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Covid, il caso dei positivi ricoverati per altre patologie: “Sugli ospedali hanno un impatto devastante”

Non sono ricoverati a causa del Covid, ma sono positivi. Soffrono di altre patologie – cardiache, ortopediche, neurologiche – e il fatto che siano anche infetti non rappresenta un problema dal punto di vista sanitario. Il guaio è tutto per l’ospedale e per la sua offerta di servizi sanitari. Gestire persone infette fuori dai reparti Covid infatti è complicato, fa rischiare il contagio di altri pazienti e operatori e soprattutto riduce l’attività destinata a chi ha patologie diverse. Per questo secondo Dario Manfellotto, che presiede la Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi), non è tanto importante cambiare il modo di conteggiare i ricoverati ai fini della decisione del colore nel quale deve stare una Regione (cambiamento chiesto dalle Regioni e quasi certamente concesso dal ministero alla Salute). Bisogna piuttosto pensare a come gestire questi pazienti. 

Qual è l’impatto sull’ospedale di un malato entrato per un’altra patologia e scoperto positivo al Covid?

“Comunque devastante. Facciamo i controlli periodici dei ricoverati e chi resta una settimana affronta anche tre tamponi molecolari. Se risulta positivo, anche se del tutto asintomatico, e ha bisogno dell’assistenza ospedaliera perché magari ha una colica, deve essere isolato. Però bisogna anche valutare se nel suo caso sia giusto fare i monoclonali, che si danno all’inizio dell’infezione a soggetti a rischio. Se nell’ospedale c’è un reparto Covid si trasferisce”.

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E se il reparto Covid non c’è?

“Va spostato in un altro ospedale che ne è dotato, ammesso che abbia la disponibilità, cosa adesso molto difficile”.

Non si può isolare dove si trova?

“E’ quello che facciamo ma con enormi difficoltà, per allontanare la persona dagli altri pazienti. Bisogna poi creare una zona filtro per il personale, che impiega molto più tempo a svolgere le attività assistenziali. Tra vestizione e svestizione vanno via 30-40 minuti e poi va fatta la visita. I tempi sono lunghissimi e compromettono la qualità dell’assistenza agli altri pazienti non Covid. Ci vorrebbe più personale ma in questo momento è quasi impossibile averlo. Poi c’è un altro problema”.

Quale?

“Aumenta notevolmente il contenzioso di altri pazienti che possono lamentare carenze o ritardi nell’assistenza”.

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Come si organizza l’isolamento in una corsia?

“Dipende come sono le stanze. Se sono da 2, quando trovi un positivo devi fare i test anche all’altra persona ricoverata nello stesso ambiente. Dopo qualche giorno potrebbe positivizzarsi. Se però la stanza ospita un numero di pazienti superiore le cose diventano ancora più complicate. In generale, visto che il paziente positivo deve restare da solo in una stanza, si può ridurre di molto la capacità del reparto”.

E il personale?

“Quello è un altro problema. La regola è che dopo un contatto stretto con un positivo, fuori da un reparto Covid, in assenza di sintomi l’operatore deve fare un tampone antigenico al giorno per 5 giorni. Se ha i sintomi va a casa e noi restiamo sguarniti. Ovunque ci sono problemi di organico a causa di operatori positivi in questo momento. Per esempio in un pronto soccorso del Lazio c’è stato un cluster di oltre 10 infermieri contagiati che ha costretto la direzione a trasferire tutto il personale da un reparto chirurgico all’emergenza. Ma ovviamente tutta l’attività di quel reparto è stata bloccata”.

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E invece chi ha i sintomi del Covid come sta?

“Non c’è dubbio che situazione non sia quella di novembre dello scorso anno. L’impatto dei vaccini è stato clamoroso e abbiamo casi mediamente meno complessi. I gravi sono soprattutto i non vaccinati o i vaccinati ma colpiti da altre gravi patologie e per questo fragili. Il problema è la numerosità di questi casi, che sono altamente contagiosi a causa delle caratteristiche di Omicron”.

Quanto è pesante la situazione per gli altri pazienti?

“Molto, le attività si riducono. Se una persona che il giorno dopo deve fare la gastroscopia si scopre essere in una stanza con un positivo, non può affrontare l’esame. L’attività programmata può saltare, mentre restano assicurate le urgenze. Poi ci sono casi particolarmente critici”.

Faccia un esempio.

“I dializzati si devono presentare tre volte alla settimana nella struttura sanitaria che li segue. Nei centri dialisi ci sono stanze da 10-12 letti che possono lavorare su tre turni ogni giorno. Ovviamente lì il contagio può essere facilitato, basta un positivo e si rischia il cluster. La mattina si fa il check di chi deve presentarsi e se il paziente ha la febbre o la tosse, oppure ha avuto un contatto a rischio o è positivo a un tampone deve essere comunque portato in ospedale. Fa la dialisi ma non può tornare a casa, visto che si tratta di una persona immunodepressa che potrebbe peggiorare a causa del coronavirus. Quindi gli va trovato un posto letto in ospedale o magari va chiesto il trasferimento a un centro dialisi Covid. Ma i posti sono molto difficili da trovare”.

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Cosa pensa dell’idea di cambiare il conteggio dei casi in ospedale distinguendo tra ricoverati “per” Covid e ricoverati “con” Covid?

“Al di là dei dati, che hanno a che fare con i colori delle Regioni, i ricoverati per altri motivi ma poi scoperti positivi al coronavirus, come ho spiegato, hanno comunque un grande impatto sull’organizzazione. Le conseguenze ricadono sugli altri pazienti. E infatti un po’ tutte le Regioni hanno sospeso o stanno sospendendo l’attività di elezione, cioè i ricoveri, chirurgici e non, che sono programmati ma non urgenti”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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