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    Bonfiglioli: “Senza manifattura non c’è competenza. Ora torniamo a dialogare con i giovani”

    “L’idea che ci si forma in un periodo della vita è uno stereotipo: bisogna formarsi e fare esperienze continuamente. In un mondo che si trasforma continuamente dal punto di vista tecnologico serve inoltre una base di competenze, non necessariamente per sviluppare ma ancor prima per capire. La pandemia non ha aiutato perché ci ha tolto quei momenti di confronto in azienda con i giovani, ma dobbiamo tornare ad accogliere i ragazzi e le ragazze per far vedere loro che le industrie non sono quelle che si immaginano, ma sono dei luoghi connessi, digitali e a prova di futuro”.

    A sintetizzare così uno dei grandi pilastri strategici per il futuro della Next Generation e non solo è Sonia Bonfiglioli, presidente di Bonfiglioli. Gli ultimi 2-3 anni sono stati particolarmente sfidanti per il gruppo emiliano specializzato in motoriduttori, dispositivi di azionamento, riduttori epicicloidali e inverter per i settori dell’automazione industriale, dei macchinari mobili e dell’energia rinnovabile. La situazione, osserva però la presidente, è in evoluzione così costante che tra filiere, innovazione, sostenibilità e competenze i prossimi anni non saranno da meno, anzi. Prima la pandemia da Covid 19, poi la guerra in Ucraina e ora anche lo spettro della recessione.

    Cosa stiamo imparando da questo combinato disposto di eventi, fenomeni e tendenze?

    Gli ultimi due anni hanno mostrato i nervi scoperti della globalizzazione, e in particolare delle filiere lunghe. Siamo infatti passati dalla spinta entusiasta verso una globalizzazione con filiere lunghe e trasporti rapidi a un mondo con produzione bloccate a macchia e con tempi lunghi di approvvigionamento in tutto il mondo. La dinamica geopolitica recente ha ribaltato ulteriormente il paradigma. Se prima tendevamo a rendere continentali i processi produttivi, anche per avere fornitori di backup utili a controbilanciare le carenze, oggi siamo di fatto in un’economia a blocchi. La polarizzazione in atto sta impattando non solo le politiche di investimento e di internazionalizzazione, ma anche le dinamiche generali dell’export.

    Quanto ha pesato la scarsa lungimiranza dell’Occidente in tema di filiera?

    “I grandi Paesi, a partire dagli Stati Uniti, hanno abiurato la competenza produttiva mantenendo il focus sul settore militare e su pochi altri settori strategici. Noi oggi abbiamo siti produttivi in America ma non c’è più la capacità di filiera, perché tanti hanno scelto la localizzazione in Asia, cercando un flusso agevole e costi bassi. Tutto ciò ha impattato sulla manifattura, ma anche e soprattutto sulle competenze: se cancelli una manifattura, perdi la competenza. Specialmente sulle tecnologie del futuro, come l’intelligenza artificiale o le biotecnologie, bisogna invece ritrovare la produzione e la competenza. Servono parecchi investimenti per un duplice obiettivo così ambizioso… Bisogna far convergere le energie e fare sinergia senza duplicare gli investimenti. Il rapporto tra università, centri di ricerca e impresa sta cambiando ma il ruolo dei governi è fondamentale, perché serve una direzione strategica. Il Pnnr indirizza, anche ricalcando progetti già in atto, una direzione Esg e di futuro. Nel racconto quotidiano la G della governance rimane sempre l’ultima lettera, quando in realtà è la più importante perché il braccio ha sempre bisogno della mente. Del resto, le scelte di investimento sono scelte di innovazione, a prescindere dal livello aziendale, territoriale e nazionale. E anche il mondo delle banche sta iniziando a definire dei nuovi indicatori di performance Esg, aprendosi a un sistema di credito che sarà sempre più vincolato alle performance di sostenibilità”.

    Il nostro Paese sconta però un deficit rilevante proprio sulle competenze che ha citato prima, soprattutto sul fronte digitale. Come se ne esce?

    “Noi siamo partiti ben prima della pandemia con il Bonfiglioli Digital Re-Training, quando ancora la competenze digitali non erano un tema. Abbiamo effettuato circa 200 ore medie di formazione a persona e lo abbiamo fatto perché senza competenze digitali rischiavamo di non far fruttare gli investimenti. Recentemente abbiamo trasformato il Digital Re-Training in una vera e propria academy per tutti i dipendenti in tutto il mondo, aprendoci a contributi esterni e al contatto con tante realtà, a partire dalle scuole”.

    Competenze Stem, lingue straniere, long-life learning. Cosa serve davvero per essere competitivi sul mercato del lavoro?

    “L’idea che ci si forma in un periodo della vita è uno stereotipo: bisogna formarsi e fare esperienze continuamente. Rispetto al tema di genere, noi facciamo fatica ad assumere e formare ragazze perché studiano poco le materie Stem, mentre all’estero abbiamo tante donne nei ruoli manageriali. Oggi le competenze Stem sono infatti come l’inglese. In un mondo che si trasforma continuamente dal punto di vista tecnologico serve una base di competenze, non necessariamente per sviluppare ma ancor prima per capire. Poi è sempre molto importante il rapporto con le famiglie nelle scelte di istruzione e formazione”.

    In questi giorni hanno fatto clamore le dichiarazioni di Elisabetta Franchi sulla managerialità femminile e in generale sul lavoro. Lei che idea si è fatta?

    “Non esiste un lavoro di serie A e di serie B, e il tema non è il lavoro 24 ore al giorno, ma dare un contributo costruttivo e positivo. Io per prima ho bisogno dei miei momenti per staccare, creare e riposare. Credo che l’aspetto più importante sia la felicità delle persone sull’ambiente di lavoro. Noi abbiamo fatto entrare anche l’arte nei nostri stabilimenti: abbiamo realizzato un murales in collaborazione con uno street artist di Bologna e ne faremo uno in fabbrica, sempre con lo stesso artista”. LEGGI TUTTO

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    Lo sport italiano intravede la ripresa: nel mirino i livelli pre-pandemia

    Praticare regolarmente attività fisica permette di ridurre i sintomi dell’ansia e dello stress, favorisce il sonno e aiuta a migliorare l’autostima, aiutando allo stesso tempo a prevenire patologie come l’osteoporosi, l’ipertensione, il diabete e alcuni disturbi dell’umore. Un “tesoro”, dunque, di grande valore per il singolo, con ricadute positive anche per la società, al quale è dedicato il primo Osservatorio sullo sport system realizzato dall’ufficio studi di Banca Ifis che punta a monitorare l’evoluzione del settore in Italia.

    L’impatto della pandemia

    I risultati dell’indagine sottolineano il periodo di crisi vissuto dal comparto a causa della pandemia. Se nel 2019 lo sport system ha, infatti, generato ricavi per 95,9 miliardi di euro (con un’incidenza sul Pil italiano del 3,6%), dando lavoro a circa 389 mila persone, nel 2020 le misure per il contenimento dei contagi hanno determinato una flessione dei ricavi e degli occupati. L’area più colpita in termini assoluti è stata quella delle associazioni e delle società sportive, che hanno visto il proprio fatturato passare dai 40,2 miliardi del 2019 ai 32,5 miliardi del 2020, con un calo del 19%. Flessione che ha avuto ripercussioni importanti anche sul numero degli occupati (dai 189mila del 2019 ai 159mila del 2020). A causa della sospensione per alcuni mesi degli eventi sportivi, l’indotto generato da questi ultimi si è attestato a circa 2 miliardi di euro, in discesa del 74% rispetto al 2019. A essere colpito è stato anche il comparto dell’impiantistica sportiva, il cui giro d’affari è sceso dai 6,2 miliardi del 2019 ai 2,3 miliardi del2020. La lunga sospensione dell’attività sportiva, specie di natura dilettantistica e amatoriale, ha avuto un impatto anche sulle esternalità, scese da 10,1 a 2 miliardi.

    La parziale ripresa nel 2021

    Il 2021 ha visto un parziale recupero dei valori pre-Covid. Il ritorno del pubblico alle manifestazioni sportive, la ripresa dell’attività dilettantistica e amatoriale e la progressiva riapertura di piscine, palestre e centri sportivi ha permesso ai ricavi di raggiungere i 78,8 miliardi di euro (3% del Pil). Per tornare ai livelli pre-pandemici, si legge nello studio, occorre però puntare sull’effetto moltiplicatore dato da una combinazione di investimenti pubblici e privati. A questo proposito, evidenzia il report, anche se gli investimenti pubblici hanno una forza propulsiva particolarmente elevata non è possibile prescindere dalla loro combinazione con le risorse private messe in campo dalle società sportive e di gestione degli impianti sportivi. Infatti nel 2019, a fronte di una spesa pubblica di 4,7 miliardi, gli operatori core dello sport system (associazioni e società sportive, federazioni, enti di promozione sportiva, società di gestione degli impianti) hanno movimentato risorse per 41,8 miliardi tra spese per materieprime, servizi, personale e ammortamenti di beni materiali e immateriali, contribuendo a generare un valore complessivo di 95,9 miliardi.

    Gli italiani e lo sport

    Infine, l’Osservatorio ha analizzato il rapporto tra gli italiani e lo sport. Sono circa 35 milioni le persone che seguono e si interessano ad almeno uno sport, e 15,5 milioni coloro che lo praticano regolarmente. Il calcio è lo sport più praticato in Italia (34% tra gli over 18) e anche quello che beneficia del maggiore ammontare di contributi pubblici. A seguire c’è il nuoto, che risulta la seconda disciplina più praticata, a soli 5 punti percentuali dalla prima posizione, pur incassando meno di un terzo dei contributi pubblici ricevuti dal calcio. Si tratta in entrambi i casi di un successo legato anche a variabili non economiche. Tra queste, l’efficacia delle iniziative condotte dalle singole federazioni e l’effetto trascinamento determinato dai successi nazionali e internazionali dei nostri campioni. LEGGI TUTTO