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HaBari, l'ostello nato a Bari in piena pandemia: “Da noi lavora chi è in difficoltà”

Una struttura ricettiva che nasce in piena pandemia. Quando l’imperativo è restare a casa. Già questo, fornirebbe alla storia contorni mitici. Se si tratta poi di un ostello che punta a impiegare uomini e donne, immigrati e non, in difficoltà, diventa un’epopea. È quella di HaBari, ostello gestito da tre amiche, Roberta Caggese, Silvia De Facendis e Claudia Vizioli, all’interno di un appartamento nel quartiere Libertà, in via Calefati.

Entrandoci, si ha l’impressione di non trovarsi a Bari. E neppure in Italia. I colori rimandano molto al Sud America, le pareti sono piene di cartine geografiche. Entrando nella hall, su una lavagna, si legge subito il motto della struttura: “We dorm”, da pronunciare all’inglese o alla barese. Un ambiente molto curato, nel quale si percepisce subito l’odore del mobilio intonso: la struttura – composta da due camerate, una da sei e una da quattro posti, una camera doppia, una cucina, uno spazio comune e un balcone – è pronta all’uso ma non ha ancora aperto, in realtà. Le tre ragazze, trentacinquenni, hanno vinto il bando Pin a febbraio del 2019 e hanno avviato la loro società il 5 marzo del 2020. A quattro giorni dal primo lockdown.

La hall con il motto “We dorm” 

“Per dodici anni ho vissuto fuori, dove ho studiato e lavorato, anche in Africa”, racconta Silvia, che come Claudia lavora per un’associazione che si occupa di minori. Roberta, invece, è ingegnera informatica. “Poi sono rientrata nel 2015 – prosegue Silvia – questa era casa di mio nonno, che è venuto a mancare, ed è rimasta vuota per tanto tempo. Abbiamo sempre viaggiato in ostello, ci piace come situazione: incontri tante persone di culture e lingue diverse, e ci è venuta l’idea di aprirne uno, anche perché a Bari c’è carenza. L’idea mi è venuta nel 2017, è rimasta nella mia testa per circa un anno, ho iniziato a parlarne con Claudia e Roberta e abbiamo deciso di partecipare al bando Pin”. Allora, hanno presentato la domanda nel novembre del 2019, hanno vinto a febbraio dello scorso anno, e il 5 marzo hanno costituito la società. “Eravamo carichissime, credevamo di poter aprire quell’estate”. Poi, il lockdown.

“Abbiamo iniziato a fare valutazioni per una ristrutturazione nei primi mesi del lockdown, poi ci siamo fermate perché anche l’impresa che avrebbe dovuto darci un supporto non era raggiungibile – fanno notare – Da settembre del 2020, abbiamo iniziato a contattare anche l’architetto, l’interior designer, e siamo partite per la fase di ristrutturazione e allestimento che ora è finita. Adesso è tutto pronto per l’apertura”. E le titolari scalpitano: “È frustrante perché vorremmo partire, c’è tanta emozione. Sognamo di poter viaggiare attraverso l’ostello, incontrando persone. È come la brace che continua ad ardere sotto la cenere”. L’obiettivo è iniziare ad accogliere i primi ospiti almeno con il passaggio alla zona arancione.

Una delle due camerate dell’ostello  

A farlo, da HaBari (termine che contiene un “Ciao” in lingua swahili) non ci saranno soltanto loro tre. Ma anche uno staff formato da persone svantaggiate: “Non volevamo una semplice struttura ricettiva, di quelle ce ne sono tante: volevamo rendere questa idea aderente alle nostre personalità e alla nostra vita, non solo lavorativa ma anche esperienziale. Abbiamo pensato: abbiamo già un lavoro, perché non farci aiutare da persone che comunque a loro volta hanno bisogno di lavorare per regolarizzare la propria situazione o hanno delle fragilità a livello sociale e per questo hanno un po’ più di difficoltà nel trovarlo?”.

La definiscono una ricchezza per la struttura: “L’incontro di culture diverse, di lingue, la possibilità di scambiarsi esperienze di vita in una struttura come un ostello è un valore aggiunto. Il lavoro sarà uno strumento di dignità e di integrazione: si lavora insieme”. Il progetto – al quale collaborano diversi partner, tra i quali la cooperativa Etnie – è già partito con Maria (nome di fantasia), donna nigeriana ospite del centro d’accoglienza comunale di Bari, già Sprar, gestito dalla stessa cooperativa con Arci Bari. La donna commenta dolcemente: “È interessante come progetto, perché lavorano italiani e stranieri rifugiati insieme. La struttura è molto bella, accogliente e colorata e sono contenta di lavorare con loro”. “Maria sarà la mamma dell’ostello, la regina della casa”, replicano subito le ragazze.

Maria, donna nigeriana che sarà impiegata nell’ostello 

Oltre a Maria, che affronterà un tirocino, occupandosi della gestione dell’ostello – dalla pulizia alla sanificazione, dalla lavanderia all’ordine in generale – sarà inserita sicuramente un’altra figura alla reception, per aiutare con i check-in e i check-out, e con l’ospitalità: “Sono figure base, ma lo staff si potrà allargare a seconda delle necessità. Vogliamo aprire a quante più figure possibili, tenendo conto sempre della sostenibilità economica”.

Una realtà multiculturale che si propone di diventare tra i riferimenti di uno dei quartieri più multiculturali e in fermento di Bari, il quartiere Libertà. Lavorando in rete con alcune delle realtà che vi operano, per proporre agli ospiti attività atipiche: “Grazie al supporto di realtà associative del territorio, per esempio Tou.Play, vorremmo portare i turisti in giro per la città alla scoperta di realtà che hanno a che fare sempre con il sociale, difficili da scoprire per chi fa il classico giro di Bari. Ad esempio, si può andare a mangiare etnico da Ana Estrela, poi andare a incontrare una sarta nigeriana in bottega. E poi c’è Retake che può proporre esperienze legate all’ambiente, In itinere con il cammino materano, Orto Circuito a parco Gargasole. Si potrà guardare Bari con occhi diversi. Vogliamo essere un motore di relazioni”. 


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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