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Buoni postali, la rimonta dei rendimenti grazie al decreto di luglio

MILANO – Il 14 giugno scorso – momento di maggior tensione sul fronte dei tassi – il Btp decennale rendeva il 4,1%; ora è sceso di circa un punto percentuale e oscilla intorno a quota 3%. Alla stessa data di giugno, un risparmiatore che avesse sottoscritto un Buono postale ventennale avrebbe avuto – a scadenza – un rendimento dello 0,5%. Oggi porterebbe a casa il 2%, quattro volte tanto. Follie della finanza? No, semplicemente meccanismi profondamente diversi nella determinazione dei rendimenti: mai come in questo caso, si sta parlando sempre di frutta, ma da una parte ci sono le mele, dall’altra le pere. Vediamo nel dettaglio perché.

I rendimenti dei Buoni Postali

I tassi dei Buoni postali ordinari (di gran lunga i più famosi, ma non gli unici) vengono stabiliti con decreto ministeriale: possono essere alzati o abbassati, a seconda delle fasi di mercato. L’ultima volta sono stati alzati lo scorso 6 luglio. Non cambiano molto frequentemente e, una volta fissati, valgono per tutta la durata del titolo: in altre parole, chi ha sottoscritto un Buono con un certo tasso lo conserva fino a scadenza, come succede del resto con i Btp. Quindi, solo le nuove emissioni di Buoni postali hanno i nuovi tassi. Tuttavia, è sempre possibile chiedere il rimborso anticipato (con una penalizzazione sulla maturazione degli interessi, ma non sul capitale versato).

Il mese scorso è stato alzato anche il rendimento sul Buono riservato ai minori: ora il rendimento a scadenza (18 anni) è pari al 3,5% lordo, prima del 6 luglio era al 2,5%. Ma attenzione, nel caso di richiesta di rimborso anticipato, fino al penultimo anno di vita del Buono si prende un interesse netto annuo pari allo 0,44%; insomma, si rinuncia alla progressione degli interessi nel tempo (che è una caratteristica della maggior parte degli strumenti finanziari delle Poste).

Il decreto del Mef non ha invece toccato i tassi dei Libretti nominativi ordinari e Smart, che continuano ad offrire un rendimento simbolico dello 0,001% lordo, però sulla variante Smart (in questo caso dal primo luglio) c’è una nuova offerta supersmart di 360 giorni, con un interesse annulo lordo dell’1%, sulle somme accantonate per un anno. Inoltre, sono state nuovamente emesse le serie di Buoni a tre anni Plus, e altre tipologie di Buoni: tre anni allungabili per altri due; tre anni prorogabili per quattro e infine quattro anni prorogabili per altri quattro.

Btp e Buoni postali, il confronto

Ma come mai i rendimenti sui Btp e quelli postali funzionano in apparenza in modi così diversi? In realtà la differenza è – appunto – solo apparente. Quando si dice infatti che i rendimenti dei Btp sono saliti, o scesi, si fa riferimento ai valori espressi sul mercato secondario dei titoli di Stato. Il risparmiatore che compera un Btp all’emissione e lo porta a scadenza ha il rendimento espresso dalla cedola (e dal prezzo di sottoscrizione), sempre uguale a se stesso, così come accade con i Buoni postali. Ma questi ultimi, a differenza dei Btp, non hanno un mercato secondario, dove il prezzo cambia ogni giorno (facendo variare di conseguenza anche il rendimento, determinato al momento dell’acquisto).

Inoltre, altra differenza, ogni nuova asta di Btp vede l’adeguamento dei rendimenti ai tassi di mercato (secondario) mentre le emissioni dei Buoni postali si adeguano solo con un decreto ministeriale: nel frattempo, per chi vuole comperarli basta andare alla Posta (ma anche online) dove trova le condizioni dell’ultima emissione fatta.

Il meccanismo presenta vantaggi e svantaggi: sul mercato secondario i rendimenti si adeguano di continuo alle condizioni di mercato e chi vuole vendere o comprare Btp può sfruttare le differenze di prezzo o, a seconda di come va il mercato, subire le perdite in conto capitale (se vende ad un prezzo più basso di quanto abbia comprato). I Buoni postali invece hanno sempre il valore nominale: rendono meno (anche adesso, nonostante i rialzi dei tassi) però non si rischiano mai perdite sul capitale, se si avesse bisogno di smontare l’investimento prima del previsto.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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