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    Servono investimenti per la ripartenza. Ma le imprese sono pessimiste: secondo la Bei li taglieranno

    ROMA – Servono gli investimenti per superare la crisi innestata dal Covid 19. Eppure il 41 per cento delle imprese italiane investirà meno di quanto aveva preventivato prima che il Covid 19 apparisse all’orizzonte. Chi lo farà metterà soldi soprattutto nel digitale, innovando così la struttura aziendale. Nella convinzione, soprattutto nel settore manifatturiero, che la risposta al virus non può che arrivare dall’innovazione tecnologica. Quella che in fondo in questi mesi ha salvato tante piccole e medie aziende dal fallimento.Un quadro d’insieme che è emerso dalla tradizionale indagine della Banca europea degli investimenti, la Bei, che ha analizzato il futuro andamento degli investimenti a livello europeo e di singolo Paese. Che un rallentamento fosse all’orizzonte era nell’aria, anche se ciò che fa da volano per uscire dalla crisi sono proprio gli investimenti. Il fatto positivo è che le aziende italiane hanno deciso di innovarsi in un mondo dove il Covid 19 ha ucciso molte certezze. Tant’è che l’incertezza secondo l’analisi della Bei è uno dei maggiori ostacoli agli investimenti delle imprese, tanto da rappresentare un limite per il 96% di quelle italiane. “L’indagine della Bei dimostra che prima dell’epidemia di Covid le imprese italiane stavano investendo nella giusta direzione, con una spesa per l’innovazione superiore a quella della media dell’Ue. Ora la pandemia sta frenando gli investimenti e rischia di compromettere la nostra capacità di affrontare le sfide del XXI secolo – dichiara Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei – c’è dunque bisogno di un’azione congiunta a livello europeo per superare l’incertezza in quanto fattore che condiziona le società italiane più di quelle di altri Paesi. È necessario investire ora e guardare oltre la ripresa in un’ottica di transizione climatica e digitale. Il Gruppo Bei è uno dei maggiori investitori europei nel campo dell’innovazione e rappresenta inoltre la ‘banca dell’UE per il clima’. Di conseguenza è in grado di assumere un ruolo importante in relazione a queste sfide e al sostegno necessario per far decollare gli investimenti.” 
    Prevale il pessimismo
    L’indagine mostra come, con il 50% delle imprese che intendono ridimensionare i propri piani di investimento in risposta alla pandemia di coronavirus, il settore manifatturiero sia quello maggiormente interessato dal calo degli investimenti. Le imprese italiane, scrive la Bei, si caratterizzano per un’impronta pessimistica delle previsioni a breve termine in relazione alla maggior parte degli aspetti toccati dal sondaggio. In Italia le imprese che si aspettano un deterioramento del contesto politico-regolamentare, del clima economico, delle prospettive di business e della disponibilità di finanziamenti interni nei prossimi dodici mesi sono più numerose rispetto a che al contrario si attendono un miglioramento. Tuttavia, a differenza della sensazione generale a livello europeo, la percentuale di imprese italiane secondo cui la disponibilità di finanziamenti esterni è destinata a migliorare è superiore del 21% rispetto a quella delle analoghe realtà che si attendono invece un peggioramento in questo senso (contro una media negativa dell’Ue pari a -2%). Con ogni probabilità il dato italiano tiene conto degli effetti delle politiche economiche attuate. Infine, per quanto attiene gli ostacoli agli investimenti a lungo termine, quasi il 96% delle imprese italiane intervistate vede l’incertezza sul futuro come un importante impedimento. La percentuale di imprese che si pronunciano in questo senso è aumentata rispetto alla precedente edizione dell’indagine ed è anche leggermente più elevata rispetto alla media dell’Ue, pari all’81%. L’incertezza si sa fa male al mercato, alle imprese, ma anche ai lavoratori che sono sempre più precari, dunque incerti sul futuro. 
    Nel digitale la salvezza
    I risultati dell’indagine indicano che oltre due terzi (67%) delle imprese italiane hanno introdotto, in tutto o in parte, almeno una delle diverse tecnologie digitali menzionate nel sondaggio. Da questo punto di vista si è quindi registrato un aumento della percentuale rispetto alla precedente edizione dell’indagine, che aveva fatto registrare un 58%. Inoltre il 45% delle imprese italiane si aspetta un incremento nell’utilizzo delle tecnologie digitali nel futuro post Covid-19. L’indagine rivela che sono soprattutto le grandi imprese a pronosticare un maggior ricorso alle tecnologie digitali (52% contro il 40% delle Pmi). Peccato però che l’Italia ha un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese. Ecco perché prevale il pessimismo. L’Italia innova. Un altro elemento interessante è che nel 2019 le imprese italiane hanno dato prova di innovatività. Il 49% ha infatti sviluppato o introdotto nuovi prodotti, procedure o servizi, e l’11% ha dichiarato che tali innovazioni prima non esistevano a livello nazionale o mondiale. Nel complesso, sono percentualmente più numerose le imprese italiane che hanno sviluppato un’innovazione rispetto alla media dell’Ue, pari al 42%. Dunque facciamo meglio rispetto a altri Paesi Ue, che però in molti casi erano più avanti di noi. Le imprese italiane consapevoli dei cambiamenti climatici. Oltre i tre quinti (63%) delle imprese italiane ritengono che la loro attività abbia subito le conseguenze dei cambiamenti climatici e delle mutate condizioni meteorologiche che ne derivano. Il 23% di tali imprese ha addirittura parlato di “impatto rilevante”. E in Italia, rispetto al resto d’Europa, sono più numerose le imprese che prevedono un impatto positivo sulla propria attività del passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio rispetto a quelle che invece vedono in tale transizione un fattore negativo. Nel complesso, sono più numerose le imprese che prevedono un impatto positivo della transizione a livello di reputazione, domanda di mercato e catena di approvvigionamento nei prossimi cinque anni rispetto a quelle che si attendono invece conseguenze negative in tal senso. Tant’è che quasi due terzi (65%) delle imprese italiane ha già investito o intende investire nei prossimi tre anni in misure volte ad affrontare l’impatto degli eventi meteorologici e a ridurre le emissioni di carbonio. Un dato in linea con la media dell’Unione (67%). “L’indagine della BEI sugli investimenti – ha dichiarato Debora Revoltella, capo economista Bei – mostra chiaramente come le imprese dell’Ue si trovino ad affrontare sfide sempre più ardue. Nel contempo anche l’epidemia di Covid 19 ha innescato una trasformazione del mercato che ha imposto alle imprese determinati investimenti e una maggiore capacità di adattamento nelle direzioni della digitalizzazione, dell’innovazione, del clima e della riorganizzazione delle catene globali del valore. Le esigenze di investimento e la pressione sui finanziamenti interni delle imprese europee richiedono agli investitori pazienza e prospettive di lungo termine, con una combinazione di capitale, debito e assistenza tecnica nonché servizi di consulenza”. LEGGI TUTTO

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    Sciopero dei dipendenti pubblici: davvero gli stipendi sono troppo bassi? No, se confrontati con i privati e gli altri Paesi

    I principali sindacati hanno indetto per il 9 dicembre uno sciopero dei dipendenti pubblici, anche perché ritengono insufficienti gli stanziamenti previsti dalla legge di bilancio per i rinnovi contrattuali (400 milioni aggiuntivi all’anno fino al 2023, a cui dovrebbero sommarsi gli 1,1 miliardi annui destinati alle retribuzioni di medici e infermieri).[1] Questo sciopero ha attirato molte critiche alla luce della situazione economica di molti lavoratori privati, specialmente nei settori più colpiti dalla pandemia.[2] I sindacati ribattono che il blocco del rinnovo dei contratti tra 2010 e 2017 ha diminuito eccessivamente gli stipendi pubblici e che un aggiustamento è necessario. Cerchiamo di fare chiarezza.

    L’evoluzione del rapporto tra retribuzioni pubbliche e private
    Effettivamente, il blocco dei contratti pubblici ha portato a una caduta di questi salari rispetto a quelli privati. Tuttavia, il confronto è incompleto se non si considera il punto di partenza. Infatti, nel 2010, prima del blocco contrattuale, il rapporto tra stipendi pubblici e stipendi privati era sui livelli massimi degli ultimi 40 anni, per effetto di forti aumenti di stipendio nella prima metà degli anni Duemila: uno stipendio pubblico era in media del 35 per cento superiore a uno privato, contro una media di 1,28 dal 1980 al 2019 (Fig. 1, linea superiore).[3] Il blocco aveva portato a una caduta rapida del rapporto, che però aveva ripreso a crescere dal 2017. Nel 2019, il rapporto tra stipendi pubblici e privati era solo di 4 punti inferiore alla media di lungo periodo.[4]Calcola il tuo stipendio giusto

    Il confronto internazionale

    Oltre al confronto nel tempo, è utile confrontare il rapporto tra stipendi pubblici e privati con quello degli altri paesi. In Italia i dipendenti pubblici, in media, sono tuttora pagati circa il 24 per cento in più rispetto a quelli privati (36.350 euro annui per unità di lavoro contro 29.260).In realtà, un divario a favore dei dipendenti pubblici è comune in molti paesi avanzati e riflette differenze nelle caratteristiche dei lavoratori in questione (istruzione, mansioni, esperienza ecc.). La differenza nelle retribuzioni non dovuta a queste caratteristiche è il cosiddetto wage premium dei dipendenti pubblici, ovvero la retribuzione media aggiuntiva che un dipendente riceve per il semplice fatto di lavorare per la PA.Tenendo conto delle differenze nelle caratteristiche di dipendenti pubblici e privati, studi passati avevano evidenziato come, a metà degli anni 2000, il wage premium effettivo degli statali in Italia fosse attorno al 14 per cento, contro una media del 5 per cento negli altri paesi avanzati.[5] Il wage premium si era poi ridotto ed attualmente risulta in linea con la media estera (Fig. 1, linea inferiore). Di conseguenza, nel confronto internazionale, al momento non sembrerebbe che i dipendenti pubblici italiani siano sottopagati rispetto a quelli privati.Inoltre, la crisi in corso potrebbe (purtroppo) portare ad una caduta delle retribuzioni private, riavvicinando alla sua media storica il rapporto tra retribuzioni. D’altra parte, i dati potrebbero non riuscire a catturare questo fenomeno, in quanto i salari tendono ad essere molto rigidi anche nel settore privato, portando le crisi (ad esempio 2009 e 2012) a manifestarsi sotto forma di minore occupazione piuttosto che di minori retribuzioni. 
    Conclusione
    In conclusione, l’attuale livello delle retribuzioni dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati è di poco inferiore rispetto alla media degli ultimi quarant’anni, mentre il wage premium è in linea con quello degli altri paesi avanzati. Inoltre, è possibile che la crisi porti ad una caduta delle retribuzioni nel settore privato tale da innalzare questo rapporto di più rispetto allo stanziamento previsto dal governo.* a cura di Giulio Gottardo
    Calcola il tuo stipendio giusto 

    [3] I dati della Fig. 1 sono ricavati direttamente dalla Contabilità Nazionale dell’ISTAT per il periodo 1995 – 2019. Per i 15 anni precedenti, si basano su una ricostruzione della Banca d’Italia fatta a partire dalla Contabilità Nazionale passata. LEGGI TUTTO

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    Lisbona affitta le case (vuote causa Covid) di Airbnb per far tornare i portoghesi in città

    MILANO – Il Covid svuota Lisbona di turisti e la capitale lusitana prova ad approfittarne per frenare lo tsunami Airbnb e tornare a riempire il centro storico di cittadini portoghesi. Il piano “Affitto sicuro” lanciato dal sindaco Fernando Medina da qualche mese ha la lineare semplicità di molte idee geniali: la pandemia ha fatto crollare quasi del 90% gli arrivi stranieri sul Tago e i 22.242 appartamenti in offerta sulla vetrina digitale della piattaforma statunitense sono da mesi desolatamente vuoti. Il primo cittadino ha deciso così di calare l’asso: il Comune offre ai proprietari di affittarli per cinque anni ad un prezzo interessante – la base è mille euro al mese per un appartamento con quattro camere in centro – per poi subaffittarli a prezzo ridotto (massimo un terzo del reddito disponibile) a famiglie in cerca di una prima casa a prezzi ragionevoli, missione oggi quasi impossibile, in città. La giunta ha stanziato 4,7 milioni per opzionare mille appartamenti. E ad oggi poco più di 200 proprietari di casa ha detto “si”.
    I sindaci italiani: “Difficile copiare Lisbona. Ma facciamo tornare giovani e famiglie nei centri storici”
    di Valentina Conte 05 Dicembre 2020

    L’operazione “taglia-Airbnb” ha una ragione semplice. “Il turismo – ripete sempre Medina per non criminalizzare un fenomeno che garantisce il 15% del pil nazionale – ha avuto un ruolo importante nella riqualificazione urbana di Lisbona”. Ma alla fine ha soffocato – dicono i critici – l’anima della città. Nel 2011 – secondo i dati del catasto – 12mila edifici della capitale, il 20% del totale, erano in pessime condizioni di manutenzione. E per provare ad attirare capitali (di cui in quegli anni di crisi aveva bisogno come il pane) il governo ha lanciato il piano dei “visti d’oro”, ovvero il permesso di soggiorno ai non europei disposti a fare un investimento immobiliare di almeno 500mila euro. Il progetto è stato un successo clamoroso: ad oggi le adesioni sono 8.500 con oltre 4,9 miliardi investiti. E questo volano, sommato all’effetto Airbnb ha trasformato radicalmente l’aspetto di Lisbona. Il turismo è decollato a ritmi vertiginosi. La caccia agli appartamenti da affittare per affitti a breve termine ha cambiato il volto a quartieri come Alfama e il Barrio Alto, dove oltre il 25% delle case sono a disposizione dei visitatori. I prezzi immobiliari nella capitale sono saliti del 64% dal 2017 trascinando al rialzo anche gli affitti, in un circolo vizioso che ha costretto i residenti a trasferirsi in periferia causa pigioni stellari liberando altro spazio per l’offerta turistica.
    I conti per un po’ sono tornati alla grande. Il reddito mensile di un appartamento da 6-8 posti letto nel centro – calcola InsideAirbnb.com – ha viaggiato fino allo scorso anno sui 3.500 euro nel periodo aprile-ottobre, per scendere verso i 1.000-1.500 in bassa stagione. L’arrivo del Covid, ovviamente, ha fatto saltare il tavolo: i turisti arrivano con il contagocce. Il tasso d’occupazione medio degli appartamenti di Airbnb viaggia attorno al 24% e il reddito medio mensile è crollato a 603 euro, concentrati oltretutto per lo più sulle strutture più lussuose e ricercate. E a queste quotazioni l’offerta del Comune è difficile da rifiutare, anche se le tasse da pagare per il passaggio da un affitto a breve termine a quello a lungo sono piuttosto elevate.
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    Cashback, Bancomat azzera le commissioni per i pagamenti fino a 5 euro. Le App si muovono per l'attivazione senza Spid

    MILANO – Il Cashback di Stato muove i diversi soggetti che operano sulla filiera dei pagamenti digitali: il circuito PagoBancomat annuncia di azzerare le commissioni interbancarie per due anni sulle transazioni fino a un importo di 5 euro e genera un ribaltamento di questa iniziativa da parte delle principali istituzioni finanziarie. Si muovono anche le app più smart per i pagamenti, che aprono alla possibilità di adesione al Cashback di Stato direttamente dai loro ‘ambienti senza necessariamente passare dall’app IO della pubblica amministrazione che richiede l’identificazione Spid (ma che rimane il principale aggregatore dei dati degli utenti): esempi ne sono in questo caso Satispay, Hype e Nexi. Si conferma il fermento nel settore dei pagamenti digitali, a pochi giorni dal via (indicato dal governo per l’8 dicembre) dei rimborsi per gli acquisti con moneta elettronica.

    Cashback, ecco le regole per iscriversi al programma e ricevere i rimborsi sui pagamenti elettronici
    a cura di Raffaele Ricciardi 03 Dicembre 2020

    L’annuncio di Bancomat: stop commissioni fino a 5 euro
    “Dall’inizio del 2021, e fino al 31 dicembre 2023, le transazioni effettuate sul circuito PagoBancomat per pagamenti con importo fino a 5 euro saranno a zero commissioni, pagate dalle banche”, spiega la società partecipata da 125 istituti italiani che gestisce l’80% delle transazioni con carta di debito per oltre 250 miliardi di valori annui pagati o prelevati agli sportelli. Nel circuito sono coinvolti oltre 35 milioni di italiani e 2 milioni di esercenti.Il progetto – aggiunge Bancomat – avrà durata iniziale di due anni in linea con il piano Cashless di Governo ed è “suscettibile ad ulteriore estensione”. L’obiettivo è promuovere i pagamenti con carta di debito anche per piccoli importi, “annullando le commissioni di circuito e interbancarie”. Bancomat si riferisce a quei costi che si applicano fra istituti, in una misura massima dello 0,2%.
    “Rappresentando i tre quarti del mercato di carte di debito in Italia, Bancomat ha un ruolo centrale nella sfida promossa dal Governo che ci vede coinvolti in prima linea. L’azzeramento delle commissioni per le Banche per micropagamenti sino a 5 euro per le transazioni PagoBancomat è in linea con il nostro programma di sostegno al rilancio del Paese a cui si aggiungeranno ulteriori iniziative di incentivazione ai pagamenti no cash”, ha sottolineato l’ad di Bancomat, Alessandro Zollo, commentando l’iniziativa in una nota. 
    Gli sconti delle banche ai commercianti
    L’iniziativa di Bancomat si situa come detto a livello interbancario, ovvero nei rapporti tra banche. Cosa cambia per i commercianti che incassano i pagamenti digitali? Qui a muoversi devono essere direttamente gli istituti che erogano questi servizi, nel ruolo di acquirer. Da parte di Unicredit, ad esempio, è previsto l’azzeramento delle commissioni fino alla soglia di 10 euro transati, per la durata del piano cashless del governo. Sconto che non si limita all’accettazione dei pagamenti via carta di debito (bancomat), ma a tutti i servizi di acquiring erogati agli esercenti, quindi anche alle carte di credito. Anche Banco Bpm fa sapere che azzererà le merchant fee – i costi applicati agli esercenti – sugli incassi Pagobancomat di importo inferiore ai 5 euro per lo stesso arco temporale dell’iniziativa lanciata da Bancomat, quindi a partire dal primo gennaio.Intesa Sanpaolo già da giugno ha aperto ai merchant la possibilità (attraverso iscrizione sul portale) di farsi restituire le commissioni per i pagamenti sotto 10 euro, sia via bancomat che carte di credito, con l’esclusione di alcune categorie come parcheggi e Gdo. A metà mese è prevista la riapertura della possibilità di sottoscrivere questa offerta della banca che durerà per tutto il 2021. 
    La carica delle app digitali per iscriversi al Cashback: Satispay, Nexi, Hype
    Per l’accesso al programma cashback, si ricorda, la porta d’accesso principale è l’app IO che richiede l’identificazione attraverso Spid. Ma le app che si occupano di pagamenti si stanno attrezzando perché l’operazione possa esser gestita direttamente dal loro ‘ambiente’. Si sommano in queste ore le iniziative in questo senso.Satispay, la startup dei pagamenti fondata da tre ragazzi che ha appena raccolto capitali dai fondi internazionali per la crescita, investe molto sull’iniziativa. Anche perché, da circuito indipendente, con l’interesse mosso dal piano di Stato ha un’occasione per far crescere la sua base di utenti e di commercianti affiliati.
    Guida allo Spid: come ottenere l’identità digitale per accedere ai servizi pubblici
    02 Dicembre 2020

    “La nuova funzionalità, attivabile in pochi tap direttamente dalla sezione Servizi dell’app, sarà rilasciata in concomitanza con l’inizio del piano e permetterà agli utenti della community Satispay di partecipare all’iniziativa del Governo che si apre l’8 dicembre con l’Extra Cashback di Natale, il “bonus” natalizio del 10% sugli acquisti in negozio che ha l’obiettivo di rilanciare i consumi in vista di una delle festività”, spiega una nota.
    La corsa per il cashback e altri servizi pubblici: boom per Spid, ma l’identità digitale non è ancora matura
    di Alessandro Longo 02 Dicembre 2020

    Non è l’unico sviluppo in programma: in arrivo c’è la funzione che renderà possibile monitorare il cashback accumulato – anche con gli altri strumenti di pagamento elettronici collegati al Cashback di Stato tramite app IO – e la propria posizione all’interno della classifica del “Super Cashback”, il superpremio semestrale da 1.500 euro per i centomila maggiori utilizzatori della moneta digitale. Altra funzionalità, risalente già al lockdown: il tool “consegna e ritiro”, che oggi torna utile per permettere agli esercenti e ai consumatori di accedere a una sorta di e-commerce, però candidabile al cashback, mentre l’e-commerce delle tradizionali piattaforme è infatti escluso dai rimborsi, che si applicano solo allo shopping fisico. “Ci siamo impegnati al massimo per rendere più semplice possibile l’ottenimento del Cashback di Stato per la nostra Community, partendo dalla condivisione totale della nostra esperienza col tavolo di Governo dedicato al progetto, dove abbiamo trovato attenzione e ascolto”, le parole che Alberto Dalmasso, CEO e Co-founder di Satispay, ha affidato a una nota.Anche Nexi si muove sul Cashback sulle sue due piattaforme dei pagamenti digitali. La paytech “permette di accedere al programma, già dall’8 dicembre, tramite le sue app Nexi Pay e YAP e offre ulteriori benefici, anche economici, che si aggiungono a quelli garantiti dal Governo. Nexi Pay e YAP permetteranno, quindi, di aderire al cashback con pochissimi passaggi, in modalità sicura e veloce senza necessità di registrarsi con identità digitale sull’app IO”, spiega la società. Su Nexi Pay si possono aggregare diversi strumenti di pagamento e da lì “saranno considerati validi ai fini del cashback anche gli acquisti effettuati con SmartPhone utilizzando Apple Pay, Google Pay e Samsung Pay, in aggiunta a quelli effettuati con le carte. Il cashback guadagnato sarà accreditato sull’iban definito dal cliente al momento dell’adesione. Per chi aderisce tramite YAP, invece, il cashback guadagnato sarà accreditato direttamente su YAP, pronto per essere speso tramite la app sia in negozio, sia online”. Al piano di rimborso pubblico, Nexi ha affiancato altre iniziative in proprio per invogliare i consumatori a virare sul digitale: la possibilità di guadagnare fino a 100 euro con il Cashback Invita Amici, da accumulare e spendere online su Amazon, e l’opportunità di vincere fino a 100 euro, in tempo reale, con il Forziere Cashback Edition.Nexi mette sul piatto dei commercianti che aderiscono alla sua rete anche un rimborso delle commissioni per le transazioni fino a 10 euro, per tutto il 2021. Tutte le carte emesse da Nexi, spiega infine la società, possono sempre essere registrate al CashBack di Stato tramite l’app IO e tutti gli esercenti clienti delle banche partner di Nexi – circa 900 mila in Italia – sono già abilitati ad aderire all’iniziativa.Altra iniziativa, quella di Hype che già da qualche anno ha adottato la leva del cashback con una rete di partner commerciali per vedere crescere la sua base di utenti. Anche attraverso l’istituto di moneta si potrà accedere ai rimborsi “collegando la propria carta direttamente dall’app HYPE, nel modo più semplice e immediato, senza dover scaricare nessun’altra applicazione o richiedere lo SPID”. Dalla sezione “cashback di Stato” che verrà lanciata nei prossimi giorni si potrà monitorare il diritto al rimborso, poi quanto accumulato sarà accreditato sull’Iban di Hype. Secondo il ceo Antonio Valitutti il cashback è “un’iniziativa di Stato che cambierà il modo di approcciare il denaro. Secondo il report 2020 di Ambrosetti – ricorda – l’Italia si trova oggi in 23esima posizione, su 28 Paesi dell’Unione Europea, nella corsa verso la cosiddetta “cashless society”, una società in cui l’utilizzo del contante è ridotto allo zero. Resta, quindi, ancora molto lavoro e Hype è pronta a fare la sua parte”. LEGGI TUTTO

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    Commercio, il Covid abbatte le vendite nei piccoli negozi: -10,2% da gennaio

    MILANO – Ottobre positivo per il commercio e in particolare per le vendite al dettaglio, cresciute dello 0,6% in termini di valore e dello 0,2% come volume rispetto a settembre secondo l’ultimo aggiornamento Istat, ma i dati di oggi mettono in evidenza anche una altre delle pesanti ricadute  pesanti di questa pandemia. E’ la crisi dei piccoli esercizi, penalizzati dalle chiusure imposte dai lockdown e dalla limitazione ai movimenti che ha spinto molti acquisti verso i canali online.  Nei primi 10 mesi dell’anno -mette in evidenza l’Istat nella sie tabelle –  le botteghe e i negozi fuori dalla grande distribuzione hanno visto crollare derl 10,3% il valore della propria attività, una flessione che sale al 14,6% per il settore non alimentare.Una caduta, come detto, tutta a vantaggio dell’e-commerce, che segna invece una crescita 32%. L’aumento sale poi al 54,6% se si prende a riferimento lo scorso ottobre.
    Numeri commentati con preoccupazione da Confcommercio. “I negozi tradizionali soccombono alla crisi pandemica. Il debole recupero delle vendite, che si era visto durante i mesi estivi, è andato in fumo con la seconda ondata del virus e il ritorno alle misure di contenimento. Dopo il calo del -1,8% delle vendite già subito a settembre, anche a ottobre i negozi registrano una performance negativa, con un arretramento del -3,2%. Tra i più colpiti il comparto dell’abbigliamento e delle calzature, che si avvia a perdere nell’anno un terzo delle vendite”, rileva l’ufficio economico dell’associazione dei commercianti
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    Censis, 5 milioni di precari “scomparsi” con il Covid, mentre i “garantiti” risparmiano altri 41 miliardi

    ROMA – E’ il lavoro lo spartiacque tra chi durante la pandemia ha potuto risparmiare e passare le vacanze al sicuro nella seconda casa e chi è letteralmente “scomparso”, cinque milioni “di persone che ruotavano intorno ai servizi e che hanno finito per inabissarsi senza rumore”.In un’Italia che “è una ruota quadrata che non gira: avanza a fatica”, osserva il Censis in apertura del Rapporto Annuale, il Covid-19 ha dimostrato che “il grado di protezione del lavoro e dei redditi è la chiave per la salvezza”: a pensarlo è l’85,8% degli italiani. La pioggia dei sussidi, 26 miliardi di euro erogati a una platea di oltre 14 milioni di beneficiari, non è riuscita neanche lontanamente a rimettere in pareggio una situazione disastrosa che, solo nel terzo trimestre di quest’anno, ha portato via il lavoro a quasi mezzo milione di giovani e di donne, le categorie più fragili del mercato del lavoro, e che si è abbattuta con violenza sui redditi degli autonomi: meno di un quarto ha mantenuto le stesse entrate di prima.
    “Il 2020 è stato un anno eccezionale e l’anno della paura nera. – rileva  il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii – Gli eventi ci hanno riportato alla nostra nuda vita, con una intollerabile vista pubblica della morte, amplificata dal sistema dei media, resa più inquietante dalla mancanza di una base dati epidemiologica accurata. Questo evento eccezionale ha rappresentato di fatto uno straordinario fattore di accelerazione di alcuni processi che erano già in atto, presistenti nella nostra società. Ha squarciato un velo su vulnerabilità strutturali del nostro paese. Il re è nudo”.
    Effetto Covid anche sui salari. Vanno in fumo 3500 miliardi
    di Valentina Conte 02 Dicembre 2020

    E’ la società “sfibrata dallo spettro del declassamento sociale, in cui il 50,3% dei giovani vive in una condizione socio-economica peggiore di quella vissuta dai genitori alla loro età”. Una società che anche prima si presentava divisa, ma adesso è decisamente spaccata. Una situazione che accentua l’insicurezza: pochissimi sono disposti a rischiare, solo il 13% degli intervistati si dice pronto ad aprire un’impresa.
    Istat, quasi mezzo milione di occupati persi in un anno
    di Flavo Bini 02 Dicembre 2020

    I bonus sono bene accolti, sopratuttto dai giovani (83,9%). Anche il 65,7% degli anziani li valuta positivamente, ma per il 25,1% si tratta un meccanismo che può generare dipendenza, mentre per il 18,1% rischia di mandare fuori controllo il debito pubblico. Ma solo il 17,6% dei titolari di impresa ritiene che le misure di sostegno saranno sufficienti a contrastare le conseguenze economiche dell’emergenza.Chi può contare sul proprio gruzzoletto lo tiene al sicuro: rispetto al dicembre 2019, nel giugno 2020 la liquidità (monete, biglietti e depositi a vista) nel portafoglio finanziario degli italiani ha registrato un incremento di ben 41,6 miliardi di euro (+3,9% in termini reali). Non era mai successo prima: nel 2016, l’anno in cui si raggiunse il picco più alto, la liquidità in più si fermò a 25 miliardi. Nel complesso il portafoglio finanziario degli italiani ha superato i 4.400 miliardi.
    “I soldi parcheggiati in banca dagli italiani possono triplicare l’effetto sulla ripresa del Recovery fund”
    di Raffaele Ricciardi 01 Dicembre 2020

    Crollano le risorse riversate in azioni (-63,1 miliardi di euro nello stesso periodo, -6,8%), obbligazioni (-11,2 miliardi, -4,6%), quote di fondi comuni (-23,1 miliardi, -5%). I garantiti (chi ha un contratto a tempo determinato, o i pensionati) possono persino permettersi di soggiornare in estate nelle seconde case: ne dispone un italiano su 4 ma 17,6% tra nuclei di livello medio basso contro il 40,6% di quelli di livello medio alto.
    Il Covid trascina 5 milioni e mezzo d’italiani nel tunnel della povertà
    di Valentina Conte 30 Novembre 2020

    Moltissimi dei non garantiti sono scivolati nella povertà. Difficile stabilire quanti poveri in più ci siano in Italia. Il Censis però mette in evidenza due cifre: da marzo a settembre ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza, in crescita del 22,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre quasi 700 mila sono i beneficiari del reddito di emergenza. Moltissimi poi sono in difficoltà anche se non sono ufficialmente “poveri”: vive con insicurezza il proprio posto di lavoro il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese, contro un più contenuto 28,6% dei lavoratori presso le grandi aziende.Eppure anche chi è garantito ha paura, ed è disposto a rinunciare a molto pur di non trovarsi all’improvviso in una situazione di bisogno. Il sondaggio del Censis registra che 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Di conseguenza, il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, il 38,5% è pronto a rinunciare persino ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni.E di fatto, anche i “garantiti” sono più deboli: in attesa di rinnovo del contratto collettivo di lavoro 13,2 milioni di lavoratori, l’83,6% di quelli finora coperti dalla contrattazione nazionale. “Questa percentuale può essere presa come una misura del rischio di delegittimazione al quale si espone la rappresentanza dei lavoratori, ma che non risparmia anche le organizzazioni datoriali più rappresentative”, sottolinea il Censis.La disparità si estende anche alla sanità e alla scuola. Anzi, sono questi i due settori chiave della vita degli italiani dove sono emerse più drammaticamente. I posti letto di terapia intensiva erano passati dagli 8,7 per 100.000 abitanti della fase precedente al Covid-19, figlia di anni di tagli alla sanità, a 15,3. Ma ci sono distanze enormi tra Regioni come Lombardia e Veneto e la Calabria.
    Con le scuole chiuse più diseguaglianze tra gli studenti italiani
    di Tito Boeri e Roberto Perotti 03 Dicembre 2020

    Anche la scuola ha mostrato fortissime carenze localizzate in alcune aree: in difficoltà intanto gli oltre 800.000 studenti figli di stranieri, prime generazioni in Italia, i 268.671  alunni con disabilità e i circa 276.000 con disturbi specifici dell’apprendimento. Al di là delle scuole che non hanno avviato la didattica a distanza, c’è un tasso elevato di dispersione da Dad: nel 18% degli istituti mancava all’appello, su base regolare, circa il 10% degli studenti.A reggere sono state le Reti, a cominciare da quella che ha permesso di continuare a lavorare e studiare a moltissime persone, Internet: l’87% dei cittadini ha dichiarato di avere utilizzato nell’emergenza la connessione fissa a casa e che è stata sufficiente. Meno del 10% ha lamentato una mancanza di banda adeguata. Gli upgrade a connessioni migliori sono stati limitati (7,4%). In oltre la metà dei casi è stata utilizzata anche la connessione dati del telefono cellulare. Più del 70% dei cittadini ha dichiarato di possedere le competenze di base necessarie per svolgere tutte le attività online. Ma un terzo degli anziani si è autoescluso, e anche i giovani a un certo punto sono andati in sofferenza, stanchi di avere solo contatti online con i propri coetanei.In questa situazione, conclude il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, spetta alla nostra classe dirigente, che “nello sforzo di confinare l’emergenza” sembra aver “dimenticato di rimettere mani all’aratro”,  trovare la forza di guardare avanti, “arando dritto”. “Questo sforzo, questo coraggio, questa responsabilità – prosegue De Rita – che è attribuibile alla classe dirigente italiana e che oggi è oscurato da uno sguardo corto, dalla necessità di pensare all’oggi, ai decreti di Natale, è forse la più grande sfida che il nostro Paese ha di fronte”. LEGGI TUTTO

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    Nuove tensioni Usa-Cina e incertezze sui vaccini, Borse europee caute

    MILANO – Ore 9.20. Le Borse europee ripartono caute, in linea con la chiusura di ieri, sull’onda di indicazioni ancora contrastanti sui tempi di uscita dalla pandemia. Ieri a raffreddare gli entusiasmi degli ultimi giorni è arrivato l’annuncio di Pfizer, la prima ad avere completato con successo la sperimentazione, che ha comunicato di essere in grado di consegnare quest’anno soltanto la metà delle dosi inizialmente programmate. I mercati restano poi in attesa di alcuni dati macroeconomici, in particolare quelli sul mercato del lavoro Usa, in arrivo questo pomeriggio. In Europa, a Londra l’indice Ftse sale dello 0,57%, Parigi avanza dello 0,16% e Milano guadagna lo 0,11%. Piatta invece Francoforte, che lima lo 0,01%Poco movimentati gli scambi asiatici, su cui si fanno comunque sentire le nuove tensioni sull’asse Usa-Cina, con il Congresso americano che ieri ha approvato regole più stringenti per la quotazione di imprese cinesi a Wall Street.  A pesare è poi soprattutto la decisione del Pentagono di inserire altre 4 società cinesi nella propria black-list, accusate di spionaggio industriale. Si tratta di  SMIC- Semiconductor Manufacturing International Corp -, China National Offshore Oil Corp; China Construction Technology Co. Ltd; China International Engineering Consulting Corp. Una mossa che porterà le aziende ad avere un accesso limitato a prodotti specifici fabbricati negli Stati Uniti. A contrattazioni ancora in corso sono in lieve rialzo Hong Kong , Shenzhen e Shanghai (+0,03%), mentre Tokyo ha chiuso gli scambi a -0,22%.
    L’euro si mantiene sui massimi da due anni e mezzo a questa parte, dopo il picco registrato ieri. La moneta unica passa di mano a 1,2153 dollari ed è in rialzo anche rispetto allo yen a 126,15. Stabile lo spread: il differenziale Btp/Bund si posiziona a 116 punti con il rendimento del titolo decennale italiano allo 0,6%Quotazioni del petrolio in rialzo all’indomani dell’intesa raggiunta tra i Paesi Opec+, con la produzione che da gennaio dovrebbe salire di 500 mila barili al giorni, riducendo così la portata dei tagli a 7,2 milioni di barili al giorno dai 7,7 attuali. Il West Texas Intermediate sale dell’1,8 per cento a 46,44 dollari al barile. Stesso guadagno per il Brent del Mare del Nord (+1,8 per cento), che si avvicina alla soglia dei 50 dollari a 49,59 al barile. LEGGI TUTTO

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    Ryanair tende la mano a Boeing e salva il 737 Max. Ma gli cambia il nome

    ROMA – Il progetto sul quale Boeing ha puntato tutto negli ultimi tre anni sta per rinascere. E il merito, a questo punto, è in gran parte di Ryanair la quarta compagnia al mondo che oggi, nel corso di una web conferenza stampa mondiale ha annunciato un ordine di altri 75 velivoli portando il totale dei 737 Max ordinati a quota 210. Un investimento importante in termini anche di fiducia che ha rimesso le ali al titolo depresso di Boeing, in crescita di oltre il 5% nel pomeriggio.”Noi crediamo in questo aereo: è più economico, più silenzioso, comodo e consuma meno”, spiega Michael O’Leary, dominus del gruppo aereo. Un annuncio, questo che arriva dopo 18 mesi di stop dovuti a due incidenti causati da difetti del software di controllo del nuovo velivolo. Oggi, dopo un purgatorio fatto di centinaia di prove e modifiche a ogni livello hardware e software, il 737 è decollato nuovamente con passeggeri a bordo, senza registrare alcun problema. L’altra novità del giorno è che, probabilmente per far dimenticare il Max e le due sciagure con vittime, il nome è stato cambiato in “737 8200 Gamechanger”. Dove 8 sta nel modello e 200 nella capacità di passeggeri. In ogni caso si tratta di un accordo storico per il colosso aerospaziale che trova nella compagnia irlandese un alleato prezioso nella rinascita del progetto messo a terra dal marzo 2019 in seguito a due incidenti con 346 morti.
    “Il consiglio di amministrazione di Ryanair e il personale sono fiduciosi che i nostri clienti adoreranno questi nuovi aerei. I passeggeri ne apprezzeranno i nuovi interni, lo spazio per le gambe più ampio, il minor consumo di carburante e la silenziosità. E, soprattutto, i nostri clienti adoreranno le tariffe più basse che questi aeromobili consentiranno a Ryanair di offrire a partire dal 2021 e per il prossimo decennio, poiché Ryanair guida la ripresa delle industrie dell’aviazione e del turismo in Europa”, ha aggiunto. “L’arrivo dei primi velivoli in Irlanda è previsto per la primavera in modo tale da partire con un numero sufficiente di 737 già dall’estate prossima”, quando si spera e suppone che l’ondata pandemica sarà alle spalle. In ogni caso la compagnia prevede di toccare i 200 milioni di clienti già entro il prossimi 5 anni. Infine per Dave Calhoun, numero uno del gruppo aerospaziale, “Ryanair sta ancora una volta dando fiducia alla famiglia del Boeing 737. Continueremo a lavorare per riguadagnare la fiducia di tutti i nostri clienti”.
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