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Unicredit, Orcel alza la mira. “Basta veti politici al risiko”


Per difendere i valori europei e sostenere la prosperità del continente servono banche di dimensioni adeguate e, di conseguenza, governi disposti a non ostacolare le operazioni transfrontaliere. È questo il filo conduttore dell’intervista rilasciata dall’ad di Unicredit, Andrea Orcel, alla Börsen-Zeitung, nella quale il banchiere rilancia con forza il tema del consolidamento del settore. «Abbiamo bisogno di quattro o cinque banche veramente grandi in Europa», afferma Orcel, spiegando che senza campioni continentali il sistema creditizio dell’Unione è destinato a soccombere sotto la pressione dei grandi gruppi statunitensi, già oggi dominanti in molti segmenti chiave.

Secondo il Ceo di Piazza Gae Aulenti, il paradosso europeo è quello di una competizione interna che finisce per indebolire tutti. «Stiamo difendendo i nostri mercati bancari all’interno dell’Europa ma gli uni contro gli altri, piuttosto che contro i concorrenti provenienti dall’estero che poi sfruttano i loro vantaggi», ha osservato, sottolineando come l’assenza di una vera Unione bancaria e di una compiuta Unione dei mercati dei capitali continui a frammentare regole, vigilanza e capacità di crescita. Da qui la convinzione che, se davvero si vuole completare il progetto europeo, sia necessario «promuovere fusioni sia nazionali che transfrontaliere». In questo quadro Unicredit rivendica di aver imparato a muoversi anche in uno scenario incompleto, ottenendo efficienze e sinergie pure in mercati dove non è direttamente presente, come dimostra la partnership con il 29,5% di Alpha Bank in Grecia. «Se domani avessimo un’unione bancaria, il gruppo Unicredit farebbe un enorme balzo in avanti in termini di efficienza, redditività e crescita di qualità», ha aggiunto Orcel.

Il ragionamento ha riflessi diretti sul dossier Commerzbank e, più in generale, sulle resistenze politiche e sindacali che continuano a frenare il consolidamento europeo. Orcel respinge l’idea di uno scontro frontale con i lavoratori tedeschi, chiarendo che le tensioni riguardano soprattutto i vertici sindacali e il comitato aziendale. «Si tratta di ciò che pensano potremmo fare, ma non possono saperlo perché non abbiamo mai avuto l’occasione di parlare con loro», osserva, rimarcando come l’assenza di dialogo abbia alimentato timori e resistenze. Avviare un confronto diretto sarebbe «un passaggio fondamentale», anche per sgombrare il campo dall’idea che Unicredit possa intervenire senza consultazioni. Il banchiere ha insistito sulla necessità di affrontare il tema senza slogan.

Dal punto di vista finanziario, l’ad ha ribadito che l’operazione potrebbe creare «molto valore», ma pone un limite chiaro: «Alle attuali valutazioni più il premio atteso non funzionerebbe per gli azionisti di UniCredit». Uno scenario che potrebbe cambiare se Commerzbank raggiungerà i suoi obiettivi e la valutazione convergerà su livelli più coerenti, fermo restando che «la valutazione non è l’unica cosa da considerare, le persone sono altrettanto importanti».

Intanto, sul fronte domestico, Unicredit ha raggiunto un accordo con le organizzazioni sindacali Fabi, First, Fisac, Uilca e Unisin.

L’intesa supera il tradizionale ricorso al Fondo di solidarietà, puntando su un percorso di riqualificazione professionale. Previsti 484 uscite volontarie, l’assunzione di 436 apprendisti e un rafforzamento delle politiche di reskilling, job rotation e ricambio generazionale.


Fonte: https://www.ilgiornale.it/taxonomy/term/40822/feed

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