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    Le Borse di oggi, 19 aprile 2021. Mercati cauti dopo i record di Wall Street. Parte il nuovo Btp Futura

    MILANO – Ore 11. I dati sulla ripresa cinese ed americana offuscano il record settimanale di contagi da coronavirus, almeno per quel che si vede sui mercati finanziari con le azioni asiatiche che hanno seguito i rialzi di Wall Street dell’ultima seduta, durante la quale gli indici hanno scalato nuove vette grazie alle trimestrali superiori alle attese

    L’avvio dei mercati in Europa è improntato alla cautela ma in miglioramento: Milano è in frazionale ribasso a metà mattina. Le altre procedono contrastate: Londra aggiunge lo 0,2%, Francoforte cede lo 0,1% e Parigi sale dello 0,2%. A Piazza Affari si registra il calo di Cnh sul quale influiscono lo stacco della cedola e lo stop alle trattative con i cinesi di Faw per la vendita di Iveco. Strappa al rialzo la Juventus sull’ipotesi di Superlega che sta spaccando il mondo del calcio. Contrastati anche i future su Wall Street, mentre Tokyo ha chiuso poco mossa con un +0,01 per cento.

    Cina e Usa guidano i ruggenti anni ’20 dell’economia globale

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    Francesco Guerrera

    19 Aprile 2021

    L’euro apre in lieve flessione la settimana ma restando sopra quota 1,19 dollari. La valuta unica passa di mano a 1,1964 dollari, contro 1,1981 dollari di venerdì in chiusura. Euro/yen a 129,85 yen e dollaro/yen a 108,50. La sterlina passa di mano a 0,8634 sull’euro, mentre sul dollaro è a quota 1,3861.

    Lo spread tra Btp e Bund è stabile poco sopra 100 punti base. Il Tesoro fa partire oggi il collocamento del nuovo Btp Futura. Arrivato alla terza edizione, vede una durata più lunga (16 anni) e presenta cedole nominali semestrali calcolate sulla base di tassi prefissati e crescenti nel tempo (il cosiddetto meccanismo step-up). Il codice ISIN del titolo durante il periodo di collocamento è IT0005442089. L’eventuale chiusura anticipata non potrà avvenire prima di mercoledì 21 aprile, garantendo dunque al risparmiatore almeno tre intere giornate di collocamento.

    Dal Giappone si è registrato il balzo superiore alle attese delle esportazioni di marzo: sono cresciute del 16,1% su base annua, un dato legato principalmente al fatto che a marzo 2020 il commercio internazionale era bloccato dalla pandemia. Tuttavia, l’entità dell’aumento è significativamente superiore alle aspettative del consenso degli analisti di Bloomberg (+11,4%).

    A registrare le maggiori preoccupazioni per la crescita della pandemia in Paesi quali India e Brasile è il petrolio, che si muove al ritmo della ripresa globale:  dopo la corsa delle ultime sedute sulla scia di una sequenza di buoni indicatori economici, oggi il greggio Wti passa di mano a 63,06 (63,17 venerdì sera a New York). Il Brent cede lo 0,1% a 66,64 dollari al barile. Sempre tra le materie prime, le quotazioni dell’oro sono stabili sui mercati asiatici in avvio di settimana. Il lingotto con consegna immediata passa di mano a 1.776 dollari l’oncia con una variazione positiva dello 0,1%. LEGGI TUTTO

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    Svizzera, l'ultima frontiera del riciclaggio sono gli orologi di lusso

    LUGANO – Che orologio portava al polso Tony Soprano, indimenticato protagonista della serie televisiva “I Soprano’s”? Ma, evidentemente, un Rolex Day-Date Presidente in oro massiccio, del costo di 12 mila 790 dollari. Un bel Rolex, acciaio e oro, ce l’aveva, pure, la moglie di Tony Soprano, Carmela, mentre tra i membri influenti della famiglia mafiosa troviamo altre marche di lusso quali Cartier, Patek Philippe e Audemars Piguet.

    Tutto questo per ribadire che, alla criminalità organizzata, piacciono gli oggetti di lusso. Lo stesso Matteo Messina Denaro, in una delle rare foto che lo ritraggono, indossa un Rolex. Ma c’è di più. Secondo gli investigatori del FIOD, Fiscale Inlichtingen en Opsporingsdienst, equivalente olandese della Guardia di Finanza, con gli orologi di pregio la criminalità organizzata ha trovato un modo per riciclare denaro e spostare liquidità.

    “Gli orologi- ha confermato Thomas Bosch, il comandante del FIOD -sono molto popolari nei circoli malavitosi e, oltre a costituire uno status symbol, vengono impiegati per pagare dei servizi criminali”. In sostanza il meccanismo è il seguente: un tale acquista in una gioielleria un orologio con denaro “sporco”, così lo ripulisce e dell’origine di quei soldi si perdono le tracce. “Già da anni- spiega a Repubblica Paolo Bernasconi, padre della legge svizzera anti-riciclaggio -questo fatto rappresenta una preoccupazione anche da parte del GAFI, l’agenzia specializzata contro il riciclaggio dell’OCSE. Infatti, proprio per questo motivo, anche le transazioni delle gioiellerie sono state indicate fra quelle a rischio”.

    Ad esempio in Svizzera, la patria per antonomasia degli orologi, Paese a più riprese confrontato, nella sua storia recente, con indagini sull’origine dubbia di molti capitali, le gioiellerie sono sottoposte alle regole anti-riciclaggio per gli acquisti superiori ai 100 mila franchi, circa 95 mila euro. “Naturalmente- spiega Bernasconi – basta effettuare acquisti in gioiellerie svizzere diverse, per aggirare le norme anti-riciclaggio”. Insomma, degli ipotetici Soprano’s, partendo da Lugano, potrebbero far sosta, prima a Lucerna poi a Zurigo, facendo il pieno di Rolex, Cartier, Audermars Piguet e Patek Philippe, senza lasciare tracce del loro passaggio. LEGGI TUTTO

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    Come prepararsi al calcio via streaming: una buona connessione internet

    Problemi col tuo operatore? Scrivi a:esperto.telefonia@repubblica.it

    Sì, l’assemblea che riunisce le società del campionato, dopo mesi di discussioni e spaccature, ha deciso di affidare i diritti televisivi delle partite per il triennio 2021/2024 all’operatore streaming Dazn (con Tim), che quindi avrà la possibilità di trasmettere tutte e 10 le partite di ogni giornata, di cui 7 in esclusiva. A Sky, partner della Serie A da 18 anni, potrebbe andare il secondo pacchetto: tre partite in co-esclusiva.

    Vedere il calcio in diretta su streaming richiede una buona connessione banda ultralarga. Gli esperti sono concordi nel ritenere che ci sono tre livelli di complessità nelle applicazioni streaming: film, calcio in diretta e gioco online. Livelli crescenti. I film non sono in diretta, è meno difficile garantire una qualità finale. Il calcio, come tutti gli spettacoli in diretta, soffrirebbero tantissimo di ritardi o persino blocchi anche di una manciata di secondi. Il gioco online è la sfida più estrema perché anche un ritardo minimo sui tuoi avversari, per una connessione scadente, ti penalizza nella partita. E se un server non riesce a dare buone prestazioni di banda, i rallentamenti che ne seguirebbe renderebbero il tutto ingiocabile.

    Con il calcio ora ci sono due incognite da considerare. La qualità della rete su cui Dazn (anche con il partner Tim) offrirà il servizio. E la qualità della connessione dell’utente. La prima sarà una sfida che Dazn affronterà nei prossimi mesi. Per la seconda si pone invece l’utente, che dovrà sperare di essere coperto da una connessione di sufficiente qualità e quindi abbonarvisi (se non l’ha già fatto).

    La buona notizia è che secondo dichiarazioni di operatori di streaming e diversi test tecnici basta una connessione con 7-10 Mbps reali per vedere uno streaming HD.

    Sarebbe meglio avere almeno il doppio, in verità, perché 7-10 è il limite; dovremo chiedere ad altri familiari di non usare internet (o andare su un’altra rete, ad esempio mobile togliendo il Wi-Fi) mentre vediamo la partita.

    Ebbene, circa il 90% della popolazione può aspirare a 7-10 Mbps, che è quando offerto da un’Adsl 20 Mbps di livello decente (dove i doppini non sono troppo lunghi; si può porre un problema in campagna).

    Per stare tranquilli abbiamo bisogno di 20-30 Mbps reali e quindi di una connessione banda ultra larga con fibra fino all’armadio, fixed wireless 30 Mbps (antenna allacciata in fibra ottica) o, il top, fibra fino all’appartamento.

    Possiamo verificare dal sito https://geo.agcom.it/agcomapps/BB4/BB4_BBvoucherTutti_app9_2.0/ se la nostra casa è coperta da almeno 30 Mbps, cosa che per altro ci dà diritto a un voucher (sconto), per ora solo per Isee fino a 20mila euro.

    Facciamo un giro tra i siti degli operatori (Tim, Vodafone, Wind 3, Fastweb, Tiscali…) per vedere quanta velocità ci danno; ora fanno anche stime su quella reale per il nostro indirizzo civico.

    Se non siamo soddisfatti, proviamo anche uno fixed wireless access (Linkem, Eolo).

    Non basta: bisogna anche dotare la casa di una buona rete Wi-Fi, assicurandoci che la tv sia collegata senza eccessive interferenze o degradazione del segnale. Serve un buon router e forse ripetitori. Ma questo è un tema che richiederebbe una guida a parte. Chi non trova soluzioni si riduce a cablare un cavo ethernet dalla tv al router. LEGGI TUTTO

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    Il fondo attivista Tci scrive a Mario Draghi: “Non faccia interferenze politiche sulla vendita di Aspi”

    MILANO – Il fondo attivista Tci, azionista di Atlantia con una quota prossima al 10%, torna alla carica sul dossier di vendita di Aspi, la controllata che gestisce la Autostrade per l’Italia e su cui il governo cerca una faticosa negoziazione dopo la tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova, il 14 agosto 2018. L’investitore britannico ha scritto al governo chiedendo che non metta “alcuna pressione su Atlantia per chiudere una trattativa”, e lasciandole “il tempo necessario” per considerare la recente offerta giunta dal gruppo spagnolo Acs, che, in caso si concretizzasse, le indiscrezioni vedono mettere sul piatto fino a 10 miliardi per l’attività. La missiva, visionata da alcune agenzie di stampa, è indirizzata al premier Mario Draghi e ai ministri dell’Economia e delle Infrastrutture, e per conoscenza alla Commissione Ue, e fa riferimento a una precedente lettera inviata dal ministero delle infrastrutture ad Atlantia, con cui secondo Tci “il governo italiano sta esercitando una interferenza politica”.

    Le accuse sono centrate sul Pef, il nuovo piano di investimenti

    La lettera, firmata dal fondatore e ad del fondo, Christopher Hohn, fa notare che l’offerta di Acs per acquistare una quota rilevante di Aspi è “significativamente più ampia di quella fatta dal consorzio guidato dalla Cassa depositi e prestiti”. E si aggiunge: “La valutazione dell’offerta di Acs dovrebbe essere fatta dal cda di Atlantia, indipendentemente e liberamente da ogni interferenza politica. Secondo l’aggressivo gestore londinese, “il governo italiano non dovrebbe mettere alcuna pressione su Atlantia per chiudere una transazione”. Proprio il (precedente) governo italiano, come rammenta il fondatore di Tci, nel luglio 2020 chiese che la transazione “venisse condotta nel quadro di giuste condizioni di mercato”.

    Il 5 aprile scorso il ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha scritto alla società controllata dalla famiglia Benetton chiedendole “di accettare prontamente di vendere l’88% in Aspi al consorzio formato da Cdp” insieme ai due fondi Blackstone e Maquarie, che hanno perfezionato un’offerta da 9,1 miliardi. Secondo Tci in quella missiva il ministero evidenzia che il “Pef”, il piano economico-finanziario che regola gli investimenti sulla rete a pedaggio in concessione, non può essere approvato senza il consenso dell’Avvocatura dello Stato, che per il ministero dipendere ampliamente dalla conclusione della transazione in fieri da qualche mese con la cordata Cdp. “La vendita di Aspi non può essere soggetta all’approvazione di questo quadro regolatorio”, accusa ora Tci, che vede in questa missiva un’interferenza. “E’ una lampante violazione del principio di libero movimento dei capitali – aggiunge Hohn -. Pensiamo che una più alta valutazione di Aspi, insieme alla possibilità per Cdp di unire le forze con Acs, potrà essere considerata positivamente dal governo, da Atlantia e dai suoi azionisti, compresi quelli di minoranza”.

    In settimana il cda Atlantia per preparare l’assemblea decisiva

    Pochi giorni fa il cda di Atlantia ha sottoposto al consorzio guidato dall’istituto di promozione nazionale (la Cdp) “richieste di miglioramento”: ma a oggi non ci sono evidenze che l’offerta possa cambiare. Atlantia venerdì ha comunque rinviato il dossier a un prossimo cda, da tenere entro venerdì 23 aprile, per poter mettere a punto la relazione illustrativa per l’assemblea dei suoi soci, chiamati a valutare l’offerta di Cdp nella convocazione ordinaria attesa verso la fine di maggio, per dare l’indicazione decisiva al cda e chiudere la querelle. LEGGI TUTTO

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    Il maxi deficit italiano e il timore di pressioni sui mercati. “Ma la spinta alla crescita conta di più”

    MILANO – Il numero che più è risuonato nelle sale delle banche d’affari all’approvazione del Def italiano è stato quell’11,8% di deficit/Pil previsto per quest’anno, dal precedente target fissato al 7 per cento. Un incremento dettato dalla necessità di dare ancora una forte risposta alla crisi pandemica, quindi supporto economico a famiglie e imprese, e di iniziare a scaricare a terra i progetti che dovranno consentire all’Italia di prendere il treno del Recovery plan e mettersi sui binari di una crescita sostenibile e duratura. Non a caso, a stretto giro è arrivato anche il programma di riaperture sul quale Palazzo Chigi scommette per spegnere i rischi legati al crescente disagio sociale. 

    Una svolta nelle decisioni che non è sfuggita alla comunità finanziaria nternazionale, tanto che Bloomberg – autorevole agenzia d’informazione finanziaria americana – ha aperto la sua edizione online del sabato dicendo che Draghi si gioca tutto con il maggior piano di stimolo fiscale dell’Eurozona, azionando quella leva che invocava quando era alla presidenza della Bce, ma non poteva toccare (e, d’altra parte, già aveva mosso come mai prima quella monetaria).

    La banca internazionale Hsbc ha subito rimarcato come l’innalzamento dell’indebitamento atteso sia largamente dovuto ai due pacchetti dei Sostegni: il primo, già licenziato con i 32 miliardi di dote ereditati dal governo Conte, ha pesato per l’1,8% del Pil, il secondo da 40 arriva al 2,5%. Con un debito proiettato al 159,8% del Pil, l’Italia resta osservato speciale dei mercati. E non a caso Hsbc scrive nella sua nota che la revisione del deficit all’insù è arrivata come una sorpresa. Nonostate fosse previsto il nuovo pacchetto di stimoli, il rimbalzo del Pil per almeno il 4% quest’anno e un beneficio positivo dai conti meno disastrati delle attese nel 2020 lasciavano presagire una cifra diversa.

    Un “debito buono” da 200 miliardi per portare l’Italia fuori dalla crisi

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    Roberto Petrini

    17 Aprile 2021

    Stando così le cose, l’Italia si troverà da sola nel 2021 con un deficit/Pil in doppia cifra, contro il 9% atteso dalla Francia e la Spagna che non sembra intenzionata a discostarsi troppo dall’ultima previsione del 7,7%. Per la banca anglo-asiatica, questa situazione “potrebbe sollevare qualche preoccupazione tra le autorità europee, le agenzie di rating e gli investitori, considerando il debito molto alto. E un peggioramento della situazione pandemica potrebbe portare a un deficit ancora più alto”.

    “L’aumento del deficit atteso per il 2021 è futto di una scelta del governo di adottare maggiori misure a supporto dell’economia”, ragiona però Luca Cazzulani, Co-Head of Strategy Research in Unicredit. “E’ vero che l’ammontare di emissioni che adesso il mercato si attende inizia ad essere rilevante, vi sono preoccupazioni che la maggiore offerta in arrivo sul mercato possa pesare sui prezzi” delle obbligazioni in via di emissione, quindi far risalire i rendimenti. “Ma la leva fiscale è importante per consentire di conseguire una maggiore crescita: è quest’ultima il fattore fondamentale per tenere sotto controllo le variabili di finanza pubblica. E l’alternativa era non usare la leva fiscale lasciando l’economia abbandonata a se stessa. Il punto chiave a cui prestare attenzione sarà se la spesa di questo extra-deficit verrà usata in modo efficace, non in bonus fini a se stessi ma misure per la crescita”. E’ l’ormai famoso concetto del “debito buono”.

    Bini Smaghi: “Il debito sarà “buono” solo se sapremo fare le riforme”

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    Roberto Petrini

    17 Aprile 2021

    Sui mercati, Hsbc vede in arrivo “maggiore pressione” sul funding, ovvero l’approvvigionamento del Tesoro attraverso l’emissione di debito. Fare più debito, spiega Cazzulani, ma comunque ai tassi molto bassi che si colgono ora, “non è un problema se ti garantisce un buon livello di crescita. Per questo non condivido le preoccupazioni: l’alternativa era non fare deficit ma lasciare l’economia abbandonata a se stessa. Il fattore determinante sarà la spesa efficace di questo extra-deficit, non in bonus fini a se stessi ma misure per la crescita”.

    Nella lettura della banca inglese, potrebbe crescere la difficoltà per la Bce di assorbire le nuove emissioni che l’Italia dovrà organizzare per finanziare i programmi di spesa aggiuntivi, anche in considerazione del fatto che si avvicina la deadline del marzo 2022 oltre la quale il programma pandemico dell’Eurotower dovrebbe andare a chiudersi. “Effettivamente il programma della Bce viene portato avanti in linea con le quote capitali dei Paesi nella Banca centrale (17% per l’Italia, ndr). Quindi, se l’Italia dovrà ricorrere più di tutti alle emssioni, la Bce non potrà regolare in proporzione i suoi acquisti”, dice Cazzulani. Per il quale l’arrivo della Commissione Ue in modo massiccio sul mercato (da luglio lancerà le emissioni per finanziare gli 800 miliardi di programma del Recovery, 150 miliardi all’anno) non rappresenta un rischio di concorrenza, in particolare per i titoli tedeschi che sono dello stesso livello di rating: “Le cifre comunicate sono quelle attese dal mercato, Bruxelles diventerà un attore importante ma gli operatori l’hanno già metabolizzato”. LEGGI TUTTO

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    Il lato oscuro dello smart working. Uffici (e affari) ristretti possono mandare in crisi società immobiliari, banche e Pil

    Voi ve ne state a lavorare da casa in pantofole e le banche saltano e l’economia precipita. Fra gli effetti a lunga scadenza della diffusione dello smart working, questo non è il primo che salta in mente, ma, se ritenete “La Fuga dall’Ufficio e il Grande Crash” solo un improbabile scenario catastrofico, sappiate che al Fondo monetario internazionale se ne stanno preoccupando seriamente. Per dire in due parole come la vedono: il mondo era già superindebitato prima del Covid, con il Covid lo è diventato due volte di più, l’ultima cosa di cui le banche erano bisogno è un torrente di nuovi debiti ballerini, questa volta dalle grandi immobiliari. Ma questo è esattamente quello che potrebbe avvenire: tutti gli ingredienti della ricetta letale sono sul tavolo.

    Lo smart working ha tutta l’aria di esser qui per durare. Negli Usa, ormai, vaccinano 3 milioni di persone al giorno, ma solo un quarto dei lavoratori, nelle maggiori aree urbane, è tornato a lavorare in ufficio. In Italia, al picco della scorsa primavera, i lavoratori in smart working erano 4,4 milioni, ma in Germania calcolano che più di un lavoratore su due potrebbe lavorare da casa. Per l’Italia significherebbe 12 milioni di persone lontane dall’ufficio. Queste modifiche del costume quotidiano non sono solo materia di articoli di giornale, hanno ricadute concrete. A Londra, una grande banca come Hsbc ha annunciato una riduzione del suo spazio per ufficio del 40 per cento. Idem JPMorgan Chase a New York. In tutti gli Stati Uniti, la riduzione media supera il 16 per cento. Il risultato è che il mercato è fermo: a Manhattan le transazioni (contratti di vendita o di affitto) nell’edilizia non residenziale sono scese del 25 per cento. In Europa il colpo è stato anche più forte. Nell’ultimo trimestre del 2020, le transazioni per uffici, in Europa, risultano inferiori del 60 per cento, rispetto ad un anno prima e anche per l’altro grande comparto – i negozi – la discesa è del 40 per cento.

    Girano, insomma, sempre meno soldi. A Londra, i redditi da edilizia non residenziale risultano ridotti del 15 per cento, a Roma dell’8 per cento, riferiscono gli addetti del settore. I profeti meno sfegatati dello smart working valutano che, alla fine, si andrà in ufficio, in media, tre giorni a settimana. Ma anche una smart week così ridotta, hanno calcolato gli analisti di Fitch, una delle grandi agenzie di rating, comporta una riduzione dei profitti delle grandi società immobiliari del 30 per cento. Il mercato ha preso nota: le quotazioni in borsa delle grandi immobiliari americane, in un momento di grande effervescenza a Wall Street, sono in calo del 25-30 per cento.

    Notizie bruttissime per chi ha loro prestato i soldi da investire. Come una famiglia, abitualmente, fa un mutuo per comprare casa, così le immobiliari fanno debiti – alla grande – per costruire i loro palazzi per uffici o negozi. E questi debiti sono parte cospicua del portafoglio crediti di banche, assicurazioni, fondi pensione. Che già si muovevano, da dieci anni a questa parte, su un terreno scivoloso. A livello globale, i debiti delle aziende erano cresciuti, negli anni dalla crisi finanziaria del 2010 fino al 2019, fino ad arrrivare ad un livello pari al 91 per cento del Pil mondiale. Un anno di pandemia e di lockdown ha aggiunto altri 11 punti, portandoli oltre il 100 per cento del Pil. Una crisi del settore, tradizionalmente assai esposto, dell’edilizia non residenziale potrebbe porre, dunque, seri problemi di stabilità finanziaria a istituti di credito già alle prese, via pandemia, con volumi crescenti di sofferenze e prestiti inesigibili.

    Al Fondo monetario hanno provato a calcolare l’effetto complessivo sull’economia di una caduta in Borsa delle grandi immobiliari. Una discesa anche solo di mezzo punto dei loro valori di borsa, rispetto al trend storico e a quanto suggerirebbero i fondamentali, mette a rischio, nel giro di qualche anno, fino a due punti di Pil. E la loro capitalizzazione di Borsa è direttamente legata alla quantità di spazio che non riescono ad affittare. In cinque anni, quel valore può scendere anche del 15 per cento, rispetto al trend atteso, se la quantità di metri quadri inoccupati aumenta del 5 per cento. LEGGI TUTTO

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    Crollo del Pil e spese per rispondere alla crisi. Verso il record di distanza tra il peso del debito italiano e quello tedesco

    Gli autori della nota sono Matilde Casamonti e Giulio Gottardo

    La crisi economica causata dalla pandemia ha provocato cadute del Pil senza precedenti.[2] Per fornire sostegno alle attività più colpite e sostenere la ripresa, i governi hanno reagito incrementando i deficit pubblici che, tra misure discrezionali e stabilizzatori automatici, hanno raggiunto i livelli più alti dalla Seconda Guerra mondiale.[3] Le politiche fiscali dei vari paesi non sono state omogenee. Concentrandosi sulle principali economie avanzate, nel 2020 i rapporti deficit/Pil erano compresi tra valori relativamente contenuti, come il 4,2 per cento della Germania, e livelli davvero inediti, come il 15,8 per cento degli Stati Uniti. Queste differenze non sono completamente riconducibili alla diversa gravità della crisi economica. Per esempio, a fronte di una caduta del Pil reale di quasi 5 punti, la Germania ha reagito con un’espansione fiscale del 5,5 per cento del Pil, il Giappone del 9,1 per cento (Fig .1).[4] LEGGI TUTTO

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    Emissioni elettromagnetiche, maggioranza in pressing sul Governo per alzare i limiti

    Problemi col tuo operatore? Scrivi a esperto.telefonia@repubblica.it

    Maggioranza in pressing sul Governo per alzare i limiti delle onde elettromagnetiche, adeguandoli così al resto d’Europa e favorire uno sviluppo del 5G italiano, ampio e sostenibile. Gli attuali limiti italiani sono ben dieci volte più bassi, penalizzando la costruzione della rete e al tempo stesso obbligando gli operatori ad aumentare il numero di antenne.

    L’ultimo round si è consumato questa settimana, quando Enza Bruno Bossio – che porta avanti questi temi per il Pd – ha sfruttato l’audizione del ministro all’innovazione Vittorio Colao per spingerlo a valutare il problema. La questione è bipartisan, perché a fine a marzo la Commissione Trasporti Tlc della Camera ha approvato un parere che impegna il Governo a diversi interventi sul Pnrr, tra cui appunto portare i limiti elettromagnetici italiani al livello europeo. Relatori del parere la stessa Bossio e Paolo Ficara (M5s). “La Lega è d’accordo nel valutare innalzamento dei limiti”, aggiunge a Repubblica Massimiliano Capitanio, che segue questi temi per il partito.

    Sindaci contro il 5G, l’Antitrust fa un assist al Governo. Ma si va verso lo scontro d’autunno

    Alessandro Longo

    20 Agosto 2020

    Colao ha mostrato una prima piccola apertura, pur moderando le parole. Il tema – com’è noto – è impopolare. “Per scongiurare l’aumento di 10 volte dei limiti italiani sulle emissioni elettromagnetiche approvate in Commissione parlamentare, Alleanza Italiana Stop 5G promuove lo sciopero della fame. Hanno già aderito cittadini, attivisti, politici, sindaci, medici e tecnici. Raccolte 62.000 firme”, si legge in una nota diffusa da Alleanza Italiana Stop 5G qualche giorno fa.

    “Bisogna garantire il numero possibile di antenne e la salute, la tranquillità cittadini”, ha risposto Colao in audizione. “Sappiamo che il 5G richiede molte più antenne, serve bilanciamento (tra interessi, ndr)”, ha continuato Colao, che in quanto ex amministratore delegato di Vodafone conosce bene la situazione. Infine, l’apertura, con parole misurate: “La scienza qui parla e si valuteranno, se si dovranno valutare, le evidenze scientifiche”.

    Il problema dei Comuni “senza campo”: la battaglia per estendere la rete mobile

    Alessandro Longo

    22 Settembre 2020

    Evidenze che hanno finora smentito un rischio concreto connesso alle antenne radiomobili (incluse quelle delle frequenze usate dal 5G), nonostante le migliaia di studi fatti.

    Infine, anche l’Antitrust si è schierato a favore di questa tesi, a fine marzo, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri con proposte legate alla Legge Annuale per Il Mercato e la Concorrenza. L’Authority chiede di verificare la validità di questi limti che “appaiono essere estremamente ridotti rispetto a quelli raccomandati in sede europea” costituendo “una barriera all’entrata e all’espansione di nuovi operatori e di nuovi servizi”.

    Dall’altra parte della barricata, ormai, a parte i comitati e associazioni di cittadini anti-5G, sembra esserci solo Fratelli D’Italia. O almeno così risulta dalle parole del suo esponente Marco Silvestroni, durante l’audizione a Colao: “Sulle onde elettromagnetiche nei corridoi all’interno della maggioranza si rincorrono opinioni in libertà”, ha detto, aggiungendo che l’aumento dei limiti “per noi non è priorità”; pur chiedendo anche lui, come la maggioranza e come annunciato dallo stesso Colao in un futuro decreto, semplificazioni agli operatori per l’installazione di reti fisse e mobili. LEGGI TUTTO