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Lampedusa, l'isola ritrova i suoi orti: merito di semi antichi e solidali

Un nuovo modo di vivere l’isola di Lampedusa, restituendole un’identità agricola e sociale. È questa la missione della cooperativa Agricola Mpidusa, nata nell’ambito del progetto Lampedusa Eco Farm portato avanti dall’associazione socio-ambientalista Terra! (fondata nel 2008 e operativa sull’isola da oltre sei anni). Si tratta di un programma di inserimento socio-lavorativo di giovani, anche con disabilità, e al tempo stesso un innovativo modo di valorizzare l’isola di Lampedusa in chiave ecologica – in quanto fortemente esposta agli effetti del cambiamento climatico.

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Terra! è una onlus con sede a Roma il cui obiettivo è quello di muoversi in diversi territori per realizzare una rete di progetti collegati tra loro, ad ampio raggio nazionale, ma seguendo sempre un approccio ambientale e sociale nei diversi programmi, nella formazione e nelle iniziative locali. Lampedusa pertanto, oltre ad essere crocevia di migrazioni e culture, è diventata un laboratorio di orti comunitari: a partire da quello costruito all’interno di una zona pubblica proprio nel centro abitato dell’isola, dopo aver riqualificato l’area (che prima era una discarica a cielo aperto). L’iniziativa ha coinvolto tutta la cittadinanza, i bambini delle scuole e gli utenti del centro diurno dell’isola.

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Quegli orti sono diventati parte attiva di un progetto più ampio che ha dato vita a “Mpidusa”, la prima cooperativa agricola sociale destinata a produrre cibo locale e sostenibile usando sementa antichissime e tipiche delle isole Pelagie. “La cooperativa ha al suo interno sia un’anima sociale sia un’anima ambientale”, puntualizza a Green&Blue Daniele Caucci, coordinatore dei progetti di Terra!. “Mpidusa si rivolge ai lampedusani, permettendo anche a chi arriva dal centro diurno dell’isola di trovare un impiego e apprendere delle nuove conoscenze. Oltre al fatto che fornisce ai cittadini dei prodotti locali e a chilometro zero”, continua Caucci.

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A seguito infatti del recupero dei terreni abbandonati sull’isola, messi a disposizione dell’associazione dai contadini dell’isola secondo la formula della locazione gratuita, e del loro avviamento alla produzione agricola, i prodotti delle coltivazioni finiscono sui banchi di alcuni agricoltori locali o molto spesso direttamente davanti alla porta delle abitazioni private – quasi 50 famiglie – tramite il sistema delle cassette. “A Lampedusa non c’è una produzione agricola, quindi noi stiamo provando a mettere in piedi una rete che, anche se difficilmente riuscirà a provvedere a tutto il fabbisogno degli isolani, vuole essere un esempio”, svela Caucci.

Il progetto

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Nell’isola, ad oggi, tutti i rifiuti e tutti gli alimenti (compreso frutta e verdura) arrivano per nave. Un meccanismo “tutt’altro che circolare”, spiega Caucci, “che noi stiamo cercando di scardinare anche attraverso l’utilizzo di sementi particolari”. Da marzo 2020 a Gennaio 2021 sono stati raccolti i frutti di circa 34 varietà diverse. Ci sono dei vitigni antichi che vengono custoditi per essere recuperati, e semi autoctoni che “grazie anche alla collaborazione con l’Università di Palermo, abbiamo ottenuto dagli ultimi contadini eroici e storici di Lampedusa”.

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La biodiversità dei campi è curata invece da Federico Ottoveggio e Aurian Laneau, i due soci isolani, cui si uniscono gli utenti del centro diurno, ma anche altri due collaboratori proprio di Lampedusa e un lavoratore messo alla prova del tribunale di Palermo in fase di riabilitazione. Nell’ottica di una Sicilia meno competitiva e più cooperativa, il progetto Lampedusa Eco Farm, la cui realizzazione è stata possibile anche grazie al sostegno di Fondazione Con il Sud e Open Society Foundations, si prefigge quindi come scopo da “un lato quello della produzione di cibo ecologico” e dall’altro “la creazione di opportunità imprenditoriali su un’isola che aveva sostituito quasi completamente le sue radici contadine con l’attività di accoglienza turistica”.

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Gli obiettivi per il futuro? “Rendere la cooperativa sostenibile e in grado di stare in piedi con le proprie forze, costruendo un’attività imprenditoriale che possa puntare anche su un mercato turistico. Dimostrando così che l’agricoltura locale, invece di contribuire alle emissioni, può essere una soluzione economica ed ecologica” conclude Caucci.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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