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    Salesforce rafforza la sfida a Microsoft, 27,7 miliardi per le chat di Slack

    MILANO – Dopo le indiscrezioni, arrivano le mosse ufficiali: Salesforce, la società americana di cloud computing, ha annunciato l’acquisizione dell’app di messaggistica usata soprattutto all’interno delle organizzazioni aziendali, Slack Technologies Inc, in un affare da 27,7 miliardi di dollari in contanti e azioni.L’annuncio arriva in un momento in cui, a causa della pandemia, aumentano le offerte di lavoro a distanza e bisogna fronteggiare l’agguerrita concorrenza di Microsoft e di altre app che consentono di tenere in contatto i colleghi pur stando lontani dal luogo di lavoro. L’acquisizione dovrebbe chiudersi nel secondo trimestre dell’anno fiscale 2022.
    Come riporta il Wsj, che per primo aveva dato notizia della trattativa, l’operazione in contanti e azioni è la più grande mossa del ceo di Salesforce Marc Benioff, che sta cercando di rilanciare l’azienda fondata 21 anni fa dai software in cloud a un aggregatore di servizi tecnologici per le aziende. L’operazione è grossa quasi due volte la maggior acquisizione fin qui registrata da Salesforce. Stewart Butterfield, il ceo di Slack, dovrebbe continuare a guidare la sua azienda come una unità all’interno della nuova società. La nuova società è una chiara scommessa sull’evoluzione del modello di lavoro nelle aziende, dopo la pandemia, dove gli strumenti digitali diventano sempre più un fattore di competitività nella quotidinità della produzione e dell’organizzazione del lavoro.
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    “I soldi parcheggiati in banca dagli italiani possono triplicare l'effetto sulla ripresa del Recovery fund”

    MILANO – Il risparmio dettato dalla paura per la situazione economica generale è cresciuto esponenzialmente durante la pandemia. Il dato raccolto da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi è di una crescita dei depositi bancari di 126 miliardi allo scorso settembre, rispetto ai dodici mesi prima. Un dato che si scontra con una caduta del Pil, la ricchezza nazionale, quantificabile in circa 168 miliardi per il 2020 (di cui 122 già accertati nei primi nove mesi). Cifre in linea con l’ultimo bollettino dell’Abi, che nei suoi documenti mensili censiva 1.682 miliardi di depositi a settembre, in crescita di 125 miliardi, e poi un nuovo incremento a 1.715 miliardi a ottobre, per una espansione annua del 9,5 per cento. 
    Sale la propensione al risparmio, dall’11,8 al 20%
    L’effetto combinato sulla propensione al risparmio, la quota di reddito messa da parte, è quindi evidente: sale dall’11,8 al 20 per cento, “ma non è fisiologica”, ammoniscono gli economisti di Intesa e Centro Einaudi. Quel che il governatore Visco paventava, un corto circuito tra paura e risparmio capace di abbattere i consumi, si sta avverando.”La pandemia ha inciso sui redditi, ma non li ha travolti grazie alla politica fiscale espansiva; ha inoltre impattato sui consumi discrezionali, portando le famiglie ad aumentare la riserva di risparmio precauzionale, che si è materializzato nella crescita delle giacenze sui conti correnti”, annota il rapporto. Congelando le spese, chi ha difeso il reddito ha giocoforza aumentato la liquidità disponibile. Un popolo di formichine non aiuta la ricchezza nazionale: l’impatto macroeconomico è “recessivo” perché “si tratta di riserve che eccedono il normale tasso di risparmio, che negli ultimi quindici anni è già passato dal 7,3 per cento all’11,8 per cento del reddito (pre-pandemia)”.
    Il Covid trascina 5 milioni e mezzo d’italiani nel tunnel della povertà
    di Valentina Conte 30 Novembre 2020

    La partita si gioca ora, vaccini permettendo, sulla ripartenza. “Se nel 2021 i due terzi di questa riserva supplementare fossero rimessi in gioco, potrebbero triplicare la capacità di attivazione della ripresa innescata dal primo anno del Recovery Fund e potrebbero rendere realistica la prospettiva di una ripresa”, dice il rapporto. 
    La forbice si allarga: 600 mila famiglie in difficoltà economica
    Altri dati dimostrano come la pandemia abbia un effetto di incremento delle diseguaglianze. Sulla base dell’indagine effettuata, si stima che “tra 600 mila e 700 mila famiglie” siano “entrate in concreta difficoltà economica”. A soffrire sono soprattutto gli ultra 55-enni non ancora in pensione. E soprattutto i redditi più fragili: “L’impatto ha afflitto il 28 per cento di coloro che sono collocati nella classe di reddito inferiore del campione (fino a 1.600 euro mensili), mentre ha appena lambito (5,7 per cento) la categoria di chi ha un reddito superiore a 1.600 euro. Per effetto della pandemia, le differenze di reddito, già emerse dopo la crisi del 2009 e che da qualche anno sembravano in diminuzione, sono tornate a farsi vedere”.
    Giovannini: “Bisognava diversificare gli aiuti. Troppa diseguaglianza”
    di Rosaria Amato 30 Novembre 2020

    Se c’è una forte crescita della liquidità ferma in banca, d’altra parte una famiglia su due (47 per cento) è costretta a ricorrere ai risparmi per far fronte alle difficoltà, ma solo il 10,2 per cento vi attinge in misura significativa; il 15,3 per cento vede le entrate ridursi significativamente o addirittura azzerarsi (3,1 per cento); il 19,4 per cento ha chiesto e ottenuto aiuti economici. E così quest’anno “si interrompe il miglioramento dei giudizi di sufficienza del reddito. Dopo la prima ondata pandemica il saldo tra ottimisti e pessimisti scende ulteriormente dal 66,1 al 63,8 per cento”. Questo, nonostante nei dodici mesi precedenti l’indagine il reddito medio mensile disponibile dichiarato dagli intervistati sia cresciuto da 2.157 a 2.329 euro, superando il precedente massimo del 2004 pari a 2.253 euro. LEGGI TUTTO

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    Unicredit, oggi riunione informale dei consiglieri

    MILANO – Giornata movimentata in casa Unicredit. Dopo le indiscrezioni di stampa sulla convocazione domenicale di un cda straordinario, nel primissimo pomeriggio il quadro si è ridimensionato: non un vero e proprio cda ma una riunione informale dei consiglieri, per preparare l’appuntamento – questo sì formale – del Comitato nomine, che si riunirà mercoledì. Lo riferiscono fonti finanziarie.Come noto infatti tutto il consiglio di amministrazione è in scadenza, con l’approvazione del bilancio 2020 e il cda uscente presenterà una propria lista. Per la selezione dei candidati l’incarico verrà affidato a Spencer Stuart, il cercatore di teste già coinvolto nella selezione di Pier Carlo Padoan, cooptato in consiglio e prossimo presidente (Cesare Bisoni ha dichiarato la propria indisponibilità ad un nuovo mandato).
    La riunione informale ma decisamente insolita di domenica (anche se pare ce ne siano state altre, in questo periodo di pandemia) ha naturalmente scatenato curiosità e interrogativi sui vertici e sul ruolo di Jean Pierre Mustier. Il top manager, un passato a Société Générale e un grande profilo europeo, sembra da tempo tentato di tornare a ricoprire ruoli più internazionali.Non solo: recentemente ha più volte sottolineato che la strada di Unicredit non passa per acquisizioni, mentre tutte le forze – di mercato e probabilmente alcune politiche – convergono sull’ipotesi di un matrimonio. Per opportunità, dopo che il risiko bancario si è messo in moto con l’unione Intesa-Ubi, e per necessità, visto che la partita Mps andrà prima o poi risolta. L’indisponibilità di Mustier ad operazioni di M&A potrebbe aver causato alcuni malumori. E’ possibile che la convocazione di oggi serva anche a fare il punto sul ruolo della banca nel prossimo futuro e che lo stesso Mustier voglia discutere con il consiglio la strategia per andare avanti, anche in vista di un rinnovo del board.
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    Schiarita su Autostrade i ministeri sbloccano il Piano finanziario

    MILANO – L’accordo politico sul Piano economico e finanziario di Autostrade sarebbe ormai raggiunto. Si tratta del documento che contribuisce in modo sostanziale a dare un prezzo ad Aspi (anche se non è l’unico tassello) e su cui da mesi si discute. A quanto si apprende, c’è stata una svolta a livello governativo e ormai il corposo documento è pronto per sbarcare al Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica (primo step, all’organismo tecnico Nars).Ma quello che conta è il dato politico. Secondo le ricostruzioni il Mef, che è il primo componente di un Comitato presieduto da Palazzo Chigi e composto da molti ministri, considera ormai raggiunta l’intesa sul Piano economico, dopo i rilievi fatti ad Aspi e l’accettazione dei punti controversi da parte della società (che due giorni fa ha scritto di nuovo al Mef, accettando anche l’Atto aggiuntivo, collegato al Pef). Può darsi che ci siano ancora alcuni ambienti governativi più cauti e finora non c’è stata una posizione ufficiale né una convocazione, ma il clima intorno agli addetti ai lavori è abbastanza positivo.
    Tra i segnali indiretti, gli ottimisti sottolineano il fatto che ieri sera è stato convocato un cda straordinario di Aspi per martedì prossimo: è il primo giorno utile, perché per consuetudine quel consiglio non si riunisce mai di lunedì. Non si conosce l’ordine del giorno, ma potrebbe essere legato proprio al Pef. Del resto, martedì scorso c’era stata una riunione tra il Segretario generale della Presidenza del Consiglio, i suoi omologhi del Mit e del Mef e i vertici di Aspi. L’incontro tecnico si è concluso, sembra, con il riconoscimento di una convergenza sui temi critici (a partire dagli aumenti tariffari, all’1,64%, alla conferma degli investimenti e ai 7 miliardi di manutenzioni fino al 2038). Da lì la prospettiva di far sbarcare il Pef al Cipe, per l’ok definitivo, poi da inviare alla Corte dei Conti per la registrazione.Seppure la schiarita dovesse essere confermata, nessuno immagina che entro lunedì sera, data formalmente di scadenza dei termini, la cordata che fa capo a Cdp presenterà un’offerta per Aspi. Anzi, per assurdo proprio il fatto che il Pef possa essere considerato vicino all’approvazione potrebbe aver aggiunto nuovi elementi da valutare, in data room, per arrivare ad una proposta definitiva. Ovvio che la partita resta talmente ingarbugliata e gli equilibri così incerti che nulla si potrà dire, se non a conclusione ufficiale della vicenda e dissipate tutte le ombre. Comprese quelle che potrebbero ancora aleggiare sul Pef e sulla determinazione della cordata, di arrivare a un’offerta. Il 2 dicembre intanto il cda di Atlantia farà il punto.
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    Generali vuol salire in Cattolica, ma senza Opa la Consob frena

    MILANO – Nessuna autorizzazione preventiva, o per meglio dire nessuna esenzione in bianco per salire oltre il 25%, soglia d’Opa, senza lanciare un’offerta pubblica di acquisto. È questa, in sintesi, la posizione della Consob rispetto ai vari quesiti che Generali ha presentato all’autorità di controllo sui mercati nei confronti della sua preziosa partecipata Cattolica assicurazioni. La delibera, già approvata nei suoi aspetti, verrà formalizzata nei prossimi giorni ma la sostanza è chiara: se e quando il Leone di Trieste decidesse di salire, potrà sottoporre a Consob un quesito concreto, su una fattispecie definita, e solo così potrà riceverne indicazioni cogenti; nulla di generico e, soprattutto, di preventivo.Nei giorni scorsi Generali si era rivolta alla Consob, sottoponendo una serie di quesiti tecnici, tutti legati alla possibilità eventuale di salire in Cattolica. Le occasioni non mancano, a partire dal corposo pacchetto di azioni (l’11,64%) su cui i soci hanno esercitato nell’ottobre scorso il diritto di recesso e che successivamente è stato offerto in opzione, allo stesso prezzo, ai soci attuali della compagnia, ancora per una manciata di mesi una popolare.
    I tempi dell’opzione scadono oggi e ragionevolmente nessuno si farà avanti perché il prezzo è superiore a quello attuale di Borsa. Nei giorni scorsi però il Leone di Trieste aveva posto la domanda teorica sull’esenzione all’Opa, così come altre richieste – a quanto si è potuto ricostruire – riguardavano il prossimo aumento di capitale, da 200 milioni, che sarà rivolto a tutti i soci Cattolica, quindi anche a Generali, che in caso di inoptato potrebbero dare al Leone di Trieste l’occasione di salire.Consob non ha voluto pronunciarsi su fattispecie astratte. Anche se la cornice è chiara e ben individuata: sopra il 25% (e Generali è molto vicina, visto che sta al 24,46%) l’esenzione all’Opa ha eccezioni previste dalla legge, la cui principale è l’intervento in caso di salvataggio di una compagnia. La necessità di un salvataggio però nel caso di una compagnia di assicurazione deve essere decretata dall’Ivass, cosa che finora non è avvenuta (Ivass ha parlato della necessità di un rafforzamento di Cattolica).Una cosa è certa: «Un’offerta obbligatoria su Cattolica non è sul tavolo. Non stiamo considerando questa opzione», ha sottolineato più volte Philippe Donnet durante il recente Investor Day. E pur considerando che attraverso «la partnership creeremo valore per entrambi i partner» Trieste formalmente non ha nessuna intenzione di spendere troppi soldi (per esempio, lanciando un’Opa). Nello stesso tempo è difficile pensare ad un futuro in cui le due compagnie restino entità societarie distinte, entrambe al listino e con una quota di controllo stabile ma non blindata da parte del Leone di Trieste. Sempre che la Consob, di fronte ad un caso specifico, non dia l’esenzione all’Opa. Che comunque scatta automaticamente nei casi in cui la quota di controllo sul capitale votante cambia indipendentemente dalla propria volontà.  LEGGI TUTTO

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    Benetton nel mirino dell'Antitrust per abusi nei contratti con i rivenditori

    MILANO – Un rivenditore di Treviglio, in provincia di Bergamo, che ormai ha cessato la sua attività, mette l’Antitrust sulle piste di Benetton, la società dei maglioncini che deve il nome alla famiglia nota negli ultimi tempi soprattutto per le vicissitudini infrastrutturali che la legano ad Autostrade per l’Italia alla tragedia del Ponte Morandi.L’Autorità garante della concorrenza ha infatti lanciato un’istruttoria nei confronti del gruppo Benetton ipotizzando un abuso di dipendenza economica, riguardo a due contratti di franchising stipulati con il rivenditore indipendente di prodotti a marchio Benetton. Per questo motivo, ieri l’Autorità – ha spiegato una nota – ha condotto ispezioni nelle sedi di Benetton avvalendosi della collaborazione dei militari della Guardia di Finanza.
    Nelle dieci pagine di apertura del provvedimento si ricostruisce come opera la società, che vende i suoi prodotti o per il canale diretto o attraverso rivenditori autorizzati partner, che si possono legare a Benetton anche attraverso rapporti di franchising. Proprio uno di questi era a Miragreen di Treviglio, con due punti vendita nel bergamasco. Peccato che il rivenditore si sia trovato a denunciare all’Authority che “i contratti che regolano i rapporti con Benetton includono clausole che avrebbero ostacolato, se non addirittura impedito, lo svolgimento in utile della propria attività aziendale, sino a causarne la cessazione”.Secondo la segnalazione del franchisee, in pratica, Benetton avrebbe richiesto di effettuare ordini eccessivi, di adottare pratiche commerciali rigide e decise dalla casamadre, di progettare l’intero punto vendita (a spese del partner/rivenditore) con parametri troppo rigidi da rendere l’attività capace di stare in piedi. Metodi di pagamento, impegni assicurativi e bancari sono altre voci lamentate come abusi.La sintesi dell’Autorità è questa: “Benetton avrebbe imposto al segnalante di mantenere una struttura di vendita ed un’organizzazione commerciale disegnata sulle sue esigenze, anche in considerazione del fatto che questa si garantisce contrattualmente la possibilità di fissare unilateralmente regole e parametri organizzativi idonei a irrigidire la struttura aziendale del franchisee, fino a ostacolare, se non impedire, la sua eventuale riconversione. Il complesso delle clausole sopra descritte, insieme alla situazione pregressa del segnalante caratterizzata da una forte esposizione debitoria nei confronti di Benetton, potrebbe disincentivare, sino a rendere impossibile, la ricerca da parte dell’affiliato di una alternativa di mercato determinando, quindi, la dipendenza economica dal franchisor”.L’Autorità insomma contesta a Benetton il fatto che potrebbe avere imposto al rivenditore di mantenere una struttura di vendita e un’organizzazione commerciale disegnata sulle sue esigenze e tale da impedire di gestire in autonomia la propria attività commerciale. Oggetto dell’istruttoria è dunque il possibile uso discrezionale da parte di Benetton delle clausole nei contratti per orientare le scelte strategiche del rivenditore, impedendogli di gestire in autonomia la propria attività commerciale.”Il Gruppo Benetton detiene una posizione di sicuro rilievo nel mercato dell’abbigliamento, con un marchio che gode di una forte attrattiva commerciale, e dunque la vicenda è rilevante non solo sul piano del singolo rapporto contrattuale, ma anche per la tutela della concorrenza e del mercato”, dice l’Autorità. “L’utilizzo del modello contrattuale in esame da parte di un soggetto che gestisce una significativa rete commerciale in franchising potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli imprenditori che costituiscono la rete in questione, a danno del gioco concorrenziale nel mercato”.  LEGGI TUTTO

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    Enel, piano da 40 miliardi di investimenti al 2023

    MILANO – Il Gruppo Enel prevede di investire direttamente circa 40 miliardi di euro, di cui circa 38 miliardi di euro tramite il modello di business di Ownership, e circa 2 miliardi di euro tramite il modello di business di Stewardship, mobilitando al contempo 8 miliardi di euro provenienti da terzi.Lo afferma la società nell’annunciare al mercato il piano 2021-2023. Oltre il 90% degli investimenti di Enel su base consolidata saranno in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (“Sdg”) delle Nazioni Unite. Inoltre, in linea con i calcoli iniziali di Enel, tra l’80% e il 90% dei suoi investimenti su base consolidata sarà allineato ai criteri di Tassonomia Ue grazie al suo sostanziale contributo alla mitigazione del cambiamento climatico. Il tasso di crescita degli investimenti rispetto al piano precedente dovrebbe attestarsi al 36% circa.
    Ancor più ambiziose le stime del piano Vision al 2030, che prevede di mobilitare investimenti per 190 miliardi.Dal punto di vista finanziario, dopo circa 5-5,2 mliliardi di euro nel 2020, l’Enel punta a un utile netto ordinario di 5,4-5,6 miliardi nel 2021, di 5,9-6,1 nel 2022, di 6,5-6,7 nel 2023. La società elettrica punta quindi su un Cagr (la crescita media annua) tra l’8% e il 10%, anche grazie alla continua ottimizzazione della gestione finanziaria, in particolare con l’aumento delle fonti di finanziamento sostenibili che rappresenteranno circa il 50% del debito lordo totale nel 2023, che comporta un minore costo dell’indebitamento.
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