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    Quanto è facile non salvare il mondo

    I miei figli vogliono salvare il mondo, il che rende la mia vita complicata. 

    Perché sono severi e attenti, dicono che non mi impegno abbastanza, e che è colpa mia e della mia generazione. Io penso che non è solo colpa mia, e cerco di distribuire gli errori in giro per il mondo. Ma loro dicono che bisogna cominciare a impegnarsi in prima persona, che se ognuno di noi fa qualcosa, tutti staranno facendo qualcosa; e non ci sarà la fine del mondo. 

    Vorrei chiedere: ma perché, ci sarà la fine del mondo?, ma so che non posso. Vorrei chiedere: ma mica nei prossimi anni? Più in là, vero? – che vuol dire: non fino a quando vivo io. 

    Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, gradualmente; la fine del mondo nel nostro immaginario è improvvisa, con i dinosauri che si estinguono tutti in un momento. Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, per distrazione, cioè mentre dicevamo cerchiamo di salvare il mondo, prendiamo tutte le misure, mobilitiamoci – poi arriva la pandemia, la guerra, la recessione, e siamo costretti a dire: adesso dobbiamo occuparci di questo, ma subito dopo non mancheremo di; eh, no, adesso c’è anche quest’altro, ma appena dopo non possiamo fare a meno di. E così il mondo finirà, è chiaro – dicono i miei figli. 

    Se poi vogliamo essere sinceri, non avevamo preso ancora le misure. Finora avevamo soltanto detto: bisogna fare qualcosa. 

    “Bisogna fare qualcosa” è una frase magica. Io la dico sempre, quando i miei figli a cena indicano quello che sto mangiando e mi spiegano quanto inquinamento ho provocato per avere questo cibo che ho nel piatto. Io guardo il piatto loro, e loro hanno lo stesso cibo che ho io, ma forse il loro inquina meno, non lo so. Comunque ascolto, comprendo, mi impressiono e dico: bisogna fare qualcosa. Alle volte: bisogna assolutamente fare qualcosa. E poi ricomincio a mangiare. 

    Chiunque dica quella frase, diventa buono (ed è autorizzato a ricominciare a mangiare). E la dicono quasi tutti, quindi quasi tutti sono buoni. È talmente potente l’effetto che produce, che poi ci distraiamo anche qui, e non ci mettiamo a controllare se poi si fa davvero qualcosa. 

    Se vogliamo essere proprio sinceri: “bisogna fare qualcosa” si dice proprio per evitare di farla. Si dice per rassicurare e per dare fiducia, per non farsi rompere le palle dagli altri, per dare l’idea di un piano. Ma non c’è nessun piano. Infatti quella frase servirebbe a mettere giù un piano; e se bisogna metterlo giù, ancora non c’è. E se quella frase serve a rassicurare e distrarre, il piano non ci sarà.”Bisogna fare qualcosa” non è una frase che dicono i miei figli, mai. Loro addirittura urlano di rabbia, piangono per la commozione, nel vedere il loro padre e la sua generazione, essere così vaghi, e nel vedere il mondo andare senza opposizione verso la sua fine.L’umanità però assomiglia a me, non a loro. Ma non da ora, da secoli. Se non fosse così, non staremmo a questo punto.A me, all’umanità nei secoli, alla mia generazione, alla classe politica mondiale, manca totalmente l’idea del futuro. Tutto il nostro futuro lo sintetizziamo in una frase: bisogna fare qualcosa. Dopodiché ce ne fottiamo. E ci concentriamo sul presente. Apriamo il rubinetto e l’acqua c’è; premiamo l’interruttore e la luce si accende; fa caldo e accendiamo l’aria condizionata a palla; il benzinaio ci fa il pieno; e potrei andare avanti per pagine. Fino a quando è così, come facciamo a preoccuparci? Dovremmo essere capaci di immaginare un futuro in cui l’acqua non scende più, le luci non si accendono, l’aria condizionata non si può usare più, il caldo aumenta e non c’è un posto dove ripararsi, al supermercato la frutta e la verdura non ci sono, mentre invece adesso bene o male ci sono – dovremmo immaginare tutto questo, ma non ne siamo capaci. Per questo diciamo che bisogna fare qualcosa; ma in realtà stiamo pensando, come in tutta la vita, al presente: fino a quando tutto questo c’è, come faccio a preoccuparmi di quando non ci sarà? Dovrei concepire una vita costruita per un futuro che io non riesco a vedere; e infatti il futuro poi lo vediamo solo quando accade, e quando accade come adesso ci sembra spaventoso, corroso come in questi mesi e, però, anche in questi mesi la nostra vita riusciamo a farla lo stesso. Questo è quello che i miei figli non concepiscono e che li fa arrabbiare, disperare.La questione è che bisognerebbe fare qualcosa, ma intanto noi attraverseremo le nostre vite senza averne troppo danno. Il danno è per un tempo che non vedremo. Ma il problema è proprio questo: quel tempo che non vedremo si può aggiustare, ma bisognerebbe cominciare ora. E non per noi, ma per il tempo che non vedremo. Il problema più profondo è che tutto dovrebbe essere così: dovremmo cominciare a costruire oggi le scuole, la sanità, l’equilibrio sociale di domani. Ma noi oggi ci occupiamo di oggi. Tra l’altro, a malapena.I miei figli invece non sono come me – come noi. Loro pensano al tempo, al futuro, pensano alla vita dopo di loro. Inconcepibile. Mi guardano sconfortati perché io faccio degli sforzi ma il mio modo di vivere è distratto, poco impegnato o concentrato su cose che loro ritengono essenziali e sono essenziali, ma soprattutto i miei figli si sfogano contro lo Stato, contro le multinazionali, contro le Nazioni unite – e sentono in me quella stessa vacuità, vaghezza che sentono nello Stato, nelle Nazioni unite, che sentono nei grandi incontri internazionali sull’ambiente. Quello che sentono si può sintetizzare in un generico: bisogna fare qualcosa. Ed è un modo di parlare poco sostanzioso e che svicola dalla questione e credo che io, come gli stati, come i ministri, come le persone che dovrebbero fare qualcosa mentre dicono che bisogna fare qualcosa, siamo incapaci.E così, io mi sento in perfetta sintonia con il resto del mondo; e loro no.Mi sorvegliano quando mi lavo i denti, sono dietro la porta quando faccio la doccia per sentire se chiudo l’acqua mentre mi insapono, mi sorvegliano quando vado verso i vari sacchetti dell’immondizia per vedere se differenzio, e se differenzio bene. Quando loro non ci sono, non resisto, e faccio qualcosa che non devo fare, lo faccio con l’idea della trasgressione, convinto di non farlo contro me stesso. E osservo gli altri, quelli che non hanno i figli che vogliono salvare il mondo, e sono puliti di molte docce, freschi di aria condizionata senza fine, con delle bottiglie di plastica in mano dissetanti.La mia vita è come quando bisogna acquistare un libro che non è proprio l’ultima novità, e ho due strade: Amazon o la libreria di quartiere. Con Amazon clicco e compro in due minuti, e il libro arriva il giorno dopo, posso anche non uscire da casa e posso anche dimenticartene: il libro troverà me, salirà in ascensore e si deporrà nelle mie mani. Se scelgo la libreria di quartiere, come mi impongono i miei figli, esco, di solito diluvia, entro tutto bagnato in libreria, il commesso mi sorride, gli chiedo il libro, scuote immediatamente la testa: non ce l’ha. Ma lo posso ordinare, arriverà tra quattro giorni forse, ma è meglio ripassare la settimana prossima. Esco, piove ancora, mi bagno, torno a casa, la settimana dopo ripasso in libreria, non è arrivato, arriverà, intanto penso intensamente ad Amazon, e penso alla fine quello che non devo pensare: vaffanculo alla libreria di quartiere.Salvare il mondo è faticoso, non averne cura è molto più semplice. LEGGI TUTTO

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    Impariamo a non essere i padroni del Pianeta

    Nei sogni cominciano le responsabilità. È il titolo di una raccolta di racconti di Delmore Schwartz che potrebbe tornare utile nel discorso sul cambiamento climatico. Viviamo un’epoca in cui preoccupazione e irresponsabilità sembrano alimentarsi tra loro. Più ci accorgiamo di correre un pericolo enorme più ci riempiamo d’angoscia, ciò nonostante (sorretti da dati e cifre incontrovertibili) non riusciamo a correre ai ripari. Se fino a qualche tempo fa sapevamo quel che stava per succedere grazie ai rapporti della comunità scientifica, da qualche estate cominciamo a percepire il pericolo anche coi nostri sensi. Il crollo di un ghiacciaio, un’alluvione, un’eruzione di caldo asiatico al centro del Mediterraneo. Nell’apologo della rana bollita (l’anfibio messo in un pentolone dove l’acqua si riscalda in modo troppo lento perché la piccola creatura reagisca con prontezza, ma con costanza sufficiente affinché resti a mollo fino al punto di cottura) siamo al momento in cui vorremmo saltar fuori ma temiamo di non avere più le forze. I ghiacciai si sciolgono, gli oceani si acidificano, la siccità avanza, le specie si estinguono a ritmo accelerato, le migrazioni di massa (vere e proprie fughe da paesi e territori non più abitabili) promettono tumulti su scala globale. Per evitare il disastro dovremmo mettere in discussione lo stile di vita che conduciamo e, in modo più deciso, il nostro sistema di produzione, di consumo, di sviluppo. Conti alla mano il gioco varrebbe la candela. E allora perché non ci muoviamo? 

    Il problema è che concetti come il sistema di produzione, o lo stile di vita, non sono la conseguenza di un disegno razionale. Rispondono a istinti ben più profondi. Per cambiare le regole del gioco dovremmo scendere nei territori dove pulsioni primordiali e correnti inconsce determinano le nostre azioni più di quanto non vorremmo. Perché l’informazione diventi conoscenza bisogna arrivare a sentire laggiù ciò di cui siamo già edotti in superficie. Nei sogni, appunto, cominciano le responsabilità. 

    Siamo chiamati a un cambiamento antropologico, a una trasfigurazione esistenziale, a una crescita spirituale. La stoffa con cui abbiamo tessuto le nostre menti è logora. Crediamo di essere i padroni del pianeta, sfruttiamo senza ritegno le sue risorse, pensiamo di poter assoggettare ai nostri bisogni le altre creature (la tentazione di ridurre in schiavitù altri esseri umani non è da noi del tutto estinta), animati da questa credenza devastiamo foreste, miniamo ecosistemi, amplifichiamo disuguaglianze, inseguiamo il miraggio di una crescita infinita (contro ogni legge di natura: crediamo inesauribile ciò che non lo è), e così seghiamo il tronco su cui siamo seduti. Tutto questo non ha a che fare con la razionalità, riguarda semmai l’istinto, il mito (da Prometeo a Faust), e soprattutto la paura. Creature capaci di astrazione, sappiamo di dover morire. È per allontanare questo spettro che abbiamo costruito con tanta foga l’apparato di difesa, aggressione, calcolo e dominio che ora sta andando pericolosamente fuori registro. Sarà dunque in quella paura che dovremo sostare, il che significa introdursi anche nella frattura psichica che ci ha persuasi di essere gli eletti al centro della scena e, al tempo stesso, le creature più tragicamente sole dell’universo, separate in modo irreparabile da ciò che ci circonda. 

    Come schiodarci da un antropocentrismo così triste e distruttivo? Gli strumenti a diposizione sono diversi. Ne indicherò uno che potrebbe suonare inatteso. Gail Bradbrook è l’attivista britannica che nel 2018 ha contribuito a fondare Extinction Rebellion, uno dei movimenti ambientalisti più noti tra quelli affermatisi negli ultimi anni. Difendere la biodiversità e ridurre il rischio dell’estinzione della specie umana sono due condivisibili obiettivi sui quali il movimento – che vanta l’appoggio di centinaia di accademici – si sforza di sensibilizzare governi e opinione pubblica attraverso campagne di informazione e azioni di disobbedienza civile piuttosto radicali. Gail Bradbrook ha dichiarato di aver deciso di fondare Extinction Rebellion dopo avere partecipato a una cerimonia di ayahuasca. È interessante il modo in cui il rinascimento psichedelico si sta saldando ai temi dell’emergenza climatica. Da qualche anno una parte rilevante della comunità scientifica ha cambiato idea su sostanze come psilocibina, mescalina, lsd, dmt (contenuta di solito nel decotto di ayahuasca). Considerate droghe pericolose ai tempi di Nixon, è bastato studiarne seriamente gli effetti – fuor di campagna elettorale – per rendersi conto che le cose stanno in modo diverso. In alcuni paesi gli psichedelici vengono oggi usati in via sperimentale per combattere le dipendenze (da eroina, alcol, cocaina), per contrastare con efficacia le peggiori depressioni, per alleviare le sofferenze psicologiche dei malati terminali, per curare la sindrome da stress post traumatico. 

    Da maneggiare con cura, coscienza e preparazione, gli psichedelici sono assimilabili al pharmakon greco, parola ambigua che può designare sia un veleno che una medicina. Chi ha avuto esperienze psichedeliche ben condotte afferma di aver sentito crollare la barriera che ci fa credere di vivere separati dal resto del creato. Sotto l’effetto degli enteogeni (altro termine con cui si ritiene di poter definire queste sostanze) l’ipertrofia dell’io si attenua fin quasi ad azzerarsi, e così emerge una nuova forma di coscienza: non siamo più chiusi nella gabbia dell’individualismo esasperato che spesso ci caratterizza ma ci sentiamo parte del tutto, il frutto mai identico della continua negoziazione con gli altri viventi, e dell’interazione con gli alberi, le piante, l’ossigeno, il vento, la luce, le forze e gli elementi che consentono la vita. 

    Molte persone, dopo esperienze simili, hanno ridotto o cessato del tutto il consumo di carne. Molte hanno abbracciato la causa ambientalista con un trasporto che la lettura dati scientifici non era stata da sola in grado di infondere. Poiché il tempo a disposizione è poco, l’uso consapevole degli psichedelici potrebbe funzionare per alcuni come acceleratore emotivo sulla strada della consapevolezza. È l’opinione di Michael Pollan, uno dei giornalisti più rispettati sulla scena internazionale, autore di Come cambiare la tua mente, tra i più importanti libri divulgativi sull’argomento, pubblicato in Italia da Adelphi e proprio in queste settimane uscito su Netflix come serie tv. “Dopo un’esperienza psichedelica, ci sono meno probabilità di oggettivare la natura”, sostiene Pollan. A conclusioni simili sono giunti molti ricercatori dell’Imperial College di Londra, ma sono tante le università e gli istituti di ricerca in giro per il mondo che stanno gettando nuova luce su questi temi. 

    Che ci si arrivi attraverso la psichedelia o per altre strade, siamo chiamati a un grande salto. L’uomo che cesserà di devastare il pianeta sarà diverso da quello che lo ha minato fino ad ora. Qualcosa dovrà scattare in noi, o non saremo. Così ecco la domanda decisiva: perché mai non dovremmo estinguerci? Merita la nostra civiltà di continuare a esistere? 

    Prima di rispondere bisogna ricordare alcuni nostri tratti distintivi. Siamo la specie che, mossa dalla paura di morire e dallo speculare desiderio di assaltare il cielo, ha sviluppato delle protesi sempre più potenti (dalla ruota alle sonde spaziali ai missili atomici), generando una forza capace di incidere ora sui processi geologici del pianeta che la ospita. Questa circostanza fa ricadere su di noi una nuova ed enorme responsabilità, inchiodandoci al tempo stesso a un nostro antico attributo fondante: la libertà di scelta. Siamo anche la specie, vale a dire, che pur potendo scatenare la guerra può dichiarare la pace, pur potendo uccidere può risparmiare, pur potendo ridurre in schiavitù può liberare, pur credendo di pulsare al centro della scena può ricordarsi di fare parte del tutto, la specie che può condividere anziché depredare, può rispettare anziché umiliare, e che anziché distruggere può amare. 

    Per la prima volta al libero arbitrio è dunque legata non solo una valutazione sul piano etico (quel che avremmo chiamato la salvezza dell’anima), e non solo la rovina di alcuni a vantaggio di altri, ma la vita di tutti. 

    Gli attributi che meglio ci definiscono come specie riducono di giorno in giorno la distanza con ciò che determinerà la degna prosecuzione della nostra storia, o che ci perderà. Cosa succede quando etica e sopravvivenza si guardano allo specchio, quando l’insieme degli elementi che definiscono un’identità si sovrappongono al destino? È questa, forse, la novità dell’epoca in cui siamo entrati. LEGGI TUTTO

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    Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato

    “Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato”. Il primo a dirlo fu un attivista del clima britannico, che aveva studiato a lungo le ragioni per le quali il nostro cervello sembra fatto apposta per ignorare i cambiamenti climatici (è un punto importante, ci torneremo). Insomma, era il 2014 e George Marshall, questo il suo nome, nel corso di una quelle conferenze – che prendono il nome di TED – dove uno parla da solo per una dozzina di minuti per comunicare un’idea in grado di cambiare il mondo, espresse per la prima volta questo concetto: non sappiamo raccontare il cambiamento climatico. Non sappiamo farlo sebbene sia la più grande sfida mai affrontata dall’umanità: com’altro definire il tentativo di cambiare il modo di vivere di otto miliardi di persone per evitarne l’estinzione? Insomma, anche se ci sarebbero tutti gli ingredienti per una narrazione epica e coinvolgente, non ci riusciamo. Del resto, chi può emozionarsi per una variazione di un grado e mezzo di temperatura? 

    Indagando sul tema, in un libro di notevole successo del 2019 (We are the Weather. Saving the Planet Begins at Breakfast), lo scrittore americano Jonathan Safran Foer a un certo punto scrive: “Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci (…) Sembra impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è, e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero e affascinante”. 

    Il primo fallimento in questo tentativo è stato della comunità scientifica, che pure ha visto con enorme anticipo quello che stava accadendo e ci ha mandato ripetuti avvisi, supportati da grafici, tabelle, scenari. Clamorosi, ma, in fondo, freddi numeri. Non qualcosa di cui parleresti al bar con un amico. Il fatto è che gli scienziati di solito non sanno comunicare, non è quella la loro principale missione. Un editorialista del magazine della Silicon Valley Wired ha raccontato di aver provato a leggere l’ultimo rapporto dell’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa appunto del clima, e di essersi perduto in un gigantesco PDF di oltre quattromila pagine scritte con un carattere troppo piccolo. “Davvero vogliono che leggiamo questo bestione?”, si è chiesto. 

    Il secondo fallimento è del giornalismo e lo ha inquadrato benissimo nel 2015 Alan Rusbridger, allora direttore del quotidiano The Guardian, lanciando una iniziativa non a caso chiamata “The Biggest Story in the World”. Scriveva Rusbridger: “Il problema con questa storia è che… è così grande eppure non cambia molto giorno per giorno. Il giornalismo invece dà il meglio di sé nel catturare un preciso momento, o dei cambiamenti netti, o delle cose che appaiono strane. Se invece un fenomeno è praticamente lo stesso ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, il giornalismo perde efficacia”. 

    Adesso in realtà qualcosa sta cambiando. Il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana: ci è entrato dentro casa. Il simbolo non è più un orso polare alla deriva su un iceberg ma i ghiacciai delle Alpi che fondono. Le vittime non sono più gli abitanti di qualche oscuro villaggio tropicale, ma quelli di un qualunque paese italiano alle prese con la siccità. Insomma il cambiamento climatico is here to stay. Chi può raccontare meglio quello che sta accadendo? Farlo è fondamentale se vogliamo coltivare la speranze che le cose cambino: che si passi dal petrolio al sole e al vento come fonti di energia;  e da una economia dei consumi ad un’economia circolare, in cui le cose sono progettate per durare e per poi essere riciclate. 

    Qualcuno alla domanda “chi può raccontarlo”, risponde: i giovani. Pensando a quello di cui sono stati capaci dietro la bandiera dei Fridays for Future. Ma è un errore. Quel movimento è infatti una avanguardia di persone che hanno letto i documenti scientifici e si sono attivati. I giovani invece non sanno cos’è davvero il cambiamento climatico semplicemente perché le variazioni, di anno in anno, sono impercettibili: è la nostra capacità di adattamento a renderle tali. Ci abituiamo a tutto, prendiamo delle contromisure (l’aria condizionata) e tutto sembra normale. La solita estate calda. E così non facciamo nulla per cambiare.

    Restano gli scrittori. Quelli capaci di inchiodarti alle pagine di un libro con una storia e di inventare dei personaggi che non dimentichi più, e che alla fine, in qualche modo, ti cambiano la vita. Per questo come Green & Blue abbiamo chiesto ad alcuni fra i principali scrittori italiani di raccontarci cosa sta davvero succedendo. I Racconti del Cambiamento Climatico sono una serie che inizia domani su Robinson e che ha l’ambizione di arrivare là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati: raccontare la più grande storia che l’umanità abbia vissuto. Sperando nel lieto fine e in un nuovo inizio. LEGGI TUTTO