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    Le Borse di oggi, 18 maggio. Listini preoccupati dall'inflazione. Gli Usa vogliono spingere Mosca verso il default

    MILANO – Ore 10. Apertura debole per i listini europei, dopo l’andamento contrastato dell’Asia. Lo scenario resta dominato dai timori per l’inflazione che galoppa, come testimonia il dato dalla Gran Bretagna: 9% ad aprile, al top da quarant’anni. Gli investitori annotano anche le parole da falco di Jay Powell, governatore della Fed, che ha detto che la Fed ha bisogno di vedere segnali “chiari e convincenti” che l’inflazione sta calando, altrimenti dovrà esser “più aggressiva”. Gli analisti di Unicredit notano che Powell non esiterà ad alzare i tassi se necessario, riconoscendo che ci potrà esser qualche contraccolpo a patto di riguadagnare la stabilità dei prezzi. Parole che tengono i titoli governativi sotto pressione.

    Dall’altra parte resta caldo il fronte guerra in Ucraina, con l’attesa presentazione da parte dell’Europa del pacchetto energetico e dei chiarimenti sull’utilizzo di doppi conti per l’import di gas russo. Gli Usa, invece, premono per un maggior pressing su Putin e starebbero valutando la possibilità di bloccare la capacità della Russia di pagare gli obbligazionisti statunitensi. Secondo quanto riferito martedì sera da Bloomberg, il Tesoro americano vorrebbe lasciar scadere il 25 maggio (a tre mesi dall’inizio dell’invasione) quelle deroghe tecniche alle sanzioni che hanno finora consentito a Mosca di ripagare le sue cedole e il suo debito in dollari: questa mossa avvicinerebbe Mosca al default. “E’ in considerazione, ma non ho una decisione da anticipare in questo momento”, ha detto un funzionario dell’amministrazione Biden alla Reuters. “Stiamo valutando tutte le opzioni per aumentare la pressione su Putin”, ha aggiunto. Secondo alcuni, per altro, garantire la possibilità di pagare sarebbe un modo per far sì che la Russia investa le sue risorse verso gli investitori Usa, piuttosto che in armamenti o comunque per sostenere l’invasione stessa.

    Tra questi ragionamenti, le Borse europee aprono deboli: dopo le prime battute Parigi scivola dello 0,10%, Francoforte dello 0,11% mentre Londra lima lo 0,06%. Milano sale dello 0,05%.

    Le Borse asiatiche si sono mosse contrastate condizionate dai rischi di inflazione e di inasprimento monetario, e dai timori per il rallentamento della crescita globale anche a causa dei lockdown cinesi. A pesare sono anche le parole del presidente della Fed, Jerome Powell, che ha usato toni molto risoluti contro l’inflazione e sulla necessità che l’istituto centrale statunitense faccia tutto ciò che è nelle sue possibilità per contrastare la corsa dei prezzi, anche a costo di raffreddare l’andamento dell’economia. Tokyo guadagna lo 0,94% dopo aver digerito la lieve contrazione del Pil nipponico nel primo trimestre (-0,2% con un calo significativo di export e consumi a causa delle norme anti-Covid). Shanghai perde lo 0,25%, Shenzhen sale dello 0,08% mentre Hong Kong gira in positivo dello 0,12% nonostante le autorità abbiano consentito ad alcune società finanziarie di riprendere i lavori, nell’ambito del piano di graduale allentamento delle misure di contenimento anti-Covid.

    Tra le valute, l’euro apre poco mosso a 1,0532 dollari e a 136,04 yen. La divisa unica europea ieri ha tratto forza dalle dichiarazioni del governatore della banca centrale olandese, Klaas Knot, che ha aperto la porta a un aumento dei tassi di 50 punti base. Stabile a 129,17 il cross tra dollaro e yen.

    Osservato speciale è il comparto energetico. Il petrolio è in rialzo sui mercati asiatici sulla scia delle speranze di ripresa della domanda in Cina alimentate dal graduale allentamento delle rigide misure di contenimento del Covid-19. I futures del Brent guadagnano lo 0,36% a 112,28 dollari al barile mentre i futures del West Texas Intermediate (Wti) degli Stati Uniti salgono dello 0,82% a 113,31 dollari al barile. LEGGI TUTTO

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    Enria: “Strappi ai tassi e crescita bassa: ecco i rischi per le banche”

    Le banche europee, e quelle italiane con loro, prima dell’invasione di Mosca in Ucraina erano “in una situazione molto positiva”. Ma adesso sui loro bilanci incombono due rischi principali: un rallentamento dell’economia e possibili turbolenze sui mercati finanziari in caso di rialzi rapidi e inattesi dei tassi di interesse. Andrea Enria è il presidente del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, che si occupa appunto della vigilanza sulle principali banche della zona euro. Oggi illustrerà ai banchieri italiani, riuniti nell’esecutivo dell’Abi, la delicata situazione in cui – tra guerra e congiuntura – si muove l’economia e i riflessi sul sistema creditizio. Un sistema a cui il massimo esponente della vigilanza europea chiede un supplemento di prudenza, specie riguardo alla rischiosità degli impieghi.

    Dottor Enria, partiamo proprio dalla congiuntura e dai suoi riflessi sulle banche. Come sono cambiate le cose da marzo?

    “La situazione del settore bancario all’inizio di quest’anno, prima dell’aggressione russa in Ucraina, era molto positiva. C’era un riconoscimento generalizzato di solidità patrimoniale, di progresso nella pulizia dei bilanci e quindi nella riduzione dei crediti deteriorati (Non Performing Loans) e prospettive di buona redditività, determinate anche da una prospettiva di normalizzazione della politica monetaria e di uscita da un lungo periodo di tassi di interesse molto bassi”.

    La trappola del cambio per la Bce: perché Francoforte deve muoversi con cautela sui tassi

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    Maurizio Ricci

    14 Maggio 2022

    Poi la guerra, le sanzioni contro la Russia, le svalutazioni delle banche europee sulle loro partecipazioni in quel paese, il rallentamento dell’economia…

    “Le svalutazioni non sono il problema principale. Anche nel peggiore dei casi, se le banche europee dovessero per ipotesi azzerare il valore delle loro esposizioni, anche in derivati, verso controparti in Russia, Ucraina e Bielorussia, avrebbero ancora una patrimonializzazione pienamente sufficiente rispetto a quanto richiesto dalla vigilanza. Il grosso punto interrogativo non è tanto l’esposizione diretta delle banche verso quei paesi, ma un deterioramento delle prospettive di crescita più rilevante di quello che ci si aspetta al momento. Ieri la Commissione ha pubblicato le sue proiezioni macroeconomiche, prevedendo un significativo rallentamento della crescita del Pil nella zona euro. Ma le previsioni indicano ancora ancora una crescita positiva, del 2,7% nel 2022 e superiore al 2% il prossimo anno. Uno scenario ben diverso da quello che avevamo all’inizio della pandemia, con la prospettiva di una recessione senza precedenti nell’Europa del dopoguerra”.

    Gli effetti della pandemia erano stati del tutto superati dal sistema bancario prima che scoppiasse la guerra? 

    “Il significativo supporto monetario da parte della Bce e fiscale da parte dell’Unione europea con il programma Next Generation EU, che è stato un cambiamento strutturale di grande importanza, avevano portato a un rimbalzo molto forte della crescita, con un’uscita più rapida del previsto dalla crisi. Dal punto di vista delle banche questo ha anche consentito un recupero di redditività significativo con la prospettiva di rendimenti finalmente superiori al costo del capitale azionario. Sia nel 2020 sia soprattutto nel 2021 c’è stato un evidente progresso nella riduzione delle attività deteriorate. Tuttavia, nell’ultimo trimestre del 2021 abbiamo anche registrato un leggero incremento dei crediti problematici e di quelli ristrutturati. Questo significa che con l’uscita dalle misure di sostegno pubblico la pandemia sta avendo un qualche effetto negativo sulla qualità degli attivi, anche se per ora non di dimensioni preoccupanti”.

    Il grande errore di Fed e Bce: e adesso si rischia la stagflazione

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    Francesco Guerrera

    16 Maggio 2022

    Oggi lei incontra i banchieri italiani. Qual è la situazione del sistema a livello nazionale?

    “Il settore bancario italiano ha fatto progressi notevoli nella pulizia dei bilanci ed è ora vicino alla media europea nella qualità degli attivi. Inoltre ha recuperato redditività e sta affrontando in maniera efficace la rifocalizzazione dei modelli di business. Abbiamo visto più concentrazioni bancarie che in altri paesi, nonché la riorganizzazione del credito cooperativo”.

    Intanto le tensioni inflazionistiche spingono la Bce verso un rialzo dei tassi, con il rischio di frenare l’economia.

    “Per le banche la prospettiva di una normalizzazione dei tassi di interesse è un elemento positivo. Aumenta i margini di interesse e dunque incrementa la loro redditività. Ovviamente questa stessa dinamica potrebbe avere anche effetti negativi sulla qualità del credito, poiché’ alcuni debitori potrebbero trovare più difficile pagare il credito ottenuto. Inoltre un rialzo dei tassi potrebbe causare effetti negativi anche sulle valutazioni dei titoli a reddito fisso detenuti dalle banche. Tra gli istituti ci saranno vincenti e perdenti, ma l’effetto medio sul sistema sarà tutto sommato positivo”.

    Davvero l’inflazione non rischia di creare danni all’economia reale che si trasmetteranno poi al sistema bancario?

    “Se guardiamo allo scenario di base di un’inflazione in crescita significativa nel 2022 e poi in graduale riduzione verso l’obiettivo del 2% nel 2023 non lo vediamo particolarmente dannoso per le banche. Quello che rimane un rischio rilevante, forse il secondo rischio dopo uno scenario di significativo calo della crescita o addirittura di una recessione, è una fase di elevata volatilità e significativi e inattesi rialzi dei rendimenti sui mercati finanziari. Questo potrebbe avere un effetto negativo soprattutto in quei segmenti del mercato ad alto rischio, dove le valutazioni si sono spinte troppo in alto e alcuni operatori – specie non bancari – hanno preso posizioni concentrate e hanno ignorato segnali di deterioramento della qualità degli attivi. Un esempio è il mercato dei “leveraged loans”, cioè dei prestiti ad alta leva finanziaria”.

    Inflazione, Lorenzo Bini Smaghi: “Era impossibile prevedere un’impennata così violenta”

    di

    Eugenio Occorsio

    16 Maggio 2022

    Uno scenario che vi spinge a chiedere maggiore prudenza agli istituti?

    “Già da tempo abbiamo chiesto alle banche di adottare strategie più prudenti in questi mercati, con un risk management più robusto e sistemi di limiti alle esposizioni, ma le nostre indicazioni finora non hanno avuto il seguito che ci saremmo aspettati. Rimaniamo preoccupati che questo possa essere un elemento di rischio nei prossimi mesi. Dall’inizio del 2018 a oggi le esposizioni con un’alta leva finanziaria sono aumentare da circa 300 miliardi a 500 miliardi di euro, una crescita del 66%, spesso anche con basse protezioni contrattuali che a parità di altre condizioni aumentano i rischi per le banche”.

    E i rischi di problemi per l’economia reale, come si rifletteranno sui bilanci bancari?

    “Abbiamo chiesto alle banche di rivedere le loro proiezioni e le traiettorie patrimoniali alla luce del nuovo quadro macroeconomico, anche considerando scenari avversi. Inoltre stiamo guardando al possibile aumento del rischio in alcuni settori di attività economica che possono soffrire di più dall’aumenti dei prezzi dell’energia e di altre materie prime. Con il Covid erano stati colpiti i servizi; ora i rischi sono più concentrati nel manifatturiero, ad alto utilizzo di energia, e nell’immobiliare, che è più sensibile a rialzi dei tassi di interesse”.

    L’unione bancaria langue. Se ne è parlato all’Eurogruppo del 3 maggio e se ne riparlerà presto. Ma le resistenze di alcuni paesi rimangono. Perché?

    “Gli argomenti per un completamento dell’unione bancaria sono molto forti. Dobbiamo muoverci verso un sistema completo anche nella rete di protezione: non solo vigilanza europea, non solo la risoluzione europea delle banche più rilevanti, ma anche un sistema di gestione delle crisi di tutte le banche e di protezione dei depositi che sia veramente europeo. Non mi aspetto passi da gigante, ma l’importante è che ci siano avanzamenti nella gestione delle crisi delle banche di media dimensione, secondo il modello flessibile ed efficace utilizzato con successo negli Stati Uniti. L’unione serve anche a favorire l’integrazione e le operazioni transfrontaliere. Dopo la Grande Crisi abbiamo visto un crollo dell’attività bancaria transfrontaliera, le concentrazioni del sistema bancario sono insufficienti e stanno avvenendo in prevalenza all’interno dei confini nazionali. Le banche non considerano ancora l’unione bancaria come il loro mercato domestico; questo rappresenta un problema per l’efficienza e la competitività del sistema. Da ultimo, ne risentirà l’economia reale”.

    Tra la pandemia e la guerra l’Unione europea sembra aver trovato una nuova spinta. Potrebbe servire anche per l’unione bancaria?

    “L’Unione europea ha dimostrato una sorprendente capacità di rispondere a queste sfide comuni in modo rapido e unito. Per la prima volta, con Next Generation Eu, abbiamo utilizzato risorse finanziarie europee per attenuare l’impatto di uno choc che colpiva l’intera Unione, ma in particolare alcuni paesi, con un importante esercizio di solidarietà europea. Sono anche in discussione temi molto importanti per il futuro dell’Unione, come l’estensione delle decisioni a maggioranza. Per quello che riguarda l’unione bancaria rimangono alcune interpretazioni fuorvianti. Abbiamo più di 7 mila miliardi di depositi protetti (sotto i 100.000 euro) in Europa, che potrebbero arrivare a quasi 8 mila per fine 2023. Dal lato politico si guarda a questa cifra stratosferica e si pensa che un’assicurazione dei depositi europei porterebbe a una garanzia fiscale comune che copra questo intero ammontare.

    Questo spaventa i politici che devono prendere le decisioni. In realtà la situazione è diversa. Innanzitutto il sistema di garanzia dei depositi riguarda principalmente le banche medie e piccole, visto che le istituzioni sistemiche sono già coperte dal meccanismo di risoluzione europeo e dal rispettivo fondo. Inoltre, i fondi di garanzia dei depositi sono alimentati dalle banche stesse e anche nel caso di una crisi enorme come la Grande Crisi Finanziaria che ha fatto seguito al fallimento di Lehman Brothers, negli Usa sono riusciti a far uscire dal mercato 489 banche di medie e piccole dimensioni usando solo i fondi privati raccolti dalle banche, senza alcuna necessità di supporto pubblico. Se il sistema funziona bene la possibilità che la garanzia pubblica venga effettivamente utilizzata è estremamente bassa. Spero che il nuovo clima istituzionale consenta di fare passi avanti verso il completamento dell’unione bancaria, ma questo ostacolo politico rimane difficile da superare”. LEGGI TUTTO

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    Bonus da 200 euro a 31,5 milioni di persone, aumentano i fondi per gli autonomi

    ROMA – Il bonus una tantum da 200 contro il caro vita andrà ad almeno 31,5 milioni di italiani: 13,78 milioni di lavoratori dipendenti, 13,7 milioni di pensionati e 4 milioni di altri cittadini, tra cui 900mila percettori di Reddito di cittadinanza ma anche 750mila badanti e colf. Lo prevede la relazione che accompagna il decreto Aiuti, approvato in Consiglio dei ministri due settimane fa ma solo oggi bollinato dalla Ragioneria dello Stato in vista della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, attesa per le prossime ore. Il governo aveva stimato di assegnare il contributo a una platea di 28 milioni di persone, nella fascia di reddito sotto i 35mila euro, ma nell’ultima versione del testo la stima dei beneficiari cresce, anche perché si allargano i fondi – 500 milioni – destinati agli autonomi, per evitare penalizzazioni rispetto ad altre categorie di lavoratori: per loro servirà un successivo decreto per stabilire limiti di reddito e modalità di erogazione del contributo. Il bonus una tantum sarà erogato a luglio in via automatica dall’Inps per lavoratori dipendenti e pensionati (nel cedolino) e beneficiari di Rdc (sulla card), mentre gli altri dovranno fare domanda. Il costo per lo Stato sarà di 6,3 miliardi. Per finanziare questa e altre misure del decreto Aiuti, che nella versione finale è composto da 59 articoli, il governo aumenta al 25% la tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche: l’incasso stimato è di 6,5 miliardi.

    Lavoratori dipendenti

    Saranno i datori di lavoro ad assegnare ai dipendenti che guadagnino meno di 35mila euro l’indennità una tantum di 200 euro. Il contributo comparirà nella busta paga di luglio, purché i lavoratori non siano titolari di trattamenti pensionistici. La platea è quella che ha già beneficiato del taglio del cuneo fiscale introdotto dall’ultima manovra (in automatico il bonus andrà a chi abbia beneficiato di quel taglio almeno per una mensilità nel primo quadrimestre 2022). Si stimano così 13,78 milioni di beneficiari, per un costo per lo Stato di 2,75 miliardi.

    Pensionati

    Avranno il bonus anche i residenti in Italia titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico di qualsiasi forma previdenziale obbligatoria, di pensione o assegno sociale, di pensione o assegno per invalidi civili, ciechi e sordomuti, nonché di trattamenti di accompagnamento alla pensione con decorrenza entro il 30 giugno 2022 e reddito personale non superiore a 35mila euro. L’Inps erogherà anche in questo caso l’una tantum a luglio 2022 e se in seguito verificherà di aver dato il contributo a chi non ne aveva diritto potrà rivalersi il prossimo anno. L’indennità non costituisce reddito ai fini di prestazioni previdenziali ed assistenziali, non è cedibile, né sequestrabile, né pignorabile. Si stimano 13,7 milioni di beneficiari, con maggiori prestazioni per l’Inps da 2,74 miliardi.

    Assegno unico per i figli, Letta (Pd): “Rivediamo l’Isee”. L’idea di tagliare il peso della prima casa nel calcolo

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    Valentina Conte

    14 Maggio 2022

    Lavoratori domestici

    A luglio 2022 sarà sempre l’Inps a erogare il bonus da 200 euro ai lavoratori domestici che abbiano in essere uno o più rapporti di lavoro: la platea stimata è di 750mila persone. 

    Disoccupati

    A chi a giugno percepisca Naspi e Dis-coll l’Inps riconosce un’indennità una tantum di 200 euro: si tratta di 1,1 milioni di disoccupati. Il bonus andrà anche a 350mila persone che nel 2021 hanno percepito una disoccupazione agricola. Inoltre lo avranno 270mila iscritti alla Gestione separata Inps che siano titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. 

    Stagionali e lavoratori dello spettacolo

    Avrà 200 euro dall’Inps anche chi nel 2021 abbia beneficiato del bonus Covid assegnato ai lavoratori stagionali, dello spettacolo e del turismo, lavoratori intermittenti, lavoratori autonomi occasionali e incaricati alle vendite a domicilio: 350mila soggetti in tutto. Altri 300mila sono i lavoratori stagionali, a tempo determinato, dello spettacolo e intermittenti che, nel 2021, abbiano svolto la prestazione per almeno 50 giornate, se hanno reddito inferiore ai 35mila euro, oltre ai lavoratori che nel 2021 siano stati autonomi occasionali con almeno un contributo nella gestione separata e i lavoratori incaricati delle vendite a domicilio con reddito superiore a 5mila euro e titolari di partita Iva attiva. 

    Allarme turismo, Garavaglia propone: “Il 50% del Reddito di cittadinanza a chi va a lavorare”

    14 Maggio 2022

    Percettori di Reddito di cittadinanza

    Sono 900mila i percettori di Reddito di cittadinanza che secondo le stime avranno a luglio 200 euro aggiuntivi per far fronte al caro vita.

    Lavoratori autonomi

    Per i lavoratori autonomi e professionisti viene istituito un Fondo per l’indennità una tantum da 500 milioni per l’anno 2022. Nelle prime bozze ci si fermava a 400 milioni di euro, dunque la cifra viene notevolmente aumentata. I beneficiari sono lavoratori autonomi, professionisti iscritti all’Inps e professionisti iscritti a forme obbligatorie di previdenza che abbiano avuto un reddito inferiore a quello che sarà definito da un decreto ministeriale da adottare entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto Aiuti. Quel decreto definirà anche le modalità di erogazione.

    Bonus trasporti

    Arriva un bonus fino a 60 euro per aiutare 2 milioni di studenti, pendolari e utenti dei servizi di trasporto pubblico nell’acquisto di abbonamenti di autobus, metro e treni regionali. Viene istituito un fondo da 79 milioni per finanziare un buono da utilizzare nell’acquisto degli abbonamenti fino al 31 dicembre di quest’anno. Il buono coprirà il 100% della spesa, fino a un massimo di 60 euro, ma potranno ottenerlo solo coloro che abbiano avuto nel 2021 un reddito non superiore ai 35mila euro. In Italia si stima la vendita di un milione di abbonamenti annuali e 20 milioni di abbonamenti mensili ai trasporti cittadini. La stima è che il fondo da 78 milioni potrà finanziare oltre 2 milioni di buoni. 

    Tassa sugli extraprofitti

    Il contributo straordinario a carico dei produttori, importatori e rivenditori di energia elettrica, di gas e di prodotti petroliferi viene aumentato dal 10% al 25%, con un acconto pari al 40% da versare entro il 30 giugno e il saldo entro il 30 novembre di quest’anno. Inoltre, viene esteso a sette mesi il periodo di osservazione per la definizione dell’extraprofitto: per valutare l’incremento del saldo si confronterà il periodo 1 ottobre 2021 – 30 aprile 2022 con il saldo del periodo 1 ottobre 2020 – 30 aprile 2021. La tassa darà un gettito di 6,5 miliardi nel 2022. 

    Navigator

    Prorogato di due mesi, a partire dal primo giugno, il contratto di collaborazione di 1.790 navigator, scaduto il 30 aprile scorso e già allungato per una seconda volta da dicembre (quando i navigator erano 2.118) fino alla fine di aprile. Vengono stanziati complessivamente 13 milioni per uno stipendio di circa 3.200 euro al mese a testa, coperti con le risorse stanziate e non spese dalle Regioni e quelle avanzate in due Fondi ministeriali. Le Regioni che volessero prorogare di altri due mesi la collaborazione dei navigator dovranno farne esplicita richiesta al ministero del Lavoro entro il 23 giugno. I compiti dei navigator si allargano: non solo assistenza tecnica ai beneficiari del Reddito di cittadinanza per la ricerca di un impiego, ma anche per la realizzazione dei piani Gol finanziati dal Pnrr (Garanzia occupabilità dei lavoratori). LEGGI TUTTO

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    Rallenta l'inflazione, prezzi in calo su base mensile per la prima volta da settembre 2021

    MILANO – Lieve boccata ad ossigeno ad aprile sul fronte dell’inflazione. Ad aprile, secondo i dati dell’Istat, i prezzi hanno registrato una diminuzione dello 0,1% su base mensile e un aumento del 6% su base annua, dal 6,5% del mese precedente. Numeri al ribasso rispetto alle stime pubblicate a fine aprile, con cui l’Istat aveva […] LEGGI TUTTO

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    Lavoro, tremila rifugiati inseriti nei cantieri edili. Prossime tappe: turismo e assistenza domestica

    ROMA – Formazione e inserimento lavorativo in uno dei settori maggiormente in crescita in questo momento, l’edilizia, per almeno 3.000 migranti in difficoltà perché rifugiati in fuga dalla guerra, titolari di protezione speciale, o minori non accompagnati. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando e la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese hanno firmato un protocollo con l’Ance, la principale organizzazione dei costruttori, e i segretari di Fillea-Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil per avviare il progetto, promosso dalla Commissione Ue e dai sindacati europei. Si tratta del primo accordo di questo genere, “una grande opportunità per i lavoratori e il Paese – rileva Orlando – perché formazione e lavoro sono sempre leve straordinarie per favorire l’integrazione”.

    Una strada sulla quale il governo intende proseguire: il ministero del Lavoro ha già avviato un dialogo preliminare per il turismo (ipotesi che era stata auspicata qualche giorno fa anche dal ministro Massimo Garavaglia, che aveva anche chiesto di alzare il tetto degli arrivi previsti dal decreto flussi, vista la forte difficoltà delle imprese a trovare un gran numero di lavoratori), e sul lavoro domestico, che però ha una normativa diversa e per il quale probabilmente andrà costruito un tipo di protocollo adeguato.

    Per i richiedenti asilo e i rifugiati non ci sono ostacoli normativi all’inserimento lavorativo. Infatti i richiedenti asilo possono accedere legalmente al mercato del lavoro in Italia 60 giorni dopo aver presentato la domanda di asilo. “Recepiamo così la “Partnership on Integration” siglata tra Commissione Europea, associazioni datoriali e sindacati europei – spiega Orlando – calandola operativamente nella realtà italiana e nelle esigenze del nostro sistema produttivo. Lo facciamo anche guardando al futuro di chi fugge dalla guerra in Ucraina e cerca qui protezione, accoglienza e integrazione. Mi auguro di firmare presto accordi analoghi attivi anche in altri settori”.

    Non è detto però che gli aspiranti lavoratori debbano arrivare dall’Ucraina: potrebbero arrivare anche dall’Afghanistan o da altri territori di crisi, e c’è poi la riserva per i minori non accompagnati o per i giovani maggiorenni che sono arrivati in Italia in qualità di minori non accompagnati. Il protocollo non stabilisce ancora le norme precise per formare la graduatoria: verranno messe a punto da un gruppo di lavoro che dovrà essere costituito dai rappresentanti dei due ministeri coinvolti, Ance e sindacati. Il gruppo di lavoro promuoverà anche la costituzione di tavoli territoriali per l’attuazione del protocollo, che avrà la validità di tre anni.

    “Di fronte ai movimenti migratori, che hanno una natura strutturale, occorre – afferma la ministra Lamorgese – che la nostra società rafforzi velocemente la sua capacità di resilienza, dimostrandosi capace non solo di accogliere le persone bisognose, ma anche di trarre forza dalla loro piena integrazione nel tessuto sociale ed economico”.

    Soddisfatti dell’accordo anche i sindacati, lo hanno definito come “uno dei più importanti protocolli per la formazione e l’inserimento di lavoratori, mai fatto congiuntamente dalle istituzioni e dalle parti sociali del settore delle costruzioni ed in piena sintonia con gli obiettivi europei del Pnrr, per una società più giusta ed inclusiva” . LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 17 maggio. L'Europa parte bene con la spinta cinese. Twitter crolla, Musk apre a un'offerta con lo sconto

    MILANO – Ore 9:30. I listini europei partono bene, e i future americani sono indirizzati verso un’apertura positiva dopo che le azioni asiatiche si sono mosse al rialzo al traino del tech cinese. Mentre preoccupa la traiettoria economica assunta dal Dragone, dove i durissimi lockdown per la politica “Covid zero” di Xi Jinping stanno rallentando l’attività, gli investitori colgono segnali di rimbalzo da alcuni dati sui contagi e scommettono su un allentamento della stretta regolatoria sul comparto tecnologico. A far ben sperare sono stati in particolare i tre giorni filati senza contagi da Covid a Shangahi, così come un incontro tra autorità e big della tecnologia dal quale ci si attende un avvio di dialogo.

    Nelle prime battute in Europa, Milano sale dello 0,7% con gli energetici e i finanziari bene intonati. Francoforte aggiunge lo 0,7%, Parigi lo 0,5% e Londra lo 0,25%. Forte volatilità, a Piazza Affari, intorno al titolo Saipem: oggi è in programma l’assemblea degli azionisti chiamata a deliberare sulla ricapitalizzazione del gruppo di servizi per l’industria petrolifera e del gas con l’attribuzione al consiglio di amministrazione di una delega per aumentare il capitale fino a 2 miliardi di euro. Il titolo è reduce da un guadagno del 24% circa in tre sedute.

    In linea generale, secondo gli strategist di Jp Morgan c’è spazio per un recupero del comparto azionario. Per gli esperti della banca d’affari americana, i mercati azionari in Usa ed Europa stanno prezzando un 70% di chance di recessione nel medio periodo, una quota molto elevata rispetto ad altre asset class (siamo al 50% nel mercato del debito investment-grade), il che dà una prospettiva di potenziale rimbalzo, nel caso in cui questa recessione fosse schivata.

    In mattinata, l’Asia ha trattato tutto sommato positiva scommettendo sulla fine dei lockdown a Shanghai per il primo giugno: la Borsa cinese è salita dello 0,65%, Tokyo ha guadagnato lo 0,42% mentre il tech ha portato in rally Hong Kong che è arrivata a rimbalzare fino al +4% per poi segnare +2,7%.

    Chiusura debole, ieri sera, per Wall Street, appesantita anche dal calo dell’attività nello stato di New York: lo S&P500 ha perso lo 0,4% e il Nasdaq l’1,2%. Nuovo tonfo di Twitter che ha ceduto l’8,18% a causa dei timori che Elon Musk possa abbandonare l’acquisizione da 44 miliardi di dollari, o che comunque possa andare verso un tentativo di accordo a una valutazione inferiore in attesa di chiarire la reale consistenza degli account falsi che potrebbero pesare fino al 5% del totale, con grave danno per gli inserzionisti. Tra i titoli più pesanti quelli dei beni di consumo discrezionali, con Tesla che ha lasciato sul terreno il 5,88%.

    Tra le valute, l’euro è in lieve rialzo sul dollaro in apertura con gli investitori che hanno ridotto le scommesse sul fatto che gli aumenti dei tassi di interesse negli Usa guideranno ulteriori guadagni del dollaro. Il biglietto verde ha superato il massimo di due decenni questa settimana mentre oggi è stato leggermente più debole sui circuiti asiatici, mentre i rendimenti obbligazionari statunitensi sono lievemente scesi. L’euro sale lievemente sul dollaro a 1,0442 così come sullo yen a 135,04. Dollaro/yen in rialzo dello 0,2% a 129,32.

    Avvio in forte rialzo per lo spread tra Btp e Bund sul mercato secondario: il differenziale è indicato a 197 punti base dai 190 registrati al closing ieri. In forte aumento anche rendimento del Btp decennale benchmark al 2,92% dal 2,84% dall’ultima posizione registrata ieri nel finale.

    In attesa del dato definitivo sull’inflazione italiana, il tasso di disoccupazione in Francia è sceso al 7,3% nel primo trimestre del 2022 dal 7,4% del periodo precedente e al di sotto delle aspettative del mercato che erano di 7,4%. Si tratta del tasso di disoccupazione più basso dal secondo trimestre 2020, poichè il numero di disoccupati è diminuito di 18.000 a 2,2 milioni. In giornata, gli investitori guardano con attenzione alle vendite al dettaglio Usa e ad alcuni interventi di governatori Fed.

    Prezzi del petrolio in lieve calo: il Wti cede lo 0,45% a 113,7 dollari al barile, il Brent arretra dello 0,39% 113,8 dollari. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi 16 maggio. La frenata cinese preoccupa i mercati, listini in calo

    MILANO – Partenza in calo per le Borse europee. La settimana si è aperta con i pessimi dati arrivati dall’economia cinese relativi al mese di aprile. A causa dei lockdown e delle restrizioni anti-Covid le vendite al dettaglio sono crollate dell’11,1% mentre la disoccuapazione è salita al 6,1%, vicino ai massimi storici. Numeri che hanno […] LEGGI TUTTO