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Morto a 77 anni Angelo Licheri: lottò con il fango per salvare Alfredino. E quella perdita lo segnò per tutta la vita

Era il 12 giugno del 1981 ma sembra ancora ieri. La tragedia di Alfredino Rampi non si scorda facilmente. Il silenzio dignitoso e drammatico della madre, la folla dei curiosi che si accalca dietro le transenne, il lavoro frenetico dei vigili del fuoco, le luci delle fotoelettriche con il ronzio dei generatori solcate dalla nebbia che si alzava appena faceva buio.

E poi gli ordini secchi dei soccorritori che chiedevano di stare zitti, di abbassare la voce, per sentire i deboli lamenti di quel ragazzino che arrivavano dagli inferi. A trentasei metri di profondità. Incastrato in un budello largo trenta centimetri.

C’era anche chi scrive queste righe a Vermicino. Giovane cronista al suo primo servizio sul campo. Sostituivo Carlo Rivolta, firma di punta di Repubblica, durante la notte, dando a lui la possibilità di rientrare in redazione e scrivere l’ennesimo racconto di questa storia infinita, con l’abilità che lo rendevano un fuoriclasse.

Ed è in una di quelle sere trascorse nel circo dantesco che si era creato in questo paesino delle campagne romane che incrocio Angelo Licheri. Era spuntato dal nulla. Un vero angelo. Sardo di nascita viveva nel Continente, come mi spiega mentre da lontano guardiamo la scena dei soccorsi attorno al pozzo artesiano.

“Ho visto in televisione quello che sta accadendo”, mi dice. “Io sono piccolo, secco come un chiodo. Ho già fatto discese simili, mi sono infilato nei cunicoli, nelle grotte. Ce la posso fare. Voglio andare laggiù e salvare il bambino”.

Pochi gli danno retta. La zona, un campo incolto, sta attirando centinaia di persone. Le più diverse e bizzarre. È l’Italia della solidarietà che si è mobilitata. Tutti vogliono fare qualcosa. La corsa è contro il tempo. Alfredino va salvato ma sono ormai 50 ore che è in fondo al pozzo. Ha il respiro affannoso, i lamenti si fanno sempre più deboli. Il medico che ascolta la sonda calata in profondità è allarmato. Il bambino è ancora vivo ma non può resistere più di tanto.

Angelo sbraita, si fa accompagnare verso le transenne, spiega quello che vuole fare. I responsabili del campo lo guardano. Sono disperati. Avevano iniziato a scavare un cunicolo per raggiungere il ragazzino. Ma le trivelle scuotono il terreno e Alfredino è già scivolato di altri cinque metri. Devono interrompere: l’unica strada è scendere nel pozzo. Guardano di nuovo quell’uomo di 36 anni. Piccolo, forte, deciso. Si può tentare.

Angelo Licheri viene imbragato. Di piedi. Scivolerà nel pozzo a testa in giù. Arriva in fondo tra le grida di gioia della gente subito soffocate da ordini secchi e nervosi. Si ascoltano voci confuse che arrivano dallo sprofondo. Gli altoparlanti all’imboccatura del pozzo trasmettono una diretta che solo le tv riuscivano a fare. Ma quello che va in onda è un dramma che unisce tutta l’Italia.

Angelo Licheri resterà 40 minuti in quel cunicolo sotto terra. Parlerà ad Alfredino, lo calmerà. Avrà la forza di distrarlo con racconti e barzellette. Lo afferra per la testa, gli chiede di stendere le mani che sono incastrate sotto il corpo. Ci proverà una, due, dieci volte.

Non c’è niente da fare. Il fango misto all’acqua che gli brucia gli occhi, gli entra nella bocca e i polmoni, a 50 metri di profondità, nel buio pesto di quel buco della morte, gli impediscono di afferrare il bambino. Urla di tirarlo dall’alto. Afferra con tutte le sue forze il corpicino ormai esausto. Gli sfugge. Il fango è come sapone. Angelo piange, urla mentre il cavo lo riporta in superficie. Torna all’aria aperta. Griderà con il fiato che gli è rimasto il suo dolore. “Ce l’avevo, ce l’avevo…mi è scivolato e l’ho lasciato laggiù”.

Tutti lo consolano ma Licheri non si dà pace. Ha fallito. Una sconfitta che lo ha segnato tutta la vita. Un incubo da cui non si è più ripreso. Lo ha ricordato ancora poco prima di morire. Quarant’anni dopo.

(ansa)


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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