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Eataly, è Investindustrial il nuovo socio per far decollare il gruppo

MILANO – L’ultima puntata è stata appena scritta: la famiglia Farinetti ha fatto un passo indietro dalla sua  creatura, Eataly, che a conclusione dell’operazione avrà un nuovo azionista, il fondo Investindustrial di Andrea Bonomi, al 52%, mentre i  soci attuali (Farinetti compresi) saranno al 48%. Per Investindustrial l’impegno finanziario complessivo non è stato reso noto, ma potrebbe essere nell’ordine dei 350 milioni.

Sarà una nuova pagina, di una storia iniziata con l’apertura del primo punto vendita a Torino, all’interno dell’ex fabbrica della Carpano, nel 2007. Un evento, all’epoca: l’Eataly Torino Lingotto era una novità assoluta, dalla location post industriale alla formula (metà mercato, metà boutique di extra-lusso). In vetrina, l’eccellenza del food italiano, con una ricerca raffinatissima e selettiva dei fornitori, spesso molto piccoli, anzi meglio se piccoli e ultra-sofisticati.

Ma se i primi anni sono stati di crescita irruenta – e di aspettative ancor più stellari, anche da parte dei fondatori – il compito che attende Investindustrial non è dei più semplici: far decollare un grande progetto rimasto per molti aspetti a metà. Sembra passata un’era geologica dal 2017-2018, quando la quotazione sembrava imminente e giravano valutazioni fino a tre miliardi. All’epoca, banche d’affari più prudenti avevano ipotizzato un enterprice value (valore dell’azienda comprensivo del debito) di due miliardi.

I progetti per la quotazione

Eataly sarà la nuova Ferrari“, dicevano allora; ma Piazza Affari non è mai arrivata. Un po’ perché i conti crescevano ma non esplodevano – nel 2017 il fatturato era di 460 milioni, l’anno dopo di 475 e nel 2019 era ancora a 525 – mentre l’Ebitda, il margine operativo, faceva spesso il passo del gambero: 39 milioni nel lontano 2014, meno di 30 l’anno dopo. Per non parlare del 2021, quando il fatturato ha recuperato i 464 milioni, ma l’Ebitda corretto dalle voci straordinarie è stato pari a 14,4 milioni. Nel mezzo, il Covid, che aveva portato il margine operativo “rettificato” a -14,6 milioni. Però il Covid fa storia a sé, per un gruppo di vendite retail e ristorazione il biennio della pandemia è una sorta di buco nero.

La mancata quotazione, e per certi versi la promessa sempre mantenuta a metà da Eataly, ha anche un altro aspetto: la parabola di un gruppo che ha puntato molto sulla crescita, e quindi necessariamente sull’apertura di nuovi punti vendita, necessariamente dispendiosi ma non sempre fortunati. Nelle location e nelle dimensioni. Morale: di anno in anno si è aspettato che il gruppo fosse cresciuto abbastanza, anche in redditività, spostando in là l’asticella.

Le sedi in Italia e il costo degli affitti

Qualche sede non ha funzionato come si pensava, dall’esperimento Fico a Bologna, in collaborazione anche azionaria con le Coop, a qualche sede minore, insieme allo store in Giappone (prima della nuova apertura a Tokio) al mancato sbarco in Cina, tanto per fare qualche esempio, non possono essere annoverati tra i successi. Negozi grandi, con affitti importanti, dove sbagliare mossa (e non correggere in tempo gli errori, aggiungono alcuni) può costare caro. “Il modello di business funziona e all’estero va spesso benissimo” spiegano gli esperti del settore; ma non basta. Quest’anno le aspettative sono decisamente in ripresa, con un fatturato atteso di 600 milioni (e un Ebitda che secondo fonti di mercato potrebbe essere intorno ai 40 milioni).

Un buon viatico per Investindustrial. Il cui ingresso è legato, in parte, proprio dall’obiettivo dichiarato nel comunicato stampa: riportare i punti vendita negli Usa totalmente sotto il gruppo, rilevando quel 40% che ancora mancava sotto il cappello Eataly italiano, comprando le minoranze da Bastianich e dagli altri soci in America. Un obiettivo che il gruppo si era posto già prima della pandemia e poi congelato proprio per l’emergenza sanitaria.

I soci che vendono 

A questo punto, con un nuovo socio dalle spalle finanziarie forti – Investindustrial – e azionisti comunque determinati, la corsa potrebbe ripartire. Tra i molti ad esserne convinto c’è Gianni Tamburi, che attraverso Clubitaly (Tip e altri soci, tra cui Lavazza e Branca) è entrato nel 2014 pagando 120 milioni per rilevare il 20%. Unico socio a non vendere nemmeno in parte, anzi a comprare dai soci storici un’ulteriore partecipazione in Eataly “a condizioni tali da consentirle di abbassare sensibilmente il valore medio di carico”, spiega la società in un comunicato. Magari rispolverando, a tempo debito, anche il processo di quotazione. “Credo molto nella storia di Eataly – conferma Giovanni Tamburi, fondatore e alla guida di Tip – e per questo non solo non vendiamo ma aumentiamo la nostra quota, con la speranza di poter accompagnare anche Eataly in Borsa, come abbiamo fatto con tante altre società”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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