamo a un passo dalla fine del nostro precariato. Ma poi è arrivato il 16 ottobre, giorno in cui ho iniziato ad avvertire i primi sintomi, tosse secca, febbre e dolori vari di tipo influenzale. Nei giorni successivi anche l’olfatto è scomparso e mentre aspettavo che l’Asl mi contattasse, i miei sintomi sono peggiorati. Sono finito al pronto soccorso. Lì mi hanno fatto il tampone e ricoverato per alcuni giorni somministrandomi cortisone ed eparina. Sono risultato positivo e così pure mia figlia mentre la mia compagna è rimasta negativa. Come contatto stretto, però, anche lei è entrata in isolamento. Il nostro concorso è andato perso: non potevamo muoverci. Il giorno del nostro scritto era il 4 novembre, l’ultimo prima della sospensione generale. Speravamo di stabilizzare il nostro nucleo familiare e di creare un’occasione di crescita per noi, comprare casa, progettare un futuro in modo più sereno, entrare a far parte in modo più attivo nella comunità, sia dal punto di vista economico che sociale. Non siamo eroi, non siamo poverini. Vogliamo vivere la nostra vita con dignità, con i nostri mezzi e il nostro lavoro. Vogliamo fare il concorso”. LEGGI TUTTO

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    La Dad mette in crisi anche i prof, nelle scuole arrivano gli psicologi

    Si sentono isolati, quanto i loro studenti. Dietro a uno schermo. Magari derisi o presi in giro dai ragazzi nativi digitali, hanno difficoltà di rapporto coi colleghi, sono stanchi e provati dal periodo di lockdown già vissuto. Prof in crisi. Non tutti, ovvio. Ma il fenomeno preoccupa nella sua crescita. Così a Mestre è nato un gruppo di auto-aiuto per gli insegnanti in Dad e non solo. Mentre sono arrivati i fondi del ministero all’Istruzione per gli psicologi nelle scuole dedicati all’emergenza sanitaria dopo l’accordo siglato tra viale Trastevere e l’Ordine degli psicologi: 1600 euro a istituto per settembre-dicembre, altri 3.200 euro per coprire il periodo da gennaio a giugno 2021.Non molto, ma abbastanza per attivare tramite bandi contratti coi professionisti. Ma pochi istituti sono già partiti, i progetti sono in ritardo, mentre si accumulano le fatiche degli studenti – i più grandi di nuovo a fare scuola a distanza – dei loro professori, e crescono ansie e paure delle famiglie rispetto alla pandemia.E’ dell’altro giorno l’appello ai presidi degli istituti toscani dell’Ordine degli psicologi regionale. “Nella situazione di grande stravolgimento che tutti stiamo vivendo esortiamo i dirigenti ad attivare prima possibile gli sportelli psicologici – dichiara la presidente Maria Antonietta Gulino – bambini, ragazzi e famiglie hanno vissuto e continuano a vivere mesi di estrema fragilità e di instabilità, che ha ricadute di natura psicologica, sociale e relazionale”.Lo racconta Alessandra Pellone, psicologa dell’età evolutiva che da anni lavora con le scuole in Veneto. Ha fatto partire in lockdown un gruppo “Docenti in ascolto” che ora continua, anche se su base volontaria. Ha cominciato a lavorare con l’istituto comprensivo Colombo di Chirignago, ora a distanza segue il gruppo di auto-aiuto a Mestre: “Se l’insegnante non si sente inserito in una équipe resta isolato – racconta – il gruppo di auto-aiuto serve per confrontarsi e trasformare l’ansia della scuola al tempo del Covid in mutuo sostegno e soluzioni creative”.Lo scontro è anche tra colleghi sulla gestione del distanziamento: la maestra rimproverata dalla collega per far correre i bambini in cortile, quella attaccata perché ha dato libri “in quarantena” da portare a casa. Micro-conflitti. Ma anche genitori che ascoltano le lezioni da casa: non potrebbero entrare in aula a scuola, in Dad succede. “Ora c’è chi ha paura di una nuova chiusura delle scuole, mentre chi è tornato in didattica a distanza accumula stress perché ci è arrivato già stanco e provato e a volte ammette: non riesco a fare lezione così”, spiega Alessandra Pellone.Per Arianna Marfisa Bellini, psicoterapeuta cresciuta alla scuola di Massimo Recalcati, “i professori si sono trovati a giocare su un terreno che non era il loro e nel web perdono comunque di autorevolezza perché la Rete è un luogo di pari grado, dove si perde la disimmetria tra adulti e ragazzi, non c’è più alterità”. Di qui le difficoltà di chi fa lezione a distanza. Oltre a quelle dei ragazzi, che però per la psicoterapeuta “non sono tanto sulla perdita di socialità, perché la dinamica di classe avviene nel virtuale e non li senti quasi mai dire che sono angosciati perché mancano loro i compagni. Il problema è che i ragazzi perdono l’avere a che fare con l’adulto, con un mondo che è altro. Rimane solo il genitore in casa che da solo deve dettare tutte le regole e non ha più la sponda della scuola”.Consapevoli dell’emergenza, ci sono scuole che hanno già avviato percorsi di sostegno psicologico, anche senza attendere l’arrivo dei fondi. “Abbiamo sempre avuto uno sportello di aiuto psicologico a scuola per i ragazzi e i genitori, lo abbiamo confermato – spiega Lidia Cangemi, preside del liceo Kennedy di Roma – i ragazzi sono quelli che stanno soffrendo di più in questa situazione, è aumentato il loro livello di ansia e di stress”. La preside è anche counselor, “ci credo in questo tipo di sostegno, serve anche solo per aprirsi nei momenti di difficoltà con un professionista che è fuori dalla scuola”.Gli sportelli di aiuto psicologico si aprono on line. Al Majorana di Moncalieri, in provincia di Torino, basta prenotarsi sulla piattaforma dedicata, ci sono due psicologhe che si alternano tra liceo e istituto tecnico. Un servizio che sta partendo in questi giorni. Due stanze virtuali dove gli studenti o i loro genitori possono prendere appuntamento. “La situazione dei ragazzi non è facile, le loro prerogative tipiche dell’età sono negate, qui siamo in zona rossa. E poi c’è chi a casa sta vivendo drammi per la perdita di familiari” ragiona la preside Rossella Landi. “L’aiuto serve anche per sostenere le famiglie, sono molto preoccupate”. LEGGI TUTTO

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    L'allarme Cts: “Scuole chiuse, conseguenze devastanti per gli studenti”

    ROMA – L’ultimo incontro europeo con clinici dell’Oms ed esperti di educazione ha rafforzato un’opinione già maggioritaria all’interno del Comitato tecnico scientifico che vigila in Italia sulla pandemia: “Riaprite al più presto le scuole, gli effetti sugli studenti, ma anche sulla società in generale, sono devastanti”.E’ un fatto, come ha raccontato Repubblica oggi: si va verso la riapertura degli istituti superiori per il 7 gennaio. Il ministero dell’Istruzione sta sì sondando la possibilità, a partire dal 9 dicembre, di far riaccedere alle classi le prime e le quinte di licei, tecnici, professionali, i diciannovenni, tra l’altro, devono preparare la Maturità 2021 e tornare in aula faciliterebbe il compito, ma ad oggi non è stata risolta nessuna delle tre questioni aperte e denunciate dal presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli: tracciamento dei contagi avvistati a scuola e risposte rapide sulle positività da parte delle Aziende sanitarie locali, minor congestione dei trasporti pubblici (dovuta anche alla presenza degli studenti pendolari) e chiusura dell’arruolamento dei supplenti. La data del 7 gennaio resta, quindi, la più probabile per un rientro dei ragazzi nei loro istituti.
    Su questo aspetto gli studiosi del Cts hanno scritto, ieri, un verbale significativo e determinato, ora nella disponibilità della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. Dice questo: “In riferimento alla riunione informale “Schooling during the time of Covid-19” organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità il 19 novembre 2020 su richiesta del ministero dell’Istruzione e che ha visto la partecipazione dell’Unesco dalla sede centrale di Parigi, il Cts condivide l’esigenza di procedere a una tempestiva soluzione delle tematiche riguardanti il mondo della scuola”.
    Licei e istituti, ritorno in classe nel 2021: “Apriranno solo dopo la Befana”
    di Corrado Zunino 21 Novembre 2020

    Scrive ora il Cts, presente alla riunione con il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, e il presidente della Società italiana di pediatria, Alberto Villani: “La continuità del percorso formativo e scolastico è fondamentale per garantire l’apprendimento, lo sviluppo, il benessere, la salute e la sicurezza degli studenti. Le scuole dovrebbero essere le ultime istituzioni ad essere chiuse, in caso di lockdown generale emergenziale, e le prime a riaprire quando le condizioni lo permettano”. Arriva, quindi, il passaggio più serrato: “Considerate le conseguenze devastanti su bambini, ragazzi e adolescenti e sulla società nel suo insieme, le chiusure scolastiche dovrebbero essere considerate come l’ultimo provvedimento, temporaneo e solo locale, nel caso in cui l’epidemia non possa essere gestita con diverso approccio. Le chiusure non dovrebbero mai essere “pro-attive”, ma solo reattive”. Intende, il Cts, che il blocco della scuola in presenza non dovrebbe essere usato come anticipazione di un possibile problema sanitario, ma come intervento successivo di fronte a una situazione andata fuori controllo”. Ancora, “le chiusure dovrebbero essere della più breve durata possibile, limitate esclusivamente agli ambiti territoriali interessati”.C’è un punto centrale, nella presa di posizione del Comitato tecnico scientifico: “Istruzione e salute sono intimamente interconnesse. Le chiusure scolastiche hanno un impatto negativo sulla salute dei ragazzi, alterando anche il benessere affettivo e sociale, che si ripercuote negativamente sullo sviluppo del contesto socioeconomico”. Si affronta, si vede, la questione della scuola elemento produttivo del Paese, spesso negata. “In caso di chiusura”, chiude il verbale, “è indispensabile garantire la partecipazione degli studenti agli eventi formativi e l’accesso alle risorse, ai materiali didattici ed educativi, investendo in tecnologie digitali appropriate. Va garantita la priorità ai ragazzi con particolari esigenze”.Sulla questione dei contagi sviluppati direttamente a scuola, sulla quale c’è una divisione di opinioni nello stesso mondo scientifico e sulla quale il ministero ha fatto propaganda, il Cts puntualizza: “I bambini sono meno suscettibili al Covid-19 rispetto agli adulti e la presentazione clinica severa è rara. In considerazione che i bambini di età inferiore ai dieci anni trasmettono l’infezione meno degli adulti, mentre gli adolescenti hanno livelli di contagiosità simili agli adulti, le chiusure degli istituti scolastici dovrebbero essere finalizzate anche per fasce di età”. LEGGI TUTTO