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Javier Marías è il vincitore del premio von Rezzori

Una spy story che, tra le mani ingegnose di Javier Marías, diventa ben altro, cancellando le barriere tra fiction pura e romanzo di genere. Tomás Nevinson (tradotto per Einaudi da Maria Nicola) è infatti un vertiginoso scavo psicologico che ha per cardini interrogativi ambigui quanto fondamentali e pone questioni di contenuto e di forma in grado di mantenere viva e propositiva l’arte del narrare. Per questo, vince la XVI edizione del Premio von Rezzori, prestigioso riconoscimento che ogni anno la Fondazione Santa Maddalena conferisce ad un romanzo in lingua straniera che è stato tradotto in Italia.

“Sequel” del precedente Berta Isla (Tomás è il marito della protagonista), pone una questione di difficile soluzione: è etico uccidere l’assassino? Nella fattispecie, è lecito far fuori una terrorista che si è macchiata di orribili stragi e che potrebbe compierne ancora? Quando e perché un gesto estremo come l’omicidio può essere considerato giusto? Chi e cosa determinano il lecito dall’illecito, se l’obiettivo è evitare il male peggiore? Questo si chiede Tomás, che ha fatto parte dei servizi segreti (per anni ha dovuto nascondersi, tanto che Berta lo ha creduto morto), quando viene richiamato per una nuova missione: rintracciare una pericolosissima assassina confusa tra i cittadini di un piccolo paese della Spagna. L’attenzione si è stretta su tre donne. Solo una è la colpevole. Tomás dovrà scoprire chi. Altrimenti, tutte e tre dovranno essere uccise.

“Berta Isla era un romanzo di attese e di fantasmi. Raccontava la storia di una donna che si ritrova a costruire la sua vita attorno all’assenza del marito. Una vita che scorre lenta e dolente, con moltissime domande e quasi nessuna risposta – si legge nella motivazione – La vita del marito, Tomás Nevinson, invece, dev’essere stata una vita avventurosa. È la vita di un agente segreto, piena di colpi di scena, inganni e accelerazioni. Ecco, se il romanzo di Berta Isla era un romanzo sui vuoti, un romanzo dedicato a Tomás Nevinson dev’essere un romanzo sui pieni. Ma la letteratura non ha molto a che fare con il rigore e infatti anche Tomás Nevinson è un romanzo di attese e fantasmi, forse con ancora più attese e fantasmi”. Il protagonista “ci guarda e ci riguarda. È un personaggio pensoso e riflessivo, che ha capito che nell’inganno di chi vive sotto mentite spoglie c’è nascosta una porta d’accesso alle nostre verità più profonde. Viviamo in un mondo che non sembra avere nessuna intenzione di rallentare – si legge ancora – le scorciatoie sembrano diventare le uniche strade possibili e per la fretta di arrivare al punto colpire il bersaglio diventa sempre più difficile”. Con le sue opere Marías “ha dimostrato che il romanzo ha ancora il potere di piegare questo ritmo del mondo, farlo rallentare fino quasi a fermarlo. Ma non è solo una questione di ritmo e neppure il semplice desiderio di andare controcorrente. È invece la necessità di un tempo diverso, il tempo necessario per scavare più a fondo, quasi un monito che ci ricorda di continuare a coltivare i pensieri larghi”.

La giuria, presieduta da Ernesto Ferrero, è composta da Beatrice Monti della Corte (patronessa del premio e che a Donnini apre le porte della casa sua e del marito, Gregor von Rezzori, a scrittori in residenza) Andrea Bajani, Alberto Manguel, Maylis de Kerangal e Edmund White. Il premio per la migliore traduzione è stato assegnato dall’altra giuria (Beatrice Monti della Corte, Andrea Landolfi, Paola Del Zoppo) a Claudia Zonghetti per I fratelli Karamazov di Dostoevskij (Einaudi).


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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