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Covid, la meta dell'immunità di gregge è vicina. Ecco perché l’Italia sta meglio degli altri

Stefania Salmaso

“Siamo a buon punto, è decisivo ridurre i focolai nei posti di lavoro”

L’immunità di gregge non è o bianco o nero, ma una scala di grigi, spiega Stefania Salmaso, ex direttrice del Centro nazionale di sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità ed esperta dell’Associazione italiana di epidemiologia.

E noi a che tonalità siamo arrivati?«Siamo a un buon punto. Consideriamo ciò che abbiamo sempre chiesto ai vaccini: prevenire casi gravi e decessi. In questo i passi avanti sono grandi, anche se non mancano le incognite: eventuali varianti, la durata dell’immunità, l’inverno. Ci manca un altro gradino per stare più tranquilli: dovremmo arrivare al 90% degli immunizzati e al completamento delle terze dosi per chi ne ha bisogno. Il Portogallo, che veleggia verso questa soglia, è riuscito a riaprire il paese mantenendo l’incidenza molto bassa».

Nei luoghi in cui viene chiesto il Green Pass, si può dire che l’immunità raggiunga il 100%?«No, anche perché i vaccini non prevengono l’infezione al 100%. Però sarebbe utile, per aumentare ancora la copertura vaccinale e il consenso per il Green Pass, far crescere la consapevolezza del rischio di contagio sul posto di lavoro. Molti focolai per esempio si sono propagati nel settore agroalimentare, come in un grande centro ortofrutticolo al sud, o in uno stabilimento di lavorazione delle carni nella zona di Trento. Qui la temperatura bassa ha favorito il virus. Altro fattore di rischio sono i luoghi rumorosi, in cui si è costretti a strillare e si emettono grandi quantità di goccioline. Particolarmente colpita è stata anche la logistica — molti focolai si sono diffusi fra i corrieri — soprattutto laddove la catena di appalti e subappalti rende più difficili i controlli».

 

Carlo La Vecchia

“La terza dose difenderà la popolazione dal ritorno del virus”

«Chi vuole proteggere sé stesso farà meglio a vaccinarsi». Il messaggio di Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’università di Milano, è che fidarsi dell’immunità di gregge è bene, ma non fidarsi è meglio. «E mai comunque con la variante Delta».

Si aspetta una nuova ondata?«No, almeno non nei prossimi 1-2 mesi. Avremo un aumento dei tamponi fra i non vaccinati, e questo farà salire un po’ i casi nei prossimi giorni. Ma non mi aspetto una ripresa di casi gravi e decessi».

Perché?«Nonostante la visibilità dei no vax, siamo fra i paesi che hanno vaccinato di più al mondo. Abbiamo anche avuto una circolazione diffusa del virus. Probabilmente gli immuni sono più di quel che contiamo».

I numeri dell’epidemia da noi sono contenuti, ma i decessi restano alti rispetto ad altri paesi. Perché?«I contagi in Italia sono sottostimati. Credo che in realtà gli attualmente positivi siano il triplo di quelli ufficiali. In Gran Bretagna si usano anche i tamponi fai-da-te, in alcuni casi spediti a domicilio, e lì i contagi ufficiali sono circa 15 volte di più. I decessi però sono poco più di cento al giorno contro i nostri 35, laddove un anno fa erano più di mille. I vaccini per questo funzionano, non c’è dubbio».

Al di là dell’uno o due mesi di calma, cosa prevede?«In Israele abbiamo visto che l’efficacia di Pfizer si riduce dopo alcuni mesi. Unito al freddo, questo calo dell’immunità potrebbe mettere in difficoltà anche noi, che siamo partiti circa due mesi e mezzo dopo Israele. È necessario avanzare con le terze dosi almeno per anziani e adulti, senza chiudere gli hub».

Giovanna Maga

“Le mascherine al chiuso ci hanno protetto continuiamo a portarle”

«Immunità di gregge è una brutta traduzione. Preferirei immunità di gruppo o di popolazione» esordisce Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia.

Ma siamo a questo traguardo?«No, non possiamo esserci, con una variante infettiva come la Delta. L’immunità di gruppo, infatti, è un numero calcolato da un algoritmo che dipende dal tasso di infettività del virus. Per raggiungerla dovremmo arrivare al 90% dei vaccinati fra tutta la popolazione, non solo fra chi ha più di 12 anni. Potremmo pensarci solo se avremo un vaccino anche per i bambini».

Ma la nostra situazione è migliore rispetto ad altri paesi. Perché?«Questo è vero, e anche se tecnicamente non siamo all’immunità di gruppo, non farei di questo concetto un mito. Grazie ai vaccini abbiamo eretto una barriera notevole contro il virus. Rispetto all’ondata autunnale del 2020 abbiamo un ventesimo dei decessi. L’occupazione dei posti letto in area medica oggi è al 4-5%. Un anno fa era dieci volte tanto. Ma non illudiamoci, non ne siamo ancora fuori».

Cosa ci manca?«Vaccinare anche il resto del mondo, come abbiamo fatto con le malattie che abbiamo debellato o quasi, vaiolo e polio».

E nel frattempo?«Non sottovalutiamo l’importanza delle mascherine. Restano decisive, soprattutto nei luoghi chiusi. In Gran Bretagna l’ultimo aumento dei contagi è stato sicuramente causato dall’abbandono delle misure di prevenzione. In questo noi siamo stati più cauti».

Sergio Abrignani“Il Covid ora è meno letale, ma per vincerlo serve una campagna mondiale”

«Siamo attorno ai 3 mila casi ufficiali al giorno, ma ammettiamo che quelli reali siano il doppio. Abbiamo riaperto il paese, l’economia è ripartita, la scuola è ripresa da più di un mese e la pandemia resta sotto controllo». Il muro dell’immunità nel nostro paese funziona, è convinto Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano.

Ma siamo o no all’immunità di gregge?«Non possiamo chiamarla tecnicamente immunità di gregge, ma oggi abbiamo un buon controllo della situazione».

Cosa ci manca per raggiungere il traguardo?«È difficile tagliarlo, con vaccini che non prevengono del tutto le infezioni e una Delta così contagiosa. Il suo indice di replicazione è stimato fra 6 e 8, laddove il ceppo di Wuhan era tra 2 e 2,5 e l’alfa, diffusa da noi fino a giugno, era tra 3,5 e 4. Il nostro obiettivo in realtà è sempre stato un altro: limitare la letalità del Covid».

Che però non è mai abbastanza bassa.«Abbiamo raggiunto i livelli dell’influenza, che in un inverno normale fa contare 3-6 milioni di casi e 3-10mila morti, fra le stesse persone fragili che sono a rischio per il Covid».

L’immunità data dai vaccini svanirà nel tempo? Perderemo terreno man mano che passano i mesi?«Dobbiamo avanzare con le terze dosi, e senza esitare, perché quasi tutti i tipi di vaccino funzionano con tre somministrazioni. E dobbiamo anche immunizzare il resto del mondo. Pensando in modo egoistico, non possiamo pensare di sconfiggere la pandemia senza coinvolgere nella vaccinazione anche gli altri paesi».


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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