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    Greenpeace: “Smartphone sulla strada della sostenibilità ma serve più riparabilità e riciclo”

    La strada giusta è quella del riciclo, della capacità di sfruttare nuovamente i materiali, dei telefoni ricondizionati, ma questo cammino deve essere obbligatoriamente affiancato da un impegno delle aziende produttrici a un minor impatto ambientale e sociale, soprattutto nello sfruttamento delle terre rare. E’ quanto racconta Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, al quale abbiamo chiesto a che punto siamo nel cammino intrapreso verso la sostenibilità degli smartphone, prodotti sempre più indispensabili ma consumati con sempre maggiore velocità. In uno degli ultimi e più approfonditi report sull’impatto ambientale degli smartphone, nel 2017 proprio Greenpeace stimava come in dieci anni (2007-2017) siano stati prodotti almeno 7 miliardi di smartphone, oggetto che cambiamo in media ogni tre anni.La realizzazione dei nostri cellulari implica lo sfruttamento delle terre rare per le componenti interne e porta inevitabilmente ad un aumento dei gas serra e delle emissioni, legate all’80% alla produzione,  al 16% all’uso dei consumatori, al 3% dei trasporti e l’1% alle pratiche di riciclo.  Secondo  l’Onu la quantità di rifiuti elettronici prodotta a livello globale nel 2016 è stata di almeno 44, 7 milioni di tonnellate, pari al peso di 22 milioni di auto. Soltanto il 20% dei telefonini però una volta in disuso segue la linea corretta per lo smaltimento e, riporta il report Greenpeace,  il 73% degli italiani ignora il fatto di poter restituire il proprio telefono per avviarlo a un corretto smaltimento o ricondizionamento. Numeri che, per un Pianeta dal futuro sostenibile dove la tecnologia continuerà ad imperare, necessitano di un cambiamento.

    (infografiche animate a cura di Gedi Visual) 
    La produzione dei nuovi smartphone sta andando verso una giusta sostenibilità ambientale?”Bisogna dire che in tal senso c’è una crescita e una maggiore attenzione all’ambiente rispetto al passato, ma servono ancora molti progressi. I dispositivi devono essere più riciclabili e riparabili. In tal senso, in termini di riparabilità, bene le nuove normative europee da poco approvate che facilitano questo percorso. Ad oggi c’è però ancora un enorme problema relativo ai rifiuti elettronici. Alcuni purtroppo finiscono, come abbiamo documentato, in una rotta di  traffici illegali, per esempio in Africa e varie parti del mondo dove vengono smaltiti in modo tutt’altro che corretto, in contrasto alla convenzione di Basilea che disciplina le spedizioni di rifiuti fra paesi. Su questo è necessario aprire gli occhi al più presto”.
     
    Preoccupa l’estrazione delle terre rare per le componenti dei telefonini?”In questo c’è ancora molto da fare: bisogna capire che le materie prime dei dispositivi elettronici – che continuiamo ad estrarre – non sono infinite. Oltretutto sappiamo bene che nel tempo saranno disperse, dai metalli alle terre rare, dalle componenti di chip alle batterie, sempre più materie che non vengono recuperate. Inoltre negli ultimi anni si sono verificati diversi incidenti dovuti a processi estrattivi, come per esempio in alcuni casi in Brasile dove ha ceduto una diga riversando acque di scarto del processo estrattivo e facendo morti ed enormi danni ambientali. Oppure in un recente disastro avvenuto in Russia. E’ fondamentale ricordarci che non possiamo estrarre per sempre e ragionare sul fatto che un piccolo oggetto che dura un tempo limitato come lo smartphone, avrebbe bisogno di sempre più parti riciclabili”.
    La strada giusta è dunque quella della riparabilità e dei ricondizionati?”Credo che si stiano facendo sforzi, per esempio sul packaging e sugli oggetti ricondizionati, ma altrettanti andrebbero fatti per progettare dispositivi effettivamente riciclabili a fine vita. Per allungare questa vita, andrebbero dunque fatti telefoni sempre più riparabili. Oggi in media gli smartphone nelle nostre mani restano circa tre anni e poi si cambiano. Il problema è che  se si rompe un componente per paradosso è più conveniente sostituire che non riparare. Ecco, questa dinamica va invertita e speriamo che le nuove disposizioni europee sulla riparabilità possano aiutare”.

    (infografiche animate a cura di Gedi Visual)Tra passi positivi e altri ancora da compiere, quali criticità comportano per il Pianeta i rifiuti elettronici?”La grande quantità di rifiuti elettronici ha dei trend sempre in aumento: divoriamo tecnologia, materie prime, terre rare e metalli che si riciclano con dati migliori, ma sono ancora tanti i passi da fare per la corretta sostenibilità. Bisogna agire a livello di produzione e i dispositivi devono durare di più nel tempo. La scarsità di terre rare sta per esempio già portando alcune aziende a fare deep sea mining, ovvero estrarre materiali preziosi dalle profondità marine, ambienti inesplorati che rischiamo di andare a distruggere solo per estrarre materiali destinati a un dispositivo elettronico che poi durerà pochi ann e  diventerà un rifiuto. Così la Terra pagherà un conto doppio. Dunque, seppur riconoscendo tanti passi positivi in avanti, come per esempio quelli dei telefoni ricondizionati, bisogna fare ancora molto, progettando una giusta strategia per la sostenibilità del nostro Pianeta”. LEGGI TUTTO

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    Lo smartphone ricondizionato piace sempre di più. E fa bene all'ambiente

    NEGOZIETTI specializzati, che in realtà si occupano soprattutto di ricambi e assistenza, ma soprattutto piattaforme online. Il crescente business dei ricondizionati passa soprattutto da siti come Trendevice, BlackMarket, Refurbed, Rebuy, Swappie, Ricompro, Joojea, riCompro e nuovi sbarchi in Italia come il francese CertiDeal. Ma anche dalle sezioni dedicate dei colossi dell’e-commerce e delle catene di tecnologia, da Amazon a eBay o ePrice passando per MediaWorld, fino a quelle sui siti degli stessi produttori come Apple. Ma cos’è uno smartphone ricondizionato? E quali vantaggi porta all’ambiente (e al portafoglio) sceglierlo al posto di uno appena uscito dalla fabbrica? 

    Refurbed, sbarca in Italia la startup del riuso hi-tech
    Simone Cosimi 28 Gennaio 2019

    I telefoni ricondizionati sono dispositivi di seconda mano sottoposti a una (di solito rigida) verifica che passa da una serie di test per ogni loro aspetto e componente. Ciascuna piattaforma ha i suoi protocolli – alcuni garantiti anche da certificazioni internazionali, altri meno chiari – ma nel complesso tutte esaminano lo stato dei diversi elementi, dalla batteria alle prestazioni del chip passando per il comparto fotografico fino, ovviamente, alla valutazione dell’aspetto estetico. Graffi alla scocca, urti, condizioni del display, tutto viene analizzato nel dettaglio.

    A ogni prodotto sottoposto alla cura ringiovanente viene poi assegnata una valutazione generale sulle condizioni, comunque sempre buone se non ottime, e un prezzo fortemente ribassato rispetto al nuovo. L’aspetto interessante è che queste piattaforme allungano la vita ai modelli più vecchi, senza contare che chi li compra tende secondo le indagini delle diverse società a tenerlo più a lungo, contribuendo a salvarli dallo smaltimento, spesso incontrollato o criminale (basti pensare alle maxidiscariche di rifiuti elettronici come quella di Agbogbloshie, alla periferia di Accra in Ghana).
    Secondo il rapporto “The Global E-waste Monitor 2020” lo scorso anno, a livello mondiale, sono stati generati 53,6 milioni di tonnellate di Raee, cioè rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di cui 4,7 milioni di tonnellate di rifiuti informatici (in cui sono compresi gli smartphone ma anche tante piccole apparecchiature IT e di telecomunicazione). Di questi 53,6 milioni di tonnellate ne sono stati legalmente recuperati solo 9,3. E gli altri? Finiscono in mano alle ecomafie, con l’export illegale per esempio travestendo i rifiuti da “usati sicuri”, ma anche con lo smaltimento inquinante nei territori in cui sono stati recuperati.
    Prodotti hi-tech “rigenerati” per un’informatica ecosostenibile
    Elena Veronelli 27 Luglio 2017

    Lo smartphone ricondizionato è un tassello di questa feroce guerra che coinvolge tutti i dispositivi elettronici e in qualche modo il dna dell’elettronica di consumo, un settore costretto a sfornare novità a ritmi vertiginosi perfino in periodi di vacche magre. Comprando un telefono ricondizionato si risparmiano infatti 185 grammi di rifiuti tecnologici, si taglia dell’84% il peso in termini di CO2 rispetto all’acquisto di uno nuovo (56 chili di CO2 equivalente contro 9 chili per il ricondizionato stando a uno studio di Recommerce) e, questo forse il dato più impressionante, si evita l’estrazione di oltre 200 chili di materiali rocciosi necessari per le materie prime utili alla produzione di un pezzo nuovo di zecca con un display da 5,5 pollici (dati dell’Ademe, l’Agenzia della transizione ecologica francese). In uno smartphone si trovano infatti numerosi materiali e metalli, terre rare e altri componenti la cui estrazione è spesso frutto di un sanguinario sfruttamento criminale e drammatiche ricadute sugli ecosistemi locali. 

    Basti pensare al coltan, l’oro nero dell’hi-tech, o al cobalto estratti nella Repubblica democratica del Congo (la columbite-tantalite, così come il cobalto, si trova in pochi altri paesi) da manodopera in condizioni di schiavitù nelle miniere controllate dal crimine organizzato e ricorrendo al lavoro minorile. Se il coltan serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuova generazione e nei più diversi dispositivi, il cobalto è necessario per realizzare un componente chiave come il catodo, il polo negativo delle batterie. Ce n’è sempre più fame: nella batteria di un telefono ce ne sono fra i 5 e i 20 grammi, in quella di un’auto elettrica anche 15 chili. Ma nei telefoni si nascondono, grazie alle loro proprietà conduttive o isolanti, anche altri “minerali da conflitto”, la cui estrazione è spesso controllata da milizie armate che usano il ricavato per acquistare armi, e di sostanze inquinanti: considerando un telefono dal peso di circa 185 grammi si va da 4 grammi di zinco ai 13 di piombo, dai 15 di rame agli 0,034 di oro, 0,015 di palladio, 0,34 di argento e 1,57 di nickel. E ancora: meno di un millesimo di grammo di platino, 13 grammi di piombo, 25 grammi di alluminio, 39 di ferro, 42 di plastica e 46 di silicio. 

    (infografiche animate a cura di Gedi Visual)Senza dimenticare le cosiddette terre rare, un gruppo di 17 elementi fra cui neodimio, disprosio, ittrio, gadolinio e praseodimio, fondamentali per infinite applicazioni, come produrre superconduttori, microchip, magneti, display e altri componenti non solo in ambito hi-tech. Questi elementi fanno parte dei cosiddetti CRMs (Critical Raw Materials), ossia quel ristretto elenco di materie prime essenziali stilato ogni anno dalla Commissione Europea e contraddistinte da un elevato rischio di approvvigionamento ma al momento insostituibili a causa delle loro proprietà uniche. 

    (infografiche animate a cura di Gedi Visual)Nel complesso, l’impatto ambientale più pesante di un telefono usato sta proprio nei display, che negli anni sono aumentati anche nella diagonale. Come si capisce, scegliere un ricondizionato fa fuori l’80% del suo debito ambientale, legato appunto in quella percentuale alla produzione, così intendendo il ciclo che va dall’estrazione delle (controverse) materie prime all’assemblaggio. Numeri confermati anche da uno studio Refurbed che ha stimato intorno al 70% le emissioni di gas serra risparmiate nel corso ciclo di vita del prodotto scegliendo un’alternativa usata e rimessa a nuovo, anche al netto delle operazioni di rigenerazione del dispositivo che genera emissioni di CO2 pari a 5,13 chili. 

    Secondo Erion, il neonato multi-consorzio che coordina la raccolta di tutti i rifiuti elettronici in Italia, trattare correttamente 200 grammi di rifiuti elettrici ed elettronici della categoria R4, quella in cui rientrano appunto gli smartphone insieme ai piccoli elettrodomestici, consente di evitare l’emissione 45 grammi di CO2 nonché un risparmio energetico di 562 Wh. Riutilizzare un telefono, ovviamente, taglia perfino quel passaggio. “Ogni anno in Italia cambiamo circa 10 milioni di smartphone, che contengono una serie di materiali che possono anzi devono essere riciclati, per evitare di consumare ulteriormente le già scarse risorse di cui dispone il nostro pianeta – spiega Giorgio Arienti, direttore Erion Compliance Organization – purtroppo abbiamo ancora molta strada da fare per quanto riguarda le tecnologie di trattamento, perché il riciclo delle sostanze più importanti dal punto di vista industriale, presenti in quantità piccolissime in ciascun apparecchio, è ad oggi antieconomico. È essenziale quindi investire nella ricerca di nuove soluzioni tecnologiche per arrivare a sfruttare concretamente lo urban mining, che rappresenta non più la frontiera del futuro ma un presente necessario”. Anche perché è un affare: riciclare una tonnellata di smartphone porta un valore in termini di materie prime seconde reimmesse sul mercato di oltre quattromila euro. Cifra che può salire ulteriormente con gli apparecchi più recenti. 

    Smartphone, Apple e Samsung campioni di green. Huawei insegue a ruota
    di Simone Cosimi 05 Dicembre 2020

    Intanto, ciascuno di noi può scegliere una strada alternativa e, appunto, concedersi uno smartphone ricondizionato. Non solo per pesare di meno sull’ambiente ma anche per risparmiare qualcosa, specialmente in tempi di pandemia e crisi globale. A seconda dei modelli e della data di uscita sul mercato con gli smartphone ricondizionati si può infatti risparmiare tra il 20 e il 70% del prezzo dello stesso telefono nuovo. Ovviamente le occasioni più interessanti si notano con i dispositivi di più di 2-3 anni, per i quali il risparmio si aggira in media intono al 30-40%. Non è un caso che il settore sia in continua crescita: se nel 2019 i terminali rigenerati venduti nel mondo sono stati 206,7 milioni, Idc stima che nel 2023 saliranno a ben 332,9 milioni. Se si considera che ogni anno vengono consegnati in tutto il mondo circa 1,4 miliardi di dispositivi nuovi, nel giro di tre anni il settore potrebbe pesare un quarto del commercio di telefonini. Ben più che un passatempo per nerd in cerca dell’offerta imperdibile ma un fondamentale cambiamento di paradigma: anche i grandi brand hanno colto ormai da tempo il messaggio che arriva dal basso, iniziando a riprogettare in modo sostenibile l’intera filiera produttiva dei telefoni, dal riciclo delle materie prime all’alleggerimento del packaging. Qualche esempio? Con un iPhone 8 da 256 GB si può tenere in tasca fino al 30% del prezzo nuovo attualizzato ma fino al 65% del prezzo di listino del 2017. Per un iPhone 11 64 GB è possibile tagliare fino al 10%, per un iPhone XR 64 GB fino al 30%. Per un Samsung Galaxy S10 128 GB si possono risparmiare fino a 325 euro mentre per un Galaxy S8 da 64 GB il taglio è del 36% del prezzo attualizzato del nuovo e fino al 75% del prezzo di listino appena uscito. In realtà, per molti modelli ormai fuori listino il passaggio dalle piattaforme dei ricondizionati è obbligato, visto che non si trovano altrove se non usati e però privi del controllo che i siti assicurano, spesso fornendo garanzie ulteriori di uno o due anni o periodi di prova di 30 giorni. In una lotta senza quartiere all’obsolescenza programmata. “L’impatto di CertiDeal con il mercato italiano è stato molto positivo – spiega a Repubblica Laure Cohen, Ceo del gruppo francese fra gli ultimi partiti nel nostro paese – speriamo di poter continuare a crescere e offrire ai nostri clienti italiani degli smartphone di qualità, ricondizionati nel nostro laboratorio interno, e rispettosi dell’ambiente. Le due certificazioni che abbiamo ottenuto sulla gestione del rischio ambientale della nostra attività (ISO 14001) e sulla gestione dei rifiuti tecnologici (R2:2013) dimostrano il nostro impegno costante per migliorarci e ad offrire dei prodotti ancora più cari al nostro ecosistema”. Qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi anni anche in virtù di quanto e come i produttori consentiranno di aumentare la possibilità di effettuare riparazioni e poter così alimentare il parco dei prodotti ricondizionati. Molto, tuttavia, rimane da fare per sottrarre tonnellate di e-waste all’ambiente, visto che non si riesce neanche a imporre un caricatore universale per smartphone, laptop, tablet e pc, come l’Ue vorrebbe ormai da anni. Altroconsumo si occupa per esempio da tempo di questa battaglia sull’obsolescenza programmata, chiedendo ai colossi la “possibilità di aggiornare software per ritardare obsolescenza tecnologica e quindi il rischio che il prodotto non sia più compatibile con nuove versione di app, la possibilità di ampliare la memoria, prevedere una certa modularità dell’hardware in modo da rendere più semplice ed economico fare le riparazioni più frequenti”. E ancora, spiega Ivo Tarantino, responsabile relazioni esterne dell’organizzazione, “prevedere l’estensione della garanzia per i ricondizionati e per alcuni componenti hardware come il display”.  LEGGI TUTTO

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    Smartphone, Apple e Samsung campioni di green. Huawei insegue a ruota

    L’approccio è ancora differenziato. Apple e Samsung hanno iniziato per primi, con la Mela a guidare il gruppo: per Cupertino l’ambiente è in cima alle priorità in ogni azione. Huawei si è mossa negli ultimi tempi ma con decisione mentre altri produttori, da Xiaomi a Oppo, rimangono un po’ indietro o in certi casi non hanno alcuna politica ambientale, almeno non ufficiale. La filiera hi-tech, specialmente quella per gli smartphone, può essere particolarmente inquinante. Ma offre anche infiniti margini di miglioramento che toccano ogni aspetto produttivo: dalle fonti energetiche degli impianti di produzione al packaging, dalle materie prime agli investimenti nel riciclo, in una linea verde che progressivamente unirà tutti i passaggi. Ma a cui rimane ancora molta strada da fare, specie per “fare sistema” e non dilapidare da un lato ciò che si è ottenuto da un altro. 

    Apple è da sempre all’avanguardia in ogni ambito, dall’energia che alimenta le attività operative ai materiali dei dispositivi fino alle aziende con cui intrattiene rapporti, passando per la salute e la sicurezza delle persone che realizzano e usano i prodotti. Si parte proprio dai prodotti, per i quali Cupertino riprogetta da zero i materiali riducendo la quantità di energia usata, intervenendo dunque già in fase di fabbricazione. Dal 2008 la quantità media di energia che i device ideati in California – ma assemblati in Asia – consumano è diminuita del 73%. Ogni singolo prodotto della Mela viene testato per verificare che sia conforme a un elenco di sostanze regolamentate e Apple studia la composizione chimica di tutti i materiali presenti nei dispositivi, che si tratti di smartphone, tablet, laptop o smartwatch, per avere dati più precisi circa i loro effetti sulla salute delle persone e sull’ambiente. 
    Il fenomeno
    Lo smartphone ricondizionato piace sempre di più. E fa bene all’ambiente
    di Simone Cosimi 05 Dicembre 2020

    Qualche esempio? iPhone 11, iPhone 11 Pro e iPhone 11 Pro Max sono stati i primi smartphone al mondo costruiti col 100% di terre rare riciclate nel Taptic Engine, l’attuatore del dispositivo, certificazione replicata con i nuovi iPhone 12. Sull’alluminio invece il gruppo ha già raggiunto livelli ragguardevoli se non da record: già lo scorso anno grazie all’utilizzo di alluminio riciclato e adoperato per costruire (anche) le scocche dei telefoni e a basse emissioni di gas serra, la “carbon footprint” si è ridotta di 4,3 milioni di tonnellate. E laddove la qualità della materia prima seconda non risultava all’altezza di un nuovo prodotto, Apple non ha esitato a inventarsi dei materiali ad hoc, come la lega di alluminio riciclato usata per scocche e gusci di MacBook Air, iPad, Apple Watch e Mac mini. C’è poi il capitolo packaging, su cui molti produttori si sono accodati nei mesi: via gli alimentatori e le cuffiette EarPods dalle confezioni degli iPhone 12, per tagliare ulteriormente le emissioni ed evitare estrazione e utilizzo di metalli preziosi. In fase di riduzione la plastica e in aumento i materiali riciclati. In ogni pallet per le spedizioni dagli impianti asiatici ci entra così il 70% in più di scatolette dei telefoni, ottimizzando gli spazi logistici. Insieme, questi cambiamenti solo sugli ultimi modelli di punta consentono di evitare l’immissione nell’atmosfera di oltre due milioni di tonnellate di CO2 all’anno: come se ogni anno si togliessero quasi 450 mila auto dalle strade. L’architrave di questa filosofia è creare una filiera circolare per ciascuno dei 14 materiali critici per la produzione: alluminio, cobalto, rame, vetro, oro, litio, carta, plastica, terre rare, acciaio, tantalio, stagno, tungsteno e zinco. Nel caso della carta, per esempio, la filiera è già in quelle condizioni. L’obiettivo finale di Cupertino prevede entro il 2030 lo status di azienda “carbon neutral”, dall’approvvigionamento dei materiali all’utilizzo fino ai trasporti e al recupero dei materiali alla fine del ciclo di vita. Sedi, negozi e data center sono già alimentati per il 100% da energie rinnovabili e proseguono gli investimenti in foreste e soluzioni naturali per annullare o compensare le emissioni di anidride carbonica. Anche sotto l’aspetto finanziario, con l’emissione di “green bond” per 2,2 miliardi nel 2019. Ma dai robot Daisy che riciclano gli iPhone in ogni loro componente al Material Recovery Lab in Texas ai programmi di permuta dei vecchi dispositivi (lo scorso anno 11,1 milioni di dispositivi sono stati ricondizionati e rivenduti) fino al fondo in collaborazione con Conservation International per l’eliminazione dei gas serra, l’impegno di Apple è oggettivamente titanico. A proposito: Daisy è in grado di recuperare materiali da 15 diversi modelli di iPhone a un ritmo di 200 dispositivi all’ora. 

    Anche Samsung ha una lunga storia di attenzione all’ambiente, specialmente nel packaging. La serie Galaxy S, per esempio, è al centro di una progressiva riduzione dei materiali da dieci anni. Il Galaxy S3 del 2012 fu il primo dispositivo della serie a essere confezionato in scatole prodotte anche con materiali riciclati, che salirono al totale nell’S4 dell’anno dopo. E il miglioramento è proseguito nel tempo, utilizzando materiali come inchiostro di soia e film in vinile biodegradabile fino a scatole certificate Fsc per le serie più recenti, dall’S10 in poi, che hanno abbandonato plastiche e altri composti simili. Quella dell’S20 è riciclato al 100%. Così come le custodie progettate con l’azienda Kvadrat. Stessa linea seguita, fra l’altro, anche per le confezioni dei televisori. Nel complesso, secondo l’ultimo rapporto sulla sostenibilità del colosso sudcoreano, la quota di energie rinnovabili utilizzata dai diversi impianti e dalle attività del gruppo ha toccato lo scorso anno il 92% negli Stati Uniti, in Cina ed Europa. Ma entro il 2020 si potrebbe già toccare il 100%. Nello stesso periodo, sia nella produzione dei dispositivi che nelle altre attività, Samsung ha continuato ad ampliare l’uso di materiali sostenibili come plastiche rinnovabili e bioplastiche (programma di usarne 500mila tonnellate entro il 2030) e carta da fonti certificate. Attraverso un piano d’azione in 25 azioni il colosso fondato nel 1969 ha così ridotto le emissioni di gas serra di 1.544 tonnellate nel 2019. Ed entro il 2030 risparmierà all’ambiente 7,5 milioni di tonnellate di e-waste.

     Fra l’altro, Samsung Electronics gestisce a livello globale il Programma Re+, dedicato proprio alla raccolta dei rifiuti elettronici. I prodotti giunti al termine del proprio ciclo di vita vengono recuperati dai centri di servizio o dalle cooperative di riciclo in giro per il mondo e vengono riciclati attraverso un metodo ecosostenibile: tra il 2009 e il 2018 il gruppo è riuscito a raccogliere in questo modo un totale di 3,55 milioni di tonnellate di prodotti da smaltire. E a riciclarne una buona parte nel suo fiore all’occhiello, il Recycling Center di Asan, aperto nel lontano 1988 in Corea del Sud, dove viene recuperato anche uno dei componenti più critici, il cobalto delle batterie. Significativo inoltre, rimanendo agli smartphone, il programma “Galaxy Upcycling” che dal 2016 trasforma i vecchi cellulari della serie di punta in nuovi e funzionanti dispositivi smart e IoT, dando loro nuova vita come  dispenser di cibo per animali o campanelli intelligenti fino ad apparecchiature medicali di primo intervento, per esempio per i paesi in via di sviluppo (è accaduto con un oftalmoscopio di fascia passa progettato con la Yonsei University). Anche Samsung insomma, sia nei modelli più recenti che come strategia aziendale a tutto tondo, è impegnata da tempo ad abbattere in ogni modo possibile il peso ambientale delle proprie filiere produttive. A partire da quella degli smartphone, piccoli scrigni di componenti preziosi. 

    Huawei risponde ai due leader nel settore affidandosi in particolare all’ultimo modello, il Mate 40 Pro appena presentato. Anche in questo caso si passa anzitutto dalla riduzione dei materiali per gli imballaggi: ridotti del 28% quelli di plastica e tagliata del 90% la documentazione cartacea. Sembrano piccoli gesti? Sbagliato. Basti pensare che rimuovere l’involucro protettivo dalla confezione di uno smartphone corrisponde a risparmiare 18mila chili di plastica ogni 10 milioni di unità messi in circolazione. Così come il taglio di libretti e altri documenti garantirà il risparmio di 12mila tonnellate di CO2 sempre ogni 10 milioni di pezzi. Pure Huawei usa l’inchiostro di soia, decomponibile al 100%, al posto di quello a base di petrolio. Mate 40 Pro non è soltanto un passo avanti in direzione dell’innovazione tecnologica ma anche una testimonianza concreta dell’impegno dell’azienda e del fatto che le pretese dei consumatori in fatto di impatto ambientale rivestano un posto sempre più importante nelle decisioni d’acquisto e nelle strategie di aziende titaniche come quelle dell’elettronica di consumo. Un consumatore su quattro in Europa occidentale (quindi il 25%) si augurerebbe infatti la rimozione totale della plastica dal packaging dei prodotti entro il 2025, percentuale che supera il 29% in Italia. Nel nostro paese il 35% della popolazione vorrebbe che questo obiettivo da parte delle aziende fosse raggiunto addirittura entro la fine del 2021. E il 43% della popolazione conserva almeno un vecchio smartphone. 

    Nel complesso, il colosso di Shenzhen ancora alle prese col braccio di ferro con i bandi commerciali e tecnologici del governo statunitense si è mosso dal 2013 sul fronte ambientale utilizzando il 30% di bioplastiche da olio di ricino ecosostenibile con una riduzione di emissioni di anidride carbonica del 62,6%, riacquistando in permuta 500mila telefoni dal 2015 anche attraverso gli oltre 3mila centri di riparazione, affidandosi all’energia solare (13,57 milioni di Kwh generati dalle strutture Huawei che hanno fruttato una riduzione delle emissioni di carbonio di 89mila tonnellate). E ancora, con l’aumento dell’efficienza energetica nei prodotti e un impegno costante nel riciclo che ha condotto a 1.468 tonnellate di rifiuti elettronici riciclati (nel 2020 supererà 3mila tonnellate, nel caso di Huawei si tratta in gran parte di smartphone). Tanti piccoli passi fanno una grande differenza. Se Oppo invece dichiara di non avere un “green deal” ancora implementato, Xiaomi – da poco tempo terzo produttore in Italia – ha dichiarato di voler ridurre a livello globale l’uso della plastica (circa il 60%) nelle confezioni dei telefoni, a partire da quelli venduti in Europa. Il primo prodotto a cui è stato applicato questo intervento è stato il Mi 10T Lite. Molta strada rimane ancora da fare dietro gli apripista Apple e Samsung.     LEGGI TUTTO

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    Ferrone Viola: “Ora viviamo nel buio, ma l'arte del riuso dà speranza”

    Dice di amare ogni genere d’arte, ma per sé stesso sceglie la definizione di green artist o di artista del recupero. Fabio Ferrone Viola è nato a Roma nel 1966 ed è, propriamente, un figlio d’arte. Si è formato tra l’Italia e gli Stati Uniti, dove ha studiato ed è entrato in contatto con quella che è diventata la sua corrente di riferimento, la Pop Art. Pur avendo cominciato a lavorare come stilista, ha sempre sentito l’esigenza di trasmettere i suoi sentimenti attraverso quelle opere che inizialmente creava nottetempo. Opere con cui vuole dare voce alla sua sofferenza, ma soprattutto a quella del pianeta.

    Da circa 12 anni, Ferrone Viola realizza installazioni, dipinti e collage con materiali di recupero. “Da artista – spiega – mi occupo di ambiente. Sono convinto che l’arte debba sempre veicolare un messaggio: il mio è che dobbiamo smettere di avvelenare il mondo”. Le sue fonti d’ispirazione sono maestri come Jasper Johns, Andy Warhol e Robert Rauschenberg; la contaminazione popolare e la ripetizione ossessiva dei simboli del consumismo di massa sono la cifra delle sue creazioni. La base di partenza, invece, sono i rifiuti abbandonati, quelli che lui trova, cerca e talvolta acquista. Poi arrivano l’idea, l’assemblaggio, i colori.

    “Sono un accumulatore seriale – racconta – da bambino costruivo oggetti persino con i mozziconi delle sigarette di mio padre. Da grande, ho iniziato raccogliendo ovunque ogni forma di packaging, ogni involucro buttato a terra o comunque da smaltire. Dai sacchetti delle patatine alle lattine, soprattutto quelle di Coca-Cola”. Il rosso e il bianco del celeberrimo marchio sono elementi della bandiera americana da lui “ritratta” in molte versioni. Un’altra passione sono i tappi a corona: “Se ne trovano quantità impressionanti in giro. Li ho usati, per esempio, per fare una bandiera della Cina e tuttora ci sono bar di Roma che li conservano per me. La gente non si rende conto di quanto inquinino e minino la nostra salute, quando vengono gettati dove capita”.Ci sono, inoltre, figure che Ferrone Viola vuole omaggiare e che ritornano nelle opere. Come J.F. Kennedy (“lo ripropongo in tutte le salse, credo che non sia più esistito un capo di Stato di quel calibro”) o come i vigili del fuoco, presenti nei lavori realizzati con estintori o attrezzature antincendio dismesse (“ho perso un amico pompiere nell’attentato dell’11 settembre 2001 a New York”). Lo affascinano pure le icone usurate dal consumismo, da Marilyn Monroe a Che Guevara, che trasforma in mosaici di rifiuti per denunciare quanto riusciamo a rovinare sempre tutto. E ha stigmatizzato l’assurdità della guerra, esponendo reperti militari comprati da robivecchi e riadattati in forma artistica.Montecarlo, Londra, Roma, Milano: Ferrone Viola ha viaggiato e allestito mostre in tante città, ora è fermo nella Capitale. “Ho una stanza di 70 metri quadrati dove raccolgo i materiali; ho varie idee in testa e sto recuperando scatole di metallo per biscotti. La pandemia, però, rallenta anche l’arte. Viviamo un momento buio e ne vivremo di peggiori se non sapremo invertire la rotta del cambiamento climatico. Se ce ne fossimo accorti qualche decennio fa, non ci saremmo ridotti così male. Perciò sono convinto che occorra fare educazione ambientale e sensibilizzare i più piccoli. Anche gli adulti, certo. Io ci provo, ma le mie opere non vengono capite da tutti”.Tra gli artisti la spinta green sta prendendo piede: “Mi confronto con i colleghi e spesso siamo d’accordo sulla necessità che l’arte s’impegni per la sostenibilità. Uno dei miei progetti futuri è quello di comporre una sfera gigante, una sorta di mappamondo, con la plastica che ora galleggia nei mari e negli oceani. Vorrei esporre l’opera a Central Park, a New York. Intanto, sto lavorando a installazioni in cui utilizzo il color oro; vuole essere un messaggio di speranza: se ciascuno farà la sua parte, potrà ancora esserci un’età dell’oro”. LEGGI TUTTO

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    Giornata mondiale del suolo, task force dell'Onu per salvarlo

    Sotto i nostri piedi, vive in gran segreto un quarto dell’intera biodiversità terrestre. In una manciata di terra possono vivere da 10 a 100 milioni di microganismi appartenenti a 5.000 differenti specie. In un solo cucchiaino di suolo fertile si trova la bellezza di un miliardo di batteri e 200 metri di ife fungine, i filamenti che formano l’apparato vegetativo dei funghi. Siamo abituati a pensare che la diversità naturale da difendere sia fatta essenzialmente di tigri o di orsi: in realtà il micromondo delle specie che vivono nel suolo è un ecosistema tutto da scoprire e da proteggere. Lo hanno detto – in occasione della Giornata mondiale del Suolo delle Nazioni Unite che si celebra il 5 dicembre – oltre 300 scienziati e ricercatori in un rapporto presentato dalla Global Soil Partnership della FAO, il primo a livello Nazioni Unite che cerca di squarciare il velo di ignoranza su quanto succede sotto la suola delle nostre scarpe. Non per solo amore della conoscenza: dal suolo dipendono la produzione agricola, la disponibilità di acqua, la possibilità di vivere sulla superficie della Terra e una grande parte della possibilità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera e quindi di assicurare un clima stabile. Senza biodiversità vegetale e animale tutte queste funzioni sono impossibili, ma per ora – ammoniscono i 300 ricercatori della task force scientifica dell’ONU che ha elaborato il rapporto State of knowledge of soil biodiversity  – conosciamo a stento l’1% delle specie che vivono nel suolo e lo rendono un sostrato fertile.
    Ispra: un quarto del suolo italiano è in degrado, allarme in Sicilia e Veneto
    04 Dicembre 2020

    Di fatto, il suolo è una risorsa naturale non rinnovabile: per ricostruirne uno strato di 10 centimetri si calcola che servano 2.000 anni. Mentre bastano pochi anni a renderlo arido, pochi giorni a cementificarlo e dieci minuti a farlo trascinare via da alluvioni e frane. La lotta alla distruzione del suolo comincia quindi dal suo mantenimento, ed è alle battute iniziali. E sul banco degli imputati compare un attore che dovrebbe essere al primo posto nella difesa della fertilità della terra: l’agricoltura intensiva, che rischia di figurare allo stesso tempo come vittima e come colpevole del progressivo peggioramento della situazione. L’uso eccessivo di fertilizzanti e pesticidi di sintesi, così come il ricorso a pratiche agricole che disturbano la struttura stessa dei terreni, finiscono per danneggiare gli organismi viventi che abitano il suolo, denuncia il rapporto FAO.
    Secondo Legambiente, un quarto dei suoli italiani versa già in stato di grave degrado. “Dati molto preoccupanti riguardano territori in cui l’agricoltura è condotta in modo eccessivamente aggressivo: abuso di fertilizzanti e sostanze chimiche, lavorazioni profonde e troppo ripetute, suoli lasciati scoperti per lunghi periodi, erronee pratiche di irrigazione per forzare la produttività finiscono, nel lungo periodo, per produrre risultati opposti, distruggendo l’humus, la sostanza organica del suolo, e così compromettendone progressivamente la fertilità”.La rigenerazione dei suoli passa quindi anche per un’altra agricoltura. A raccontarlo è Naturasì, la maggiore realtà del biologico in Italia, che diffonde sempre in occasione della Giornata mondiale del suolo, i dati relativi ad alcune sue esperienze di punta. Ad esempio, nei 143 ettari dell’azienda agricola Biodinamica San Michele a Cortellazzo (Ve) si calcola che la quantità di carbonio contenuta in un ettaro di terreno sia aumentata mediamente di 2,2 tonnellate ettaro dal 2019 al 2020. Un risultato che dà luogo a benefici a cascata: la materia organica, ossia la microflora e la microfauna dei primi 20 centimetri di suolo, cresce nello stesso periodo di 3,8 tonnellate per ettaro; la CO2 che viene sottratta dall’atmosfera e incorporata nel suolo supera le 8 tonnellate l’anno per ognuno degli ettari coltivati.”L’agricoltura biologica stocca nei suoi suoli mediamente il 3% di sostanza organica, quindi di carbonio”, aggiunge Fausto Jori, ad di NaturaSì.  “Nei terreni convenzionali questa quantità scende sotto il 2%, e nelle zone dove è maggiore lo sfruttamento dei terreni, come la Pianura Padana, questa percentuale crolla all’1%, secondo i dati forniti da Ispra. E questo significa che i suoli sono fertili solo perché le coltivazioni sono sostenute da composti chimici di sintesi, e che i terreni sono poveri e vengono dilavati o erosi con la pioggia e il vento. Una situazione che si ripercuote sul sistema agricolo e produttivo, ma anche e soprattutto sulla salute delle persone e sull’ambiente”.Il terreno è una risorsa vivente, spiega Salvatore Ceccarelli, agronomo e genetista di fama mondiale. “Oggi il suolo è più considerato un contenitore vuoto al quale ogni anno aggiungere ciò di cui le piante coltivate hanno bisogno. Così si eccede. Alcuni dati scientifici pubblicati qualche anno fa – dice ancora Ceccarelli in un’intervista pubblicata sul sito Cambia la Terra  –  hanno dimostrato che il 50% dell’azoto che si utilizza in agricoltura come concime non viene assorbito dalle piante e rimane nel terreno, finendo nelle falde e quindi nell’acqua che beviamo. Questo uso spropositato di sostanze chimiche come i fertilizzanti in agricoltura intensiva, oltre a produrre danni alla nostra salute, ha di fatto sterilizzato i terreni. Li ha impoveriti, rendendoli spesso incapaci di trattenere l’acqua che li bagna. Mentre invece il suolo deve restare vivo”.  LEGGI TUTTO

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    Le batterie agli ioni di litio diventano più efficienti grazie al grafene

    Le batterie agli ioni di litio (LIB) che funzionano come fonti di alimentazione ad alte prestazioni per applicazioni rinnovabili, come veicoli elettrici ed elettronica di consumo, richiedono elettrodi che forniscano un’elevata densità di energia senza compromettere la durata delle celle. Il problema principale è il degrado dei materiali catodici che, nel tempo, riducono l’efficienza delle batterie agli ioni di litio determinandone la necessità di una sostituzione. I ricercatori stanno indagando su come mitigare tali meccanismi di degradazione e migliorare così le prestazioni delle batterie. Sul Journal of Vacuum Science and Technology A, di AIP Publishing, è stata pubblicata una ricerca che potrebbe essere preziosa per molte applicazioni emergenti, in particolare per i veicoli elettrici e per l’accumulo di energia a livello di rete da fonti di energia rinnovabile, come l’eolico e il solare.

    “La maggior parte dei meccanismi di degradazione nelle batterie agli ioni di litio si verificano sulle superfici degli elettrodi che sono in contatto con l’elettrolita”, ha detto l’autore Mark Hersam. “Abbiamo cercato di comprendere la chimica di queste superfici e quindi sviluppare strategie per ridurre al minimo il degrado”. I ricercatori hanno utilizzato la caratterizzazione chimica della superficie come strategia per identificare e ridurre al minimo le impurità residue di idrossido e carbonato dalla sintesi di nanoparticelle NCA (nichel, cobalto, alluminio). Si sono resi conto che le superfici del catodo LIB dovevano prima essere preparate mediante una ricottura adeguata, un processo mediante il quale le nanoparticelle catodiche vengono riscaldate per rimuovere le impurità superficiali e quindi bloccate nelle strutture desiderabili con un rivestimento di grafene atomicamente sottile.
    Le nanoparticelle NCA rivestite di grafene, che sono state collocate nei catodi delle batterie agli ioni di litio, hanno mostrato proprietà elettrochimiche superlative, tra cui bassa impedenza, prestazioni ad alta velocità, alta energia volumetrica e densità di potenza e cicli di vita lunghi. Il rivestimento in grafene fungeva anche da barriera tra la superficie dell’elettrodo e l’elettrolita, migliorando ulteriormente la durata della cella.Sebbene i ricercatori avessero capito che il rivestimento in grafene da solo sarebbe stato sufficiente per migliorare le prestazioni, i loro risultati hanno rivelato l’importanza della pre-ricottura dei materiali catodici al fine di ottimizzare la composizione chimica superficiale prima dell’applicazione del rivestimento in grafene.La metodologia potrebbe essere applicata anche ad altri elettrodi per l’accumulo di energia, come le batterie agli ioni di sodio o agli ioni di magnesio, che incorporano materiali nanostrutturati che possiedono un’elevata area superficiale. Di conseguenza, questo lavoro stabilisce un chiaro percorso per la realizzazione di dispositivi di accumulo di energia basati su nanoparticelle ad alte prestazioni.”Il nostro approccio può essere applicato anche per migliorare le prestazioni degli anodi nelle batterie agli ioni di litio e nelle relative tecnologie di stoccaggio dell’energia”, ha affermato Hersam. “In definitiva, è necessario ottimizzare sia l’anodo che il catodo per ottenere le migliori prestazioni possibili della batteria”.  LEGGI TUTTO

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    Transizione energetica, bisogna far crescere subito parco eolico e fotovoltaico

    Per raggiungere le zero emissioni di gas serra entro il 2050, e limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale, siamo già all’ultima chiamata: bisogna aumentare da subito, e di molto, il peso del fotovoltaico e dell’eolico (inshore e soprattutto offshore) nel paniere globale dell’energia. È questo il risultato di uno studio – pubblicato su Nature Communications da ricercatori della Aarhus University danese e del Karlsruhe Institute of Technology (Germania) – dove si sono costruiti modelli ultradettagliati dell’attività dei settori dell’energia, del riscaldamento e dei trasporti, esplorando i vari scenari da oggi al 2050 per scoprire quelli che permettono il raggiungimento degli obiettivi climatici.Per effettuare i calcoli – che tengono conto del consumo di energia elettrica in Europa ora per ora per i prossimi trent’anni – è stato necessario il supercomputer della Aarhus University. “Siamo partiti dal quantitativo massimo di CO2 che l’Europa può emettere per rientrare negli obiettivi climatici: ovvero 48 Gigatonnellate (il totale mondiale è 800)” spiega Marta Victoria, ricercatrice in sistemi fotovoltaici al dipartimento d’ingegneria dell’Aarhus University.
    Gli scenari risultanti sono due: “Il primo è una transizione energetica verso le rinnovabili che parte presto e procede in modo regolare. Il secondo invece prevede una transizione che si attarda e poi deve recuperare drasticamente per decarbonizzare prima che arrivi il 2050” spiega l’esperta: “Il modello mostra chiaramente che la soluzione meno costosa è agire immediatamente: infatti nel primo scenario il costo complessivo sarebbe di 7.875 miliardi di euro, contro 8.238 miliardi di euro nel secondo scenario. Per non perdere tempo sarà necessario aumentare in pochi anni di più di 100 Gigawatt la produzione di energia solare ed eolica, e per raggiungere la totale decarbonizzazione sarà necessario alzare progressivamente i prezzi della CO2, fino a toccare un massimo di venti volte in più di quelli odierni (da 20 euro a tonnellata a 400 euro)”.Nel modello studiato in Danimarca è considerato anche l’apporto dell’idroelettrico e di una piccola parte di produzione di energia da gas, per fare fronte alle settimane di più intenso consumo energetico, come quelle invernali dei Paesi nordici. “Nei periodi in cui la produzione di energie rinnovabili è bassa e la domanda è intensa, una soluzione efficiente è quella del teleriscaldamento” spiega Victoria. “Con grandi serbatoi di acqua calda che alimentano da remoto le case”. Ma per garantire un apporto regolare di energie rinnovabili, sempre più necessario quanto più rapidamente calerà la produzione di elettricità da fonti fossili, si possono mettere in campo – come evidenzia il report – strategie come quella che si usa già in Danimarca: riqualificare le vecchie centrali elettriche per trasformarle in “compensatori” capaci di erogare nei momenti di bisogno l’energia accumulata. Tra i fattori critici per il successo della transizione accelerata verso la decarbonizzazione, evidenziano i ricercatori, c’è il ridotto consenso sociale che l’eolico inshore, per ragioni di tutela del paesaggio, ha in alcune nazioni. Ma il modello elaborato all’Aarhus University mostra che potenziare l’eolico offshore – che peraltro oggi si può implementare anche su piattaforme galleggianti – è la soluzione ottimale. Tanto più che la Commissione Europea ha allestito un piano che prevede di incrementare di ben 25 volte la capacità eolica offshore nel Mare del Nord, nel Baltico, nell’Atlantico, nel Mediterraneo e nel Mar Nero. LEGGI TUTTO

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    Cemento e calcestruzzo sempre più green

    Il cemento verde. Il cemento green piace molto. Lo dimostra una previsione di mercato secondo cui il valore di mercato globale del calcestruzzo green, valutato 15,68 miliardi di dollari nel 2017, si stima raddoppierà il suo valore. Anzi, raggiungerà i 42,75 miliardi di dollari entro il 2026 con un CAGR del 13,36% (Fonte: Maximize Market Research).il processo chimico e termico direttamente implicato nella produzione di oltre 4 miliardi di tonnellate di cemento è responsabile oggi dell’8% circa delle emissioni globali di CO2. Ciò significa che bisogna pensare a soluzioni efficaci nell’intento di riduzione di emissioni che, con questo quantitativo, potrebbero raggiungere livelli estremi.Bioedilizia
    Una casa davvero ecologica? L’abc per costruirla
    Claudio Gerino 26 Novembre 2020

    Ma la parola cemento fa pensare a quanto di più lontano vi possa essere dall’eco sostenibilità in edilizia e non solo, dato che i materiali cementizi costituiscono più della metà di tutti quelli utilizzati nel mondo in ogni attività. Eppure, si potrebbero tagliare le emissioni inquinanti fino all’80% nella sua produzione e di quella del calcestruzzo, di cui è usato come legante. Come ciò sia possibile lo illustra uno studio commissionato dallo European Climate foundation e condotto da un team di ricerca dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo e dell’École Polytechnique Fédérale di Losanna. Cemento dal riciclaggio. A livello europeo, il settore delle costruzioni è la principale fonti di rifiuti. Ma la buona notizia è che quasi il 90% può essere riciclato. Così cemento e calcestruzzo potrebbero svolgere un ruolo importante non solo nell’economia europea, segnala lo studio, ma permetterebbe di raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Tuttavia, l’obiettivo zero emissioni è particolarmente complicato per il settore in cui quasi il 40% delle emissioni sono generate dal consumo energetico necessario a produrre questo materiale.
    In Italia la casa in legno resta un sogno. “Frenano tasse e burocrazia”
    di Leonardo Gerino 04 Novembre 2020

    Ed è qui che lo studio illustra come riuscire a rendere green questo legante. Si parte dal fatto che più del 60% delle emissioni derivano dalla decomposizione chimica del calcare – carbonato di calcio (CaCO3) – in anidride carbonica; il calcare “è una fonte di calcio utilizzata per produrre il componente basilare del cemento, il clinker, che reagisce con l’acqua a temperatura ambiente per produrre un materiale resistente e durevole. Se, da una parte, non esiste un’alternativa pratica all’uso del calcare data la sua abbondanza e distribuzione diffusa nella crosta terrestre, la carbon footprint neutra può essere raggiunta recuperando questa CO2 “chimica”. E qui potrebbero essere efficaci le tecnologie per la cattura e il sequestro di anidride carbonica (CCS). Ma hanno due limiti: sono in fase di sviluppo e richiedono ingenti investimenti in termini di capitale e costi operativi. Secondo gli autori dello studio le tecnologie CCS potranno essere impiegate in modo corrente in futuro, una volta attuati investimenti e adottate comunemente, mentre ora occorre centrare l’obiettivo in tempi relativamente certi mettendo in atto quattro strategie. 

    L’architettura si fa biomimetica e avvicina l’uomo all’ambiente
    di Marco Angelillo 26 Novembre 2020

    Cemento green e circular economy. Si possono ridurre le emissioni di CO2 migliorando innanzitutto l’efficienza energetica dei cementifici, partendo dai forni e usando combustibili alternativi più ecosostenibili. Inoltre, occorre ridurre il contenuto di clincker, sostituendone una parte con materiali cementizi supplementari (costituiti da cenere volante, pozzolana e scorie d’altoforno), anche nella produzione del calcestruzzo. Va poi ridotto il contenuto di cemento, con un adeguato mix nella generazione del calcestruzzo e nella quantità stessa del legante e degli aggregati. Infine, occorre ottimizzare anche gli stessi prodotti da costruzione. In media, il 50% di questo materiale è utilizzato per l’edilizia, il 30% per strutture di ingegneria civile e il resto impiegato per lavori di manutenzione. Se le strutture di ingegneria civile sono spesso progettate attentamente e la loro forma è il risultato di un attento studio e di un uso mirato del quantitativo di calcestruzzo da usare, il discorso cambia se si considerano i materiali edili, nella cui progettazione si tende a impiegare meno tempo per ottimizzare il design e dove una certa abitudine a costruire sempre nello stesso modo provoca un uso eccessivo di materiali. È chiaro che un miglioramento in questo comparto porterebbe a un risparmio di materiali e una conseguente riduzione di energia impiegata per la loro realizzazione e il conseguente taglio di emissioni in atmosfera. C’è poi un ulteriore, fondamentale, modo per migliorare le cose e passa dall’economia circolare. Ridurre le emissioni utilizzando aggregati riciclati: permette, inoltre, di ridurre la distanza di trasporto materiali rispetto ai corrispettivi naturali. In questo caso servono materiali riciclati quanto più puri. In questo senso è fondamentale che nell’azione di riciclo sia fatta un’operazione di differenziazione dei materiali a fine vita perché si possano trasformare i rifiuti in nuove opportunità utili per l’industria e amiche dell’ambiente. I produttori. In Europa il più grande produttore continentale di cemento, LafargeHolcim, sta intensificando gli investimenti per ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica man mano che la pressione sull’industria si fa sempre più forte per contenere l’inquinamento e le emissioni che contribuiscono sensibilmente al riscaldamento globale. La multinazionale ha speso circa 160 milioni di dollari in 80 progetti in tutta Europa per ridurre del 15% entro il 2022 le emissioni annue dei processi di produzione del cemento.La ricerca. Mentre l’industria lavora a ridurre la sua impronta ambientale, la ricerca è attiva nel trovare nuove vie sempre più green per il cemento. Tra queste, ci sono gli scienziati della Far Eastern Federal University, in Russia, che hanno sviluppato un nuovissimo eco-calcestruzzo che dimostra elevate performance. In particolare, la resistenza alla compressione del nuovo prodotto è tre volte superiore rispetto alle tradizionali miscele di calcestruzzo e così pure la resistenza al gelo. Anche le doti di impermeabilità sono straordinarie. Per creare questo cemento speciale il gruppo ha lavorato sulle analogie dei materiali da costruzione con quelli naturali. In questo caso il riferimento sono le arenarie e altri conglomerati montani. Contemporaneamente ha provveduto a ridurre il quantitativo di acqua per la produzione del calcestruzzo a favore di super fluidificanti di nuova generazione.Dalla Russia alla Corea, lo studio si concentra sulla possibilità di riutilizzare le ceneri volanti, presenti nelle centrali a carbone, per creare prodotti per le costruzioni. Questi sottoprodotti si generano nella combustione di carbone polverizzato. La ricerca è talmente promettente che lo scorso settembre l’università pubblica coreana Ulsan National Institute Of Science And Technology ha trasferito la ricerca a livello industriale, destinandola alla Hawoo Eco-friendly Construction Materials. La possibilità di sfruttare degli scarti inquinanti per tramutarli, debitamente ingegnerizzati, in prodotti ecocompatibili è decisamente interessante per Paesi come quello asiatico che si affida per il 70% da carbone e dal nucleare per le sue esigenze energetiche.Sono sempre le ceneri volanti, questa volta derivate dai rifiuti industriali, al centro della ricerca degli scienziati della lituana Kaunas University of Technology. La squadra, in particolare, sta sviluppando metodi per produrre calcestruzzo senza usare il cemento, suo legante tradizionale, sostituendolo con quest’alternativa pienamente inserita nei principi dell’economia circolare. Da quanto scrivono i ricercatori, il prodotto finale è più resistente agli effetti dannosi dell’acido e più stabile.Sempre in tema di cenere, un gruppo di ricerca del Mit (Massachusetts Institute of Technology), insieme a scienziati del Kuwait, ha scoperto che le rocce vulcaniche, se polverizzate in cenere, possono essere impiegate come additivo sostenibile nelle strutture in calcestruzzo.Calcestruzzo green prodotto con la CO2. Lo si può produrre sottraendo così gas serra all’ambiente. Si tratta di una nuova tecnologia, sviluppata in Australia, che cattura le emissioni di CO2, il maggiore dei gas serra e le trasforma in calcestruzzo e in altro materiale da costruzione. Il processo della durata di circa un’ora, partendo da grandi bombole di anidride carbonica è stato dimostrato dalla compagnia australiana Mineral Carbonation International (MCI) nell’Università di Newcastle a nord di Sydney, dove è stato avviato uno speciale programma di ricerca. La tecnologia comporta la combinazione permanente in carbonati solidi di anidride carbonica con polvere di serpentinite, la roccia i cui minerali si trasformano nella pietra ornamentale detta serpentino. Il processo imita, a velocità estremamente accelerata, la trasformazione naturale causata dalla pioggia e dagli altri agenti atmosferici che produce tipi comuni di rocce in milioni di anni. Questi carbonati e prodotti secondari del silicio possono essere usati in prodotti edilizi come calcestruzzo e cartongesso, creando materiali da costruzione verdi, di cui vi è una grande richiesta dal settore. Il serpentino è una risorsa diffusa e disponibile prontamente, per assorbire la CO2. LEGGI TUTTO