More stories

  • in

    Cattolica, ecco la lista del primo consiglio senza Bedoni

    MILANO – Dopo un percorso non privo di difficoltà e con una selezione che lo stesso comunicato stampa ha spiegato essere frutto di una ricerca tra “un numero significativo di potenziali candidati”, effettuata da Spencer Stuart (segno forse della difficoltà di trovare professionisti disponibili per la sfida), la lista per il nuovo consiglio di amministrazione di Cattolica ha finalmente visto la luce.

    Ieri infatti il cda uscente ha varato la lista, che sarà votata nell’assemblea del 13 e 14 maggio (in prima e seconda convocazione);  la prima della compagnia di assicurazione nella sua nuova veste di società per azioni. E, come era nelle previsioni e nelle aspettative della vigilanza dell’Ivass, la discontinuità rispetto al passato è forte. Praticamente totale. A parte l’amministratore delegato, Carlo Ferraresi, che era largamente atteso, e a parte i tre consiglieri espressi nell’ottobre scorso da Generali (non coinvolti quindi nella precedente gestione) tutti gli altri sono volti nuovi per la compagnia di assicurazioni.

    A partire dal futuro presidente Davide Croff, ben noto nel mondo della finanza (in passato è stato amministratore delegato della Bnl) al professor Luigi Migliavacca, esperto di corporate governance e per 25 anni partner di Pwc, a Daniela Saitta (docente alla Sapienza di Roma e più volte nominata commissaria) a Carlo Maria Pinardi, professore alla Bocconi ed esperto di finanza, a Cristiana Procopio (ex Cdp e atturalmente nel team di Claudio Costamagna nella boutique di consulenza Cc&soci). Su 15 candidati, 6 sono donne (di cui due indicate per il comitato per il controllo sulla gestione).

    Ma, in questa lista, il nome che spicca di più è quello che non c’è: Paolo Bedoni, il padre-padrone della compagnia assicurativa, che ora passa la mano. L’Ivass, che ha chiesto un profondo rinnovamento del consiglio, ha concluso qualche mese fa una dura ispezione su Cattolica, criticandone in modo particolare la governance. I prossimi passi della compagnia, in cui è entrata in forze Generali, sarà il completamento del secondo passaggio dell’aumento di capitale per 200 milioni.

    C’è tempo fino a domani (18 aprile) per la presentazione di altre liste per il cda: possono farlo tutti i soci che abbiano almeno il 2,5% del capitale. Se nessuno si farà avanti c’è un’altra finestra di tempo, che si conclude il 21 aprile, durante la quale possono presentare liste soci che abbiano almeno l’1,25% del capitale. Non si farà certo avanti Generali (nonostante la sua importante quota) mentre non può essere escluso che presenti qualche candidatura il mondo cattolico e locale, critico nei confronti della conduzione Bedoni ma anche tentato da segnare la sua presenza anche nei confronti di Generali. LEGGI TUTTO

  • in

    Stellantis, Tavares: “Nel 2025 sarà elettrico il 38% delle auto che venderemo in Europa”

    MILANO –  Stellantis ha fissato i primi obiettivi per la sua strategia elettrica. Entro il 2025 tutte le auto passeggeri del gruppo automobilistico vendute in Europa avranno una versione con motore totalmente elettrico o ibrido plug-in. Lo ha affermato l’amministratore delegato Carlos Tavares durante l’assemblea degli azionisti, convocata oggi per approvare il bilancio 2020. Un […] LEGGI TUTTO

  • in

    Atlantia, i proxy advisor consigliano il candidato Assogestioni

    MILANO – I proxy advisor sostengono il candidato di Assogestioni per l’integrazione del consiglio di Atlantia. Dal board, come è noto, si è dimessa lo scorso 13 marzo Sabrina Benetton. La figlia di Gilberto rappresentava il socio Edizione, che ha il 30,25% della società. L’assemblea del 28 aprile, convocata per approvare il bilancio del gruppo, […] LEGGI TUTTO

  • in

    L'assemblea approva lo stipendio di Orcel, in Unicredit guadagnerà 7,5 milioni

    MILANO – Le urne sono chiuse, e l’atteso voto degli azionisti di Unicredit sulle nuove politiche di remunerazione del vertice, che implicano una retribuzione di 7,5 milioni l’anno all’ad in pectore Andrea Orcel, ha avuto un esito sul filo di lana. Secondo le ultime indiscrezioni la raccolta dei voti, fatta per via remota date le disposizioni ancora in vigore da un anno fa per la pandemia, si è conclusa con un risicato consenso al sofferto e principale punto all’ordine del giorno. L’affluenza degli azionisti sarebbe stata attorno al 60% del capitale ordinario, e dei presenti circa un 55% (un terzo del capitale totale) avrebbe votato a favore della “prima sezione” delle politiche di remunerazione dei dirigenti. Serviva la maggioranza delle azioni depositate per l’assemblea. La fiducia è un assist, pur se indiretto, all’agognata ristrutturazione che i soci storici e i grandi fondi del mercato si aspettano dall’ex banchiere d’affari, tra i paladini della City da 20 anni. La sua nomina, all’interno della lista del board uscente come pure quella di Pier Carlo Padoan come presidente, avrebbe radunato consensi più alti, anche se non totalitari tra gli investitori della banca paneuropea: si dice attorno all’80% delle azioni presenti, pari a circa il 48% del capitale ordinario.

    Orcel, guadagnerà 7,5 milioni l’anno, di cui i primi 5 in azioni non soggette a variabili di sorta. Una “buona entrata” che ha già portato Iss e Glass Lewis, i due maggiori consiglieri degli investitori globali, a suggerire il voto contro. Di solito i fondi li seguono: e il discorso potrebbe finire qui, essendo Unicredit una public company con l’80% delle quote disperso tra istituzionali e fondi sovrani. Ma le aspettative – non poche – per l’ingaggio del regista delle grandi fusioni bancarie europee, poi risanatore di Ubs, sono tali che i fondi domani saranno tentati di dare fiducia non solo alla lista del cda, che annovera con Orcel il presidente in pectore Pier Carlo Padoan, ma anche, magari obtorto collo, alle politiche di remunerazione, senza infliggere l’umiliazione appena patita dalla piccola Banca Farmafactoring. Dove le nuove politiche dei compensi sono state bocciate dal 52% degli azionisti presenti, quindi restano in vigore le vecchie (capitasse a Unicredit, sarebbe un tonfo per Orcel: il predecessore Jean Pierre Mustier nel 2020 guadagnò 911 mila euro). «La struttura retributiva 2021 per l’ad è strettamente legata al primo anno del mandato ed è volta a garantire il giusto livello di competitività e attrazione per un dirigente di alto livello», si legge nelle risposte di Unicredit agli azionisti radunati (in remoto) domani. «In tale contesto, al fine di favorire l’allineamento degli interessi tra l’ad designato e gli azionisti, già nel primo anno è prevista un’assegnazione una tantum in azioni, che consentirà a Orcel di soddisfare le linee guida sull’azionariato del gruppo»: ossia, una paga variabile di due volte il fisso, secondo un pacchetto totale raddoppiato mesi fa.

    Tra i soci storici ieri si è schierata la Fondazione Crt, che ha l’1,65% ed «esprimerà voto favorevole alla policy di remunerazione complessiva, in linea sia con le best practice internazionali di gruppi analoghi, sia con il perseguimento dell’obiettivo della creazione di valore nel medio-lungo termine». L’ente torinese chiede, piuttosto, al nuovo capo di “guidare le scelte strategiche della banca verso il più opportuno posizionamento sul mercato in un periodo sfidante come quello attuale, con una particolare attenzione ai territori”. Giorni fa anche Fondazione Cariverona, azionista fondatore oggi con l’1,8%, ha difeso Orcel motivando la scelta con presupposti analoghi. LEGGI TUTTO

  • in

    Azionisti di Unicredit divisi in due sul voto alla paga da 7,5 milioni del nuovo ad Orcel

    MILANO – Sarà un incerto testa a testa tra gli azionisti di Unicredit, chiamati domani a votare le nuove politiche di remunerazione della banca con massimi raddoppiati per far posto al nuovo capo Andrea Orcel. L’urna elettronica è già chiusa e, a quanto si apprende, gli azionisti votanti all’assemblea sono divisi e lo scarto sarà minimo tra favorevoli e contrari.

    L’ex banchiere d’affari, tra i paladini della City da 20 anni, guadagnerà 7,5 milioni l’anno, di cui i primi 5 in azioni non soggette a variabili di sorta. Una “buona entrata” che ha già portato Iss e Glass Lewis, i due maggiori consiglieri degli investitori globali, a suggerire il voto contro. Di solito i fondi li seguono: e il discorso potrebbe finire qui, essendo Unicredit una public company con l’80% delle quote disperso tra istituzionali e fondi sovrani. Ma le aspettative – non poche – per l’ingaggio del regista delle grandi fusioni bancarie europee, poi risanatore di Ubs, sono tali che i fondi domani saranno tentati di dare fiducia non solo alla lista del cda, che annovera con Orcel il presidente in pectore Pier Carlo Padoan, ma anche, magari obtorto collo, alle politiche di remunerazione, senza infliggere l’umiliazione appena patita dalla piccola Banca Farmafactoring. Dove le nuove politiche dei compensi sono state bocciate dal 52% degli azionisti presenti, quindi restano in vigore le vecchie (capitasse a Unicredit, sarebbe un tonfo per Orcel: il predecessore Jean Pierre Mustier nel 2020 guadagnò 911 mila euro). «La struttura retributiva 2021 per l’ad è strettamente legata al primo anno del mandato ed è volta a garantire il giusto livello di competitività e attrazione per un dirigente di alto livello», si legge nelle risposte di Unicredit agli azionisti radunati (in remoto) domani. «In tale contesto, al fine di favorire l’allineamento degli interessi tra l’ad designato e gli azionisti, già nel primo anno è prevista un’assegnazione una tantum in azioni, che consentirà a Orcel di soddisfare le linee guida sull’azionariato del gruppo»: ossia, una paga variabile di due volte il fisso, secondo un pacchetto totale raddoppiato mesi fa.

    Tra i soci storici ieri si è schierata la Fondazione Crt, che ha l’1,65% ed «esprimerà voto favorevole alla policy di remunerazione complessiva, in linea sia con le best practice internazionali di gruppi analoghi, sia con il perseguimento dell’obiettivo della creazione di valore nel medio-lungo termine». L’ente torinese chiede, piuttosto, al nuovo capo di “guidare le scelte strategiche della banca verso il più opportuno posizionamento sul mercato in un periodo sfidante come quello attuale, con una particolare attenzione ai territori”. Giorni fa anche Fondazione Cariverona, azionista fondatore oggi con l’1,8%, ha difeso Orcel con simili criteri.

    «Mi pare che Unicredit stia dicendo ai suoi azionisti: se vuoi Cristiano Ronaldo devi pagarlo come tale – spiega Lorenzo Casale, responsabile per l’Italia di Georgeson, leader nelle consulenze alle aziende sulla governance (ma non di Unicredit nell’occasione) -. Del resto, credo che la reputazione di cui gode Andrea Orcel tra gli investitori sia tale che molti saranno disposti a dare credito alla strategia che preparerà per il rilancio di Unicredit anche dissociandosi dalla raccomandazione contraria di Iss sul compenso”. Che di solito fa “cassazione”: anche se l’anno scorso Enel, assistita da Georgeson, ribaltò in assemblea il parere contrario di Iss, in un voto, seppur con disallineamento inferiore rispetto a Unicredit, sulle politiche di remunerazione. La società newyorchese di consulenza di recente ha svolto uno studio sulle assemblee 2019 e 2020 di 27 grandi aziende internazionali: in 11 casi (il 40,74%) le politiche di remunerazione hanno incassato il no dell’assemblea, e le raccomandazioni a votare contro da parte dei consulenti globali erano state più o meno le stesse (10 su 27).

    Nei più recenti confronti con i clienti e il mercato in tema di compensi, Georgeson ha riscontrato quattro criteri guida. Il primo è il quantum retributivo, che deve tenere conto della crisi attuale e dei sacrifici patiti da lavoratori e cittadini in quest’anno di pandemia. Il secondo sono le metriche Esg (acronimo britannico per ambiente, sociale, governance), che al di là del fatto che le si ritenga una moda “oramai sono una necessità e introdurle nei piani di remunerazione di lungo termine è fondamentale”, aggiunge Casale. Il terzo aspetto è la massima trasparenza negli obiettivi, le procedure e le tempistiche dei compensi e dei loro meccanismi. Il quarto è il vincolo a evitare qualsiasi forma di “remunerazione discrezionale”, che non sia collegata alle performance. “Appare evidente che la contrarietà espressa da Iss e da Glass Lewis sulle nuove politiche di Unicredit sia legata all’importo, alla trasparenza e discrezionalità – prosegue Casale -. Tuttavia alla fine c’è sempre uno iato da colmare tra la forma e la sostanza: nel senso che se Orcel sarà capace di ristrutturare Unicredit vigorosamente, credo che il tema del suo compenso diventerà secondario, e gli azionisti saranno ben lieti di riconoscerglielo”. LEGGI TUTTO

  • in

    Atlantia, tutti i nodi da sciogliere per vendere Autostrade

    MILANO – A quasi un anno dalla firma dell’accordo con il governo, che prevedeva anche la cessione di Aspi (nel luglio 2020) e a quasi tre dal crollo del Ponte Morandi, con la tragedia dei 43 morti, la vendita di Aspi non è ancora cosa fatta. Proprio quando la trattativa con Cdp e con i fondi che partecipano alla cordata – Blackstone e Macquarie – sembrava avviata alle battute finali, in un senso o nell’altro, è spuntata infatti la manifestazione di interesse avanzata da Florentino Pérez, cioè dal socio di Abertis, in coabitazione con Atlantia. Il patron del gruppo di costruzioni Acs (nonché della squadra di calcio del Real Madrid) ha avanzato una prima valutazione, fondata su informazioni pubbliche, compresa tra 9 e 10 miliardi di euro.

    Guadagnare tempo, il primo obiettivo

    I consiglieri di Atlantia si trovano davanti un bel dilemma: con chi trattare? Per il momento hanno preso tempo, rimandando ai propri advisor e a futuri cda (il prossimo sarà già la settimana prossima, probabilmente giovedì) la disamina dei due dossier. Da una parte hanno un contratto firmato, finanziato e vincolante, con cui la cordata Cdp-fondi si impegna a comprare l’88% di Aspi, ma anche il 100% se gli altri soci di minoranza esercitano il diritto di co-vendita, pagando al massimo 9,1 miliardi. In più, rispetto all’offerta precedente (rigettata dal consiglio di Atlantia) sono spuntati circa 400 milioni, non sicuri ma probabili, di possibili ristori Covid che il governo potrebbe dare a tutti i concessionari, Aspi compreso. E che verrebbero girati al proprietario Atlantia, per il periodo in cui ha controllato Aspi (circa la fine dell’anno, per arrivare al closing). Altra miglioria, rispetto al vecchio impianto, la richiesta di potenziali indennizzi a fronte di rischi legati che emergessero, è stata “ridotta” a circa 800 milioni (su un petitum di 2,4 miliardi).

    Insomma, il consorzio (e i suoi numerosi advisor, da Citi e Unicredit per Cdp, a Rothschild per Macquarie e Lazard per Blackstone) ritengono di aver messo a punto una buona proposta e forse si aspettavano che, a meno di qualche dettaglio, fosse arrivato il momento di brindare.

    Affari, Real Madrid e politica, i mille volti dello “Squalo” Florentino Perez

    di

    Ettore Livini

    09 Aprile 2021

    Invece, a poche ore dal cda che avrebbe dovuto iniziale l’esame della proposta Cdp, si è fatto avanti Pérez. La sua proposta è migliorativa sotto il profilo della disponibilità economica, ma si riferisce solo ad una parte, ancorché “significativa”, di Aspi. Inoltre è un “interesse potenziale”; insomma, è una manifestazione di volontà, ancora ben lontana dall’essere un’offerta vincolante, da poter raffrontare con l’altra arrivata sul tavolo del consiglio. Anche la rilevante liquidità derivante dalla vendita di Cobra al gruppo Vinci (4,9 miliardi) è a disposizione ma in differita – il closing è atteso verso fine anno – e per di più una parte, 1-1,2 miliardi, verranno reinvestiti con Vinci medesima. Il che non significa certo che Pérez non possa alzare la posta su Aspi, anche indipendentemente dall’incasso di Cobra.

    Il nodo dell’assemblea

    Comunque sia, è sempre più difficile per i consiglieri prendere una decisione vincolante senza passare per il vaglio dell’assemblea. Era questo l’orientamento prevalente anche prima, quando c’era sul tavolo solo l’offerta di Cdp. E la scelta era diventata quasi obbligata dopo la lettera di Edizione, azionista al 30% di Atlantia, che chiedeva al cda di trattare al meglio e poi di rimettere la decisione ai soci. Fino a una manciata di ore fa si riteneva che l’assemblea si sarebbe svolta entro la prima parte di maggio, ora l’orientamento potrebbe essere di far slittare il voto a fine maggio. Sembra che la proposta di Cdp abbia come scadenza il 28 maggio, se il responso atteso viene dall’assemblea, altrimenti – secondo la ricostruzione di fonti di mercato – lo sbarramento è al 16 aprile nel caso in cui la decisione venga presa in cda. Le scadenze ovviamente si possono spostare in avanti, ma l’offerta della cordata non può essere per sempre. Difficile che in tempi stretti possa arrivare una proposta vincolante da parte di Acs, che non ha ancora iniziato la due diligence. Ci vogliono mesi per arrivare a un risultato ponderato e in astratto dopo la verifica dei conti potrebbe persino non arrivare mai.

    Affondo spagnolo su Autostrade con l’ipotesi di un prezzo più alto

    di

    Vittoria Puledda

    08 Aprile 2021

    L’altro punto da chiarire è se l’assemblea sarà ordinaria o straordinaria. I legali di Atlantia sono al lavoro da tempo, per sciogliere il nodo. Ma più in generale, in ambito giuridico l’orientamento sembra essere per un’assemblea ordinaria: la vendita di un asset, per quanto importante come Aspi (pesa per circa il 35% dei ricavi dell’intero gruppo) non è tale da cambiare la natura sociale della holding e quindi da comportare la modifica dello Statuto. In soldoni, non serve una maggioranza qualificata per cedere Autostrade. Dunque, assemblea ordinaria e maggioranza semplice del capitale presente, se verrà confermato questo impianto. Non è un passaggio banale, e non lo è comunque trovare i voti: la scorsa volta, quando l’assise era in versione straordinaria, il quorum deliberativo non fu raggiunto ma comunque i Benetton e la Fondazione Crt avevano avuto meno voti rispetto agli altri. Ogni assemblea fa storia a sé, però certo il momento della conta rappresenta sempre un passaggio impegnativo. LEGGI TUTTO

  • in

    La pandemia spinge gli utili di Samsung: volano del 44% sulle vendite di smartphone ed elettrodomestici

    MILANO – L’esigenza di restare connessi dalle nostre case tipica della pandemia ha spinto i conti di Samsung, colosso sudcoreano dell’elettronica che ringrazia gli smartphone per il boom di utili registrato, proprio a poche ore di distanza dall’annuncio della ex concorrente LG di ritirarsi dal mercato dei telefonini. Samsung Electronics ha visto aumentare i propri […] LEGGI TUTTO