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Tempi troppo stretti per la manovra, la Ue teme l’esercizio provvisorio

BRUXELLESLo spettro dell’esercizio provvisorio è dietro l’angolo. E la prospettiva inizia a agitare la Commissione Ue. Un allarme che è iniziato a risuonare la scorsa settimana.  Perché? Perché il governo italiano — il ministero dell’Economia — ha contattato informalmente l’esecutivo europeo per aggiornarlo sulle prossime scadenze. Condizionate dalle elezioni di domenica prossima.

Risultato: il gabinetto Draghi non presenterà la legge di Stabilità. Ossia la manovra economica che deve essere approvata dal Parlamento entro il 31 dicembre. Pena, appunto, l’esercizio provvisorio. Un “incidente” che ormai nel nostro Paese non si registra dal 1988. La squadra uscente di Draghi non ritiene che ci siano le condizioni per preparare una legge tanto basilare e fondamentale nell’indirizzo politico. È chiaro che tutto è vincolato al voto autunnale, una prima assoluta in epoca repubblicana.

Il percorso comunicato a Bruxelles allora sarà questo: la prossima settimana — dopo aver acquisito gli ultimi dati macroeconimici — il governo scriverà e presenterà la Nadef, la Nota di Aggiornamento al Def. Del resto la legge stabilisce il termine ordinatorio del 27 settembre per questa variazione. Al suo interno saranno inseriti i saldi tendenziali, ossia descriveranno la situazione sulla base delle cifre correnti senza includere eventuali modifiche o correzioni.

Nelle interlocuzioni ufficiose con Bruxelles, poi Roma avrebbe sondato la possibilità di non depositare nemmeno il Documento Programmatico di Bilancio. Si tratta di una sorta di sintesi della manovra economica che va spedita alla Commissione Ue entro il 15 ottobre e che la Commissione deve valutare e approvare. La risposta, però, è stata negativa. Gli uffici di Palazzo Berlaymont hanno citato il caso analogo più recente: il governo tedesco uscente di Angela Merkel inviò il Dpb a Bruxelles proprio il 15 ottobre dell’anno scorso.

Dopo di che a Palazzo Chigi le macchine resteranno ferme. E sarà il nuovo esecutivo a dover scrivere e a far approvare da Camera e Senato la legge di Stabilità. È evidente che a quel punto i tempi saranno strettissimi. Verosimilmente — e nel migliore dei casi — i nuovi ministri entreranno in carica nella prima settimana di novembre. A quel punto avranno meno di due mesi per chiudere il pacchetto. Questa circostanza rende possibile lo scavallamento della data del 31 dicembre. Un’ipotesi che crea più di un disagio a Bruxelles. Provocherebbe in primo luogo una tensione senza precedenti sui mercati finanziari.

Ma c’è un elemento in più da considerare. Il nuovo governo italiano a quel punto si troverà davvero davanti ad un bivio fondamentale: assegnare immediatamente un indirizzo alla sua politica economica. Soprattutto in caso di vittoria del centrodestra, si tratterà di un vero e proprio crocevia che definirà la natura e gli obiettivi della coalizione: accettare la Nadef di Draghi e quindi i suoi paletti senza fare nulla delle promesse elettorali debordanti compiute in campagna elettorale.

Oppure cambiare tutto e probabilmente avviarsi verso lo scontro con l’Unione europea. Basta allora sentire Matteo Salvini in questi giorni per capire che la scelta non sarà banale. Il leader leghista chiede uno scostamento di trenta miliardi di euro per sostenere, a suo dire, famiglie e imprese in difficoltà a causa della crisi energetica. Una soluzione che non sembra convincere Giorgia Meloni.

Al di là degli slogan e delle parole d’ordine preelettorali, presentarsi in Europa con il biglietto da visita di una Finanziaria che non tiene sotto controllo deficit e debito, equivale ad accettare una condizione di lite permanente. Vuol dire imboccare la strada che fa impennare i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato e correre il rischio che la Bce, proprio per questo motivo, non metta in funzione lo scudo antispread in nostra difesa.

Senza contare che una impostazione di questo tipo — è la riflessione che spesso accompagna i ragionamenti in Commissione e anche nel Parlamento europeo — può determinare l’esclusione di fatto dell’Italia dal negoziato sulla riforma del Patto di Stabilità e indurre i commissari a esprimere un giudizio più severo sul raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e quindi sullo stanziamento dei fondi del Recovery. E nelle casse del Tesoro devono ancora arrivare fino al 2026 circa 150 miliardi del NextGenerationEu.

Solo in un caso questa agenda potrebbe cambiare le intenzioni del governo Draghi. Se il risultato elettorale fosse incerto e si allungassero i tempi per la formazione dell’esecutivo, allora toccherebbe responsabilmente alla squadra “draghiana” impacchettare la legge di Stabilità e chiederne l’approvazione in Parlamento. Del resto nel 2018 servirono quasi tre mesi di trattative per dar vita al primo gabinetto Conte. Un tempo di sospensione così lungo stavolta l’Italia non se lo potrebbe permettere. Quattro anni e mezzo fa non c’era stato il Covid, la Russia non aveva attaccato l’Ucraina e il debito pubblico non era arrivato al 160 per cento.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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