Fuori la cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni chiesta dalla Lega di Matteo Salvini. Dentro la stretta sui coltelli e l’estensione del Daspo urbano, ma anche, riscritte, le altre due misure controverse: lo scudo per gli agenti e chiunque altro ricorra alle armi o alla forza «in presenza di una causa di giustificazione», modificato con la previsione di un doppio registro – quello classico degli indagati e uno separato per coloro che i Pm ritengono aver agito per legittima difesa – e il «fermo di prevenzione», fortemente ridimensionato. Il faldone sicurezza da 80 pagine – un decreto e un Ddl – riveduto e corretto dal Governo per rispondere alla richiesta di Giorgia Meloni di scriverlo «a prova di Costituzione» è stato trasmesso ieri da Palazzo Chigi al Colle, con la speranza di approvarlo giovedì 5 febbraio in Consiglio dei ministri.
«Non arretriamo, servono chiarezza e impegno da parte di tutti», la promessa consegnata a Far West su Rai Tre dalla premier, che ha ricevuto una delegazione della trasmissione per stringere la mano all’inviata Bianca Leonardi, aggredita con la troupe da un gruppo di antagonisti durante il corteo di sabato a Torino contro lo sgombero di Askatasuna.
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Piantedosi alla Camera: «A Torino strategia di evesione dell’ordine democratico»
Martedì 3 febbraio Matteo Piantedosi, nell’informativa alla Camera, è stato netto contro i violenti. La strategia in atto «richiama dinamiche squadriste e terroriste». Poi l’affondo («Chi sfila con i delinquenti finisce per offrire loro prospettive di impunità») e la difesa delle norme in cottura, compreso il fermo preventivo per chi si sospetta possa impedire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. «Le vergognose scene di sabato – ha sottolineato il titolare del Viminale – richiamano la necessità di depotenziare i gruppi di facinorosi prima che possano innescare spirali di violenza con specifiche misure per azione di filtro e dunque con il fermo di prevenzione per soggetti conosciuti, senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia».
L’Esecutivo ha preferito prendere un giorno in più rispetto alla riunione del Cdm che era prevista per giovedì 4. Doppia la motivazione: dare più tempo al confronto con il Quirinale per il vaglio di costituzionalità dell’ennesimo intervento sul Codice penale e garantire un voto parlamentare per rafforzare i provvedimenti. Arginando il pressing del Carroccio di Matteo Salvini che, nel giorno dell’addio di Vannacci, con Fdi e Fi adirati per le possibili conseguenze sulla coalizione, ha irritato gli alleati insistendo sulla cauzione e sul «chi rompe paga».
Scontri a Torino, al Senato il voto sulle risoluzioni
La strada trovata è quella decisa a maggioranza dalla conferenza dei capigruppo al Senato: l’informativa di Piantedosi su Torino è stata trasformata in comunicazioni, fissate per giovedì 4 febbraio in tarda mattinata (in coda alle informative alle Camere sull’Ice a Milano Cortina), in modo da permettere di votare. L’appello di Meloni alle opposizioni per una risoluzione unitaria è caduto nel vuoto. I capigruppo di Pd, M5S, Avs e Iv hanno attaccato Governo e maggioranza: «Hanno respinto la nostra richiesta di far rendere comunicazioni al ministro Musumeci sulla tragica situazione di Niscemi e di Sicilia, Sardegna e Calabria. Questa destra strumentalizza quanto avvenuto a Torino per avallare scorciatoie autoritarie sulla sicurezza, ma salva dalle loro responsabilità Musumeci e Schifani». Diversa la versione del centrodestra: il presidente del Senato Ignazio La Russa ha tentato la mediazione e la maggioranza si è detta disponibile a mutare anche l’informativa di Musumeci in comunicazioni, ma il Pd si è comunque opposto alle comunicazioni di Piantedosi. Da qui la mancata unanimità nella capigruppo che richiederà in Aula anche un voto sul calendario modificato. Davanti ai fatti di Torino, «troppo gravi e seri», ha spiegato il ministro Luca Ciriani, occorre un documento votato dal Parlamento che chiarisca che «noi siamo dalla parte dello Stato e non c’è spazio per nessuno che minimizzi, neghi o giustifichi questo tipo di violenza».
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