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Sette anni senza Regeni



L’Egitto potrebbe finalmente collaborare per fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni, avvenuta al Cairo nel 2016.

Si apre così l’ennesimo spiraglio di speranza per la famiglia, di capire cosa sia avvenuto al 28enne torturato e ucciso in terra straniera.

La collaborazione dell’Egitto nel caso di Giulio Regeni

A sette anni dal rapimento del ricercatore Giulio Regeni, l’Egitto, Paese in cui è stato catturato, torturato e ucciso, potrebbe finalmente offrire la piena collaborazione alle autorità italiane.

Lo stesso al-Sisi ha garantito che il Paese farà di tutto per eliminare gli ostacoli e che rendono molto difficile dialogare con l’Italia. Tajani dal canto suo risponde che ha ascoltato attentamente le intenzioni durante l’incontro degli scorsi giorni ma attende di constatare se alle parole seguiranno i fatti.

Guido Crosetto si è detto ottimista in merito a questa vicenda e afferma che l’Italia e in particolare i familiari del ragazzo meritano la verità e ovviamente la giustizia.

Il titolare della Farnesina ha garantito che non ci saranno tentennamento e i colpevoli verranno condannati, ma ha aggiunto che bisognerà dialogare con l’Egitto anche per quanto riguarda altri argomenti, al fine di garantire stabilità nel Nord Africa e nella Libia, i cui equilibri al momento sono molto delicati.

Una fiaccolata silenziosa è stata organizzata per mercoledì sera a Fiumicello, in provincia di Udine, in onore del ricercatore scomparso 7 anni fa dopo l’ultimo sms inviato alle 19.41.

Lo scorso 15 gennaio avrebbe compito 35 anni e la mamma ha postato delle foto per ricordarlo in questa occasione e ha rinnovato il suo desiderio di verità e giustizia.

L’omicidio di Giulio Regeni

Il giallo è il colore della torta rappresentata nel disegno pubblicato dalla donna su Facebook, lo stesso che accompagna la battaglia della famiglia di Regeni per capire cosa sia successo in Egitto nel 2016.

Giulio era un dottorando dell’Università di Cambridge rapito il 25 gennaio del 2016 al Cairo, nel quinto giorno delle proteste di piazza Tahrir. Verrà ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo vicino a una prigione dei servizi segreti del Paese, con il corpo con evidenti segni di tortura, al punto che la madre lo riconobbe solo dal naso.

Nella pelle erano incise alcune lettere e tale pratica, effettuata con oggetti affilati, era stata documentata come tratto distintivo della polizia egiziana, per questo motivo subito il regime al-Sisi venne messo sotto accusa.

In tutto il mondo la morte del ricercatore friulano che all’epoca aveva 28 anni, fece nascere un dibattito politico sul coinvolgimento del governo egiziano, a causa anche dei depistaggi successivi all’omicidio avvenuto in circostanze poco chiare.

Ad esempio dopo il ritrovamento del corpo il generale Shalabi, direttore dell’amministrazione generale delle indagini di Giza, riferì che Regeni aveva avuto un incidente stradale, smentendo diversi dettagli.

Vennero svolte autopsie sia in Italia che in Egitto e la morte per tortura venne confermata da entrambi, evento che si sarebbe verificato negli ultimi 7 giorni, mentre l’omicidio è avvenuto circa 10 ore prima del ritrovamento del corpo.

Il corpo era pieno di lividi, bruciature di sigarette, abrasioni, contusioni, fratture ovunque, denti rotti, insomma una scena orribile che rimarrà per sempre impressa negli occhi e nella mente della madre, che riferì di aver visto addosso a suo figlio tutti i mali del mondo. Ancora, l’esame autoptico ha rivelò un’emorragia cerebrale e una vertebra cervicale fratturata in seguito a un violento colpo al collo, probabilmente la causa della morte.

Secondo il Parlamento Europeo, non si sarebbe trattato di un evento isolato, anzi farebbe parte di un contesto di torture, morti in carcere e sparizioni forzate avvenute nel Paese in questi anni.

Che stavolta sia la volta buona che si faccia luce sull’omicidio più discusso degli ultimi anni?


Fonte: https://www.nanopress.it/s/cronaca/feed/


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