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“La morte di Vanessa è una sconfitta dello Stato”

“La morte di Vanessa è una sconfitta dello Stato. Da presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio chiederò l’accesso agli atti. Voglio capire cosa è successo, dove è avvenuto il corto circuito giudiziario che non ha impedito l’assassinio di una ragazza che aveva denunciato il suo stalker. Vanessa Zappalà aveva chiesto aiuto, aveva gridato la sua paura, aveva addirittura tenuto un diario degli agguati. Eppure lo Stato non l’ha protetta”. E’ accorata, anzi irata Valeria Valente, presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato. L’omicidio di Vanessa Zappalà 26 anni, uccisa ad Aci Trezza dal suo ex, Antonino Sciuto, 38 anni, che dopo averla ammazzata si è suicidato, sembra l’epilogo di una catena di errori. “E’ inammissibile – ripete – dobbiamo capire cosa è successo”.

Vanessa si sarebbe potuta salvare?

“Devo leggere gli atti, ma se l’avessimo protetta adeguatamente, se il suo stalker fosse stato agli arresti domiciliari, magari con un braccialetto elettronico, forse sì, Vanessa sarebbe ancora viva”.

Vanessa aveva denunciato nel maggio scorso il  suo ex che la perseguitava. L’8 giugno Sciuto viene arrestato, ma il 12 giugno il Gip Andrea Castronovo non convalida gli arresti e dispone soltanto il divieto di avvicinamento. Affermando che si poteva “fare affidamento sullo spontaneo rispetto delle prescrizioni dell’indagato”. Aggiungendo anzi che tra i due c’era stata, a un certo punto, una rappacificazione.

“E’ una evidente sottovalutazione della violenza di genere che è ancora uno dei motivi per cui le donne vengono ammazzate. Manca la specializzazione, la capacità di leggere la violenza, i veri segnali di pericolo, troppi stereotipi sui rapporti uomo donna guidano ancora le decisioni di una parte della giustizia”.

Il presidente della sezione Gip del tribunale di Catania, Nunzio Sampietro, difendendo la decisione del suo collega ha detto: “Anche se lui (Sciuto) fosse stato ai domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso delitto. E’ complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e comunque non si può far fronte a fatti imponderabili”.

“Allora questa è una resa alla violenza. Cosa diciamo alle donne, non denunciate più perché tanto vi uccidono lo stesso? Sono parole troppo gravi per poter credere che davvero un giudice pensi quello che ha detto. Mi voglio augurare che abbia espresso male un concetto che aveva in testa. Sarebbe il riconoscimento di una resa dello Stato, di una incapacità di intervento”.

Forse Vanessa si sarebbe dovuta rifugiare in un centro antiviolenza dopo la denuncia?

“Vanessa ha creduto nello Stato, nella forza della sua denuncia, invece una magistratura impreparata a capire la violenza sulle donne non l’ha difesa. Chi conosce questi fenomeni sa bene che spesso le rappacificazioni sono estorte, come si fa a ritenere una rappacificazione avvenuta mesi prima come elemento di non pericolosità? No, Vanessa ha fatto tutto quello che poteva fare, ha difeso la sua libertà, cosa altro dobbiamo chiedere alle donne? Denunciano i partner violenti e perdono i figli, denunciano gli stalker e non vengono credute. E’ troppo”.

Alla Camera è stato approvato il fermo in flagranza per chi viola il divieto di avvicinamento. Sarà un deterrente?

“Di certo completa il quadro repressivo della violenza, a cui si dovrebbe aggiungere, come ho proposto, il fermo di 48 ore anche per chi, sottoposto a divieto, non viene colto in flagrante, ma scappa dopo aver tentato un’aggressione. Una misura che dà modo ai giudici di capire la pericolosità del soggetto. E alle donne, forse, di mettersi in salvo”.

Leggi sempre più articolate. Le donne però vengono uccise.

“Perché la violenza è figlia della cultura maschilista e patriarcale. Le leggi sono fondamentali, ancora migliorabili, dobbiamo investire enormemente nella formazione di magistrati, forze dell’ordine, ma se non sradichiamo quel pensiero di sopraffazione, le donne continueranno a essere in pericolo”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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