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Alitalia, ultima chiamata: 75 anni di storia tra cambi societari e maxi buchi di bilancio

MILANO –  Settantacinque anni di storia, quattro cambi di denominazione, e un fiume di denaro pubblico ad assicurarne l’operatività. Giovedì 14 settembre si chiude ufficialmente l’era di Alitalia. Un addio soltanto nella forma, in attesa di capire se e in che modo Ita deciderà di acquistare o prendere in affitto il marchio dalla compagnia che si prepara ad andare in pensione. Procedure che se dovessero andare a buon fine porterebbero i velivoli della nuova società a volare con la storica livrea Alitalia, assicurando quindi comunque la continuazione del brand.

Dall’avvio nel Dopoguerra ad Alitalia – Lai

Una storia, quella di Alitalia, partita ufficialmente il 16 settembre 1946 con la nascita della società Alitalia-Aerolinee Italiane Internazionali. Otto mesi più tardi il, 5 maggio 1947, il primo volo sulla rotta Torino- Roma- Catania e ancora due mesi dopo il primo volo internazionale da Roma a Oslo con un aereo Savoia Marchetti SM95 e 38 passeggeri a bordo, mentre nel marzo 1948 parte il primo volo intercontinentale, destinazione Buenos Aires. Fin dalla sua fondazione la compagnia vede lo Stato come azionista di maggioranza. A detenere il 60% della società è infatti l’Iri, l’istituto per la ricostruzione industraiale, che faceva da collettore delle partecipazioni pubbliche. In minoranza c’era Biritish European Airways, vettore che diversi anni dopo sarebbe diventato l’attuale British Airways dopo la fusione con British Overseas Airways Corporation.

(ansa)

Nel 1957 arriva il primo importante riassetto. La società si fonde con la sua principale concorrente sul territorio italiano, Linee Aree Italiane (LAI), allora controllata dalla statunitense Twa. Nasce così Alitalia – Linee Aeree Italia, nuova compagnia con lo Stato Italiano socio forte all’88,77% e una serie di partecipazioni di minoranza tra cui British European Airways, British Overseas Airways Corporation e le italiane Fiat e Breda. Nel 1970, con la consegna del primo Boeing 747 – 100 la compagna adotta l’iconica A del marchio attuale per la prima volta e negli anni successivi prosegue l’espansione della flotta e delle rotte.

Alitalia spegne i motori. Per Ita un decollo da compagnia minore

di

Aldo Fontanarosa

13 Ottobre 2021

L’inizio della crisi e la ricerca di un partner

Con l’inizio degli anni ’90 e l’avvio della stagione delle privatizzazioni la compagnia, entra in crisi. Nel 1993 si prova il primo tenativo di nozze con Air France: un’unione sfumata però a causa delle forti proteste sindacali in Francia legate a un massiccio piano di tagli che portano alle dimissioni dell’allora presidente del vettore Bernard Attali. Nel 1996, con al governo Romano Prodi, ex presidente dell’iri, la compagnia tenta la strada della quotazione. Sul mercato finisce il 36% ma l’operazione si rivela un insuccesso e il titolo della compagnia si svaluta rapidamente. Intanto il governo si muove nuovamente in cerca di un partner industriale: la scelta questa volta sembra ricadere sugli olandesi di Klm. Nell’aprile del 2000 l’intesa però naufraga e il vettore olandese si fa da parte. Ne nasce una aspra controversia legale tre le aziende, con Alitalia che rivendica il pagamento da parte di Klm di una penale da 250 milioni di euro in relazione alla rottura del sodalizio. Soltanto due anni più tardi, nel 2002, la vicenda si concluderà al termine di un arbitrato con il pagamento da parte della compagnia olandese di 150 milioni di euro.

La rottura con Air France e l’arrivo dei “capitani coraggiosi”

Intanto però sul trasporto aereo si è abbattuta la pesantissima crisi seguita all’11 settembre. Nel 2006, con al governo ancora Romano Prodi, il governo tenta una nuova intesa con Air France. Questa volta la trattativa procede positivamente, e il cda dell’azienda, controllata dal Tesoro, a fine dicembre accetta l’offerta del valore complessivi da 1,7 miliardi, a cui sono accompagnati anche investimenti per 6,5 miliardi nel lungo termine. L’operazione però si scontra con l’opposizione dei sindacati e soprattutto si incrocia con la campagna elettorale del 2008, in cui l’allora sfidante per Palazzo Chigi Silvio Berlusconi si oppone nettamamente all’opzione Air France, caldeggiando invece la formazione di una cordata tricolore per difendere l’italianità della compagna. All’inizio di aprile del 2008 la compagna francese lascia il tavolo dopo la mancata intesa con i sindacati e rinuncia ad andare avanti con l’offerta, il presdiente e ad di Alitalia Maurizio Prato dà le dimissioni.

(afp)

Con il cambio di governo, alla fine del 2008, si materializza la cordata di imprenditori italiani che si candida a rilevare Alitalia, i cosiddetti “capitani coraggiosi” A guidare l’operazione è l’ex ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. Più che un salvataggio è un punto e a capo. L’ex compagnia pubblica viene posta in amministrazione straordinaria con la prospettiva della liquidazione, i suoi asset operativi vengono rilevati da una nuova società Alitalia – Cai, i cuoi azionisti sono ora interamente privati, a cui si aggiunge Air France -Klm con una partecipazione di minoranza.

Il flop di Alitalia – Cai e l’ingresso di Etihad

La nuova società però non riesce ad invertire la rotta imboccata dalla compagnia a regia pubblica e fin da subito colleziona soltanto pesanti rossi di bilancio, anno dopo anno. In cinque anni Alitalia-Cai totalizza perdite cumulate per 1,52 miliardi di euro, arrivando a perdere al mese più di quanto fatto dalla Alitalia pubblica. Per proseguire la compagnia avrebbe bisogno di un aumento di capitale ma gli azionisti si tirano indietro. Il governo è costretto ad intervenire ancora: questa volta a  Palazzo Chigi c’è Enrico Letta e dopo un primo sostegno pubblico attraverso Poste Italiane la soluzione arriva con l’ingresso di Etihad con una partecipazione al 49% in una newco che ancora una volta rileva gli asset della compagna scaricando i vecchi debiti capo al pubblico.

Grazie ad Alitalia un Paese con i piedi per terra ha scoperto che poteva volare

di

Francesco Merlo

13 Ottobre 2021

L’amministrazione straordinaria e le trattative con Atlantia e Fs

Alitalia cambia ancora nome e dopo Lai e Cai arriva Sai. Anche in questo caso la compagnia ha vita breve. Nel 2017 la società ha urgente bisogno di essere ricapitalizzata ma l’operazione è subordinata all’approvazione di una accordo via referendum da parte dei sindacati. I lavoratori bocciano l’intesa e la compagnia scivola verso l’amministrazione straordinaria con la nomina di tre commissari: Luigi Gubitosi, Stefano Paleari ed Enrico Laghi. Una soluzione nata come transitoria in cerca di nuovi partner industriali. Per mesi si susseguono trattative con una possibile cordata composta da Fs, Atlantia e Delta ma nonostante mesi di sfiancanti negoziati l’intesa non viene raggunta.

La nascita di Ita

Con il marzo 2020 e l’esplosione della crisi Covid cambiano nuovamente le carte in tavola. La pandemia mette a terra il settore in tutto il mondo e i governi sono costretti a massicci interventi di sostegno in soccorso delle proprie compagnie. E’ in questa  cornice che il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte riporta il pubblico in cabina di comando della compagnia e costituisce una nuova società interamente a capitale pubblico, Ita. Come aministratore delegato viene scelto Fabio Lazzerini a cui viene affiancato l’anno successivo, nominato dal governo Draghi, Alfredo Altavilla come presidente esecutivo. Per partire la compagnia riceve in dote una prima iniezione di fondi pubblici da 700 milioni di euro.

Si arriva alle battute recenti della vicenda. La Commissione europea, attenta supervisora dell’operazione, per autorizzare il sostegno pubblico ad Ita chiede una vera discontinuità con le compagnie precedenti. Quindi nessun travaso automatico dei dipendenti e una vara gara per il marchio Alitalia, a cui Ita può partecipare alla pari di altri vettori. Le condizioni poste da Alitalia però per la cessione del marchio non incontrano il favore di Ita, che giudica eccessivi i 290 milioni fissati dai commissari per l’acquisto del brand. Il risultato è che al decollo, venerdì, ci sarà una nuova compagnia, con un nuovo nome (per ora), un equipaggio nuovo soltanto in parte e un marchio con 75 anni di storia che, almeno per il momento, potrebbe restare solo negli hangar.

Alitalia, un conto da 10 miliardi: i soldi pubblici bruciati per tenerla in volo

Ettore Livini

03 Ottobre 2019


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml


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