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Infermiere uccise paziente col sedativo per “stare tranquillo”: ombre su altre morti all'ospedale di Carmagnola

Non aveva alcuna intenzione di trascorrere un pomeriggio come quello precedente. Troppo impegnativo avere a che fare con quell’anziano, ex pensionato Fiat di più di 80 anni, che non aveva gravi problemi di salute, ma era agitato e delirava. E così, “solo per trascorrere il proprio turno tranquillo”, l’infermiere Marco Capra decise di iniettare un potente sedativo, l’Entumin (midazolam), al paziente che morì, un’ora e mezza dopo, per gli effetti provocati dal farmaco.

Le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello che ha ribaltato il verdetto di primo grado, così come richiesto dal sostituto procuratore generale Andrea Bascheri, condannandolo per omicidio volontario con dolo eventuale a 14 anni e 4 mesi di carcere, ricostruiscono cosa sia avvenuto il 27 ottobre 2015 all’ospedale di Carmagnola e il comportamento cinico e spregiudicato dell’infermiere che arrivò a tacere durante le manovre rianimatorie dei medici che tentavano di far ripartire il cuore dell’anziano. Sarebbe bastato ammettere di aver fatto l’iniezione al vecchietto per salvarlo, dato che sul carrello dei farmaci c’era anche l’antidoto al sedativo somministrato.

Ma tutto avvenne davanti a una giovane tirocinante, una ragazza di 21 anni, che si rese ben conto della gravità del comportamento dell’infermiere. Subito dopo la morte dell’uomo, raccontò sconvolta in chat agli altri colleghi cosa aveva visto: “Il mio tutor ha ucciso una persona sotto i miei occhi”. E si confidò con un superiore dicendogli: “La morte di quell’uomo è stato un omicidio colposo”.  Fu grazie al suo coraggio, e la sentenza ne dà atto, che venne fuori che Giovanni Battista Tuninetti era morto perchè, scrivono i giudici, Capra gli aveva somministrato “un farmaco assassino”.

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Alle 14.30 del 27 ottobre 2015, un’ora e mezza prima della morte dell’anziano, Capra disse alla tirocinante “che non aveva alcuna intenzione di passare un pomeriggio come quello di ieri” e che voleva sommistrargli qualcosa che lo tenesse sedato. Così andò in medicheria, tornò con una siringa “da 10 ml” e iniettò il farmaco nella soluzione fisiologica da 500 cc che quel pomeriggio era stata prescritta come unica terapia. Una flebo a goccia “vigorosa”, 1 o 2 al secondo, (particolare rilevante perchè la somministrazione del midazolam deve invece avvenire in modo molto lento e graduale), senza scrivere nulla al riguardo sul foglio della terapia né sulla flebo.

Le condizioni dell’uomo, fino a quel momento in uno stato di “torpore risvegliabile”, cambiarono rapidamente, il sonno divenne profondo; l’anziano respirava in maniera più affannata ed emetteva un fischio, il volto cominciava a cambiare colore. Ai parenti che subito si preoccuparono, l’infermiere disse: “Sta dormendo, non è niente”. La situazione, raccontano i giudici in sentenza, invece “continuò a peggiorare”. Fu l’infermiere stesso ad accorgersene e a prendere un defibrillatore, senza chiedere di chiamare l’anestesista.

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Ma lo specialista entrò casualmente per vedere un  altro paziente ed arrivarono anche altri medici per rianimare l’anziano. Subito cambiarono la soluzione fisiologica nel frattempo quasi finita, e Capra in quel frangente “insistette perchè venisse sostituito anche il deflussore”, cercò anche di farlo personalmente, anche se dal punto di vista terapeutico era inutile.

Un’infermiera a quel punto gli chiese cosa ci fosse nella flebo, e lui rispose tranquillo: “solo soluzione fisiologica”. L’anziano morì nello sconcerto generale, il medico non sapeva nemmeno cosa scrivere come causa della morte, per questo consultò il foglio della terapia e controllò che i farmaci prescritti fossero corretti. E a quel punto Capra alterò anche la cartella clinica, chiedendo per giunta a un medico se un’autopsia avrebbe potuto accertare un accumulo di sedativi.

Quando la notizia della morte dell’uomo fu data ai pazienti, questi ultimi reagirono con disperazione dicendo che “era stato ucciso in ospedale”. “Il figlio guardandomi disperato mi disse che il padre era arrivato tre giorni prima con le sue gambe e che l’avevamo ammazzato, e chissà quanto sedativo gli avevamo somministrato” ha raccontato l’anestesista al processo.

Ma subito dopo la sua morte, la tirocinante prese da parte un collega. Che in aula ha raccontato: “La studentessa era sconvolta e si è confidata con me: siamo usciti dalla stanza e mi ha chiesto di parlarmi, siamo andati nella stanzetta della caposala e mi ha detto che si trattava di omicidio colposo. Io le ho fatto presente che il protocollo rianimatorio era stato rispettato, e le ho detto di stare tranquilla, ma lei mi ha precisato di aver visto il suo tutor, Marco Capra, che aveva messo un farmaco nella flebo del paziente”.

“Come infermiere – ha aggiunto – so che il midazolam è una bomba, un farmaco molto tosto, che può causare insufficienza e arresto respiratorio. Infatti in reparto viene usato per i pazienti terminali insieme con la morfina, lo si dà ai malati terminali per alleviare la sofferenza: non ho mai visto somministrare questo farmaco a pazienti agitati”. 

Nella sentenza i giudici riportano anche diverse testimonianze di colleghi dell’infermiere (difeso dagli avvocati Alessandra Piano e Alberto Cochis),  in cui Capra sarebbe stato solito “praticare terapie improprie per lavorare di meno”. “Inutilmente – scrivono i giudici – la difesa ha tentato di negare un importante riscontro, quello delle voci correnti nell’ambiente sull’abitudine dell’imputato di modificare le somministrazioni dei farmaci allo scopo di tener sedati i pazienti e non doverli accudire durante il proprio turno”.

La stessa procura aveva cercato di capire se potessero esserci stati altri casi come Tuninetti: era stato rilevato che stranamente il numero di morti a Carmagnola era stato decisamente superiore rispetto ad altri reparti di ospedali simili per dimensioni e bacino d’utenza. Accertamenti su altre 47 cartelle cliniche erano stati disposti, senza che però emergesse nulla che potesse portare a esumare altri corpi. “Il fatto che non siano state rinvenute altre morti sospette nel 2015 all’ospedale di Cramagnola è inconferente sulla base della documentazione disponibile – si legge in sentenza – posto che il presente procedimento non avrebbe avuto sviluppi se (con l’autopsia) non fosse stato rinvenuto il midazolam nel cadavere della vittima”.  

I giudici hanno censurato il comportamento dell’infermiere scrivendo che il solo motivo per cui gli si possono dare attenuanti è il suo essere incensurato. “Si è servito di una sostanza venefica. Ha somministrato il farmaco ‘assassino’ per poter lavorare tranquillamente e non doversi prendere cura del paziente. Un motivo futile e straordinariamente sproporzionato rispetto al bene della vita e della salute, specie se si tiene presente che l’imputato era proprio colui che era incaricato della tutela di tali beni”. Inoltre Capra “ha approfittato del fatto che la vittima, anziana, ricoverata e sotto effetto dell’Entumin, non fosse in grado di capire quali fossero le sue intenzioni”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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