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Fed, non c’è fine alla stretta. Tassi verso il 4,5% a fine anno

NEW YORK – «Il messaggio non è cambiato, dal discorso di Jackson Hole». Così il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha spiegato perché ieri la Banca centrale americana ha alzato ancora i tassi di 0,75 punti, indicando poi che continuerà ad aumentare il costo del denaro almeno dell’1,25% entro la fine dell’anno. Questo perché i segnali arrivati finora non lasciano pensare che l’inflazione abbia davvero iniziato ad invertire la sua corsa. Wall Street ha reagito in maniera incerta, secondo la volatilità che ormai la domina da un paio di mesi, salendo e scendendo quasi in reazione diretta alle parole che Powell pronunciava durante la sua conferenza stampa. Alla fine però ha chiuso la giornata con un calo dell’indice Dow Jones di un punto e mezzo, perché ha prevalso il pessimismo.

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Nel comunicato ufficiale, la Fed ha ribadito di essere «fortemente impegnata a riportare l’inflazione verso il suo obiettivo del 2%». Perciò ha alzato ancora il costo del denaro dello 0,75%, come del resto tutti avevano previsto, portandolo fra il 3% e 3,25%, ossia il livello più alto dalla crisi del 2008. Però ha aggiunto di anticipare che «ulteriori aumenti saranno appropriati». Considerando che prima della fine dell’anno mancano ancora due riunioni della banca centrale, per far salire i tassi dell’1,25% sarà necessario almeno un altro provvedimento delle dimensioni di quello deciso ieri. La Federal Reserve prevede di arrivare tra il 4,50% e il 5%, fra gli ultimi mesi del 2022 e il 2023, ma non è detto che inizi a fare marcia indietro nel 2024. Prima dovrà raggiungere un livello di stabilizzazione, e restarci quanto riterrà necessario per centrare il suo obiettivo. Nel frattempo la crescita rallenterà, scendendo allo 0,2% per la fine dell’anno, mentre la disoccupazione aumenterà dal 3,8% al 4,4% nel corso del 2023.

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Powell, che aveva chiaramente sbagliato le valutazioni sull’inflazione giudicandola un fenomeno transitorio quando aveva iniziato a salire, ha cercato di proiettare l’immagine del falco, dicendo che «noi abbiamo tanto gli strumenti, quanto la determinazione che sarà necessaria a ricreare la stabilità dei prezzi per le famiglie e le imprese americane». Questo per evitare che i mercati tornino a prenderlo sottogamba, e non credano alle sue promesse. Quindi ha aggiunto: «Il ritmo degli aumenti dei tassi continuerà a dipendere dai dati». Ce ne sono alcuni incoraggianti, come la riduzione del prezzo della benzina o il raffreddamento del mercato edilizio, ma con la guerra in Ucraina e i problemi della supply chain non sono ancora sufficienti per credere che l’inversione di tendenza dal picco dell’inflazione sopra all’8% sia davvero cominciata: «Il mio messaggio centrale non è cambiato per nulla dopo Jackson Hole. Ci vorrà un po’ di tempo per vedere gli effetti delle nostre azioni. Per ora ci sono solo prove modeste del raffreddamento del mercato del lavoro. Noi pensiamo che dovremo portare i tassi ad un livello restrittivo, e lasciarli là per un certo periodo. La storia ci insegna di evitare un allentamento prematuro della politica».

Powell voleva che stavolta i mercati percepissero il messaggio giusto, e almeno da questo punto di vista sembra aver raggiunto il suo obiettivo. Il problema però non riguarda solo l’effetto del rialzo dei tassi sull’inflazione, ma anche sulla politica. A novembre sono in programma le elezioni, e la senatrice democratica Warren rimprovera al capo della Fed di aver commesso due errori di fila: prima sottovalutare l’inflazione, e adesso esagerare la risposta, spingendo gli Usa verso la recessione. Così il partito di Biden rischia di pagare il prezzo due volte, alle midterm di adesso e alle presidenziali del 2024.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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