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    Un salvadanaio da 5 mila miliardi: serbatoio per la crescita italiana

    Un fantastilione, anzi cinque. Cinquemila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Più del doppio, se si considerano anche immobili e terreni: tradizionalmente, il mattone rappresenta infatti il 55-60% della ricchezza complessiva. Significa, mal contati, un po’ più di quattro volte il Pil prodotto interno lordo di un anno. Una montagna di banconote (e azioni, e case, e Btp) che solo in parte riesce a confluire nell’economia reale, a diventare volano di crescita e sviluppo. Dei consumi, ma anche delle infrastrutture, degli ospedali, dell’arte, della ricerca: l’elenco è infinito. “Gli ingredienti necessari sono due: aziende meritevoli di attrarre il risparmio e mercati efficienti, che non freghino i risparmiatori – sintetizza Pietro Modiano, un passato da banchiere e uno sguardo da economista – mercati in cui i diritti delle minoranze vengano rispettati e gli aumenti di capitale servano a promuovere lo sviluppo e non solo a spostare pacchetti di controllo” Aggiunge Modiano: “Non c’è una strada alternativa, un tempo c’era l’impresa manifatturiera pubblica, che impiegava il risparmio degli italiani, ora bisogna affidarsi al mercato”.

    Il Fattore C

    Un tesoretto importante (per ricchezza privata siamo intorno al decimo posto nel mondo) che continua a essere alimentato anno dopo anno; perché restiamo un popolo di grandi risparmiatori, anche se negli ultimi lustri abbiamo perso parecchie posizioni diventando più cicale, per scelta e per necessità (il reddito disponibile si è assottigliato, soprattutto per alcuni strati della popolazione). Ma le cifre restano imponenti anche perché da un anno e mezzo a questa parte su tutto ha fatto irruzione il “fattore C”, come Covid: costretto in casa dal lockdown, chi ha mantenuto il suo livello di reddito ha sostanzialmente solo risparmiato. Fino a pochi mesi fa. Grazie ai vaccini, la musica è cambiata e infatti l’esplosione dei conti correnti e dei depositi ha rallentato, passando da quasi 45 miliardi di nuovi flussi nell’ultimo trimestre 2020 ai poco più di 19 nel primo trimestre 2021. Gli italiani hanno anche venduto a piene mani azioni e partecipazioni (meno 12,5 mliardi), Btp e obbligazioni (meno 8,1 miliardi) e altre attività finanziarie (meno 8,6 miliardi) ma in compenso hanno comprato con altrettanta convinzione gli strumenti del risparmio gestito, dai fondi comuni ai fondi pensione alle polizze del ramo vita. Una quota di risparmio che è anche aumentata nei mesi successivi, tanto che per la sola industria dei fondi comuni agosto scorso è stato il miglior mese – per flussi netti – dall’agosto del 2014 (9 miliardi di raccolta netta). Ma attenzione, una gran parte delle risorse dei fondi comuni di diritto italiano va in obbligazioni e “solo” il 17% in azioni (e di queste, una quota significativa varca i confini di Piazza Affari).

    Dunque, pur essendo una gestione più dinamica rispetto ai vecchi Bot (ormai spariti dall’orizzonte per mancanza di rendimento) e al “non investimento” nel conto corrente (dal punto di vista del privato, perché le banche quei soldi li investono) il rapporto con l’economia reale non è ancora centrale. “L’enorme ricchezza degli italiani giace spesso in forme improduttive, ma la realtà è che il risparmio individuale va sollecitato e occorre essere più creativi – spiega Sergio Iasi, uno dei fondatori di Itaca Equity Holding insieme alla Tip di Gianni Tamburi – perché la raccolta del risparmio gestito va per il 70% in obbligazioni e il denaro che va in Borsa gira intorno alle aziende ma non entra nelle aziende, che restano sottocapitalizzate. Il problema vero è che gli imprenditori sono restii ad aprire il capitale. Così restano potenziali inespressi per la crescita”.

    Il rallentamento dei Pir

    La soluzione rimane complessa e non di sistema. Anche perché si scontrano esigenze tutte valide ma in parte contrastanti. Le necessità di liquidità, la diversificazione del rischio e l’orizzonte temporale dell’investimento, ad esempio, esprimono bisogni da tutelare che possono confliggere. I tentativi di fuga in avanti non sempre hanno ottenuto i risultati sperati: i Pir, ad esempio, dopo una partenza a razzo, si sono scontrati con modifiche legislative che hanno confuso l’orizzonte dei risparmiatori e le scelte delle società di gestione. Solo di recente stanno recuperando qualche posizione e dopo quattro trimestri di raccolta in rosso hanno ritrovato il segno più (105,6 milioni) nel secondo trimestre di quest’anno. Anche i Pir alternativi, strumenti con un orizzonte temporale ben più lungo e con una spiccata propensione all’investimento nell’economia reale, si stanno affacciando sul mercato (349 milioni la raccolta netta nel secondo trimestre). Soprattutto negli ambienti contigui del private equity sono ritenuti un’alternativa di investimento interessante.

    “La strada maestra sono i Pir alternativi, una soluzione fiscale che si sposa bene con gli Eltif, strumenti che hanno la veste giuridica dei fondi europei di lungo termine e che possono essere proposti anche in tagli da diecimila euro – sottolinea Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi, l’associazione italiana del private equity – sono una soluzione flessibile e adeguata, ancora qualche minimo dettaglio burocratico e potranno dare buone soddisfazioni. Sempre nel rispetto del fatto che i Pir alternativi vanno proposti tenendo presente le esigenze di diversificazione del rischio e con la consapevolezza che non ci si rivolge ad investitori istituzionali, il pubblico classico del private equity, ma al risparmiatore individuale”.

    Dunque, soluzione interessante ma certo non adatta a tutti, né in misura massiccia; non a caso gli esperti di Equita ritengono che a regime i Pir alternativi potranno contare su flussi netti annui per 2-3 miliardi l’anno, un ammontare di risorse che non cambia in misura determinante la questione dello scarso finanziamento dell’economia reale. “Con i tassi a zero l’unico modo per compensare il rendimento basso che si ottiene con liquidità e bond – dice Pietro Giuliani, presidente di Azimut Holding – è di prendere dal 15 al 30% dei risparmi e investirli in Alternatives, prodotti di economia reale, i quali fanno pagare il prezzo dell’illiquidità ma danno rendimenti più alti”. Sempre tenendo presente che non sono denaro corrente: quello non rende (anzi costa, come spese bancarie; molto meno nel caso di conti e libretti postali) ma è sempre a disposizione e non presenta rischi. Anche se delega ad altri, le banche appunto, la scelta poi di cosa farne. LEGGI TUTTO