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    Se il mattone è fatto di funghi la casa è più ecologica

    L’idea potrebbe far sorridere e far pensare ai cartoni animati dei Puffi, gli gnomi blu famosi alla fine del secolo scorso. Ma non si tratta di un cartoon, bensì di un progetto molto serio e che potrebbe presto dare risultati positivi nella costruzione di abitazioni ecosostenibli utilizzando, appunto, i funghi. Ignifughi, resistenti, capaci di autoriparazioni e durevoli, i funghi potrebbero presto sostituire il cemento nell’ambito della realizzazione di mattoni, vista la capacità di autoripararsi e le ridotte emissioni di carbonio e sostanze inquinanti. Pubblicata su Horizon, il magazine della Commissione Europea per ricerca e innovazione, questa ipotesi è stata formulata dagli esperti della Columbia Graduate School of Architecture, Planning and Preservation, che hanno sviluppato un modo per utilizzare i funghi come materiale da costruzione ecosostenibile e rispettoso dell’ambiente.
    Bioedilizia
    I segreti di una casa sostenibile
    di Claudio Gerino 13 Febbraio 2021

    “Questa soluzione potrebbe ridurre significativamente le emissioni di carbonio (CO2) nel settore delle costruzioni – afferma David Benjamin della Columbia Graduate School of Architecture, Planning and Preservation – e inoltre potrebbero biodegradarsi molto più facilmente a seguito della demolizione di un edificio”.

    Tecnologie green
    Ci vestiremo di funghi, ecologici e sensibili alla luce
    di Giacomo Talignani 06 Febbraio 2021

    Il team ha realizzato un mattone combinando il micelio con rifiuti agricoli come paglia o scarti dal mais, coltivando il risultato per circa due settimane, abbastanza a lungo da colonizzare la paglia. Il composto viene quindi riscaldato o trattato chimicamente per uccidere il fungo. “Il risultato è molto simile a un mattone tradizionale – aggiunge lo scienziato – ma è costituito da solo materiale organico, il che significa che lo smaltimento sarebbe completamente sicuro per l’ambiente”.
    Bioedilizia
    Una casa davvero ecologica? L’abc per costruirla
    Claudio Gerino 26 Novembre 2020

    Il lavoro di ricerca rientra nell’ambito del progetto FUNGAR (Fungal Architectures), lanciato nel 2019 allo scopo di realizzare materiali da costruzione partendo dal micelio. “Stando al rapporto delle Nazioni Unite per l’ambiente – dichiara Phil Ayres, ricercatore di architettura presso il Center for Information Technology and Architecture di Copenhagen e membro fondatore di FUNGAR – ogni anno i materiali da costruzione e l’edilizia sono responsabili di quasi il 40% delle emissioni di CO2 a livello globale. Il micelio, invece, costituito dalle radici fibrose dei funghi, sarebbe completamente sostenibile, a emissioni zero, ma anche leggero, durevole, modellabile e naturalmente ignifugo. Speriamo di andare ben oltre la realizzazione di mattoni”.

    “Ecco la mia casa a impatto zero”
    All’interno e all’esterno un trionfo del legno, che trasmette una sensazione di calore, serenità e comfort: travi a vista, pavimenti, soffitti, scale. Nella casa costruita da Maurizio Zovi sull’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago) tutto è pensato nei dettagli per limitare l’impatto sull’ambiente. LEGGI L’ARTICOLO
    The Living, il progetto open source ideato da Benjamin, ha portato alla creazione di un padiglione alto 12,2 metri realizzato con i mattoni a fungo e posizionato all’ingresso del museo d’arte di New York City e una struttura ubicata a Parigi in cui il micelio vivente cresce in sinergia con la struttura. Per gli studi futuri la speranza del gruppo di ricerca è quella di realizzare mattoni da costruzione in modo monolitico, mantenendo in vita il micelio.
    Edilizia green
    Ecco quello che si può fare per avere una casa ecosostenibile
    di Claudio Gerino 03 Febbraio 2021

    “Il fungo potrebbe assumere la forma dell’edificio desiderato – commenta lo studioso – e potrebbe autoripararsi in caso di danneggiamento. Il micelio risponde anche agli impulsi elettrici, il che potrebbe consentire lo sviluppo di un muto smart in grado di interagire con l’ambiente”.
    Edilizia sostenibile
    Un grattacielo di legno nel cuore di Berlino
    di Claudio Gerino 26 Febbraio 2021

    La difficoltà principale legata al micelio vivente, spiega ancora l’autore, sarebbe che richiederebbe nutrimento, intaccando la struttura portante e indebolendo l’integrità dell’edificio. “Si potrebbe risolvere teorizzando dei muri con due strati di micelio inattivo all’esterno e uno vivo all’interno – ipotizza Ayres – privo di acqua, lo strato interno rimarrebbe dormiente fino a quando non sarebbe necessario. È presto per pensare agli edifici realizzati interamente con questa tecnologia, ma il nostro ambiente ha bisogno di questo tipo di materiali”.

    “Questa metodologia potrebbe essere utile anche in vista delle future missioni spaziali di colonizzazione – spiega Lynn Rothschild, un astrobiologo presso l’Ames Research Center della NASA – gli habitat lunari o marziani potrebbero essere realizzati in grazie al micelio, che consentirebbe di abbattere notevolmente i costi di spedizione materiali”.
    New York
    L’Empire State Building e gli altri: i grattacieli che andranno vento
    di Claudio Gerino 26 Febbraio 2021

    I progetti in cui i funghi miceliali vengono coinvolti per realizzare strutture fondamentali sono di diversa natura e tutti sembrano aver raggiunto ottimi risultati preliminari. “I funghi sono davvero interessanti come unità viventi – conclude Ayers – e possono avere tantissime applicazioni oltre al già molto apprezzato ambito culinario. Sono un vero dono”.  LEGGI TUTTO

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    C'è sempre meno ghiaccio nell'Artico, a rischio la sopravvivenza dell'orso polare

    Se il riscaldamento globale continuasse con il trend attuale, nel 2035 il mare Artico potrebbe essere privo di ghiacci nei mesi estivi. Per l’orso polare, la cui sopravvivenza dipende dalla presenza di ghiaccio marino, sarebbe una condanna senza appello. Il ghiaccio artico è infatti parte integrante della vita di questo predatore dell’Artico a cui si dedica una Giornata Mondiale il 27 febbraio di ogni anno. E il Wwf ammonisce: se andiamo avanti di questo passo il ghiaccio in quella parte del mondo rischia di scomparire nei mesi estivi entro il 2035.
    Biodiversità
    Artico, ecco perché orsi polari e narvali rischiano di scomparire
    di Andrea Tarquini 26 Febbraio 2021

    Oggi nel mondo si stima la presenza di un numero di orsi polari che va dai 16.000 ai 31.000 individui, divisi in 19 popolazioni nelle regioni artiche di Europa, Asia e America. La contrazione del loro habitat sta rendendo la specie sempre più a rischio in tutto il mondo. Gli orsi polari trascorrono sul mare ghiacciato la maggior parte della vita (come indica il loro nome scientifico, Ursus maritimus), lo attraversano per percorrere lunghe distanze verso nuove aree e vanno a caccia di foche aspettando che la preda esca fuori dall’acqua. A volte, le femmine scavano nel ghiaccio marino per creare rifugi dove partorire. In Groenlandia e Norvegia, gli orsi polari sono classificati come specie vulnerabile, quindi a rischio estinzione. Il cambiamento climatico ha ridotto la distesa di ghiaccio marino che un tempo si estendeva dal Polo Nord alla Baia di Hudson meridionale. E proprio nell’area meridionale della Baia di Hudson, fra il 2011 e il 2016, è stato stimato un calo della popolazione di orsi polari pari al 17%, con la diminuzione del numero di individui da 943 a 780.

    Cambiamenti climatici
    Il gps per salvare gli orsi polari. “Così possiamo aiutare le femmine con i loro cuccioli”
    di Andrea Tarquini 12 Dicembre 2020

    Nel 2020, il ghiaccio polare ha raggiunto un nuovo record negativo: negli ultimi 50 anni, solo nel 2012 alla fine dell’estate era stata registrata un’estensione della banchisa polare minore di questa. Un evidente segnale che il riscaldamento globale è purtroppo sempre più forte, e che l’habitat dell’orso polare sta inesorabilmente scomparendo. I ricercatori hanno rilevato come nel novembre 2020, mese in cui il ghiaccio dovrebbe estendersi e irrobustirsi per permettere agli orsi polari di cacciare, si è assistito al fenomeno opposto: il ghiaccio della baia che si era appena formato si è frammentato a causa di temperature troppo alte. Le concentrazioni di ghiaccio marino sono diminuite del 13% ogni decennio dal 1979 a causa dell’aumento delle temperature globali. Le regioni artiche si sono riscaldate due volte più velocemente del resto del mondo, quindi il ghiaccio marino stagionale si forma più tardi in autunno e si rompe prima in primavera.

    Orso polare, le 10 cose che non sai sul re dell’Artico
    Michela Canzio 10 Aprile 2020

    La crisi climatica sta anche aumentando i conflitti tra le comunità locali e gli orsi, che non trovando più cibo e condizioni idonee per cacciare sulla banchisa ghiacciata, sempre più spesso sono costretti a muoversi sulla terraferma vicino ai centri abitati umani, alla ricerca di risorse di facile accesso per sopravvivere. Sono infatti sempre più numerosi gli avvistamenti di orsi in contesti antropizzati, così come le paure e i casi di incidenti e uccisioni di orsi che mostrano comportamenti pericolosi per le persone. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, avvistare un orso polare a Churcill, nel Manitoba (Canada), sarebbe stato un evento eccezionale. Oggi, invece, sono sempre più numerosi i casi di avvistamento di orsi, spesso denutriti e in cerca di cibo vicino alla città.

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    Dai fanghi l’energia del futuro. La ricetta italiana nasce a Bolzano

    In Europa si producono 50 milioni di tonnellate all’anno di fanghi di depurazione e il trend prevede un costante aumento nella produzione di questi scarti. Nel mondo sono 200 milioni, anche queste in costante aumento. Ogni italiano “produce” circa 20 kg di fanghi all’anno e recuperare il “tesoro” racchiuso in questi fanghi, trasformandoli in risorsa ad alto valore aggiunto, è un vantaggio strategico a 360 gradi. Ad oggi i fanghi di depurazione sono per lo più smaltiti in discarica o negli inceneritori, anche se altre modalità di smaltimento quali lo spargimento in agricoltura (con tutti i rischi connessi alla diffusione di sostanze chimiche inquinanti ed agenti patogeni) tutt’ora costituiscono delle alternative, seppur sempre più limitate.
    I costi di trattamento e smaltimento dei fanghi in Italia possono raggiungere e superare i 200 euro per tonnellate e sono in costante crescita. Le alternative tecnologiche oggi in uso sono: Essiccazione: forti emissioni in atmosfera (vapore/odori), elevato dispendio energetico; Piro-gassificazione: necessità di pretrattamenti energivori, produzione di sottoprodotti nocivi (gas, tar): HTC: necessità di post-trattamenti (hydrochar, acqua di processo), produzione di gas/odori; Trattamenti biologici: lunghi tempi di trattamento (=elevate dimensioni impianti), bassa efficienza, odori; Spargimento: diffusione agenti chimici, biologici e patogeni, metalli pesanti, carico di azoto.

    HBI ha realizzato un nuovo sistema per il trattamento dei fanghi industriali, dei fanghi da conceria e dei rifiuti biodegradabili: ha ideato, sviluppato e brevettato un sistema integrato modulare che valorizza i fanghi di depurazione, altrimenti destinati a discarica o incenerimento, mediante estrazione di acqua pulita; produzione di energia rinnovabile; recupero di “chemicals” contenuti (materiali ad alto valore aggiunto quali ammoniaca, fosforo ed altri macro e micro nutrienti che, una volta raffinati, possono essere utilizzati in agricoltura); riduzione degli scarti finali del 90% con un risparmio economico rilevante; sterilizzazione dei materiali residui, con completa eliminazione della carica batterica, virale e dei residui di farmaci e ormoni.

    La tecnologia HBI è una rivoluzione nel trattamento dei fanghi di depurazione per i quali, tra l’altro, l’Unione Europea ha aperto una serie di procedure di infrazione nei confronti dell’Italia, l’ultima delle quali (la quarta) è la 2017/2181. Un’altra caratteristica distintiva della tecnologia HBI è che il sistema poli-generativo ha dimensioni compatte e quindi può essere aggiunto in modalità plug-and-play ad impianti già esistenti sui territori, come la rete dei depuratori comunali, con estrema facilità, permettendo loro di diventare a tutti gli effetti un impianto zero-waste. HBI sta lavorando per applicare il suo sistema integrato anche ai Fanghi industriali (da cui recuperare i metalli) e ai Fanghi di conceria (da cui recuperare il cromo) oltre che ai Rifiuti biodegradabili (residui di trattamento della frazione organica dei rifiuti e percolati).

    HBI – Human Bio Innovation (“You must be the change you want to see in the world” Devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”), è società innovativa che crede nell’importanza di posizionarsi come azienda con l’obiettivo di preservare i sistemi naturali e migliorare il benessere umano e l’equità sociale. Sviluppa soluzioni per l’industria, svolgendo attività di ricerca, sviluppo, prototipazione e dimostrazione di tecnologie innovative e di design per la promozione e l’implementazione dell’economia circolare. Propone l’edonismo e la filantropia industriale: sistemi e processi esteticamente curati al servizio delle persone, delle aziende e dello sviluppo sostenibile.

    HBI è nata come startup, fondata a Treviso nell’ottobre del 2016 da Daniele Basso (M.Sc. e Ph.D. ingegneria ambientale e EMBA in SDA Bocconi) che è anche CEO dell’azienda e Renato Pavanetto (Imprenditore). In questi anni ha portato avanti le attività di ricerca e sviluppo e di business development a Bolzano grazie alle partnership con Unibz – la Libera Università di Bolzano, trovando spazio all’interno di “NOI Techpark” (il parco scientifico e tecnologico dell’Alto Adige), mentre la parte di progettazione, ingegneria e prototipazione ha continuato ad avere base a Quinto di Treviso (con CARRETTA Srl, partner tecnico per la robotica e le automazioni industriali). HBI, in pochi anni, ha già maturato un know how di competenze riconosciuto a livello internazionale, con all’attivo tre brevetti industriali, che la rendono un partner strategico credibile e affidabile. Ha costruito importanti e durature collaborazioni con il Politecnico di Milano, l’ENEA ed è parte della Piattaforma Nazionale del Fosforo, promossa dal Ministero dell’Ambiente. HBI non si limita a fornire la tecnologia ma affianca l’azienda nel fare quel salto “culturale” che le permette di migliorare la propria impronta ecologica cominciando a pensare in chiave green. HBI, infatti, si propone di trasformare i comuni depuratori delle acque in bioraffinerie poligenerative, quindi in grado di produrre materiali ad alto valore aggiunto, rinnovabili e sostenibili, assieme ad energia pulita, a partire dai fanghi di depurazione, che sono scarti prodotti dai depuratori stessi. L’obiettivo ultimo di HBI è quindi quello di portare innovazione green e sostenibile in settori industriali chiave.
    Un’altra caratteristica della tecnologia HBI è che il sistema poli-generativo ha dimensioni compatte e quindi può essere aggiunto in modalità plug-and-play ad impianti già esistenti sui territori, come la rete dei depuratori comunali, con estrema facilità, permettendo loro di diventare a tutti gli effetti un impianto zero-waste. E questo comporta una riduzione del 90% dei fanghi; Recupero dell’85% dell’acqua contenuta nei fanghi; Processo in continuo; No emissioni, no odori; Energeticamente autosufficiente; estremamente compatto (0.005 m2/ton/y). La Tecnologia HBI è frutto di più di 5 anni di ricerca e sviluppo; oltre200 test; 3 brevetti. Il primo impianto dimostrativo HBI sarà inaugurato ad aprile 2021 presso il depuratore di Bolzano.
    “La tecnologia sviluppata e brevettata da HBI – spiega Daniele Basso – è all’avanguardia in quanto esempio concreto di sistema circolare e sostenibile, che trasforma un rifiuto come i fanghi di depurazione in materiali rinnovabili nella completa assenza delle emissioni e degli impatti ambientali che tutt’ora caratterizzano la maggior parte delle soluzioni tecnologiche disponibili. La nostra tecnologia, infatti, integra due processi innovativi per il trattamento di residui biodegradabili consentendo di trasformare un comune depuratore delle acque in una bioraffineria poligenerativa con una riduzione fino al 90% del materiale da avviare a smaltimento finale. Di conseguenza, genera un triplice, enorme beneficio ai depuratori. In primo luogo, si possono in modo drastico i costi sinora sempre crescenti di smaltimento del fango, con vantaggi, quindi, anche per le bollette dei cittadini. Inoltre, dai fanghi si possono recuperare materiali ad alto valore aggiunto in modo totalmente sostenibile e rinnovabile. Tutto questo, ed è il terzo beneficio, producendo energia pulita. La nostra tecnologia consente, infatti, di separare, e quindi recuperare, materiali ad alto valore aggiunto dai fanghi di depurazione e la natura autotermica dei processi, combinata con la possibilità di produrre energia rinnovabile dai fanghi stessi, consente al sistema di essere totalmente autosufficiente dal punto di vista energetico. Infatti, il contenuto energetico potenziale del fango, inutilizzabile a causa dell’elevato contenuto d’acqua nei fanghi stessi (superiore al 70%), viene reso chimicamente utilizzabile dal sistema e quindi impiegato, sotto forma di energia elettrica e termica, per sostenere l’impianto.  HBI ha, inoltre, sviluppato e brevettato un dispositivo mediante il quale il sistema integrato risulta essere completamente privo di emissioni gassose ed odorigene.  I materiali estraibili su cui oggi HBI si sta concentrando sono l’ammoniaca e dei macronutrienti, quali il fosforo. In prospettiva, si potranno separare ed estrarre anche altri materiali, a tutti gli effetti rinnovabili totalmente sostenibili e a zero emissioni.  Quindi, se oggi HBI è riuscita ad ottenere una riduzione di quasi il 90% del materiale che oggi è avviato a smaltimento finale (tipicamente discarica ed incenerimento), nel medio periodo questa percentuale sarà destinata ad aumentare, tendendo allo sfidante obiettivo del ‘rifiuto zero'”.  LEGGI TUTTO

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    Capo Mortola, una terrazza fiorita sul mare

    Cactus, agavi, aloe, opunzie simili a fichi d’india crescono in natura nel finis terrae ligure. Le piante del deserto messicano, e non solo, sono state coltivate in grandi gruppi all’aria aperta per la prima volta in Europa, più di un secolo fa, ai Giardini Hanbury sulle terrazze di Capo Mortola, pochi chilometri da Ventimiglia e dal confine francese. Una nicchia climatica con temperature dolci e una buona umidità generata dalla brezza anomala del Mediterraneo ha favorito queste specie degli ambienti aridi. Una collezione di succulente studiata a livello internazionale, soprattutto per definire le incertezze di specie ma che deriva in parte dall’intensa attività di scambio di Alwin Berger, curatore del Giardino tra Ottocento e Novecento.  LEGGI TUTTO

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    Orti e giardini in città sono come centrali elettriche per le api

    Fiumi di miele in pieno centro. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Bristol e pubblicata sul Journal of Ecology, gli orti domestici delle città rappresentano la principale ‘tavola calda’ di cibo per gli insetti impollinatori come api e vespe. I dati rivelano che il nettare prodotto nelle aree urbane proviene per l’85% proprio dai giardini delle zone residenziali. La qual cosa indica che tra un tetto e l’altro si lavora parecchio.

    Sono state mappate le api di tutto il mondo
    di Marta Musso 30 Novembre 2020

    La scoperta ha impressionato gli stessi scienziati. Secondo Nicholas Tew, ecologo e autore principale dello studio, “la quantità e la qualità del nettare finora sono state misurate in campagna, ma non ancora nelle aree urbane. Per questo abbiamo deciso di estendere le indagini. Ci aspettavamo, è vero, che i giardini in città costituissero un luogo importante per la produzione di nettare, ma non in questa misura. I risultati evidenziano in modo lampante il ruolo fondamentale che gli impollinatori svolgono nel sostenere e promuovere la biodiversità nelle aree urbane aree in tutto il Paese”.Sos insetti: otto modi per aiutarli
    Molte popolazioni di insetti nel mondo stanno già calando dell’1-2% all’anno a causa dei cambiamenti climatici e ambientali prodotti dalle attività umane. L’allarme arriva da Pnas, attraverso i dati raccolti da 12 studi firmati da 56 ricercatori che spiegano anche come possiamo fare per salvare la biodiversità. Leggi l’articolo
    L’esperimento nel Regno Unito. La ricerca, condotta in collaborazione con le università di Edimburgo e la Royal Horticultural Society, ha esaminato la produzione di nettare in quattro principali città del Regno Unito: Bristol, Edimburgo, Leeds e Reading. L’esperimento è stato eseguito su circa 200 specie di piante, estraendo il nettare da più di 3.000 singoli fiori. Con l’ausilio di un sottile tubo di vetro, gli scienziati hanno estratto il nettare per poi misurarne la concentrazione di zucchero tramite il rifrattometro, un dispositivo che misura quanta luce si rifrange al suo passaggio attraverso una soluzione chimica. Tew e i suoi colleghi sono così giunti alla conclusione che il nettare reperito nei fiori dei giardini urbani proviene da una maggiore varietà di piante rispetto a quella registrata sui terreni agricoli e persino nelle riserve naturali. E che quasi un terzo del territorio delle aree cittadine (29%) comprende orti urbani. Dagli animali all’uomo, la ricerca dell’Università di Bristol riscopre anche la centralità della figura del giardiniere, che diventa custode della conservazione degli insetti impollinatori.Una Biblioteca degli Alberi tra i grattacieli
    Siamo nel cuore di Milano, a Porta Nuova, dove una mappa verde si estende tra i grattacieli nati negli ultimi anni. E’ il BAM, Biblioteca degli Alberi di Milano, che con i suoi 10 ettari e la sua straordinaria collezione botanica ha riportato la natura in città. Lo ha fatto in due modi, da una parte come polmone verde in grado di catturare CO2 e di offrire spazio all’aperto ai cittadini, dall’altro come giardino contemporaneo, teatro di un ricco palinsesto culturale. Terzo parco pubblico della città per dimensioni, – l’unico privo di recinzioni – che connette il tessuto urbano circostante, BAM è uno spazio pensato per tutti, nato dall’ispirazione di esempi internazionali come l’High Line e il Bryant Park di New York, ‘inseguendo’ i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu, declinati su quattro filoni: #openairculture, #nature, #wellness, #education. Leggi l’articolo
    “Senza giardini – conferma Tew – in città si troverebbe molto meno cibo per api, vespe, farfalle, falene, mosche, coleotteri. È dunque fondamentale che i progetti delle nuove abitazioni includano spazi verdi. Così come è importante, per i giardinieri, assicurarsi che i loro giardini possano offrire il miglior habitat possibile per i nostri piccoli amici”.La ricerca
    “Così le mie api vi raccontano cosa c’è nell’aria che respirate”
    di Giacomo Talignani 11 Dicembre 2020

    La ricetta per conseguire questo obiettivo la danno gli stessi studiosi inglesi. Anzitutto occorre piantare fiori ricchi di nettare e assicurarsi che sia presente sempre qualche specie in fioritura dall’inizio della primavera al tardo autunno. Meglio poi sarebbe falciare il prato a scadenze prolungate per favorire la crescita di denti di leone, trifogli, margherite e di altre piante utili agli impollinatori. Rigorosamente vietati i pesticidi.

    Api, il 25% delle specie non si vede più dagli anni ‘90. Ma una startup vuole salvare gli alveari con l’AI
    di Simone Cosimi 25 Gennaio 2021

    Stephanie Bird, entomologa della Royal Horticultural Society, conclude che proprio da chi si occupa dei giardini (quindi dall’uomo) dipende la vita degli insetti. “I giardini non dovrebbero essere visti come entità isolate – chiarisce Bird – ma come una rete di risorse naturali in cui il mantenimento di un habitat ottimale diventa preziosissimo per la conservazione della biodiversità”. LEGGI TUTTO

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    Rifiuti, le discariche hanno emissioni 8 volte superiori agli inceneritori

    Roma. Inceneritori: per lo smaltimento di rifiuti in Italia non ce ne sono abbastanza. Soprattutto se si vogliono chiudere le discariche ancora in attività, in particolare, nel Meridione. E se non si vuole continuare a pagare le multe della Ue per non aver rispettato le direttive comunitarie. E’ il risultato di uno studio condotto dai Politecnici di Milano e di Torino, assieme alle Università di Trento e Roma 3 Tor Vergata. Un documento nel quale si mette in evidenza, dati alla mano, che gli impianti hanno emissioni contenute, al pari di altre attività industriali, se non inferiori. Oltre ad aver svolto un ruolo di primo piano anche nello smaltimento dei rifiuti legati alle cure e alla prevenzione della pandemia.
    Lo studio non piacerà a chi sostiene che i “termovalorizzatori” (come vengono chiamati per la produzione collegata di energia elettrica) non sono la soluzione e li accusa di essere un pericolo per l’ambiente. Contestazione che sono state un cavallo di battaglia del movimento Cinquestelle e che vengono usate in ogni campagna “nimby” nei confronti di nuovi inceneritori. Lo studio realizzato per conto di Utilitalia, l’associazione delle società che gestiscono pubblici servizi, vuole rispondere proprio a queste critiche. Partendo da basi scientifiche, con l’intento di andare oltre le posizioni politiche.
    Per capire di cosa si sta parlando, occorre partire dai dati. In Italia sono attivi 37 inceneritori: nel 2019, ultimi dati disponibili, sono stati trattati 5,5 milioni di rifiuti urbani e speciali. Smaltendo i rifiuti, gli impianti hanno prodotto 4,6 milioni di megawatt di energia elettrica e 2,2 milioni di MWh di energia termica. Per il 51% si tratta di energia rinnovabile, capace di soddisfare il fabbisogno di 2,8 milioni di famiglie.

    Bastano per raggiungere i limiti imposti dalla Ue? Entro il 2035 i rifiuti andranno riciclati per il 65% del totale e solo per il 10% potranno essere destinati ancora alle discariche. E’ evidente che per smaltire il 25% rimanente bisognerà trovare altre soluzioni. E gli inceneritori sono parte di questa soluzione e comunque occorre trovare soluzioni alternative alle discariche anche per i prossimi 15 anni.
    I ritardi dell’Italia sono ancora più evidenti nel confronto con il resto d’Europa, come ricorda Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia: “In Germania sono attivi 96 inceneritori, in Francia 126. Nel nostro paese, soprattutto nel centrosud, si registra una carenza impiantistica e se non si inverte questa tendenza, continueremo a ricorrere in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica: attualmente ci attestiamo al 20% e dobbiamo dimezzare il dato nei prossimi 14 anni”.
    Lo studio entra poi nel merito dell’impatto dei “termovalorizzatori” sull’ambiente circostante. Il primo punto è il confronto tra i sistemi di smaltimento: “In termini di emissioni climalteranti, la discarica ha un impatto 8 volte superiore a quello del recupero energetico degli inceneritori”. Inoltre, si ricorda come gli inceneritori hanno “limiti molto stringenti alle emissioni che non hanno eguali” tra le attività industriali. Più specificatamente, il contributo alle emissioni di del PM10 è pari allo 0,03% del totale rispetto al 53,8% delle combusioni di attività commerciali e del residenziale, mentre per gli Idrocarburi Policiclici Aromatici e pari allo 0,007% (contro il 78,1%) e per la diossina è dello 0,2% contro il 37,5% sempre delle attività commerciali e del residenziale.
    Un’ultima parte della ricerca è relativa all’analisi di studi epidemiologici che sono stati realizzati in varie parti del mondo dove sono presenti inceneritori (in alcune capitali europee come Vienna e Copenaghen si trovano all’interno dell’area urbana). Secondo i ricercatori delle quattro università, gli impianti che rispondono alle migliori pratiche e sono sottoposti alle legislazioni più stringenti “gli inceneritori non possono essere considerati fattori di rischio di cancro o di effetti negativi sulla riproduzione o sullo sviluppo umano”. Infine, “i rilievi dei livello di diossina riscontrabili nella popolazione che risiede vicino agli impianti non ha evidenziato livelli superiori rispetto a quelli riscontrabili in popolazioni che vivono in aree non interessate agli impianti”.
    E anche questo è un evidente messaggio da parte delle società pubbliche che gestiscono i servizi di smaltimento al neo ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che ha sotto di sé le deleghe ai rifiuti e alla tutela dell’ambiente: avrà il non facile compito di trovare soluzioni in accordo con i territori. LEGGI TUTTO

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    Innovation for change, soluzioni per un mondo sostenibile

    I giovani talenti accettano la sfida: trovare soluzioni che rendano il futuro più sostenibile, più equo, più sicuro. Lo fanno in tutto il mondo, nelle università, nelle grandi società, nelle startup cui danno vita. Da oggi 60 di loro ci proveranno sotto la supervisione di tre grandi istituzioni scientifiche: il Collège des Ingénieurs Italia, il Politecnico di Torino e IdeaSquare, il dipartimento di innovazione sperimentale del Cern di Ginevra. Ha infatti preso il via oggi la sesta edizione di Innovation for Change (I4C), il principale programma di impact innovation in Italia, il cui obiettivo è concepire innovative per rispondere alle sfide globali che riguardano il nostro Pianeta.
    La formula è ormai consolidata: otto partner dell’iniziativa, tra aziende e istituzioni, lanceranno ai partecipanti altrettante sfide ispirate agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDG goals). I partner di questa edizione saranno: AGC, produttore di vetri per edifici e aziende automobilistiche, Arduino, Banca Mediolanum, CNH industrial, Enel, Dsm, azienda specializzata in prodotti di benessere, ministero della Giustizia e Rai Way. Ed ecco le otto sfide lanciare oggi:
    – Arduino: Migliorare la nostra vita in casa attraverso l’utilizzo della domotica, rendendola davvero funzionale e accessibile a tutti.

    – Enel: Garantire un supporto immediato ed efficace ai propri utenti durante le emergenze, esplorando nuovi possibili canali e reinventando gli strumenti già a disposizione.
    – Ministero della Giustizia: Creare un sistema sostenibile che permetta alle oltre 24.000 persone assegnate ai lavori socialmente utili di fornire il proprio aiuto e supporto dove ce n’è più bisogno, creando un sistema virtuoso di reintegro in cui il primo beneficiario è la società tutta.
    – Dsm:  Esplorare il potenziale dei microbiomi dell’apparato digerente per migliorare la salute degli animali negli allevamenti.
    – Agc: Rendere sostenibili le ristrutturazioni delle facciate delle edifici, esplorando sia nuove soluzioni legate al riutilizzo dei materiali delle facciate già esistenti, sia lo sviluppo di nuove tecniche, strutture e materiali sostenibili pensati per rimodulazioni e riutilizzi futuri.
    – Cnh Industrial: Sviluppare idee e soluzioni per migliorare le condizioni fisiche e mentali di dipendenti e utenti e membri dell’ecosistema Cnh (autisti, contadini) e supportarli in maniera attiva durante questa fase di isolamento.- Rai Way:  Immaginare una TV del futuro, che abiliti le comunità all’accesso semplice e personalizzato ad un vasto numero di servizi alla persona, tramiti servizi interattivi, facili da gestire e integrati nei dispositivi TV presenti in ogni casa.
    – Banca Mediolanum: Reinventare la città e gli uffici alla luce delle nuove esigenze, individuare soluzioni per rendere più accessibili alla città le strutture più distanti, in maniera sostenibile e con impatto ridotto sull’ambiente.

    Con tali sfide si dovranno cimentare nei prossimi cinque mesi i circa 60 talenti under 30 divisi in team e scelti tra i partecipanti al MBA del Collège des Ingénieurs Italia, tra dottorandi selezionati nei migliori atenei d’Europa, e tra i giovani creativi della Holden, la scuola di narrazione fondata da Alessandro Baricco, che entra per la prima volta quest’anno a far parte del progetto, integrando le competenze manageriali (MBA) e tecnico-scientifiche (dottorandi) con quelle della comunicazione.
    A sostenere l’iniziativa, oltre agli otto partner, ci sono Enel Foundation e Fondazione Agnelli.
    La speranza è che le soluzioni ideate lascino il segno. Come è già accaduto nelle edizioni precedenti con innovazioni che, concepite nell’ambito di Innovation for Change, hanno poi dato vita a start-up e business sostenibili. E’ il caso di SoundBubble, una cuffia intelligente che permette agli utenti di selezionare i suoni e isolare solamente quelli che si vogliono sentire, nata dalla sfida di ENEL Foundation “migliorare la salute dei lavoratori”. O SpectrumLab, una vernice termocromatica riflettente che cambia il suo colore in base alla temperatura. La vernice è sviluppata per essere applicata alle superfici dei tetti e aumentare l’efficienza energetica degli edifici: se c’è caldo, la vernice assume un colore bianco brillante per riflettere la luce solare e mantenere un clima interno fresco. In inverno invece, la superficie diventa scura, assorbendo i raggi e contribuendo a riscaldare l’edificio. E’ nata nell’edizione 2019 in risposta alla sfida lanciata da Ferrovie dello Stato: “generare valore dai rifiuti”.
    Che innovazioni ci aspettano quest’anno? Tempo cinque mesi e lo scopriremo al Cern di Ginevra, dove i giovani talenti presenteranno le loro soluzioni. LEGGI TUTTO

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    La pandemia fa calare l'ozono nell'aria che respiriamo come mai negli ultimi 20 anni

    La pandemia e il lockdown hanno avuto, indirettamente, qualche effetto collaterale positivo, seppure temporaneo, sulla qualità dell’aria che respiriamo. Adesso una ricerca internazionale, cui ha preso parte il Servizio meteorologico nazionale della Germania, ha analizzato i livelli di ozono (O3), un gas che nella bassa atmosfera è un inquinante. Gli scienziati hanno rilevato una diminuzione significativa dell’ozono nell’emisfero nord durante la primavera e l’estate 2020, durante e subito dopo il lockdown. Un caso? No, secondo gli autori che sottolineano l’ampia diffusione del fenomeno e la persistenza del calo per tutto il periodo. Lo studio è pubblicato su Geophysical Research Letters.

    Pandemia, durante il lockdown l’inquinamento cala meno del previsto
    di Viola Rita 15 Gennaio 2021

    L’ozono. Il forte taglio delle emissioni – soprattutto dei trasporti ma anche di alcune attività industriali – imposto dall’emergenza sanitaria fornisce l’occasione, il banco di prova, per quantificare gli effetti del nostro impatto sulla qualità dell’aria. Nella prima fase della pandemia in Europa (e non solo) si è registrato un forte calo del biossido di azoto (NO2), prodotto per lo più dai motori dei veicoli.

    In questo caso sotto la lente c’è l’ozono. Nello strato più basso dell’atmosfera, la troposfera, questo gas è un inquinante, detto secondario perché generato dalle reazioni chimiche fra varie sostanze, come gli ossidi di azoto (incluso l’NO2 citato). Questi sono prodotti principalmente dai gas di scarico dei veicoli e da alcuni processi industriali. La sua produzione è inoltre favorita da particolari condizioni meteo-climatiche, come le elevate temperature e la forte radiazione solare estiva, e per questa ragione è un inquinante tipico dell’estate. Nello strato più in alto della troposfera – la stratosfera – al contrario l’ozono assume un ruolo centrale nel proteggere il pianeta da radiazioni nocive. Lì la minaccia, invece, è il buco nell’ozono.

    Il calo, costante da aprile a agosto 2020. I ricercatori hanno analizzato l’impatto delle restrizioni nella formazione dell’ozono a composizione dello strato più basso dell’atmosfera, in particolare da 1 a 8 km di altezza dal suolo, da aprile ad agosto 2020, il periodo dell’anno che include l’estate in cui normalmente l’inquinamento da ozono cresce, anche sopra la soglia d’attenzione. I risultati hanno mostrato che in quei mesi i livelli dell’ozono erano circa del 7% più bassi rispetto alle medie rilevate dal 2000 al 2020.

    Gli autori sottolineano che studi basati su simulazioni al computer – in particolare una ricerca dell’Università di Cambridge pubblicata nel 2020 su Geophysical Research Letters – hanno prodotto risultati molto simili a quelli dei rilievi dal vivo. Una riduzione di questo genere non è mai stata osservata negli anni scorsi. E non è insignificante se si considera, come sottolineano i ricercatori, che è stata dall’analisi dei dati di 45 stazioni, in varie parti dell’emisfero nord, per il rilievo dell’ozono troposferico, e che è risultata costante per tutto il periodo considerato. “L’ultima occasione in cui abbiamo rilevato un livello così basso di ozono troposferico a Hohenpeissenberg”, commenta per fare un esempio Wolfgang Steinbrecht, scienziato dell’atmosfera presso il Servizio meteorologico tedesco “è stato nel 1976”. Il calo dell’ozono ampio e piuttosto uniforme, scrivono gli autori, fornisce una prova degli effetti legati al taglio dei gas serra e potrà essere utile per future indagini sull’impatto delle emissioni.

    La pandemia, complice della riduzione. Insomma, i dati sono senz’altro rilevanti. Le cause sono da rintracciare principalmente nei blocchi della circolazione, in particolare nella riduzione dei trasporti sulla superficie terrestre e dell’aviazione. Non è un caso, dato che Una conferma arriva anche dall’analisi svolta dal Servizio di monitoraggio dell’atmosfera di Copernicus (creato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine). L’indagine, infatti, indica che l’ampia riduzione dell’ozono nella stratosfera (il buco nell’ozono) registrata nel 2020 ha contribuito per meno di un quarto all’anomalia rilevata nello stesso periodo nei bassi strati dell’atmosfera. LEGGI TUTTO