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    Consumatori europei più tutelati: la class action sarà uguale in tutta l’Ue

    La class action cambierà volto. Sarà armonizzata in tutta l’Unione europea e renderà più facile, per i consumatori, farsi rispettare dalle aziende che ledono i loro diritti in materia di privacy, viaggi, bollette o servizi finanziari. Il Parlamento europeo ha approvato una direttiva che, entro due anni, dovrà essere recepita da tutti gli Stati membri. Al massimo entro metà del 2023 il nuovo strumento sarà disponibile e utilizzabile. La riforma parte da lontano: già la scorsa Commissione Juncker aveva acceso la miccia dando il via al New Deal dei consumatori e la direttiva appena emanata ne è una diretta conseguenza. In Italia è probabile che si affiancherà alla class action in vigore dal 2018 che come abbiamo già scritto presenta molti limiti. Vediamo come funzionerà il “bazooka” in mano ai consumatori Ue.Quali cause si potranno intentare. Sono di due tipi: inibitorio o risarcitorio. Nel primo caso la sentenza obbliga l’azienda a interrompere un comportamento; nel secondo caso stabilisce delle somme di denaro da versare ai consumatori per risarcirli del danno subito. Niente studi legali. Come già annunciato da un paio di anni, la class action europea vuole distinguersi in modo netto da quella americana perché esclude gli studi legali. Solo le associazioni di consumatori potranno rappresentare i cittadini in questo tipo di cause. Il principio è che nessuno deve diventare ricco con le class action: proprio per questo le associazioni dovranno dimostrare di non avere alcuno scopo di lucro. Ciò significa anche spese irrisorie o nulle per i consumatori, anche se gli Stati membri saranno liberi di decidere se consentire alle associazioni di chiedere un contributo ai consumatori. Che sia però di “modesta entità”.Stop più efficaci. La norma è pensata perché i procedimenti inibitori siano più rapidi possibile: non ci sarà bisogno che i singoli consumatori dichiarino di volersi far rappresentare dall’associazione, né questa dovrà dimostrare eventuali danni o perdite subite dai consumatori o che l’azienda abbia agito in modo negligente. È una specie di corsia preferenziale: se si ravvisa un comportamento scorretto si impone lo stop il prima possibile. Olio nei meccanismi. Altre norme contenute nella direttiva vanno a favore dei consumatori e cercano di spianare la strada a chi tenta di avere giustizia. Ad esempio: la causa andrà avanti anche se l’azienda ha, nel frattempo, smesso di violare i diritti dei consumatori. Questo per evitare il fenomeno delle imprese che “arraffano” il più possibile e, al momento della verità, si fanno trovare con le mani pulite. Oppure: per intentare l’azione non servirà aver ottenuto un via libera preliminare da un tribunale o di un’autorità Antitrust. Tempi molto più rapidi, quindi, perché non ci sarà bisogno di fare un procedimento pilota prima di quello collettivo. D’altra parte il rischio delle cause temerarie è scongiurato dal principio “chi perde, paga”. La parte soccombente dovrà sobbarcarsi le spese del procedimento. Questo, però, solo per le cause risarcitorie.Cause internazionali. La direttiva consente ai consumatori di diversi Paesi di aderire alla class action di un altro Stato membro. Consumatori italiani potranno, ad esempio, unirsi ad azioni di classe in Francia che termineranno con una sentenza di fronte a un giudice francese. Sentenza che avrà effetti per tutti: francesi e italiani. Chi aderisce a class action estere dovrà dichiarare in modo esplicito di voler essere rappresentato e sarà vincolato all’esito.Questione di scelte. Avere giustizia è un conto, accanirsi un altro. Per questo motivo la direttiva stabilisce che chi aderisce alla class action non può partecipare ad altre azioni, né collettive né individuali nei confronti della stessa azienda per la stessa condotta. E gli Stati membri dovranno assicurarsi che nessuno venga risarcito due volte.“Non cantiamo vittoria”. La nuova class action descritta dalla direttiva europea è accolta con favore dal Centro europeo consumatori Italia, che fa parte di una rete europea cofinanziata dalla Commissione per gestire le controversie transfrontaliere. Ma la direttrice Maria Pisanò mette in guardia: “Adesso bisognerà vedere in che modo gli Stati membri applicheranno la direttiva: solo tra due anni saremo in grado di dire se lo strumento funzionerà o no. Ci sono diversi ambiti in cui la libertà di manovra degli Stati è piuttosto ampia. Solo per fare un esempio: qualcuno potrebbe mettere dei paletti e stringere il campo delle associazioni o enti autorizzati a intentare un’azione di classe”. Un merito che già si può attribuire alla riforma, secondo Pisanò, è quello di “eliminare le disparità tra cittadini europei, che avranno accesso a uno strumento comune e potranno beneficiare di decisioni prese da giudici o autorità Antitrust di altri Stati membri”. La direttiva infatti dice che una sentenza o decisione definitiva di qualsiasi Stato membro potrà essere usata come prova nell’ambito di cause collettive di altri Paesi Ue “per invocare provvedimenti risarcitori nei confronti dello stesso professionista per la stessa pratica”. LEGGI TUTTO

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    Fallimento Dentix, le istruzioni per chiedere i rimborsi

    Adesso è finita. Dentix, la società di cliniche odontoiatriche in franchising, ha dichiarato il fallimento.  Questo significa due cose: la prima è che le cure iniziate nei mesi scorsi non riprenderanno mai, visto che in questi ultimi mesi nessuno si è fatto avanti per rilevare la società; la seconda è che per riavere il denaro versato, in cambio di un servizio mai fornito, la strada si fa in salita. Molti clienti, adesso, dovranno passare attraverso la strettoia della “insinuazione al passivo”, una procedura lunga e dall’esito incerto. Molti clienti, ma non tutti.La dichiarazione di fallimento è arrivata lo scorso 22 ottobre dal tribunale di Milano. Il giudice delegato è Francesco Pipicelli e come curatori fallimentari sono stati nominati l’avvocato Patrizia Pietramale e i commercialisti Simone Allodi e Beatrice Bompieri. La prima udienza è fissata al 17 febbraio 2021 e per presentare istanza di immissione al passivo il termine è il 18 gennaio. Cerchiamo di capire, in base al modo in cui si è pagato, cosa è possibile fare.
    Chi ha un finanziamento e ha mandato diffida a Dentix
    Mentre la società era ancora in piedi ma inattiva gli esperti consigliavano di inviare una “diffida ad adempiere” alla Dentix. Una lettera, cioè, nella quale si intima alla società di onorare il contratto e continuare le cure. Dopo 15 giorni di attesa (vana, ovviamente), il contratto si ritiene risolto. “Chi ha mandato questa lettera è a posto perché il contratto è stato risolto prima del fallimento. Le tre finanziarie devono restituire gli importi dovuti, ora dipende tutto da loro” spiegano Anna D’Antuono e Giuseppe Dorta, avvocati di Aduc che stanno seguendo molti casi a Roma e Napoli. Le “tre finanziarie” sono quelle che avevano siglato l’accordo con Dentix: Cofidis, Fiditalia e Deutsche Bank, che in due città sono finite nel mirino di Antitrust per aver continuato a esigere le rate anche dopo la chiusura dei centri Dentix. “I clienti che seguiamo non hanno più avuto richieste di pagamento – chiariscono D’Antuono e Dorta – ma ora serve un passo in più: la restituzione di quanto già versato”. Se le finanziarie dovessero fare resistenza, Aduc consiglia di rivolgersi all’Arbitro bancario finanziario, che in un caso simile (ma un’altra società) ha già dato ragione a un cliente.

    Chi ha un finanziamento e non ha mandato la diffida

    Situazione un po’ più complicata, ma risolvibile. “Inutile inviare adesso la diffida a Dentix visto che la società è fallita” spiega Aduc sul sito. Questi clienti dovranno ora insinuarsi al passivo e aspettare che il curatore accerti l’inadempimento del contratto. A questo punto, con una sentenza in mano, basterà rivolgersi alle finanziarie per avere indietro le rate già corrisposte. “Possono volerci mesi – specificano D’Antuono e Dorta – ma la strada è in discesa, dal momento che devono essere le finanziarie a restituire il denaro e non Dentix” che, presumibilmente, non ha un euro in cassa. Per insinuarsi al passivo bisogna inviare una Pec all’indirizzo email f484.2020milano@pecfallimenti.it.
    Chi ha pagato con contanti o bonifico
    In questo caso la salita è ancora più ripida. La prima cosa da fare è insinuarsi al passivo scrivendo all’indirizzo email già indicato e presentare le ricevute dei pagamenti. Una volta ammessi al passivo, bisognerà aspettare e soprattutto sperare che i curatori fallimentari trovino abbastanza denaro in cassa per rimborsare. Le probabilità di successo, come sempre in questi casi, sono molto scarse. LEGGI TUTTO