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Covid, in Italia il più alto numero di morti tra gli anziani. Peggio di noi solo la Bulgaria

Prima che la campagna vaccinale li mettesse al riparo, i nostri anziani sono stati i più flagellati dal Covid. Con un numero di decessi più alto rispetto alla media europea: 3,1% contro il 2,4. Più morti in Italia che in Francia, Inghilterra, Germania. Peggio di noi, insieme a Grecia e Ungheria, solo la Bulgaria. Perché è successo? A dare una risposta è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’Aanalisi delle politiche pubbliche che, sulla materia, ha fatto uno studio basandosi sull’indice di invecchiamento attivo (Active Ageing Index – AAI). Ovvero, un indicatore sviluppato dall’Unece, la United Nations Economic Commission for Europe che mette sotto la lente d’ingrandimento 22 indicatori individuali, raggruppati in quattro domini: occupazione, partecipazione alla vita sociale, vita indipendente in salute e sicurezza, ambienti abilitanti per l’invecchiamento attivo. Intanto nel nuovo rapporto Istat-Iss sull’incidenza della pandemia in Italia emerge come il numero più alto di decessi giornalieri a causa Covid si è registrato il 28 marzo 2020 con un totale di 928 vittime, mentre nella seconda ondata il peggiore è stato il 19 novembre con 805 morti.

La ricerca dell’Inapp

La sintesi della ricerca è che a influire sulla morte di chi era più in là con gli anni durante questo anno e mezzo di allarme virus “non sono state solo le condizioni di salute”, come spiega Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp. Ma anche “la vulnerabilità legata a differenti condizioni economico e sociali”. Tanto è vero questo, continua Fadda:  “Che la pandemia ha messo in evidenza come un numero sempre maggiore di persone anziane si trovi in condizione di fragilità, soprattutto se relegate nelle Rsa o prive di adeguata assistenza domiciliare. Mai dunque, come in questo momento, sono necessarie misure per favorire l’invecchiamento attivo: queste persone devono tornare ad essere artefici del proprio benessere”.

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Secondo il dossier, a voler trarre una lezione dalla pandemia, c’è  l’inequivocabile constatazione che all’aumento dell’aspettativa di vita in Italia non corrisponde a un ugual miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle persone anziane, che vengono assistite principalmente quando non autosufficienti attraverso l’indennità di accompagnamento, l’assistenza domiciliare e il ricovero nelle Rsa. “Mentre il problema che va risolto è quello di mantenere a lungo in salute, sia fisica che psichica, le persone anziane”, continua il presidente dell’Inapp. E giù con l’elenco delle cose che possono aiutare chi ha ormai tanti anni alle spalle. Tra le prime necessità c’è quella di sviluppare un sistema organico di politiche di sostegno all’invecchiamento attivo. Passando per la prevenzione sul piano sanitario, per le diete salutari, l’esercizio fisico, il mantenimento di attività cognitive, mettere a frutto il tempo libero, coltivare relazioni sociali ed affettive. L’andare in pensione in modo troppo veloce e improvviso, ad esempio, non aiuta. “Avere un transizione graduale verso l’abbandono degli impegni lavorativi – continua Fadda – costituisce un’asse su cui sviluppare concrete politiche di sostegno. Questa dovrebbe essere la strada da perseguire perché l’anziano continui ad essere protagonista del proprio benessere e non solo oggetto di assistenza. temente su queste variabili e sugli effetti della pandemia sui nostri anziani”.

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Perciò, stile di vita migliore, esercizio fisico e vita indipendente. Ma anche reddito e accesso alle cure hanno degli impatti positivi nell’invecchiare meglio e nell’ammalarsi meno. E confrontando il tasso di letalità da Covid-19 con questi indicatori nei vari paesi – si sottolinea nello studio – si rileva una correlazione: al miglioramento di tali fattori diminuisce, anche se lievemente, l’impatto letale della pandemia. La ricerca rileva inoltre come la fotografia scattata dall’indicatore non dia risultati uguali per tutta la popolazione anziana. L’indice sintetico di invecchiamento attivo mostra differenze legate al territorio e ai livelli di istruzione. Tra il 2007 e il 2016, per esempio, l’indice sintetico ha mostrato un miglioramento di 2,1 punti nelle regioni del Nord, ma solo di 1,1 al Centro e 0,7 al Sud. Per quanto riguarda il titolo di studio, ad un livello basso (che include la licenza media) corrisponde un miglioramento di 1 punto; ad uno intermedio (diploma di maturità o equivalente) un avanzamento di 1,6 punti; ad uno elevato (livello universitario) un incremento di 1,8. Anche il reddito mostra di avere avuto una influenza più significativa, se si pensa che ad un livello basso è corrisposto, sempre tra il 2007 e il 2016, addirittura un peggioramento di 1,2 punti,  a livello intermedio il decremento è stato di soli 0,1 punti. Il miglioramento dell’indice si è registrato solo nella fascia reddituale più alta. 


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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