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Pensione con Quota 100 per 450 mila persone. Ma Quota 102 è un flop, solo 3.800 domande

ROMA – Tempo di bilanci per Quota 100. Entro il 2025, quasi mezzo milione di persone andranno in pensione anticipata, ma meno di quanto previsto. Risparmiati 10 miliardi (ma più di 4 già usati). Ha mandato in pensione con almeno 62 anni e 38 di contributi soprattutto uomini, del settore privato e al Nord e con un assegno medio di 1.971 euro lordi al mese (con un gender gap rilevante). E nel frattempo flop dell’erede Quota 102, l’uscita a 64 anni con 38 di contributi valida solo per il 2022: appena 3.860 domande nei primi cinque mesi. Il governo prevedeva 23.500 uscite tra 2022 e 2023, di cui 16.800 già quest’anno.

I numeri definitivi di Quota 100 escono ora a sei mesi dalla fine della sperimentazione triennale 2019-2021 in uno studio molto dettagliato realizzato dall’Inps per la prima volta in collaborazione con l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb). E servono a spazzare via molti luoghi comuni legati a una misura che fu presentata dai vicepremier dell’epoca Luigi Di Maio e Matteo Salvini come in grado di anticipare la pensione a un milione di persone e creare altrettanti posti di lavoro. Ora Inps e Upb dicono che non è andata così. E che risulta “complicato valutare ex post” l’entità del turn over, anche perché in mezzo ci sono stati il Covid, il lockdown, il blocco dei licenziamenti. 

“Ricordiamoci, ogni volta che parliamo di flessibilità previdenziale, che esiste un vincolo di bilancio da rispettare e la spesa pensionistica italiana nel 2022 vale il 15,7% del Pil”, avverte Lilia Cavallari, presidente dell’Upb. “Questa spesa si ridurrà solo a partire dal 2036, quando avremo superato la gobba di uscite della generazione dei babyboomers e quando saremo nel pieno del sistema contributivo per tutti”. Osservazione condivisa dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico che però osserva: “C’è almeno un punto percentuale in quella spesa che non è previdenziale, ma assistenziale come la quattordicesima e l’integrazione al minimo. Teniamone conto nei nostri ragionamenti”.

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Valentina Conte

12 Novembre 2021

Quota 100 è stata la prima importante forma di flessibilità in uscita rispetto ai requisiti ordinari per la pensione previsti dalla legge Fornero del 2011: criteri mai aboliti, solo derogati per tre anni. E che rimangono in pieno dal prossimo gennaio, quando anche Quota 102 sarà finita: 67 anni e 20 di contributi per la pensione di vecchiaia, 42 anni e 10 mesi per la pensione anticipata (un anno in meno per le donne). Da tempo i sindacati chiedono al governo di riaprire una discussione sulla flessibilità in uscita. Ma il tavolo di confronto si è interrotto poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina a febbraio. E non più riconvocato. Vediamo qual è il bilancio di Quota 100.

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Valentina Conte

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Valentina Conte

15 Febbraio 2022

Quanti sono i quotisti? 

Le domande accolte dal 2019 al 31 dicembre 2021 sono state 380 mila. Un numero che entro il 2025 – nelle previsioni di Inps e Upb – crescerà fino a superare 450 mila perché i requisiti (almeno 62 anni e 38 di contributi) devono essere conseguiti entro il 2021, ma il diritto – l’effettivo pensionamento – può essere esercitato anche dopo. Per quest’anno ad esempio, sempre secondo i calcoli di Inps-Upb, i nuovi “quotisti” saranno 80 mila tra domande accolte a fine 2021, quelle giacenti e da lavorare e le altre stimate. Il numero di 450 mila nuovi pensionati non è piccolo, tuttavia rappresenta meno della metà di quanto si stimava (678 mila). 

Quanto si è speso e quante risorse avanzano?

Per mandare in pensione anticipata 450 mila persone si spenderanno 23,2 miliardi entro il 2025 contro i 33,5 stanziati. I risparmi ammontano dunque a 10,3 miliardi, quasi un terzo, anche se il “tesoretto” è stato in parte già usato da precedenti manovre e, al netto di queste, ora ammonta a 5,8 miliardi. Di sicuro la misura era stata sovrastimata dalla Relazione Tecnica del decreto 4/2019 istitutivo di Quota 100. E questo perché si ipotizzava prudenzialmente un tasso di adesione alla misura (detto “take up”) molto più alto di quello effettivo, tra il 70 e il 100% della platea di riferimento. In realtà solo poco meno della metà di chi poteva anticipare l’uscita l’ha fatto (take up al 49%). Anche se questa percentuale – avvertono Inps e Upb – potrebbe ancora crescere.

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Valentina Conte

27 Maggio 2022

Chi sono i quotisti?

Per metà sono dipendenti del settore privato, dove prevalgono gli uomini all’80%. Il 30% viene dal lavoro pubblico, dove invece prevalgono le donne al 55%. Il 20% da lavoro autonomo, dove le donne pesano per il 17%. In totale: 70% uomini e 30% donne. L’81% dei quotisti lavorava prima della domanda, il 9% “silente” (nessun impiego o contribuzione prima di Quota 100), l’8% disoccupato o sussidiato, il 2% versava i contributi in modo volontario. Solo il 10% dei quotisti ha la combinazione di 62+38. Nel 63% dei casi hanno 62 anni oppure 38 di contributi. L’età media è 63 anni, la contribuzione media di 39,6 anni. Adesioni maggiori tra redditi di lavoro medi. I quotisti sono soprattutto al Centro-Nord (Lazio e Lombardia) come numeri assoluti. Ma come incidenza sull’occupazione totale prevalgono al Sud.

Esiste un gender gap anche tra i quotisti?

L’importo medio mensile della pensione è di 1.971 euro lordi. Ma per le donne siamo a 1.829 euro e per gli uomini a 2.035 euro. La differenza di genere si percepisce di più tra gli autonomi (1.088 euro contro 1.436) e tra i lavoratori del settore privato (1.651 contro 2.206 euro), mentre è meno marcata nel settore pubblico (2.079 contro 2.262 euro). Quota 100 non comporta penalizzazioni, ma l’anticipo fino a 5 anni dell’uscita di per sé abbassa l’assegno perché si lavora per meno anni e si percepisce la pensione più a lungo. Secondo Inps-Upb si rinuncia a circa il 5% per ogni anno di anticipo. In dettaglio, un anticipo di 3-4 anni taglia la pensione del 17% per un autonomo, del 14% per un privato e del 19,5% per un dipendente pubblico. In media i quotisti hanno anticipato la pensione di 2,3 anni

Quali sono i settori o i comparti dove ci sono più quotisti?

Nel settore privato la metà dei 217 mila quotisti si divide tra le attività manifatturiere (30%) e trasporto e magazzinaggio (19%). Si arriva al 61% aggiungendo anche il commercio (12%). Nel settore pubblico, quasi la metà dei 129 mila quotisti si registrano nell’amministrazione dello Stato, ovvero nei ministeri con una prevalenza di donne (40 mila su 59 mila). Seguono enti locali (26%) e Servizio sanitario nazionale (17%). Se nel privato la ripartizione di genere premia gli uomini (80 contro 20), nel pubblico prevalgono le donne (55 a 45), favorite da carriere più continue e meglio remunerate. Quota 100 non è di per sé una misura pro-donne, perché il requisito contributivo è quasi sempre proibitivo (38 anni).


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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