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Vaccini contro il Covid: le fabbriche mai nate del farmaco italiano. “Noi lasciati senza fondi”

La Spagna ha annunciato un accordo decennale con Moderna: lo stabilimento Rovi di Madrid continuerà anche in futuro a produrre il vaccino contro il Covid, e gli altri vaccini a Rna che verranno. Il Sudafrica intanto ha creato la sua prima fiala. Si è ispirato a Moderna, che ha rinunciato al brevetto, ma lo definisce con orgoglio “il vaccino africano”. La presentazione avverrà venerdì a Città del Capo, sede del laboratorio di Afrigen, con il presidente francese Macron e quello dell’Oms Ghebreyesus.

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13 Febbraio 2022

Anche Pfizer rinuncerà al brevetto e invierà in Africa container attrezzati per produrre il suo vaccino sul continente. La Germania e la Gran Bretagna possono dire di aver messo a punto i due vaccini più usati al mondo (a eccezione di quelli cinesi): AstraZeneca e Pfzer-BioNTech. In Europa occidentale infine non esiste nazione che non abbia fabbriche impegnate nella produzione delle preziose fiale.

Unica eccezione è l’Italia, che si occupa dell’infialamento del prodotto finito di Pfizer alla Catalent di Anagni e alla Thermo Fisher di Monza. La piattaforma dell’Rna, che nel 2021 ha incassato 46 miliardi di dollari e che secondo le stime di mercato arriverà a 100 miliardi nel 2026, da noi non è pervenuta. Anzi Pfizer, che dalle sue dosi nel 2021 ha ricavato 37 miliardi di dollari, si prepara a licenziare 130 dipendenti nella sede di Catania. Lo stabilimento non c’entra con il Covid, produce penicillina, ma la sua crisi fa capire che l’industria farmaceutica italiana, a differenza degli altri paesi, difficilmente uscirà migliorata dalla pandemia.

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Alessandro Puglia

15 Febbraio 2022

Le promesse della politica erano state diverse. Era marzo 2021 quando il Ministero per lo sviluppo economico (Mise) annunciava vaccini prodotti in Italia entro l’autunno. A settembre il ministro della Salute Roberto Speranza aveva rilanciato: “Lavoriamo per un’Italia autonoma entro l’anno”. Poi il 2021 è finito, ogni tanto viene ventilata l’ipotesi di portare Moderna anche da noi, ma di concreto ancora nulla.

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Anche le promesse della ricerca sono finite su un binario morto, e non per colpa loro. ReiThera, l’azienda del “vaccino italiano” non ha i fondi (che pure Invitalia un anno fa gli aveva promesso) per portare avanti l’ultima fase delle sperimentazioni. Ora si trova seriamente esposta, dopo essere passata da 90 a 120 dipendenti, aver ampliato la sede e acquistato un bioreattore da un milione di euro adatto anche a produrre vaccini a Rna. Toscana Life Sciences Sviluppo, la società che sotto la guida di Rino Rappuoli ha messo a punto degli anticorpi monoclonali contro il Covid, il 27 gennaio ha annunciato la fine delle sperimentazioni. Aveva arruolato 335 volontari su 400. Era a un passo dal traguardo, ma Omicron ha inficiato l’efficacia del suo farmaco.

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Elena Dusi

02 Ottobre 2021

L’industria farmaceutica italiana insomma si prepara a uscire (speriamo) dalla pandemia con un pugno di mosche. La tesi non trova d’accordo Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria: “Nessun paese riesce a fare da solo un vaccino a Rna, un prodotto molto complesso. L’Italia partecipa alla fase dell’infialamento e della validazione, che non sono trascurabili. Esistono poi aziende innovative, come la Biomedica Foscama, che hanno investito per produrre siringhe già riempite con il vaccino”.

Il Mise poi ha messo sul tavolo Enea Tech e Biomedical, una sua vigilata munita di circa 500 milioni per sostenere tra l’altro i nuovi vaccini. Nata a maggio 2021, la fondazione ha ottenuto il suo statuto definitivo e il suo presidente (l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria) solo il 6 gennaio di quest’anno. “Siamo in fase di riorganizzazione” si limitano a dire i suoi rappresentanti. Nessuna indicazione sui progetti futuri.

Cosa è andato storto? Lo spiega Luigi Aurisicchio, fondatore e direttore di Takis, la biotech che ha messo a punto un secondo vaccino italiano a Dna, anche lui ora arenato. “Abbiamo concluso la sperimentazione di fase uno, ma semplicemente non abbiamo i fondi per la fase due”.

Gli Stati Uniti hanno finanziato Moderna con oltre un miliardo, la Germania ha dato a BioNTech 300 milioni. L’Italia ha speso quasi due miliardi per il cashback, ma non è riuscita a sostenere le sue biotech. “Spesso dal pubblico ci arrivano proposte di cofinanziamento” spiega Aurisicchio. “Ma su progetti da 50-60 milioni, noi piccole aziende non possiamo permetterci neanche quello”.

Quello che abbiamo perso non riguarda solo la pandemia, ma anche il futuro. L’Rna, secondo la rivista Nature, dominerà il mercato dei vaccini “nei prossimi 15 anni grazie ai suoi vantaggi e alle alte probabilità di successo”. Già sono allo studio nuovi vaccini contro l’influenza, perfino il cancro e l’Aids. “Nelle riunioni dell’Oms – spiega Aurisicchio – si dà molta enfasi alla messa a punto un giorno di un vaccino contro tutti i coronavirus oppure sotto forma di spray nasale”. Ma l’Italia, se queste sono le premesse, non è detto che quel giorno sarà sulla mappa.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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