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Parla il generale Jean: “Perché l’esercito russo è stato battuto…”
L’ipotesi che l’Ucraina possa diventare un nuovo Vietnam o un nuovo Afghanistan per la Russia si fa ogni giorno più concreta. Il presidente Vladimir Putin, molto probabilmente, non aveva considerato che il conflitto potesse durare così tanto tempo, sottovalutando la strenua difesa del popolo ucraino che, sembra, stia logorando l’esercito russo. Il generale Carlo Jean, esperto di strategia, docente e opinionista ha espresso le sue preoccupazioni al quotidiano Il Sussidiario. “L’esercito russo – ha dichiarato – non è mai stato pensato per una guerra a lunga scadenza con combattimenti nelle città, ma è stato organizzato per eventuali conflitti in campo aperto, da qui il grande numero di mezzi corazzati a disposizione, mentre la fanteria può schierare un numero limitato di uomini”.Sarebbe proprio questo il motivo principale del cambio di strategia da parte di Putin, il quale, non riuscendo a vincere le battaglie con i soldati città per città, ha deciso di bombardare in maniera indiscriminata anche i civili, nel tentativo di creare terrore e costringere gli ucraini ad arrendersi. Lo stesso sistema è stato utilizzato in Cecenia e in Georgia, Negli ultimi giorni a Kiev e in altri centri ucraini sono stati bombardati supermercati e altri obiettivi frequentati dai civili, un’escalation di violenza che sta mettendo a dura prova la popolazione indigena. Secondo il generale Jean, l’esercito russo non è organizzato per la guerriglia di quartiere. “I soldati di Putin – ha spiegato – sono stati addestrati per una eventuale guerra contro la Nato, un conflitto in campo aperto, non nei centri urbani. Non è un caso che il numero delle truppe di fanteria sia piuttosto limitato, mentre non lo è quello dei carri armati e dei mezzi corazzati in generale”.L’obiettivo della Russia è quello di occupare tutta la linea costiera affinché unisca in un solo blocco russo i territori che vanno da Odessa al Donbass, ma la strada sembra in salita per la forte resistenza degli ucraini. Ciò ha infastidito Putin che ha già rimosso dal loro incarico due comandanti dello Stato maggiore dell’esercito. Nelle ultime ore sta girando voce che la Russia starebbe utilizzando armi chimiche e biologiche, ma il generale Jean non sembra credere a questa possibilità. “Lo escluderei – ha detto – sono incontrollabili e, considerando anche i venti che spirano in Ucraina, sarebbe un autogol”. LEGGI TUTTO
Femminicidi, Nordio: “Alcune etnie hanno sensibilità diverse sulle donne”. È polemica
Il ministro della Giustizia, commentando gli ultimi fatti di cronaca, ha dichiarato: “È illusorio che l’intervento penale, che già esiste, possa risolvere la situazione. Questi fatti si radicano nell’assoluta mancanza di educazione civica e rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne”. Le opposizioni replicano, per il Pd si tratta di “parole inaccettabili e irresponsabili. I femminicidi non si fermano con il razzismo”
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlando oggi da Salerno, ha commentato gli ultimi femminicidi avvenuti in Italia in questi giorni. “È illusorio che l’intervento penale, che già esiste e deve essere mantenuto per affermare l’autorità dello Stato, possa risolvere la situazione. Purtroppo il legislatore e la magistratura possono arrivare entro certi limiti a reprimere questi fatti, che si radicano probabilmente nell’assoluta mancanza non solo di educazione civica ma anche di rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne”, ha detto il ministro Nordio. “Abbiamo fatto il possibile sia come attività preventiva per incentivare il codice rosso e accelerare i termini sia nell’aspetto repressivo – ha spiegato a margine di una iniziativa organizzata dalla Camera penale – abbiamo addirittura introdotto il reato di femminicidio che ci è costata anche qualche critica”. Per Nordio “è questione di educazione” e serve “un’attività a 360 gradi, educativa soprattutto nell’ambito delle famiglie dove si forma il software del bambino”.
Pd: “Nordio irresponsabile, femminicidi non si fermano col razzismo”
Le parole di Nordio hanno scatenato una serie di repliche da parte di esponenti politici di partiti di opposizione. I parlamentari del Pd nella Bicamerale Femminicidio, la senatrice Cecilia D’Elia, vicepresidente, l’onorevole Sara Ferrari, capogruppo dem, i senatori Filippo Sensi e Valeria Valente e le deputate Antonella Forattini e Valentina Ghio, hanno dichiarato che “non si fermano col razzismo i femminicidi. Non si fermano agitando odio etnico, come ci pare faccia irresponsabilmente il ministro Nordio. Celando la questione del maschile tossico dietro a quella etnica. Le donne italiane vengono uccise nella stragrande maggioranza da uomini italiani che non accettano di essere lasciati. Una frase irricevibile e triste, quella del titolare del dicastero della Giustizia, per la quale chiediamo una netta, chiara presa di distanza da parte del governo e un impegno urgente sul piano della prevenzione”.
Braga (Pd): “Parole Nordio inaccettabili, a quando manifesto razza?”
“Le parole di Nordio, secondo il quale alcune etnie hanno sensibilità diverse sulle donne, sono inaccettabili”, scrive in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera. “Purtroppo la maggior parte dei femminicidi viene commesso in casa da uomini che odiano le donne dicendo di amarle. Quello di Nordio è un razzismo strisciante che emerge in tutto il suo fulgore, fuori luogo e fuori tempo: a quando il manifesto della razza? Sarebbe gravissimo se la Premier Meloni non prendesse le distanze da tali affermazioni”. LEGGI TUTTOAutonomia, garantire i princìpi di solidarietà e di coesione sociale
Ascolta la versione audio dell’articolo4′ di letturaCi siamo: lunedì 20 gennaio la Corte costituzionale si riunirà per decidere sull’ammissibilità del quesito di abrogazione totale della legge Calderoli sull’autonomia differenziata, dopo che l’ufficio centrale della Corte di Cassazione aveva dato il via libera al referendum a metà dicembre. L’approvazione della legge 86 il 26 giugno 2024 ha scatenato un’epica carica che da Nord a Sud in soli 3/4 giorni ha travolto il governo con migliaia di firme. Facendo a pezzi le afone banalità della stagionata meglio gioventù leghista, rendendo assordante il silenzio fuggitivo della premier, imponendo al governo, che forse ancora non se ne rende conto fino in fondo, la ricerca di una via di uscita, che non sia l’acqua fresca di patetici Osservatori sull’autonomia. Grazie a quelle firme, la Corte Costituzionale, esaminata la legge approvata in Parlamento, con chirurgica competenza e precisione, l’ha resa quel contenitore vuoto ed informe che è oggi. La scottatura brucia, in quanto espone la maggioranza ai contraccolpi di un’immanente reciproca incompatibilità, rimasta finora nel limbo che, pur sopita, è emersa con imbarazzante, logica ed evidente prospettica concretezza.Non c’è stato verso di indurre i timonieri a disinnescare le grossolane astuzie messe in atto per attuare l’Autonomia del ministro Calderoli, che già parla di rianimare il fantasma della legge 86. Invece, una via d’uscita ci sarebbe: basterebbe procedere semplicemente sui binari fissati fin dal 2009 dalla legge 42 sul federalismo fiscale, sempre a firma Calderoli, attuando finalmente l’articolo 119 della Costituzione, garantendo i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica, avendo come obiettivo il superamento del dualismo economico del Paese. Un percorso finora disertato e che proprio Calderoli, dopo il varo della legge 86/2024, prova smaccatamente a eludere e seppellire. Nessun recupero, dunque, ma la resa al buon senso per realizzare quanto previsto dalla Costituzione nel riformato titolo V del 2001. Lasciar decadere la legge 86, seppellendo quanto partorito dal Parlamento, è nell’interesse di tutti, estimatori e oppositori dell’Autonomia, a prescindere che si arrivi o meno al referendum. La volontà civica, compresa la Suprema Corte, respinge modo e metodo e chiede chiarezza e correttezza sui contenuti. Il meccanismo della legge 86, infatti è tutt’altro che rassicurante, non solo (ed è tanto!) perché costituzionalizza di fatto il criterio della spesa storica, ma perché in aggiunta incentiva e inevitabilmente attiva l’ art. 117 comma 8 perfettamente e non casualmente complementare al 116 comma 3, finalizzato al progetto (sottaciuto) di un Grande Nord Sovrano e, per reazione uguale e contraria, a legittimare un Grande Sud Sovrano, sconvolgendo tra l’altro l’intervento straordinario dell’Unione Europea, il PNRR, sull’Italia, grande malata d’Europa.Loading…Alla causa dell’Autonomia, nel rispetto della Costituzione, non giova l’astuzia e ancor meno la prepotenza. L’auspicio è che non si vada a una riscrittura di un testo che la Consulta ha reso inservibile. Ma piuttosto si attui l’articolo 119 della Costituzione, secondo l’intento solennemente dichiarato fin dal 2009, e precisamente normato dalla legge 42: è questo il contesto appropriato per affrontare il tema delle intese per l’Autonomia differenziata. Al governo sarebbe utile arrendersi al buon senso. Al popolo referendario, ebbro di gloria per la sonora lezione impartita, va detto chiaramente che, referendum o non sulla legge 86, il problema dell’articolo 116 terzo comma della Costituzione, dove si prevede che «la legge ordinaria possa attribuire alle regioni ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata», resta. Avendo, tra l’altro, il Parlamento insipientemente accantonato nel 2024 un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare di modifica dell’art. 116. Un approccio corretto impone il rigoroso rispetto dell’articolo 119 e della sua legge di attuazione. Preziosi sono i chiarimenti della Suprema Corte, in margine alla non emendabilità e alla distinzione tra funzioni e materie oggetto di intese, per calibrare il trasferimento di sovranità che la legge 86 invece presume integralmente trasferita dallo Stato alla Regione per tutte le funzioni oggetto delle intese.Di fatto si impone la scelta tra due alternative. Da un lato il federalismo liberale alla Buchanan del 119 del Titolo V, incardinato sul principio di equità e sussidiarietà orizzontale e verticale, che contempla la funzione perequativa a scala rigidamente nazionale prevista nella legge attuativa, la 42/2009. Dall’altro, l’impianto sotteso al progetto della legge 86/2024, che veste i panni di un confederalismo competitivo, a tutela di rendite posizionali a beneficio prioritario o esclusivo dei cittadini della propria Regione Sovrana. La Suprema Corte ha si impedito che a ciò arrivasse ineluttabilmente la legge 86 approvata dal Parlamento nazionale. Ma ciò non garantisce che prevalga l’alternativa di una corretta attuazione della 42/2009 e che l’autonomia non pregiudichi l’unità del Paese diviso tra un Grande Nord Sovrano e l’avventura di un Grande Sud Sovrano. Con chi dialogherebbe allora l’UE? Con l’Italia dell’articolo 1 della Costituzione o con l’Italia una e trina divisa in Macroaree sovrane?*Presidente Svimez LEGGI TUTTO
Incidente nel cantiere della metro a Napoli, un morto e due feriti
Gli operai sarebbero stati travolti dal cedimento del terreno durante i lavori per la nuova metro tra Capodichino e Poggioreale.Incidente nel cantiere della metro a Napoli – Nanopress.itI feriti sono un uomo di 54 anni, ricoverato al Cardarelli di Napoli in codice rosso, e un uomo di 59 anni. Un terzo operaio risulta tuttora disperso. Incidente nel cantiere della metro a NapoliUn incidente sul lavoro si è verificato in un cantiere della metropolitana di Napoli in zona Capodichino: secondo le prime informazioni un operaio sarebbe morto, un altro disperso e due sarebbero feriti. Entrambi sono ricoverati in ospedale in codice rosso. Gli operai sarebbero stati travolti dal cedimento del terreno durante i lavori per la nuova metropolitana tra Capodichino e Poggioreale. Sul posto la polizia e i vigili del fuoco.Notizia in aggiornamento. LEGGI TUTTO
Manifesto di Ventotene, in Senato ancora scontro sulle parole di Meloni
Nel suo intervento di ieri alla Camera sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio ha citato alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene dicendo: “Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia”. In Aula è scoppiata la bagarre fra urla e fischi e la seduta è stata sospesa più volte. Anche oggi a Palazzo Madama parole dure dalle opposizioni: “Quello che è accaduto ieri è grave per la democrazia e per l’Europa”
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Non si placa la polemica scoppiata lunedì nell’Aula della Camera, dove la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo aver citato alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene ha detto: “Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia”. Lo scontro è proseguito anche oggi al Senato, con le opposizioni che hanno attaccato duramente la premier. “Ho fatto arrabbiare? Ho letto un testo… non capisco cosa ci sia di offensivo”, aveva replicato ieri sera Meloni dopo che a Montecitorio si era scatenata una bagarre che si è divisa fra urla e fischi dell’opposizione e applausi della maggioranza. “Un testo si può distribuire ma non leggere? È un simbolo? Non l’ho distorto, l’ho letto. Ma non per quel che il testo diceva 80 anni fa ma perché è stato distribuito sabato scorso. Un testo che 80 anni fa aveva la sua contestualità se tu lo distribuisci oggi devo leggerlo e chiederlo se è quello in cui credi”, ha rincarato la premier arrivando a Bruxelles per il Consiglio europeo. E dalla capitale belga, interpellata in conferenza stampa, è intervenuta anche la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola secondo cui il Manifesto di Ventotene “è un pezzo di storia, vi sono le prime tracce dell’idea di un’Europa federale. L’Europa è stata costruita sulle spalle di molti giganti, compresi italiani. Ieri ho discusso con Meloni solo di questioni di oggi, non voglio certo mettere in discussione il suo impegno europeo, quello che posso dire è che che se vediamo al modo in cui l’Europa si è sviluppata l’Italia è sempre stata al centro”.
Proteste al Senato
Oggi al Senato la prima a intervenire a inizio seduta è stata Raffaella Paita (IV): “Quello che è accaduto ieri è grave per la democrazia e per l’Europa – ha detto tra le urla e le proteste dei parlamentari della destra – estrapolare frasi da un manifesto scritto da eroi al confino penso che sia vergognoso. Quanto avvenuto ieri disonora il paese e non rende giustizia all’Europa e alla Resistenza antifascista. È una brutta pagina”. Critici anche gli interventi di Tino Magni (Avs) e Dario Parrini (Pd), mentre da parte dei senatori dei centrodestra si sono alzate grida di protesta. Quanto avvenuto ieri, incalza Paita, “testimonia qualcosa di recondito nei vostri pensieri” della quale “non vi siete ancora liberati”. “Attaccare il Manifesto di Ventotene – interviene il senatore di Avs Tino Magni – vuol dire rinnegare la storia e le fondamenta della Repubblica”. “Il Presidente della Repubblica Mattarella – ricorda Dario Parrini mentre dai banchi del centrodestra infuria la protesta – è andato a Ventotene a portare un fiore” a chi “è stato al confino” per difendere la libertà e quello che è il fondamento della nostra Costituzione”. Anche il capogruppo del M5S Stefano Patuanelli contesta le parole di Meloni osservando come la polemica “sia servita a sviare le divisioni nella maggioranza” con la Lega che ha invitato a non votare il piano di von der Leyen.
L’intervento di Meloni
Ieri in chiusura del suo intervento di replica alla Camera sulle comunicazioni in vista del vertice di Bruxelles, Meloni ha letto alcuni passaggi del testo scritto nel 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, con il contributo di Eugenio Colorni, confinati dal regime fascista sull’isola pontina. L’Aula esplode fra le urla della maggioranza e le proteste delle opposizioni, la seduta viene sospesa più volte, e la polemica va avanti anche alla ripresa dei lavori, mentre Meloni è in volo per Bruxelles. “Giudicate voi”, ha scritto Meloni sui social postando il video dell’intervento, in cui accusa chi ha richiamato il Manifesto di Ventotene in questi giorni, anche nella manifestazione di Roma di sabato scorso, di “non averlo mai letto”. Cita alcuni stralci, appuntati su un foglio preparato dal suo staff a dibattito in corso: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”; “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”; “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente”. Parole con cui, sostengono i meloniani, la leader ha fatto “cadere il Muro di Berlino anche in Italia”. LEGGI TUTTO
POLITICA
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