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Riace, l'accusa chiede 7 anni e 11 mesi per l'ex sindaco Mimmo Lucano

Sette anni e undici mesi perché a capo di una sorta di Spectre dell’accoglienza che ha lucrato sui migranti i per ramazzare voti. È questa la richiesta di condanna che il pubblico ministero di Locri, Michele Permunian, ha avanzato per l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, al termine di una lunga requisitoria che ha raccontato quel modello diventato simbolo di integrazione in tutto il mondo come un’associazione a delinquere. Lui in aula non c’è, a rappresentarlo sono i suoi legali, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua. Ma c’è chi ora dopo ora lo informa e lo aggiorna. Sa quello che sta succedendo in aula. “È difficile” si limita a dire, mentre a qualche decina di chilometri il suo “borgo dell’accoglienza” divenuto un modello anche fuori dall’Italia e dall’Europa diventa un “sistema criminale”.   

Una tesi che fin da principio la procura ha portato avanti, nonostante la dura reprimenda del giudice per le indagini preliminari che anche nell’autorizzare i domiciliari per Lucano, all’epoca ancora sindaco del borgo, ha bollato l’accusa di associazione a delinquere come priva di fondamento. Quasi tre anni e un lungo dibattimento dopo, i magistrati di Locri insistono, a dispetto dei tanti no distribuiti nel corso del tempo da Lucano alle proposte di candidatura arrivate da piccole e grandi formazioni della sinistra e del numero limitato di mandati alla guida di un Comune previsto dalla legge.  

Il modello Riace – questa la tesi al centro della requisitoria – sarebbe servito solo a trasformare i progetti in un “postificio” per amici e parenti di amici, tutti potenziali portatori di voti. Che il paese non arrivi a contare duemila abitanti, tutti imparentati fra loro, poco importa. L’assunzione di gente del luogo –  da sempre, pubblicamente motivo di vanto e argomento principe per spiegare come l’accoglienza possa servire per far rinascere un paese eroso da emigrazione e spopolamento – nella ricostruzione dell’accusa diventa progetto criminale per perpetrarsi al potere. “Le intercettazioni dimostrano il sistema clientelare costruito da Lucano, dominus di un sistema che garantiva un importante afflusso di denaro. A Lucano – – ha detto il pm nel corso del suo intervento – si rivolgevano i riacesi per ottenere un’occupazione all’interno delle associazioni, il tutto a prescindere da una valutazione sulle competenze in materia di immigrazione.  Il corrispettivo per l’assunzione si sarebbe tramutato nel sostegno elettorale nei confronti della compagine politica riconducibile al sindaco”. E i laboratori – ha continuato Permunian – erano solo specchietto per le allodole. Funzionavano per le personalità e per i turisti”.  

Un sistema – ha riconosciuto la pubblica accusa – che non era funzionale all’arricchimento. Lucano – si è detto chiaro in corso di requisitoria – non si è mai messo un soldo in tasca, ma per la procura di Locri quel modello era funzionale ad un tornaconto politico. Da qui – a detta dei magistrati – le forzature su rendicontazioni e progetti. “Questo non è un processo al nobile e reale fine dell’accoglienza – ha sostenuto in apertura di requisitoria il procuratore capo di Locri, Luigi D’Alessio –  Quello che ha mosso questa indagine è stato la consapevolezza dell’agire in modo opposto nel favorire l’accoglienza. L’indagine  ha riguardato la mala gestione dei progetti di accoglienza e le vere parti offese sono stati gli immigrati, visto che a questi ultimi sono state date le briciole dei finanziamenti elargiti dallo Stato”. Gli stessi che hanno scelto in larga parte di rimanere a Riace, a dispetto dell’improvvisa chiusura – abusiva e irregolare, ha stabilito il Tar – dei progetti.  

“Alcune accuse sono completamente inventate. Il profilo che hanno tratteggiato non corrisponde al mio. Vogliono farmi passare per quello che non sono, per me la politica è un ideale. Io ho solo creduto in un ideale. Ogni passo che ho fatto ha avuto queste motivazioni, per il riscatto delle persone che arrivano a Riace” commenta l’ex sindaco, avvilito. “All’inizio mi hanno accusato di aver fatto sparire milioni di euro, poi – afferma – il teorema della Procura è cambiato perché il dibattimento ha dimostrato che non era vero e così hanno ripiegato su motivazioni politiche inesistenti”. O meglio distanti anni luce da quell’ideale di integrazione e accoglienza che Lucano non ha mai esitato a usare come programma e bandiera e che adesso toccherà ai suoi legali tornare a far vivere in aula.  

“Riteniamo che il dato emerso dall’istruttoria dibattimentale recepito dalla pubblica accusa diverga, e di molto, da quello che abbiamo recepito noi – affermano gli avvocati Daqua e Pisapia –  non condividiamo, dunque, le argomentazioni e conclusioni della pubblica accusa che contesteremo – promettono – sulla base di quanto emerso, anche documentalmente, nel corso del dibattimento”. 


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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