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Dopo Ilva, Terni e Piombino: le fabbriche dell’acciaio tornano in mani italiane

ROMA –  Verso un acciaio totalmente made in Italy. Il nuovo scenario potrebbe concretarsi in meno di un anno, ponendo fine alla stagione delle multinazionali straniere. Le tre capitali storiche della siderurgia – Taranto, Terni e Piombino – passeranno di mano: a maggio del 2022, in base agli accordi, Acciaierie d’Italia (la ex Ilva) sarà sotto il controllo di Invitalia (lo Stato); entro settembre il colosso tedesco ThyssenKrupp deciderà a chi consegnare la trattativa in esclusiva per la Acciai speciali Terni, e al momento si profila un testa a testa tra i gruppi Arvedi e Marcegaglia; infine Piombino, dove non è mai decollato il rilancio targato Jindal e, mentre anche lì si prospetta un affiancamento pubblico (ancora Invitalia), un folto gruppo di aziende siderurgiche italiane (da Arvedi agli acciaieri veneti) ha presentato al governo un progetto comune, alternativo alla multinazionale indiana. Movimenti che potrebbero avviare nel concreto quel riassetto della siderurgia nazionale promesso dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ma al momento rimasto sulla carta.

Nuovo piano industriale Ilva: verso un calo degli obiettivi

di

Marco Patucchi

02 Settembre 2021

Se il futuro prevalentemente made in Italy della ex Ilva (Invitalia salirà al 60% e la franco-indiana ArcelorMittal scenderà al 40%) è ormai già tracciato, addirittura con un possibile anticipo del cambio di guardia, per Terni e Piombino si tratta di sviluppi in piena evoluzione. ThyssenKrupp ha messo in vendita Ast e si sono candidati quattro pretendenti: Arvedi, Marcegaglia, la cinese Bao Steel e la coreana Posco. Fonti vicine al dossier danno quasi per scontato un duello tra le due aziende italiane, anche perché sia Bao che Posco non avrebbero ancora visitato lo stabilimento umbro. Non è escluso, magari, un successivo avvicinamento dei gruppi esteri a Marcegaglia o Arvedi. I piani industriali delineati dagli acquirenti italiani punterebbero sul ritorno tra i prodotti di Ast del lamierino magnetico, abbandonato a suo tempo ma ora tornato di grande rendita perché essenziale nel settore dell’auto elettrica. L’operazione dovrebbe valere complessivamente oltre 500 milioni di euro e c’è chi scommette che, in caso di vittoria di Arvedi, l’anziano imprenditore siderurgico potrebbe cogliere l’occasione dell’acquisto di Ast per predisporre il futuro del proprio gruppo, magari portandolo a Piazza Affari.

Più complessa la situazione a Piombino, dove da qualche anno la ex Lucchini è nelle mani della Jindal che, però, tarda negli investimenti e nel rilancio della fabbrica. L’ultimo piano industriale, presentato in extremis dalla multinazionale indiana e propedeutico all’ingresso di Invitalia, non ha soddisfatto il governo. Nelle more, un consorzio di siderurgici privati italiani (quasi l’intero schieramento degli associati a Federacciai) ha presentato al governo un progetto che, partendo dall’idea di un impianto per il preridotto al servizio del sito toscano e dei siderurgici del Nord, potrebbe allargarsi ad un intervento tout court nell’impianto di Piombino. Ovviamente alternativo a Jindal. Sullo sfondo dei movimenti per Taranto, Terni e Piombino, restano la transizione green della siderurgia italiana e le incognite per i livelli occupazionali del settore. Fattori indissolubilmente legati.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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