in

La trappola del cambio per la Bce: perché Francoforte deve muoversi con cautela sui tassi

Fra tutti i guai in agguato, ci mancava anche il cambio. Adesso, bastano infatti 1,04 dollari per comprare un euro. Praticamente, sono quasi pari. Anzi, molti, sui mercati, scommettono che raggiungeremo effettivamente la parità prima di Natale. Non proprio una inversione a U, ma comunque una bella svolta. Negli ultimi anni, le quotazioni dell’euro hanno abitualmente oscillato fra 1,10 e 1,20 dollari. C’è stato un momento, intorno al 2008, in cui l’euro era ancora più caro, fino a 1,60 dollari. Per trovare la parità, bisogna tornare molto più indietro, all’infanzia della moneta comune europea: 2002.

Gli economisti non sono affatto sorpresi. Questa svalutazione dell’euro è l’inevitabile risultato del fatto che la Bce, con l’inflazione che monta, è “behind the curve”, come dicono loro. Ovvero è in ritardo sul rialzo dei tassi di interesse: c’è ormai un punto e mezzo di differenza fra tassi europei e americani. In Europa, gli interessi sono ancora negativi: meno 0,5 per cento il tasso ufficiale di Francoforte. In America, la Fed fa già pagare il denaro l’1 per cento.

In realtà, le cose stanno per cambiare. Christine Lagarde ha praticamente  annunciato un aumento di 0,25 punti a luglio. Gli operatori mettono in conto sette aumenti: saremo a zero a Natale e all’1,25 per cento fra un anno. Anche così, peraltro, Francoforte resterà “behind the curve” rispetto alla Fed. Con una inflazione appena superiore a quella europea (8,3 per cento l’anno, contro il 7,5 europeo) la banca centrale americana ha annunciato una politica  molto più aggressiva, che porterà, probabilmente, i tassi oltre il 3 per cento, più del doppio dell’Europa. Ma c’è chi crede che la distanza sarà assai superiore a quella disegnata in questo percorso. Contro una Fed oltre il 3 per cento, la Bce non oltrepasserà lo 0, ha detto al Financial Times il boss di Amundi, il più grosso gestore di fondi europeo. Perché? Perché la Bce non può alzare troppo i tassi in una economia che corre verso la recessione. Ed ecco che il divario sui tassi spingerà l’euro verso la parità.

Euro e dollaro verso la parità: tra Bce e guerra, gli economisti prevedono un ritorno ai livelli di 20 anni fa

di

Carlotta Scozzari

12 Maggio 2022

In effetti, la situazione che fronteggia la Bce è molto più fragile di quella che ha di fronte la Fed, una differenza che spiega le esitazioni di Francoforte. L’inflazione americana è alimentata all’eccesso di liquidità messo in circolo con i fondi anti-pandemia. Una volta prosciugata questa liquidità con il rincaro dei tassi, la Fed può sperare di rimettere in carreggiata l’economia senza troppi scossoni. Non è così per la Bce. L’inflazione europea viaggia ad un ritmo simile a quella Usa, ma per metà è spinta non da eccessi di domanda, ma dall’aggravio dei costi dovuti a petrolio e gas, su cui la politica monetaria può fare ben poco. Non basta: la guerra in Ucraina esaspera – assai più che negli Usa – sia i rischi di recessione che i rialzi di petrolio e gas e, dunque, l’inflazione. E ancora: Francoforte deve tener d’occhio gli squilibri monetari fra i diversi paesi europei. Lo spread fra titoli italiani e tedeschi è raddoppiato da 100 a quasi 200 punti fra ottobre e oggi. I rendimenti dei Btp decennali sono praticamente triplicati, rispetto ad un anno fa. La situazione del debito italiano (il più debole dell’eurozona) è ancora sotto controllo, ma queste tendenze rischiano di innescare la speculazione.

Anche una volta imboccata la via del rialzo dei tassi, che sono sotto zero dal 2014, la Bce, insomma, dovrà procedere con il freno tirato, nel tentativo di tenere insieme spinte contrastanti. Compresa quella sul cambio, che, in questa situazione, non è affatto neutrale. La parità euro-dollaro è, infatti, un potente ricostituente per le esportazioni europee, perché ne abbassa i prezzi sui mercati internazionali. Ma, nella situazione attuale, conta probabilmente di più il rovescio negativo del cambio debole. Significa, infatti, importazioni più care e, in un momento in cui recessione e inflazione vengono spinte soprattutto dall’aumento dei costi esterni di materie prime prezzate in dollari è esattamente quello che non ci vuole. Per fare un esempio, oggi, con l’euro a 1,4 dollari e il greggio a 105 dollari, un barile di petrolio costa più o meno 100 euro. Con l’euro a 1,20 dollari, come un anno fa, quello stesso barile di euro ne sarebbe costati 93. La variabile cambio rischia di diventare un’ulteriore trappola sulla strada della Bce.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


Tagcloud:

Previsioni meteo, weekend con Hannibal, clima estivo ma con locali temporali

Università, la Sapienza di Roma negli scatti di 14 maestri della fotografia: confronto tra il 1985 e oggi