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    Le Borse di oggi, 18 ottobre 2021. Mercati preoccupati per gli stop alle forniture, listini Ue in ribasso. La Cina rallenta

    MILANO – Ore 9:50. Mercati europei negativi alla ripartenza degli scambi, con gli osservatori sempre più preoccupati dal fatto che i problemi alle catene di forniture – rappresentati plasticamente dall’ingorgo di container in molti porti del mondo – possano frenare la crescita delle società che stanno annunciando in questi giorni i loro conti trimestrali. Parlando a Bloomberg, il chief strategist di Merck Finck, private bank tedesca, Robert Greil ha detto che “ci aspettiamo poche sorprese positive dalla stagione delle trimestrali, mentre ci saranno indicazioni di cautela da parte delle aziende e pochi miglioramenti degli outlook da parte degli analisti”. L’aspettativa di Salman Ahmed di Fidelity international è che “le compagnie avranno grandi difficoltà con le strozzature nelle forniture e la crescita dei prezzi alla produzione”.

    Milano segna un calo dello 0,65% di prima mattina, in linea con le altre: Francoforte cede lo 0,5%, Parigi lo 0,9% e Londra tiene meglio a -0,2%. Anche i future su Wall Street sono negativi. Su Piazza Affari bisogna considerare che c’è un impatto negativo per quasi 0,6 punti percentuali dallo stacco della cedola di quattro big: si tratta di Intesa Sanpaolo, Generali, Banca Mediolanum e Unipol. Stellantis è poco mossa dalla notizia che la società ha stretto con LG Energy solution un memorandum of understanding per la creazione di una joint venture finalizzata alla produzione di batterie agli ioni di litio in Nord America.

    Stagflazione: tre economisti spiegano che cos’è e perché fa così paura

    di

    Giovanni Pons

    18 Ottobre 2021

    In un quadro di grande incertezza, dunque, qualche segnale di ulteriore apprensione l’ha lanciato Pechino: la crescita del Pil della Cina ha rallentato vistosamente il passo nel terzo trimestre del 2021, salendo del 4,9% annuo, ai minimi degli ultimi 12 mesi, dopo il +7,9% registrato nel secondo trimestre. Lo ha annunciato l’Ufficio nazionale di statistica cinese, secondo cui la crescita congiunturale è stata dello 0,2%, a fronte dell’1,5% dei tre mesi precedenti e dello 0,5% atteso. A pesare sulla crescita è stato un mix negativo di fattori tra cui spiccano la crisi energetica, i timori per l’esplosione di una bolla immobiliare dopo la crisi di Evergrande e i focolai del Covid-19 che si sono registrati nel terzo trimestre nel paese. L’indice Msci Asia Pacific, schiacciato da queste preoccupazioni, si è avviato alla prima chiusura negativa in quattro sedute: la Borsa di Tokyo ha terminato la seduta in calo dello 0,15%. Contrastati in chiusura i listini cinesi: Shanghai perde lo 0,12% mentre Shenzhen guadagna lo 0,06%.

    Apertura in lieve rialzo per lo spread tra Btp a 10 anni e Bund tedeschi, con un dato di 104,2, contro i 103,9 di venerdì. Il rendimento sale allo 0,897%. Secondo quanto ricostruisce il Financial Times, la Banca centrale europea starebbe ragionando di modificare le regole secondo le quali acquista i titoli di Stato nell’ambito del suo quantitative easing, guadagnando in flessibilità soprattutto per quel che riguarda la fetta di emissioni che fanno capo agli organismi sovranazionali, come l’Unione europea. Sarebbe un modo per sostenere il debito che andrà emesso a supporto del Recovery fund: Bruxelles punta a 80 miliardi solo quest’anno e a diventare uno dei principali protagonisti del mercato del debito pubblico.

    Nonostante il rallentamento cinese, si registra la partenza in deciso rialzo per il prezzo del petrolio che estende la crescita della scorsa settimana sulla scia della crescente domanda post pandemia e delle tensioni nelle quotazioni di gas e carbone che si estendono anche al greggio. Il Brent del Mare del Nord ha toccato, nei primi scambi ,gli 86 dollari al barile e ora quota a 85,7 dollari con un aumento dello 0,98%, aggiornando i massimi degli ultimi tre anni. Il Wti del Texas sale a 83,4 dollari. Prezzi dell’oro in calo sui mercati internazionali. Il metallo con consegna immediata cede lo 0,21% a 1763 dollari l’oncia.

    Sul valutario, infine, avvio di giornata in lieve calo per l’euro, che tratta intorno a quota 1,158 sul dollaro, per un -0,16%. L’euro aveva chiuso la settimana poco sopra la soglia degli 1,16 dollari. Nei confronti dello yen la divisa europea si attesta su 132,35, poco sotto la quotazione precedente. Il dollaro recupera frazioni sullo yen, a quota 114,30. LEGGI TUTTO

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    Stagflazione: tre economisti spiegano che cos'è e perché fa così paura

    Nelle ultime settimane economisti e analisti mondiali sono tornati a parlare di “stagflazione”, un termine ibrido, poco conosciuto all’uomo della strada, che sta a segnalare una fase dell’economia in cui convivono stagnazione e crescita dei prezzi con alti livelli di disoccupazione. Fu utilizzato per la prima volta nel 1965 dal politico inglese Iain Macleod per descrivere quello che egli pensava essere “il peggio delle due parole, non solo l’inflazione da una parte e la stagnazione dall’altra ma una combinazione delle due”.

    Insomma il peggio del peggio. La stagnazione si è poi effettivamente manifestata nel corso degli anni ’70 in seguito alle crisi petrolifere (qualcuno si ricorderà l’embargo Opec del 1973) che portarono le economie dei paesi più avanzati a una forte contrazione dell’attività e a una crescita a due cifre dei prezzi. Una specie di incubo del passato (in alcune città italiane si ricordano le domeniche di austerity in cui era vietato usare l’auto) e forse è anche per questo motivo che la parola “stagflazione” risulta molto ricercata su Google in questi giorni, almeno in Germania e nel Regno Unito. Perché in effetti la stagflazione può avere conseguenze indesiderate su diversi fronti.

    Innanzitutto per la gente comune: il rallentamento dell’economia significa meno lavoro mentre un aumento dei prezzi erode il potere d’acquisto delle famiglie costrette a pagare di più per bollette, rifornimenti di carburante e cibo lasciando meno spazio agli altri consumi. Un po’ come sta succedendo in questo autunno, con le strozzature dal lato dell’offerta del post pandemia che stanno mandando alle stelle i prezzi del gas e del petrolio. L’economista Kenneth Rogoff ha addirittura fatto un paragone politico con gli anni ’70: “Un buon presidente democratico succede a un repubblicano impresentabile (allora la staffetta fu Nixon-Carter) ma presto si ritrova indebolito da una disfatta militare (Vietnam-Afghanistan), intanto si scatenano una crisi energetica e un’inflazione rampante. Ora c’è anche il Covid”, ha detto in un’intervista ad Affari&Finanza.

    Il primo economista a evocare lo spettro della stagflazione è stato a fine aprile scorso Nouriel Roubini della New York University, cioè colui che si è fatto conoscere al mondo per aver previsto con una certa precisione la grande recessione del 2008-2009. Il suo partner italiano Brunello Rosa, ceo della Rosa&Roubini Associates, spiega così a Repubblica i pericoli di stagflazione nel breve periodo.

    Brunello Rosa, ceo di Rosa&Roubini Associates  LEGGI TUTTO

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    La manovra di Draghi: fino a 25 miliardi tra crescita e sociale

    Roma. Una manovra all’insegna della protezione sociale e della crescita del Pil. Sono i due corni della prima legge di Bilancio del governo Draghi. Oggi sarà spedito alla Commissione di Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, con la griglia delle misure che finiranno nella Finanziaria. Entro mercoledì dovrebbe essere varata la manovra vera e propria ma tutto fa pensare che ci sarà uno slittamento, d’altra parte la scadenza del 20 ottobre non è perentoria.

    L’obiettivo è spingere la crescita dell’economia. La politica economica espansiva non verrà dunque abbandonata. E lo sarà finché il Pil e l’occupazione – è questa la strategia di Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco – non saranno tornati ai livelli precedenti la pandemia e avranno recuperato anche la mancata crescita rispetto al 2019. Peraltro proprio il forte rimbalzo dell’economia italiana (il 2021 chiuderà con un tasso di crescita di almeno il 6 per cento) ha consentito di ridurre, seppur di poco, anche la percentuale del debito rispetto al Pil.

    Pensioni, bonus e ammortizzatori. Nel menu anche il taglio delle tasse

    di

    Rosaria Amato

    17 Ottobre 2021

    Il premier Draghi ha scelto una linea “soft”, negozierà con tutti i partiti che lo sostengono. Ciascuno ha le sue “bandierine” e con nessuno intende andare allo scontro. Tuttavia gli interventi non dovranno essere in contrasto con l’obiettivo di dare una spinta alla crescita. L’impulso agli investimenti pubblici, con l’effetto moltiplicatore che poi generano, arriva dai 221,5 miliardi di euro del pacchetto Next Generation Eu, dei quali 191,5 miliardi provenienti dal Pnrr e 30 miliardi dal Fondo nazionale complementare. La crescita finora registrata non risente se non in maniera marginale dello stimolo di questi fondi. Da qui l’ottimismo del governo che prevede per i prossimi anni – è scritto nella Nota di aggiornamento al Def – “una fase di vera e propria espansione economica, che porterà la crescita del Pil e dell’occupazione nettamente al di sopra dei ritmi registrati nell’ultimo decennio”.

    I margini sono stretti ma sarà dura fermare l’assalto alla diligenza

    di

    Carlo Cottarelli

    17 Ottobre 2021

    La stessa riforma del sistema fiscale (per ora una legge delega piuttosto generica) è finalizzata alla crescita del Pil. È la prima volta che succede. E il primo pacchetto di misure, inserito nella legge di Bilancio, dovrebbe riguardare la riduzione del cuneo fiscale e contributivo che appesantisce il costo del lavoro delle aziende e alleggerisce il netto delle buste paga dei lavoratori. Al taglio del cuneo potrebbero essere riservati fino a 8-9 miliardi per liberare risorse per gli investimenti aziendali e favorire la ripresa dei consumi interni. Sul primo passo sulla riforma fiscale è possibile una convergenza, visto che i partiti hanno incassato l’impegno a non alzare le tasse. Diverso lo scenario sulle altre partite.

    La bandiera della Lega di Salvini si chiama Quota 100. Il meccanismo, introdotto dall’alleanza populista giallo-verde del primo governo Conte, consente di andare in pensione una volta raggiunta la quota sommando età anagrafica e anni di contribuzione a partire da 62 anni di età e 38 di contributi. Alla fine dell’anno scade. La Lega ne chiede la conferma, i sindacati, con il Pd, propongono soluzioni flessibili a cominciare da 62 anni.

    Questo per evitare lo scalone che altrimenti si verificherebbe dal primo gennaio del 2022, dal momento che l’età pensionabile è quella fissata con la legge Fornero a 67 anni di età. Draghi sa che il tema va affrontato, ma non confermando Quota 100, anche perché la misura ha fallito nel presunto obiettivo di favorire il ricambio generazionale.

    Decreto fiscale, sì del Cdm ma il governo si spacca sul reddito di cittadinanza. Giorgetti: “Inaccettabili le coperture”. Ira M5S

    di

    Emanuele Lauria

    15 Ottobre 2021

    E un fallimento è stato pure quello del reddito di cittadinanza (bandiera dei 5Stelle) come strumento di politiche attive per il lavoro. Questione che Draghi vuole rivedere (non è un caso che abbia rimosso dall’Anpal il presidente Mimmo Parisi voluto dai Cinquestelle) nell’ambito, però, della riforma degli ammortizzatori sociali, sui quali scommette il Pd con il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Draghi, dunque, non intende scardinare il reddito (ne condivide le finalità per la lotta alla povertà) ma ha chiesto di registrarlo meglio su altri capitoli: dal sostegno alle famiglie numerose all’accesso per i cittadini provenienti da Paesi esteri. Si piegheranno i 5Stelle?

    La ricetta di Draghi: “Una manovra per spingere il Pil e creare fiducia”

    di

    Roberta Mania

    29 Settembre 2021 LEGGI TUTTO

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    Entra nel vivo la stagione delle trimestrali, previsti utili in rialzo anche in Europa

    MILANO. Ottime notizie dalla Corporate America. Negli stati Uniti è iniziata con i titoli finanziari la stagione delle relazioni trimestrali con risultati migliori delle più rosee aspettative tant’è che Wall Street e le borse europee hanno festeggiatocon nuovi rialzi degli indici. La prima ad aprire la stagione dei risultati è stata Jp Morgan Chase giovedì 13 ottobre e a seguire sono arrivati quelli di Bofa, Citi, Wells Fargo, Morgan Stanley e infine di Goldman Sachs che ha chiuso in bellezza la settimana con i migliori risultati di sempre. Per la finanza a stelle e strisce il periodo giugno agosto è stato eccezionale, e le attese anche per l’ultima parte dell’anno non dovrebbero smentire gli ottimi risultati raggiunti nei primi nove mesi.

    La settimana che si apre lunedì 18 la stagione dei dati entra nel vivo, con i risultati delle aziende dei consumi e dei servizi più classiche, quelle che dominano sul Dow Jones e sul Nasdaq, che oltre a fornire le indicazioni del periodo estivo potrebbero sbilanciarsi, o rivedere al rialzo o al ribasso el attese per l’anno post Pandemia, che in molti casi dovrebbe riportarli sopra i livelli del 2019, in alcuni casi anche di gran lunga.

    Martedì 19 tocca alle aziende dell’industria e dei consumi come Johnson&Johnson, Procter & Gamble, Netflix, Philip Morris, e a seguire Mercoledì 20 c’è attesa per i conti di Ibm, Tesla, Verizon. Giovedì 21 toccherà invece ad At&t, Intel, Snap e si prosegue con un carrellata di cda aziendali che terminerà il 17 novembre con i risultati di Cisco, preceduti il giorno prima da quelli del colosso dei grandi supermercati Walmart.

    Finora chi si aspettava una correzione dei mercati in attesa del rally di fine anno è rimasto deluso. In molti avevano scommesso che il caro materie prime, i prezzi alle stelle dell’energia, la scarsità dei noli e di alcuni componenti come i chip, tutti fattori che hanno fatto galoppare l’inflazione, avrebbe avuto un effetto sui consumi: così per ora non è stato, almeno a giudicare dalle attese degli analisti sulla stagione dei risultati Usa. Anzi, tra gli esperti si sta diffondendo la sensazione, dopo una sana prudenza registrata a settembre e inizio ottobre, che ci sia spazio per tornare a essere ottimisti dopo aver verificato la salute dei bilanci dei Big Usa.

    I multipli sono infatti 1,2% volte più alti rispetto ai livelli 2019 pre Covid-19, ma le azioni sono crollate del 3% rispetto ai massimi toccati nell’agosto 2020 quando Wall street valeva 23,2 volte gli utili. “Se è vero che il settore tecnologico è sui massimi – spiega in una nota Jonathan Golub, capo degli strategist Usa  di Credit Suisse –  i ciclici, i non ciclici e i finanziari sono a sconto rispetto al mercato, e questo a dispetto del fatto che i ciclici hanno dimostrato di continuare a incrementare i ricavi trimestre dopo trimestre”.

    In Europa il quadro non è diverso, e già si torna a parlare di stagflazione. Credit Suisse in un recente report che fa il punto su quello che c’è d aspettarsi dalle aziende europee è diventata cauta sui titoli legati al consumo, sulle pmi e sulle aziende non finanziarie in genere, che potrebbero pagare un conto più salato dalla difficoltà di approvvigionarsi a costi più alti: soprattutto per settori come l’acciaio, la chimica e l’alimentare dove è difficile aumentare i prezzi dato il forte incremento dei costi.  

    Tuttavia alcune aziende nel terzo trimestre usciranno dal limbo, per questo la banca svizzera suggerisce di puntare su  colossi come Heineken, Just Eat, Logitech, ThyssenKrupp,  Schneider e su una rosa di titoli finanziari tra cui la britannica  Lloyds e la francese Socgen. Altre società hanno invece ormai valutazioni talmente interessanti che c’è spazio per buone sorprese: in quest’ottica Credit Suisse consiglia Enel, Basf, Deutsche Telekom, il colosso del cemento Holcim e la Sanofi.

    Ma soprattutto, il broker elvetico si aspetta una trimestrale migliore del consensus da parte di Brenntag, Heineken, Kingfisher, Logitech, Rio Tinto, Schneider, ThyssenKrupp,  e da una rosa selettiva di titoli finanziari. Viceversa per il motivo opposto il gruppo stima che le attese sui risultati di aziende come Terna, la britannica Ocado, la francese Accor, e l’inglese Glaxo potrebbero essere troppo gonfiate, con il rischio di utili deludenti. LEGGI TUTTO

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    La Bce continua a sostenere il debito italiano: in un anno viaggia verso 160 miliardi di acquisti, coperto quasi tutto il deficit

    di Luca Favero e Salvatore Liaci

    Nel 2021 stanno proseguendo gli acquisti di titoli del debito pubblico dei paesi dell’area euro da parte della Banca Centrale Europea (BCE) tramite due programmi: l’Asset Purchase Program (APP), avviato nel 2014 – nell’ambito del quale il Public Sector Purchase Program (PSPP) è destinato al settore pubblico – e il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP), avviato nel marzo del 2020 e quasi interamente dedicato all’acquisto di titoli di stato.

    Quanto debito pubblico italiano acquista la BCE?

    Attraverso questi programmi, nei primi nove mesi del 2021 la BCE ha acquistato titoli del debito italiano per 122 miliardi. Nell’ultimo trimestre, si stima che ne acquisterà, soprattutto attraverso la Banca d’Italia, circa 37 miliardi (vedi appendice), per un totale di 159 miliardi nel 2021 (Tav. 1).[1] La BCE coprirebbe così il 95 per cento del deficit del 2021, che la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza stima in 167 miliardi. Nel 2020 erano stati acquistati titoli per 175 miliardi, coprendo più che interamente il deficit di quell’anno (159 miliardi).

    Oltre ai nuovi acquisti, la BCE continua a rinnovare i titoli già detenuti che giungono in scadenza: circa 73 miliardi per il 2021.

    Complessivamente, la BCE dovrebbe quindi coprire il 46 per cento del fabbisogno lordo di finanziamento (ossia del totale dei titoli emessi per finanziare il deficit e rifinanziare i titoli in scadenza), stimato in circa 500 miliardi.

    Nel 2021 sono anche aumentati i finanziamenti dell’Unione Europea allo stato italiano: i prestiti sono ammontati a 25 miliardi provenienti dalla Recovery and Resilience Facility e dal SURE; nel 2020 invece questi ammontavano a 17 miliardi (solo dal SURE). Sono anche arrivati 23 miliardi di contributi a fondo perduto per finanziare spese non incluse nel deficit.

    A fine anno, la BCE e le altre istituzioni europee dovrebbero detenere debito pubblico per il 43 per cento del Pil, quasi il doppio che nel 2019 (Fig. 1). Si tratta del 27,7 per cento del debito italiano. Di conseguenza, si riduce l’ammontare del debito detenuto dai mercati finanziari, che in termini assoluti passa da 2.010 miliardi nel 2019 a 1.975 nel 2021. Ciò ha contribuito alla riduzione dei tassi di rendimento richiesti dagli investitori: il rendimento medio sui BTP decennali è sceso dall’1,97 per cento del 2019 allo 0,73 per cento del 2021.[2]

    Tav.1: Acquisti di titoli italiani dalla BCE (in miliardi di euro)

     

    2020

     

    2021*

     

    variazione

    PEPP

    127,2

     

    133,5

     

    6,3

    PSPP

    47,4

     

    25,5

     

    -21,9

    Totale

    174,6

     

    159,0

     

    -15,6

    Fonte: elaborazioni OCPI su dati BCE * valori per l’ultimo trimestre stimati secondo lo scenario base LEGGI TUTTO

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    Mucche, polvere di plastica, giganteschi obelischi: buone notizie sul clima contro la depressione da caro-bollette

    Ci sono tre buone notizie sul clima. Non sembrerebbe la stagione giusta. A quanto pare, il vortice polare artico traballa e, nelle prossime settimane, potrebbe non tenere. Brutta storia: se il vortice si indebolisce, l’aria dell’Artico scende giù e avremo novembre e dicembre freddissimi, proprio mentre le bollette del gas esplodono e diventano un salasso record. Figurarsi con quale spirito, guardando le bollette, potremo accogliere l’allarme dell’Agenzia internazionale dell’energia, la quale ci avverte che sulle rinnovabili dovremo spendere almeno il triplo nei prossimi 10 anni, perché tutti i (costosi) piani dei vari governi per tagliare le emissioni arrivano al massimo al 20 per cento di quello che serve per non far bollire il pianeta entro questo secolo. Vero, la Bce ci dice che è il miglior investimento per il futuro: ha calcolato che, se non fermiamo il cambiamento climatico, in Europa il Pil si ridurrà del 10 per cento e un’azienda su tre finirà per fallire. Ma non occorre essere economisti per sapere che il presente fa più male del futuro. A Glasgow, fra meno di un mese, al vertice mondiale dell’Onu, si litigherà molto.

    Ecco perché abbiamo bisogno di buone notizie, che diano speranza e, possibilmente, annuncino risparmi. La prima riguarda il metano. Si parla sempre dell’anidride carbonica, ma un terzo dell’effetto serra deriva dal metano liberato nell’atmosfera. Il dibattito è esploso sul gas contenuto nei rutti di vacche e vitelli e sui giornali sono circolate anche le foto di mucche con mascherina che qualche ingegnoso allevatore ha impiegato per frenare i rutti. Ma molto più dei bovini emettono metano (un terzo del totale) i pozzi di gas e petrolio. Sono 120 milioni di tonnellate sversate nell’aria ogni anno. Per semplice incuria: più di metà di quel metano può essere facilmente recuperato e venduto sul mercato (un ottimo business ai prezzi attuali).

    La seconda notizia è tutta italiana e tocca la siderurgia. Circa un decimo delle emissioni globali di CO2 è legato alla produzione di acciaio e, in particolare, all’impiego di polvere di carbone nelle prime fasi di lavorazione del ferro. In 12 impianti italiani che producono acciaio dalla rottamazione, invece del carbone hanno cominciato ad usare la polvere di plastica. Almeno un impianto di buone dimensioni funziona, ormai, solo con quella. Stanno anche valutando se si possa usare la polvere di plastica anche nel ciclo integrale degli altiforni dell’Ilva di Taranto. Con questa sostituzione, si tagliano di un terzo le emissioni di anidride carbonica, si usa meno elettricità e si dà una spinta vigorosa al riciclo. La plastica usata è, infatti, quella altrimenti irriducibile e irriciclabile: 500 mila tonnellate che finiscono ogni anno nelle discariche italiane.

    Infine, le turbine. Per i puristi dei panorami, quei pilastri giganteschi con le enormi pale sono un pugno nell’occhio. In più, rischiano di ammazzare gli uccelli e il loro fruscio diventa spesso un rombo. Ma che ne direste di colonnine non più alte di tre metri e senza pale? Un ottimo complemento del pannello solare nel cortile di casa: il pannello produce elettricità di giorno, la colonnina di notte, quando spira più vento. Ma stanno anche tirando su pilastri alti fino a 140 metri, da mettere più vicini fra loro delle turbine attuali, perché non hanno le pale. Sono più leggeri delle turbine correnti, non hanno parti in movimento, non richiedono quasi manutenzione. Funzionano perché, quando un fluido, come l’aria, incontra un ostacolo, crea dei vortici, questi vortici fanno oscillare il pilastro e le vibrazioni possono essere tradotte in elettricità.

    Sono state paragonate a giganteschi vibratori, ma ricordano, piuttosto, quelle copertine disegnate da Karel Thole per i libri di fantascienza di una volta, con distese di misteriosi obelischi alieni su orizzonti sconfinati di pianeti lontani. Eccolo svelato il mistero: gli obelischi, in realtà, producevano elettricità con un risparmio del 40 per cento sulla ordinaria turbina a elica. LEGGI TUTTO

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    Autostrade, firmato l'accordo al Mims dopo la tragedia del Ponte Morandi: 3,4 miliardi alla collettività e 13,6 di investimenti

    MILANO – Firmato l’accordo tra Autostrade per l’Italia e il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, a seguito del crollo del Ponte Morandi, che chiude la procedura avviata dall’allora Mit nell’agosto 2018 per grave inadempimento agli obblighi di manutenzione e custodia della rete autostradale da parte del concessionario Aspi. Nell’accordo entrano tutte le condizioni definite in occasione del Cdm del 14 luglio del 2020, che prevedono alcuni impegni, tra cui l’esecuzione da parte della società di misure per la collettività per un importo di 3,4 miliardi e investimenti per 13,6 miliardi sulla rete.

    E’ stato lo stesso Mims a dare notizia dell’accordo, insieme al fatto che oggi, nell’udienza preliminare nell’ambito del procedimento penale instaurato presso il Tribunale di Genova per il crollo del Ponte Morandi, la Presidenza del Consiglio e lo stesso Mims si sono costituiti parte civile nei confronti degli imputati.

    Il passaggio è dirimente anche per la chiusura del cambio di controllo di Aspi, diretta verso la cordata Cdp-fondi. La holding Atlantia, ormai ex proprietaria di Aspi, ha preso atto della firma tra Autostrade e il Mims e in una nota rimarca che tale firma “posta a chiusura del procedimento di contestazione per presunto grave inadempimento avviato a suo tempo dal concedente in seguito al tragico crollo del ponte Morandi, rappresenta un importante passo in avanti per il soddisfacimento della condizione sospensiva prevista dal contratto” per la cessione della partecipazione nella concessionaria al consorzio Cdp-Fondi. Confermato l’importo complessivo di 3,4 miliardi di risorse compensative, messe a disposizione da parte di Aspi: vengono destinati oltre 1,4 miliardi di euro a interventi a favore della comunità ligure.

    L’atto transattivo – spiega Atlantia – “soddisfa ogni pretesa risarcitoria del concedente – così come qualora definitivamente approvato, per quanto di competenza, dai rispettivi organi deliberanti dei suddetti enti territoriali liguri – nei confronti della concessionaria, destinando specifiche risorse al territorio ligure coerentemente con le esigenze rappresentate dalle predette istituzioni locali”.

    Tornando all’intesa al Mims, l’accordo, raggiunto dopo un lungo iter, recepisce integralmente le condizioni definite in occasione del Consiglio dei ministri del 14 luglio del 2020, durante il Governo “Conte 2”. In quella sede, infatti, anche sulla base delle valutazioni del Gruppo di lavoro interistituzionale appositamente costituito e dell’Avvocatura dello Stato sui rischi per gli interessi dello Stato e della collettività derivanti dalle ricadute operative e dall’eventuale contenzioso innescato dalla risoluzione del rapporto concessorio, il Governo valutò positivamente la proposta di ASPI di rivedere il rapporto convenzionale, integrato con specifici impegni, tra cui la vendita dell’intera partecipazione detenuta dalla famiglia Benetton in ASPI e l’esecuzione da parte della società di misure per la collettività per un importo di 3,4 miliardi di euro interamente a carico della società.

    Il Piano economico finanziario predisposto in attuazione dell’accordo – si legge nella nota – prevede un programma di investimenti sull’intera rete autostradale gestita da ASPI pari a 13,6 miliardi di euro, di cui 2,5 miliardi di euro per manutenzioni straordinarie da effettuare entro il 2024, nonché il potenziamento delle attività di vigilanza e controllo, l’implementazione di sistemi informatici a supporto della gestione della mobilità, l’aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del Concessionario, l’accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’Autorità di regolazione dei trasporti (ART), con una significativa moderazione della dinamica tariffaria su tutta la rete autostradale. La documentazione inerente al Piano economico finanziario e l’Accordo è stata valutata anche dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti e dell’Avvocatura Generale dello Stato, rispettivamente per gli aspetti regolatori e giuridici. LEGGI TUTTO

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    “Alitalia diventa Ita Airways, è una startup. Gli aerei saranno azzurri. Quante sportellate dalla Commissione”

    ROMA – Ita ha comprato ieri il brand Alitalia. Eppure la compagnia cambia comunque nome. In conferenza stampa, l’amministratore delegato Fabio Lazzerini presenta il nuovo marchio e il nome della compagnia aerea che si chiamerà Ita Airways. Anche il sito sarà denominato così: www.itaairways.com.

    Gli aerei saranno completamente diversi. Gli Airbus, in arrivo dal 2022, saranno completamente azzurri nella carlinga, strizzando l’occhio ai successi sportivi degli atleti italiani. Il tricolore sarà sulla coda.

    I nuovi aerei di Ita Airways  LEGGI TUTTO